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Full text of "Francesco Crispi : politica estera"

THE LIBRARY OF THE 
UNIVERSITY OF 
NORTH CAROLINA 




ENDOWED BY THE 
DIALECTIC AND PHILANTHROPIC 
SOCIETIES 



DG556 

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A3 



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BACKOOVER 



CRÌSPI: POLITICA ESTERA 
(1876-1890). 











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in 2013 

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1 


1 



http://archive.org/details/francescocrispip5567cris 




FRANCESCO CRISPI 

NEL 1888. 



FRANCESCO CRISPI: 



POLITICA ESTERA 



MEMORIE E DOCUMENTI 

raccolti e ordinati da T. Palamenghi-Crispi. 



Con fac-simili di autografi di Gambetta, Gladstone, 
Principe di Bismarck, Imperatore Federico 111, 
Lord Salisbury, Cardinale Principe Hohenlohe. 



MILANO 
FRATELLI TREVES, EDITORI 
1912. 



Proprietà letteraria. Vietate anche le riproduzioni 
parziali. Riservati tutti i diritti di traduzione. 
Copyright by Fratelli Treves, 1911. 

Ciascun esemplare di quest'opera deve portare impresso, per incarico 
avuto dalla famiglia Crispi, il timbro della Società Italiana degli Autori. 



Tip. Fratelli Treves. 



AVVERTENZA. 



Il primo Capitolo di questo libro attende la luce sin dalla fine 
del 1886. In quell'anno Francesco Crispi lo compose e divisò di 
pubblicarlo affinchè il paese, conoscendo esattamente quanto era 
stato preparato al 1877, potesse meglio giudicare gli errori dappoi 
commessi, e ripararli. Correvano gli ultimi mesi del governo di 
Agostino Depretis; Tltalia appariva malcontenta di una politica 
estera debole e incerta; la pubblicazione delFon. Crispi non era 
inopportuna. 

Avvertito, Ton. Depretis tentò di distogliere il suo antico col- 
lega da un divisamente che personalmente doveva dispiacergli; 
mise innanzi ragioni di pubblico interesse, fece appello al patriot- 
tismo, obiettò che la pubblicazione non potesse esser fatta senza il 
consentimento del Governo. 

L'on. Crispi, in una lettera del 19 settembre, dichiarò al De- 
pretis : 

Io non ho bisogno delV approvazione di alcuno per la pubbli- 
cazione di tutti quegli atti politici ai quali ho preso parte. Nego 
in conseguenza la necessità di un consenso al quale tu non hai 
diritto,... Nei governi parlamentari nulla vi può essere di segreto, 
perchè sono governi di responsabilità. Possono volere il segreto 
quelli che non hanno adempito ai loro doveri, e che temono per- 
ciò di poter incorrere nella pubblica riprovazione. 

Nelle materie d'interesse internazionale non havvi che una sola 
regola, ed è ; che si attenda il compimento di un fatto storico, ap- 
punto per non turbare agli uomini che sono al potere l'azione di- 

* 



VI 



AVVERTENZA 



jplomatica. Orbene^ per ciò che si riferisce alla mia pubblicazione 
tutto firà col trattato di Berlino^ il quale non solamente affermò 
uno stato di cose che non puossi mutare^ ma dà pienissimo diritto 
a chiunque di esaminare gli atti che lo precedettero e di giudicarli. 

Nella storia parlamentare degli altri paesi potrei trovare nu- 
merosi esempi a sostegno della mia tesi. 

Soìio scorsi nove anni dal giorno della mia missione all'estero ; 
ed in quanto alle persone abbiamo 

che sono morti Vittorio Emanuele^ Decazes, de Biilow, Gam- 
betta e Melegarij 

che non sono 'più ministri Derby e Andrdssy. 

Il principe di Bismarck, del quale mi occupo^ resta nella sua 
splendida figura, perchè trionfano oggi i concetti da lui svolti 
nei due colloqui avuti con me, 

E poi, scusami, caro Depretisj il 4 marzo di quest'anno, avendo 
io accennato alla Camera di rivelare le cose del 1877 e di leggere 
i documenti relativi, tu non solamente consentisti, ma mi provo- 
casti a farlo, come uomo sicuro degli atti suoi.,, 

Nonostante questa affermazione del suo diritto, e nonostante 
anche T interesse personale a rivelare una pagina della sua vita 
politica in confronto di avversarli che in ogni modo avevano osta- 
colato la sua carriera, Fon. Crispi sospese la propostasi pubblica- 
zione ; sinché, divenuto ministro qualche mese dopo, ne dimise il 
pensiero. 

Queirautentico racconto della missione del 1877 può conside- 
rarsi come una prefazione all'opera governativa di Crispi che viene 
esposta nei capitoli seguenti di questo volume. La concezione che 
egli ebbe della politica estera necessaria all'Italia, la visione dei 
nostri interessi e quella degli scopi ai quali tendeva la politica 
delle grandi Potenze d'Europa, sono delineate in quel racconto, 
sobriamente, ma lucidamente. 

Questo libro non vuole essere la esposizione completa della 
politica estera di Francesco Crispi, che fu molteplice e ripara- 
trice in ogni campo, e ricca d'iniziative. Esso ne abbraccia più 
specialmente un periodo, — dal 1887 al 1890, — e di questo si 
limita ad esporre alcuni dei più importanti avvenimenti che si 
collegano con l'esistenza della Triplice Alleanza. 



AVVERTENZA 



VII 



La figura del principe di Bismarck, ne' suoi diversi atteggia- 
menti di fronte allltalia, acquista singolare rilievo dai documenti 
nuovi che pubblichiamo ; crediamo, anzi, che questi integrino la 
conoscenza della politica deirUomo di Stato tedesco, il cui pen- 
siero verso il nostro paese è stato rappresentato sinora come do- 
minato dalla diffidenza e quasi dal disdegno. 

I diarii, costituiti di note gettate giù in fretta e per memoria, 
alla fine di un colloquio o di una giornata d'intenso lavoro, — 
sono nella loro sincerità preziosi, sia per i dati politici che con- 
tengono, sia per la nozione sicura che danno dell'intima mente 
di Crispi. 

È superfluo dichiarare che tutto è stato pubblicato con scru- 
polosa esattezza; qualche reticenza qua e là era doverosa, ma non 
ci siamo presi la libertà di modificare o di alterare comunque i 
documenti, i quali dicono quel che dicono. La situazione inter- 
nazionale, in gran parte cambiata, dà ad essi un valore puramente 
storico. 

Molto altro resta a dirsi, che si dirà. 



Koma, decembre 1911. 



T. Palamenghi-Crispi. 



Capitolo Primo. 

Una missione segreta. 



La Grande Italia. - Il nuovo Regno. - La politica estera della Destra. - An- 
dràssy e Bismarck nel 1873 chiedono invano una enterite ìntime ai ministri 
della Destra. - L'irredentismo e le relazioni italo-austriache. - La guerra russo- 
turca. - Le istituzioni repubblicane francesi in pericolo. - Necessità per l'Italia 
di uscire dall'inerzia. - La missione da Vittorio Emanuele e da Depretis affi- 
data a Crispi alla fine di agosto 1877. " Memorie originali di Crispi e carteggi 
con Vittorio Emanuele e Depretis, resoconti di colloqui con Decazes, Thiers, 
Gambetta, Bismarck, Derby, Gladstone, Andràssy, ecc. - Crispi conviene col 
principe di Bismarck il negoziato per un trattato d'alleanza italo-germanica. 

I sommi Italiani ai quali il mondo deve l'Italia moderna, attin- 
sero forza a soffrire esilio, prigionie e ogni maniera di persecu- 
zioni dei governi dispotici nella visione di una grande Italia. 
Nella mente di Mazzini Tidea di grandezza era correlativa all'idea 
di Unità, cosi come nella federazione egli vedeva la " perpetua 
debolezza „. Le glorie della nostra gente divisa erano considerate 
arra di glorie maggiori quando essa fosse raccolta in un solo 
Stato; lo stesso Mazzini predicò per trent'anni che vi era una 
" missione di civiltà universale „ da riprendere, quella che assunta 
da noi con le armi sin dai giorni della potenza romana, conti- 
nuata cogli esempi della libertà dei Comuni nel Medio evo, ave- 
vamo diffusa nel Rinascimento con le lettere e con le arti. 

II nuovo regno non sorse nella pienezza della sua indipendenza, 
e la politica ohe aveva chiamato nel 1859 sui piani lombardi le 
^rmi francesi, tenne l'Italia in soggezione di Napoleone III per 

Crispi, Politica estera. 1 



2 



UNA MISSIONE SEGRETA 



lunghi anni. Francesco Orispi, il quale, con Mazzini, avrebbe 
voluto che l'Unità fosse conquistata senza aiuti stranieri, per 
sola virtù nostra, combattè sin dal primo Parlamento italiano 
l'ingerenza della Francia nei nostri affari: fu uno dei più caldi 
avversarli della " Convenzione di settembre „ (1864) — osteggiò 
la permanenza delle truppe francesi nel territorio romano — fu, 
nel 1870, l'anima della Sinistra, la quale sospinse il governo 
della Destra, più che esitante, alla rivendicazione del diritto na- 
zionale occupando Roma. 

Dalla proclamazione della repubblica in Francia all'avvento 
della Sinistra italiana al potere (18 marzo 1876), la nostra po- 
litica estera, rimasta priva della direttiva che soleva cercare a 
Parigi, fu nulla. Disorganizzato l'esercito e distrutta dopo Lissa 
la marina da guerra, i governanti avevano trovato nella nostra 
debolezza e nel programma di riordinamento interno dello Stato, 
giustificazioni alla loro inerzia. Lo stesso viaggio fatto compiere 
da re Vittorio Emanuele II alle Corti di Vienna e di Berlino, nel 
settembre 1873, non recò vantaggi, anzi peggiorò ancora la si- 
tuazione internazionale dell'Italia; poiché, mentre accennò sol- 
tanto al desiderio di appoggiare dippiù verso le Potenze Centrali, 
avvertì la Francia che erano passati i giorni dell'alleanza franco- 
italiana. Gli on. Minghetti e Visconti- Venosta, i quali accompa- 
gnarono il Re in quel viaggio, ebbero dal Cancelliere austro- 
ungarico conte Andràssy, come dal Cancelliere germanico prin- 
cipe di Bismarck, espresso " très vivement le désir d'une entente 
intime „. L'Andràssy per ingraziarsi i Ministri Italiani dichiarò 
esplicitamente e francamente che non avrebbe appoggiato in 
alcun modo le querimonie del Papa, in quel tempo ancora fer- 
vide e speranzose, e che si sarebbe astenuto da qualsiasi azione 
comune con la Francia in tutti gli affari relativi al Papato. Dette 
anzi una prova delle sue amichevoli disposizioni, partecipando 
che aveva rifiutato una località che gli era stata richiesta dal 
Vaticano pel futuro Conclave e avrebbe persistito nel rifiuto. E 
il Bismarck non si chiarì più favorevole verso il Papa, al quale 
appunto in quel mese (3 settembre) aveva fatto rifiutare dal- 
l'Imperatore ogni modificazione della legislazione ecclesiastica; 
ma riconoscendo l'utilità per l'Italia di usare dei riguardi al 
Pontefice, chiese ch'ella non facesse una politica di concessioni 
con la Francia, la quale avrebbe accresciuto sempre più le sue 



La politica estera della Destra 



3 



pretese; infine, dichiarò recisamente che la Germania non avrebbe 
mai permesso un attacco contro l'Italia. 

I due Ministri, i quali sembravano esser partiti da Roma con 
l'intento di proporre un accordo a due alla Germania, si asten- 
nero da qualsiasi proposta, e tornarono in Italia illudendosi di 
potere, non assumendo impegni, contare sulla Germania e sul- 
l'Austria, senza perdere la benevolenza della Francia. Ma fu il 
sogno di un mattino di primavera. 

Ben presto le agitazioni irredentiste dettero pretesto di al- 
larmi all'Austria. Il governo italiano non fa dapprima sospettato 
d'incoraggiare le speranze del " partito esaltato „ , il quale si pro- 
poneva un ingrandimento territoriale a spese dell'Austria; e il 
conte Andràssy fece dal suo Ambasciatore a Roma, conte Wim- 
pffen, proporre una azione comune per combattere i pericoli ohe 
minacciavano i buoni rapporti dei due paesi, — azione comune, 
la quale doveva manifestarsi specialmente nell' aiutare l'Austria 
^' a scoprire i promotori e gli intermediarli della propaganda 
annessionista „ ! 

Le relazioni italo-austriache migliorano nei primi mesi del 
1875; l'imperatore Francesco Giuseppe restituisce a Venezia la 
visita ricevuta a Vienna dal Re d'Italia, ed ha festosa accoglienza. 
L'irredentismo ridiventa più attivo nel febbraio del 1876; si 
preparano spedizioni di volontarii italiani in Dalmazia; il go- 
verno austriaco prende misure energiche, opera numerosi arresti 
d'italiani a Ragusa e a Trieste. In giugno, le feste di Milano e di 
Legnano per commemorare il centenario della Lega dei Comuni 
Lombardi, e le rievocazioni di circostanza fatte da buona parte 
dei giornali italiani, destano impressione sfavorevole in Austria. 

Scoppiata la guerra sorbo-turca con conflitti nel Montenegro 
e in Albania, l'Austria comincia a diffidare della nostra politica. 
La Serbia chiede la mediazione dell'Italia, ma il gabinetto austro- 
ungarico la osteggia. Avvengono meetings sl Milano, a Roma e 
in altre città, avversi tutti alla politica austriaca. L'Austria la- 
scia vacante la sua ambasciata presso il Quirinale, e la stampa 
dell'Impero, con i giornali ufficiosi in prima linea, fa vivacissimi 
attacchi all'Italia, accusandone il governo di connivenza con gl'ir- 
redentisti. L'ambasciatore, conte di Robilant, si trova a disagio 
a Vienna e manifesta il desiderio di un lungo congedo. 

È naturale che l'Austria fosse furente contro l'Italia: non 



4 



UNA MISSIONE SEGRETA 



sicura di questa, essa non poteva liberamente fronteggiare la 
Russia, la quale si preparava alla guerra contro la Turchia, e 
si trovava in balìa della Germania. In gennaio 1877 fu nominato 
il nuovo ambasciatore presso il Quirinale nella persona del ba- 
rone Haymerle. Il malumore non diminuiva. L'offerta del go- 
verno italiano di uno scambio di idee sulla questione orientale, 
veniva declinata da Andràssy; il quale trovava un nuovo mo- 
tivo di irritazione nel sospetto, insinuatogli — si disse — da un 
governo straniero, di trattative segrete esistenti tra Ignatieff e 
Robilant per una intesa italo-russa. In maggio si ha notizia che 
l'Austria arma alle nostre frontiere, e un'ambasciata straordi- 
naria austriaca e quindi duemila pellegrini austriaci giungono 
a Roma a rendere omaggio al Papa. In luglio è male accolto in 
Vienna il nostro intervento diplomatico a favore del Montenegro, 
sospettato quale mossa preparatoria di un nostro intervento mi- 
litare in Albania. In agosto sorgono gravi incidenti: il commesso 
del Consolato italiano a Vienna prima, poi l'addetto militare 
alla nostra Ambasciata sono accusati di spionaggio ; e gli attacchi 
della stampa sono cosi furibondi che l'addetto militare è costretto 
a partire da Vienna. 

Frattanto era scoppiata e si combatteva con varia fortuna la 
guerra tra la Russia e la Turchia. Il 27 aprile l'Incaricato d'af- 
fari russo, Nelidoff, con tutto il personale dell'Ambasciata, la- 
sciava Costantinopoli. Il giorno seguente l'esercito russo varcava 
la frontiera turca ; il 28 aprile la Camera rumena approvava una 
convenzione con la Russia pel passaggio sul territorio del prin- 
cipato delle truppe russe, e il 10 maggio il principe Carlo as- 
sumeva il comando dell'esercito; il 20 maggio era proclamata 
in Turchia la guerra santa, e la Rumania proclamava la propria 
indipendenza e dichiarava la guerra ai turchi. I russi passavano 
il Danubio il 22 giugno; il 5 luglio la loro avanguardia occu- 
pava Tirnovo; il 19 luglio erano sconfitti a Plewna e il 30 a 
Kassanyk. Poi, le sorti della guerra sembravano mutare; il 24 
agosto il principe di Rumania assumeva il comando degli eser- 
citi russo e rumeno che investivano Plewna, il 28 Suleyman 
pascià era battuto a Schipka. 

Gravi avvenimenti si svolgevano anche in Francia, i quali 
tenevano in grande apprensione tutta l'Europa. Il 4 maggio di 
quell'anno 1877 la Camera francese aveva adottato un ordine 



La repuhhlica francese in pericolo 



5 



del giorno invitante il governo a valersi dei mezzi a sua dispo- 
sizione per reprimere le agitazioni clericali, e Giulio Simon, pre- 
sidente del Consiglio, lo aveva accettato. Ma il maresciallo Mac- 
Mahon, presidente della Repubblica, il 16 maggio dirigeva al 
Simon una lettera nella quale gli imponeva di spiegare il con- 
tegno passivo da lui tenuto alla Camera e lo rimproverava di 
non aver saputo conservare l'influenza necessaria a far trionfare 
le sue idee. Il Ministero Simon si era dimesso; il giorno dopo 
era già costituito il Ministero reazionario De Broglie-Fortou, nel 
quale per la pressione del Mac-Mahon restò il duca Decazes, co- 
me ministro degli Affari esteri. Nella seduta del 17 la Camera, 
sulla proposta di Leone Gambetta, deliberava " di non poter 
avere fiducia che in un gabinetto libero di agire e deciso a go- 
vernare secondo i principii repubblicani che soli possono assicu- 
rare la tranquillità all'interno e la pace all'estero „. 

Il 18 il presidente della Repubblica inviava un messaggio alla 
Camera, nel quale, annunziando la proroga della Sessione, spie- 
gaya la necessità della crisi ministeriale. 

Allora la Sinistra del Senato pubblicava un manifesto al paese 
per dichiarare provocata senza ragione la crisi; un altro mani- 
festo pubblicavano i deputati dell'Estrema Sinistra della Camera, 
nel quale l'atto del 16 maggio e i posteriori venivano dichiarati 
ingiusti e incostituzionali. 

Il 29 maggio il ministro De Broglio spediva una circolare ai 
Procuratori generali per invitarli a raddoppiare di vigilanza ed 
energia e a fare osservare con fermezza le leggi proteggenti la mo- 
rale, la religione e la proprietà contro gli attacchi della stampa 
e specialmente contro la diffusione di false notizie capaci di tur- 
bare la pubblica opinione. Il 2 giugno veniva arrestato il pre- 
sidente del Consiglio municipale di Parigi per aver pronunziato 
a St. Denis un discorso sedizioso contro il presidente della Re- 
pubblica. Nello stesso giorno il ministro dell'Interno, Fortou, di- 
ramava una circolare per ordinare severa sorveglianza sulle per- 
sone che mettevano in circolazione giornali e libelli. L'8 giugno 
il presidente del Consiglio municipale era condannato a quindici 
mesi di carcere e a duemila franchi di multa. Il 17 giugno il 
duca De Broglie leggeva al Senato un messaggio del presidente 
della Repubblica invitante, conformemente all'art. V della legge 
per Tordinamento de' pubblici poteri, il Senato stesso a consen- 



6 



UNA MISSIONE SEGRETA 



tire lo scioglimento della Camera. Lo scioglimento della Camera 
era autorizzato il 22 giugno. Alla Camera^ intanto, si votava un 
ordine del giorno di sfiducia nel Ministero il 19 giugno, e il 21 
veniva rifiutato il voto delle imposte, accordandosi solamente i 
crediti sapplementari al ministro della Guerra. Il 24 le Sinistre 
della Camera e del Senato dichiaravano debito d'onore del paese 
la rielezione dei deputati che avevano votato la sfiducia nel Mi- 
nistero. Infine, il 25 la Camera veniva sciolta, e il 22 settembre 
i comizii erano convocati pel 14 ottobre. 

Nei gravi momenti che attraversava l'Europa, l'Italia non po- 
teva e non doveva rimanere inerte. Si doveva prevedere il caso 
del trionfo del partito clericale in Francia, che avrebbe costituito 
un pericolo serio e immediato per noi; inoltre, il contegno del- 
l'Austria, nelle sue relazioni con l'Italia, s'era fatto cosi irritato 
e irritante, che appariva urgente la necessità di correre ai ri- 
pari; infine, erano in vista, come conseguenza della guerra russo- 
turca, mutamenti nella penisola balcauica, dei quali l'Italia non 
poteva disinteressarsi. 

Di ciò convinto e pensando che, giunta al potere, la Sinistra 
dovesse imprimere anche alla politica estera un indirizzo nuovo, 
prudente ma ardito e più rispondente all'importanza del nostro 
paese in Europa e ai nostri legittimi interessi, Francesco Crispi 
riuscì a farsi affidare la missione, della quale egli stesso rende 
conto nelle pagine che seguono: 

« Roma, 25 agosto 1877. 

Onorevolissimo Signore, 

Fin dall'anno 1861 il comm. Mancini proponeva a 
S. E. il barone Eicasoli, allora presidente del Consiglio 
dei Ministri, d'iniziare trattative presso i vari Governi 
Europei allo scopo di concordare la stipulazione di un 
Codice internazionale, destinato a regolare la condizione 
giuridica dei cittadini dei rispettivi paesi ed i diritti 
civili spettanti ai medesimi di fronte alle legislazioni 
vigenti nei diversi Stati. A tale preposta, per le circo- 
stanze dei tempi, non si potè allora dare alcun seguito. 
Però il Governo italiano, ispirato a sentimenti di civiltà 
e progresso, non esitava a sanzionare nel Codice Civile 
del 1865, all'art. 3, il principio che lo straniero venga 
ammesso a godere dei diritti civili attribuiti ai cittadini. 



La lettera ufficiale 



7 



Però affinchè questo principio possa veramente esser 
fecondo di utili e generali conseguenze, uopo sarebbe che 
venga sanzionato dalle legislazioni degli altri Stati e re- 
ciprocamente guarentito mediante accordi internazionali. 

Il Governo del Re ha cercato in ogni modo di pro- 
muovere la conclusione di simili accordi. Nell'anno 1867, 
il comm. Mancini, avendo intrapreso un viaggio a Pa- 
rigi, Bruxelles e Berlino, si assumeva l'incarico di pre- 
sentire, in via ufficiosa, gli intendimenti di quei Go- 
verni su questo grave argomento. 

Le entrature di quell'insigne giureconsulto venivano 
ricevute con favore, però gli avvenimenti impedirono 
che si venisse ad alcuna ieratica conclusione. 

Poiché l'Eccellenza Vostra ora è in procinto di vi- 
sitare quelle calcitali, Le sarei grato se nelle sue con- 
versazioni con i personaggi influenti e competenti, coi 
quali si troverà in rapporti. Ella volesse indagare se quei 
Governi siano disposti a riprendere le interrotte nego- 
ziazioni. L'Eccellenza Vostra che tanta parte ha avuto 
nella compilazione delle leggi che regolano i civili rap- 
porti in Italia, saj^rà meglio di chicchessia far risaltare 
l'utilità delle proposte nostre. 

Eingraziando anticipatamente l'Eccellenza Vostra del- 
l'opera Sua, colgo quest'occasione per rinnovarle i sensi 
della mia alta considerazione. 

Melegari. 

A sua Eccellenza 
il Sig. Comm. Crispi 
Presidente della Camera dei Deputati. „ 

Torino 26 agosto. — Alle 11 antim. visita al Ee. 
» 27 agosto, — Alle 10 antim. altra visita al Ee. 

«Torino, 27 agosto 1877. 

Mio caro DepretiSj 

Siccome ti telegrafai, io partirò stasera alle 8,50. 
Alla stazione incontrerò Bargoni, ^) il quale mi darà la 
tua lettera. 

S. M. mi fece chiamare e stetti con lui lungamente. 
Era di buon umore, come al solito, quantunque Correnti 
che lo vide stamane alle 8 mi abbia detto di averlo tro- 



i) Prefetto di Torino. 



(N. d. C). 



8 



UNA MISSIONE SEGRETA 



vato un po' conturbato. Egli nulla spera da una com- 
binazione in conseguenza della guerra d' Oriente. Crede 
anche lui che sia tardi e che non vi sia posto per noi. 
Kulladimeno mi raccomandò di fare tutto il possibile 
onde vedere di entrarci con qualche profitto. Fu diverso 
il suo linguaggio per l'altra operazione, cui realmente 
mira il mio viaggio. Il re sente il bisogno di coronare 
i suoi giorni con una vittoria per dare al nostro Eser- 
cito la forza e il prestigio che in faccia al mondo gli 
mancano. È linguaggio da soldato e lo comprendo. Aveva 
lo stesso desiderio il povero Bixio, il quale è poi morto 
così miseramente senza poter combattere un'ultima volta 
per la gloria del nostro paese. 

E il Re ha purtroppo ragione. Se nel 1866 i generali 
non ci fossero mancati ed avessimo vinto nel Veneto e 
nell'Adriatico, gii austriaci non oserebbero parlare e scri- 
vere di noi siccome fanno. L'Esercito Italiano avrebbe 
in Europa quell'autorità che gli fa difetto, e la parola 
d'Italia avrebbe una maggiore importanza presso i Ga- 
binetti. 

Ripariamo, se è possibile, il vuoto, e poiché ci cre- 
dono buoni diplomatici, facciamoci valere affinchè la 
Patria nostra provi a coloro che non la rispettano ab- 
bastanza, che essa è qualche cosa nel vecchio continente. 

Ti scriverò appena potrò darti notizie, da Parigi. Se 
per le questioni delle quali ti occupi hai bisogno di me, 
scrivimi pure. 

Il tuo dev.™* 

F. Ori SPI.» 

— Alle 8,50 pom. partenza per Parigi, dopo avere 
ricevuto da Bargonì la seguente lettera di Depretis: 

" Presidenza del Consiglio 
DEI Ministri. 

Roma, addì 27 agosto 1877 

JSccellenza, 

Ho fatto conoscere a S. M. che^V. E. si compiacque 
di accettare l'incarico che le fu affidato dal Ministero 
di riaprire trattative presso i governi delle principali 
potenze al fine di far prevalere nelle rispettive legisla- 
zioni i principii liberali sanciti nel Oodice Oivile italiano. 
Profittando del viaggio all'estero dell' E. V. è desiderio 



La lettera segreta 



9 



dell'Augusto nostro Sovrano che PE. V. assuma una 
missione speciale e confidenziale ijresso il governo di 
S. M. l'Imperatore di Germania. 

Il governo germanico, or non è molto, ha interpel- 
lato il governo italiano intorno ad una i3iù intima unione 
dei due Stati, ed il Ministero degli Esteri d'Italia non 
esitò ad esprimere la sua adesione al concetto di una 
unione a comune difesa. Ora S. M., pienamente d'accordo 
col sottoscritto, sente il bisogno di stringere in modo 
X)iu intimo i rapporti amichevoli dell' Italia con la Ger- 
mania e desidera che V. E. faccia conoscere a S. A. il 
principe di Bismarck come sarebbe conveniente di addi- 
venire ad un accordo concreto e completo col mezzo di 
un trattato di alleanza che fondandosi nei comuni in- 
teressi provveda a tutte le eventualità. Gl'interessi ita- 
liani possono essere oifesi non solo dalla prevalenza del 
partito oltramontano, ma anche dall'ingrandimento del- 
l'Austria coll'annessione di alcune provincie ottomane, 
possibile conseguenza della guerra d'Oriente. È desi- 
derabile che i due governi si mettano d'accordo anche 
su questo punto. 

V. E. conosce pienamente i principii che informana 
la politica italiana sia all'interno che all'estero, e sarebbe 
superfluo rammentarli. La Germania e l' Italia non hanno 
interessi contrari, e le due nazioni devono essere ugual- 
mente determinate a difendere l'edifìcio dell'unità na- 
zionale e delle politiche e civili libertà: per l'Italia la 
scopo principale è quello di preservare da ogni nemica 
offesa i beni inestimabili che abbiamo acquistati, e i 
principii sui quali è fondata la sua esistenza. 

Procuri l' E. V. di esprimere e spiegare in via confi- 
denziale i desideri di S. M. e del suo governo a S. A. il 
principe di Bismarck e di attestargli ad un tempo la 
riconoscenza nostra per la benevolenza da lui costante- 
mente dimostrata all'Italia. 

Aggradisca l' E. Y. l'espressione della mia alta stima^ 
mentre mi dichiaro di Y. E. 

Dev.™o Obbl.™» 

A. Depeetis 

Presidente del Consiglio dei Ministri^ 

A S. E. 
Il Sig. Comm. F. Crispi 
Presidente della Camera dei Deputati 
Torino. „ 



10 



UNA MISSIONE SEGRETA 



«Parigi, 2 settembre 1877. 

Eccellenza, 

Ieri fui ricevuto dal Ministro degli Affari esteri. L'ora 
tarda non mi permise di riferire immediatamente a V. E. 
la lunga nostra conversazione, la quale versò su vari 
argomenti riferentisi ai due paesi. 

Il duca Decazes cominciò col ringraziarmi del con- 
tegno nostro in occasione della interrogazione alla Ca- 
mera del deputato Savini. Eisposi, che Camera e Governo 
nulla fecero che non fosse stato il loro dovere, non po- 
tendo certamente permettersi che alla tribuna italiana 
si discutessero e si criticassero le cose interne della 
Francia, ed espressi Popinione ch'essi a Versailles avreb- 
bero fatto lo stesso per noi. 

S. E. venne quindi discorrendo della necessità di un 
accordo completo fra le due nazioni, e su questo punto 
parlò lungamente sforzandosi di dimostrarmi come la 
Francia non possa avere che sentimenti di amicizia per 
noi. Al di là dell§ Alpi — S. E. disse — è una nazione 
alla quale la Francia è legata da interessi economici, 
morali e i)olitici, e sarebbe un vero delitto conturbare 
la necessaria armonia dei due popoli. Accennò intanto, 
come ad un elemento di possibile dissidio, all'esistenza 
fra noi di un partito ch'egli definì « prussiano », ma lo 
fece con un tal garbo da lasciare intravedere il desiderio 
che cotesta opinione non lasciasse una disaggradevole 
impressione sull'animo mio. 

Alla mia volta dichiarai subito che nel nostro paese 
noi siamo Italiani; che tutti, senza distinzione di par- 
tito, e:-cl isi unicamente i clericali, non abbiamo altro 
interesse che quello della nazione, e che sarebbe un er- 
rore il presumere che potessimo o volessimo governarci 
seguendo i consigli o ricevendo l'influenza di un governo 
straniero qualunque. In quanto alla Francia, tutto ci 
spinge a sentire per lei e praticare una sincera ami- 
cizia : le tradizioni di civiltà, l'educazione, gli studi, le 
leggi, i commerci ci uniscono alla medesima, e nulla sarà 
fatto da parte nostra per rompere cotesto legame onde 
sono naturalmente congiunte le due nazioni. 

S. E. allora riprese dicendomi che non sapeva però 
spiegarsi lo scopo dei nostri armamenti e sopratutto delle 



Un colloquio con Decazes 



11 



fortificazioni di Roma state ordinate ultimamente; ri- 
tornò quindi sull'argomento delle intenzioni allatto pa- 
cifiche del suo Ministero ed affermò che in Francia nes- 
suno dei partiti possibili al governo commetterebbe la 
follia di far guerra all'Italia. Sono passati i tempi — 
il ministro soggiunse — in cui portavamo le nostre idee 
con le armi negli altri paesi. Dopo i nostri disastri ab- 
biamo appreso che sono altre le vie da prendere onde 
far valere nel mondo le proprie opinioni. 

Su ciò sentii il bisogno di esplicare la condotta del 
nostro governo e dissi che quanto si fa oggi da noi non 
ha nulla di eccezionale. L'Italia ha bisogno di pace 
j)erchè ha bisogno di compiere le sue riforme ammini- 
strative e finanziarie, e di sviluppare e consolidare le 
sue istituzioni pubbliche. In quanto all'esercito noi non 
facciamo che trasformarne l'armamento e completarlo e 
ci vogliono ancora molti anni x)er raggiungere cotesto 
scopo. Le fortificazioni di Eoma, poi, non sono un fatto 
speciale, ma la parte di un complesso di disposizioni per 
la difesa territoriale dello Stato. Ricordai che sin dalla 
costituzione del Eegno era stata nominata una commis- 
sione, sotto la presidenza di S. A. E. il princilie di Ca- 
rignano, coll'incarico di studiare un sistema di fortifi- 
cazioni il quale rispondesse alle nuove condizioni della 
penisola. Dissi che cotesti studi furono già terminati, 
che furono votate le somme necessarie dal nostro Par- 
lamento sin da parecchi anni addietro, ma che nulla 
ancora fu fatto, essendo anzi tutt'ora integre le fortezze 
elevate dai principi caduti con intendimenti e scopi con- 
trari all'attuale ordine di cose. Dimostrai quindi che le 
fortificazioni di Eoma entrano in cotesto piano generale 
di difesa nazionale e conclusi che la Francia non ha 
motivo di allarmarsene, coteste opere non essendo e non 
potendo essere interpretate quale una dimostrazione 
ostile contro di lei. 

S. E. parve acchetarsi al mio ragionamento e poiché 
lo vidi così ben disposto credetti propizia l'occasione di 
portare la nostra conversazione sopra un altro argo- 
mento, quello cioè dell'applicazione ai nostri concittadini, 
nel territorio della Eepubblica, delle disposizioni del- 
l'art. 3 del nostro Codice Civile. 

Spiegai lo scopo e le origini di cotesto articolo, ri- 
cordai le trattative intavolate altra volta perchè ne fos- 



12 



UNA MISSIONE SEGRETA 



sero accolti i principii in Francia, mercè una conven- 
zione internazionale, e finalmente accennai alla giuri- 
sprudenza delle Corti Supreme le quali, per diritto di 
ritorsione, cominciano ad applicare ai francesi in Italia 
l'art. 14 del Codice Napoleone. Non omisi di dimostrare 
che, allo stato, farebbe un ottimo effetto nel nostro paese 
la stipulazione di un trattato che sanzionasse cotanto 
|)rogresso. 

S. E. ascoltò con benevola attenzione e si dichiarò 
pronto a trattare. Disse che avrebbe richiamato i pre- 
cedenti e li avrebbe studiati affinchè potessimo altra 
volta ragionare consideratamente per venire ad una con- 
clusione. Anch'egli, il Ministro, sente il bisogno che 
Part. 3 del nostro Codice Civile sia ricevuto in Francia 
in favore degli italiani e mi promise che metterebbe 
tutta l'opera sua perchè la domanda fosse esaudita. 

Dal discorso di S. E. appariva chiaramente il desi- 
derio di provare con nuovi atti che la Francia ci è e ci 
sarà amica, ed a tal uopo mi parlò della sollecitudine 
con la quale il suo governo aveva consentito alla sot- 
toscrizione del trattato di commercio. Mi disse che ci 
saremmo nuovamente veduti. 

Del contegno del duca Decazes e del complesso delle 
sue parole, restai pienamente soddisfatto. Bisognerebbe 
supporre che egli fosse un. grande simulatore i3er dubi- 
tare del suo linguaggio. Egli non fece che lodarsi del 
nostro governo e del nostro popolo e parlò pieno di am- 
mirazione del nostro Re. Disse che noi abbiamo dato 
prova di grande saggezza politica e che la nostra con- 
dotta col Vaticano è stata corretta. Sul che sento il bi- 
sogno di riferire a V. E. un'opinione manifestatami da 
lui e la cui importanza non isfuggirà alla di lei sagacia: 
il duca Decazes si disse convinto e mi dichiarò di averlo 
ripetuto ai suoi colleghi, che alla morte del Papa il con- 
clave funzionerà nel Vaticano con tutta la pienezza 
della sua libertà. Mi soggiunse che tale sarebbe pur l'av- 
viso del cardinal Guibert, dopo il di lui ritorno da 
Roma. 

Dopo ciò chiudo la lunga lettera con dirmi dell'E. V^ 

Il devot.™o aff."^o amico 

F. Crispi. » 



Una terribile crisi 



13 



« Parigi, 5 settembre 1877. 

Mio caro Depretis, 

Il 2 corrente ti spedii una mia ufficiale, alla quale 
dà seguito, anzi complemento l'acclusa. L'ho scritta in 
modo che tu volendo potrai, dopo averne preso copia, 
consegnarla al ministro degli Altari esteri. 

Lasciamo da parte le pastoie ufficiali e ragioniamo 
da vecchi amici e patrioti. 

Ho visto i principali uomini politici del paese, tra 
cui il Gambetta,^) col quale sono rimasto lungamente, 
e il 3 corrente pranzai. Ho potuto quindi farmi un'e- 
satta opinione delle cose francesi e saperne, per quanto 
possibile, le intenzioni. 

La Francia traversa una terribile crisi, di cui è dif- 
fìcile prevedere la fine. Il Governo attuale rappresenta 
una impercettibile minoranza, ma è ispirato da un co- 
mitato bonapartista, audace e senza scrupoli, ed ha nel 
suo seno un paio d' individui anch'essi audaci e senza 
scrupoli. 

I repubblicani si dicono sicuri della vittoria nelle 
prossime elezioni generali e mi espressero la stessa opi- 
nione, due giorni fa, alcuni conservatori, i quali dichia- 
rarono francamente : nous serons ì)attus. Dubito che coteste 
convinzioni si mantengano dopo la morte avvenuta ier 

1) Quali relazioni corressero tra Crispi e Gambetta dopo questo incontro, 
si rileva dalla seguente lettera del Gambetta a Crispi: 

« Paris, ce 21 octobre 1877. 

Mon cher Président, 
Je profite du voyage de mon ami Armand Ruiz à Rome pour vous en- 
voyer l'expression des sentiments d'affectueuse solidarité que m'a laissé votre 
charmante liaison. 

Je tiens à vous redire que je serai toujours fort aise de rester en commu- 
nication avec vous, et vous rendre ici les services que je sais que vous n'hési- 
teriez pas à me rendre à Rome. Vous pouvez croire qu'on est heureux dans 
la vìe publique de rencontrer des hommes d'un caractère aussi ouvert, aussi 
ferme que le votre. Donc vous pouvez user de mon ami Ruiz et avoir en lui 
la confiance la plus entière. 

C'est à ce tìtre de confident que je l'introduis auprès de vous. 

Croyez à mon amicale sympathie. 

Leon Gambetta. » 

(N. d. C.) 



14 



UXA MISSIONE SEGRETA 



l'altro del sìg. Thiers, o per lo meno dubito che Pim- 
13ortanza della vittoria possa essere tale quale si preve- 
deva prima di cotesta morte fatale. Ma avvenga pure 
la sconiìtta del Governo, che ne verrà alla riunione 
delle Camere! 

Il sig. Thiers mi dicev^a nella nostra conferenza del 
31 agosto che dopo quella riunione, Ministri e Presidente 
della Eepubbblica si dimetteranno, e che le due Camere 
allora, raccolte in Congresso nazionale, nomineranno un 
nuovo Presidente. Gambetta precedentemente mi aveva 
dette le stesse cose. 

Avverrà lo stesso ora che, morto il Thiers, è mancato 
il candidato sul quale avevano piena fiducia i conser- 
vatori che avevano accettato la Repubblica ? I repubbli- 
cani rispondono di sì , e a leggere i giornali ne dedurrei 
che dopo la perdita gravissima dal paese patita, tutto 
X)rocederà regolarmente e secondo i loro desideri. 

Lo auguro, ma la mia fede è molto scossa. 

E se Ministri e Presidente non si dimetteranno? 

I repubblicani dichiarano che non voteranno i bilanci. 

E se il Governo farà un colpo di Stato ? Thiers non 
lo temeva, e perchè l'esercito non si presterebbe e perchè 
Mac-Mahon non n'è capace per povertà d'ingegno e di 
mezzi personali. Gambetta soggiunge che, in caso di un 
colpo di Stato, V Esercito si scinderebbe in due e vi 
potrà essere la guerra civile. 

Comunque sia e quali possano essere gli avvenimenti, 
consideriamo questi dal punto di vista italiano. 

I republicani e i reazionari affermano che vogliono 
essere amici con l'Italia e che nulla tenteranno contro 
di lei. Credo ai primi, dubito dei secondi. 

Dubito dei secondi perchè il Comitato ispiratore del- 
l' Eliseo è clericale, e il loro organo è il Figaro, che ha 
tanto insultato il nostro paese e il nostro Ee.... 

Ì^OB. dirò che domani ci farebbero la guerra, perchè 
tutti, senza eccezione, i partiti politici hanno una salu- 
tare paura del principe di Bismarck, il quale essi cre- 
dono non ci lascerebbe soli. Certo però ne cercherebbero 
l'occasione e coglierebbero il menomo pretesto per attac- 
care brighe con noi. 

E vedi quel che m'è avvenuto di constatare : in tutte 
le classi del paese si è fatta radicare l'opinione che l'I- 
talia vuole fare la guerra alla Francia. L'ho combattuta 



" Teniamoci pronti 



15 



questa opinione in quanti me Plianno manifestata, ma 
ho dovuto riflettere che coloro che sono stati i primi a 
divulgarla hanno avuto in animo di prepararsi il motivo 
presso questo popolo per legittimare la guerra nel caso 
che un giorno essi ci attaccassero. Il certo però è que- 
sto, che i Francesi continuano i loro armamenti, e che 
tutti gli stabilimenti privati fabbricano armi d'ogni ge- 
nere per questo Ministero della Guerra. Pensiamo dun- 
que ai casi nostri, e teniamoci pronti a tutte le even- 
tualità. 

Rispondimi a Londra per mezzo delP Ambasciata, se 
non altro perchè io sia sicuro che ti siano giunte le 
mie lettere. 

Tuo di cuore 

F. Oeispi. » 



« Parigi, 5 settembre 1877. 

Eccellensa, 

Prima di lasciar Parigi mi sento in dovere di darle 
conto delle ulteriori mie pratiche con questo governo. 

Il duca Decazes, l'indomani della nostra conferenza, 
è venuto a rendermi la visita. Ero assente e non ci po- 
temmo quindi vedere. Quel giorno, era il 31 agosto, ero 
andato a St. Germain-en-Laye dal sig. Thiers, il quale, 
siccome V Ec. Y. ha potuto saperlo telegraficamente, è 
morto ier l'altro. 

Il ministro degli afi*ari esteri avendo dovuto poi la- 
sciar Parigi, mandò un suo impiegato dal sig. Ressman, 
primo segretario dell'Ambasciata italiana, onde disim- 
pegnarsi della promessa datami per le chieste trattative 
in ordine all'art. 3 del nostro Codice Civile. Il Ressman 
e il detto impiegato si videro il 2 settembre e discor- 
sero del suddetto argomento. 

S. E. mi fece sapere che avendo esaminato ciò che 
noi chiedevamo, dovette persuadersi che l'applicazione 
dell'art. 3 del nostro Codice Civile agli italiani in Francia 
non potrebbe farsi che con una riforma nella legisla- 
zione di questo paese e che a ciò sarebbe necessaria 
l'opera del Parlamento. Per ora di cotesta riforma non 
saprebbero occuparsi; più tardi se ne potrebbe parlare, 
ma a tal uopo converrebbe che l'Italia ne iniziasse le 
trattative nelle vie ufiiciali. 



10 



UNA MISSIONE SEGRETA 



Il duca Decazes non è un simulatore, ma un uomo 
debole. A quanto pare avrà parlato col signor De Ero- 
dile, ministro di Giustizia, il quale presentemente ha 
tutt'altro in mente che il Codice Civile. 

Colgo quest'occasione per ripetermi ecc. 

F. Ceispi. » 



7 settembre. — Colazione da Emilio de Girardin, rue La 
Perouse 27, Champs Elisées. Visita alle Camere di Ver- 
sailles. Il Questore Baze. 

8 settembre. — Funerali di Thiers. 

9 settembre. — Da Garnier-Pagès. Henri Martin. 



« Parigi 9 settembre. 

Caro Depretis, 

Ebbi ieri il tuo telegramma, il quale tradotto suona 
così : 

« Approvo completamente quanto hai fatto e credo 
bene che senza recarti a Londra, ti rechi senz'altro a 
Berlino. » 

Martedì alle 3 di sera partirò per Berlino, dove giun- 
gerò rindomani alle 7,45 di sera. Se lo crederò neces- 
sario, al mio ritorno passerò per Bruxelles e Londra. 
Mi regolerò secondo il bisogno. 

Sarei partito anche prima, se non fossi stato un po' 
incomodato. Da otto giorni fui turbato in modo che ho 
dovuto ricorrere al medico. Oggi sto meglio, e spero 
che potrò fare comodamente il viaggio. 

Qui ieri la giornata è passata tranquilla. Si temeva 
che i funerali di Thiers avrebbero dato il pretesto a 
qualche disordine. La calma del popolo fu veramente 
ammirabile. Qualche grido di vive la Eépublique, honneiir 
à TMers, vive Gambetta, e tutto procedette nell'ordine. 

Se il parigino dimenticherà di correre alle barricate, 
ma si condurrà ubbidiente alle leggi, la causa della li- 
bertà trionferà in Francia, e sarà un pegno di pace per 
l'Europa. 

Ai funerali intervennero tutti i rappresentanti esteri, 



Relazione al Re 



17 



ed anche il tuo amico, per ispeciale invito della Fami- 
glia Thiers. 

Se vuoi scrivermi dirigi le lettere a Berlino all'am- 
basciata italiana. 

I miei omaggi alla tua signora e tu credimi 

L'aff. tuo 

F. Orispi. » 



9 settembre. — Colazione da E. de Girardin. — Viene 
Gambetta. 

« Parigi, 11 settembre 1877. 

A S. M. IL Re d'Italia. 

Sire ! 

Prima di lasciar Parigi sento il dovere di dar conto 
a Y. M. della prima parte del mio viaggio, e per lo 
meno di riferirle le impressioni che io ne porto. 

Giunsi in questa città alle 6 pom. del 28 agosto, e 
ne partirò domani. Vidi il ministro Decazes, ed i prin- 
cipali uomini politici della Francia, dinastici e repub- 
blicani. 

Tutti rendono giustizia alla lealtà ed alla grande 
saggezza di V. M., alla bontà ed alla prudenza del no- 
stro ijopolo. Tutti ritengono gli italiani dotati d'un gran 
buon senso politico, fortunati di avere un Ee il quale 
ha saputo comprenderne le tendenze e che, in mezzo a 
tante difiScoltà, li ha mirabilmente condotti a buon ]3orto. 
Ma in fondo a questo splendido quadro appare un punto 
nero, sul quale dev'essere richiamata la nostra atten- 
zione. 

I francesi diffidano di noi, ed al tempo stesso so- 
spettano che noi diffidiamo di loro. 

Diffidano di noi, e più d'uno crede o fìnge di credere 
che l'Italia ha l'intenzione di far la guerra alla Francia. 
Lo stesso sig. ministro Decazes non espresse chiara- 
mente siffatta opinione, ma parlò con molto interesse 
dei nostri armamenti e delle fortifìcazioni di Eoma, e 
parve considerare coteste fortifìcazioni come aventi uno 
scopo anti-francese. 

Eagionando col detto sig. ministro e con gli altri 



Crispi, Politica estera. 



2 



18 



UNA MISSIONE SEGRETA 



signori che me ne avean tenuto discorso, dichiarai che 
ntalia ha bisogno di pace, e che riordinando l'esercito 
e fortificandoci non abbiamo punto l'intenzione di far 
la guerra, ma di provvedere ai mezzi di difesa del no- 
stro territorio. 

« Il Ee d'Italia » — ho detto e ripetuto — « fedele 
ai trattati ed agli impegni internazionali, non ha dato 
nè darà mai l'esempio di mancare al suo dovere, ma 
forte del suo diritto esige solamente che sia rispettato ». 

I francesi sospettano che noi diffidiamo di loro, ed 
a dileguare i dubbii che credono i^ossano essere nell'a- 
nimo nostro, si sforzano a testimoniarci la migliore ami- 
cizia. Il duca Decazes fu molto esplicito in tale argomento, 
e mi disse e mi ripetè che nissuno dei partiti politici, 
i quali possono pretendere al governo della cosa pub- 
blica, commetterebbe la follìa di far la guerra all'Italia. 
Vi sono — egli soggiunse — i partiti estremi i quali 
oserebbero tentarlo, ma costoro non hanno probabilità 
di dominio, e poi non avrebbero alcun seguito nel paese. 

A quali partiti S. E. accennasse, io non ho bisogno 
di ricordarlo a V. M. Sono pur io dell'opinione del si- 
gnor ministro, che la Francia in questo momento non 
li seguirebbe; ma nella storia di questo paese l'ignoto 
è un mostro del quale dovremo temere, e siccome qui 
non si può essere sicuri dell'indomani, la prudenza c'im- 
pone di pensare ai casi nostri. 

La Francia subisce una crisi la cui soluzione è an- 
cora incerta. Eei^ubblicahi e governativi si dicono sicuri 
del fatto proprio e gli uui e gli altri usano i mezzi di 
cui possono valersi onde riuscire vincitori. 

Non mi occuperò dell'ipotesi del successo dei gover- 
nativi. Le conseguenze sono prevedibili: Mac-Mahon 
andrebbe sino al 1880, cioè compirebbe il settennato, col 
proponimento di chiedere nell'ultimo anuo della sua pre- 
sidenza una revisione della costituzione in senso monar- 
chico. Esaminerò quindi il caso in cui la vittoria toc- 
casse ai repubblicani. 

Se i repubblicani vincessero, quale sarebbe il contegno 
di coloro che furono gli autori dell'atto del 16 maggio! 
Faranno essi un colpo di Stato? E se lo tentassero e vi 
riuscissero, chi ne raccoglierebbe i beneficii 1 

II gabinetto è composto di orleanisti e bonapartisti, 
e se tutti cospirano concordi per la distruzione della 



Clero ed esercito in Francia 



19 



repubblica, ciascuno dei due partiti lavora per il trionfo 
della dinastia prediletta. 

Nel paese però il partito, il quale ha maggiore vi- 
talità dopo il repubblicano è il bonapartista, il quale 
parimenti è il più audace. Ma poco importa di ciò, e 
siccome uno dei due bisogna che soccomba nel caso in 
cui il colpo di Stato deve esser fatto, il più furbo dei 
due saprà disfarsi del suo competitore. 

Chiunque dei due vinca, e mettiamo che vincendo 
possa assumere senza contrasti il governo della Francia, 
dovrà il suo trionfo all'esercito ed al clero. L'esercito 
ed il clero — essendo le due forze di cui si sarà valso 
il vincitore — avranno delle pretese alle quali bisognerà 
dar soddisfazione. 

Quello che domanda il clero, tutti lo sanno: il ri- 
torno al passato, ed in questo è prima condizione il ri- 
stabilimento del potere temporale del papa. L'esercito 
alla sua volta vorrà rifare con qualche vittoria il pre- 
stigio perduto nell'ultima guerra con la Germania. 

È facile il comprendere che il terreno che meglio 
conviene alla reazione, e nel quale essa crede trovar 
facile successo, è l'Italia nostra. 

Ooteste mie congetture svanirebbero, qualora la Fran- 
cia abbandonasse le sue male abitudini, giungesse a co- 
stituire un regime di libertà, e smettesse per sempre il 
brutto giuoco delle rivoluzioni e dei colpi di Stato, dai 
quali nulla può sorgere di stabile e duraturo, la violenza 
ai tempi nostri non potendo essere buona arte di regno, 
IsToi però dobbiamo regolarci e provvedere come se fosse 
possibile l'attuazione delle ipotesi da me contemplate. 
Guai, se un mutamento di governo in Francia non ci 
trovasse pronti a difendere il trono italiano e l'indipen- 
denza nazionale! 

Non nascondo a Y. M. che i repubblicani ritengono 
impossibile un colpo di Stato. Essi son d'avviso che a 
Mac-Mahon mancherebbero l'ingegno ed i mezzi morali 
per un atto così audace, e che l'esercito non si presterebbe 
a tanto. Era pur di cotesto avviso il signor Thiers che 
vidi il 31 agosto, cioè tre giorni prima della sua morte 
e*che mi parlò con molta devozione di V. M. 

Dopo tutto quello che le ho rassegnato ho adempiuto 
al mio ufficio. Nei 29 anni di regno, Y. M. ha saputo 
con la sua intelligenza e col suo coraggio superare dif- 



20 



UNA MISSIONE SEGRETA 



ficoltà più. gravi di quelle da me prevedute, ed ha sa- 
puto evitare pericoli di maggiore entità. Il suo senno, 
la sua esperienza le suggeriranno quello che converrà 
fare in previsione degli avvenimenti, intesi i consiglieri 
responsabili della Corona. 

Mi permetta ora, Sire, che chiuda la presente, di- 
cendomi con tutta devozione e con affettuoso rispetto 
della M. V. 

L'umilissimo, obblig. servitore 

F. Oeispi. » 



12 settemlre. — Partenza per Berlino, via Bruxelles, 
alle 2,45 pom. Pernotto a Bruxelles. 

14 settembre, — Arrivo a Berlino alle 7 ant. 

Alle 12 e mezzo visita al barone Holstein, del Mini- 
stero degli Affari esteri, e quindi al conte di Biilow, se- 
gretario di Stato. 

Il conte di Launay, ambasciatore d'Italia, viene a 
trovarmi alle 3 Vg. 

Visitiamo il Reiclistag; scrivo al presidente Bennigsen^). 

15 settembre. — Eodolfo di Bennigsen telegrafa da 
Hannover : « Je viendrai cette nuit Berlin pour avoir 
Phonneur et le plaisir d'étre avec vous». 

Vado insieme a di Launay da Leonhardt, ministro 
di Giustizia del regno di Prussia, il quale ci manda per 
competenza da Friberg, presidente della Commissione 
germanica di giustizia. Parlo a questi dell'adozione in 
Germania dell'art. 3 del Codice Civile italiano. Egli sa- 
rebbe lietissimo di accoglierlo ; ma soltanto Bismarck è 
in grado di superare le difficoltà. 

Parto alle 8 pom. per Monaco di Baviera, dalla sta- 
zione di Anhalt. A mezzanotte sono a Lipsia. 

16 settembre. — Sono a Monaco alle 12,30. Parto al- 
l'una e mezza per Salisburgo, dove pernotto all'albergo 
d'Europa. 



i) Il barone Rodolfo di Bennigsen, capo del partito nazionale-liberale, era 
stato a Roma in maggio 1877, accolto con molta cortesia dal Presidente della 
Camera e da gran numero di deputati italiani. (N. d. C.) 



In viaggio per Gastein 



21 



17 settenibre. — Alle 9,45 ant. per Lend. Di là a Ga- 
stein, dove arrivo alle 6. 

Wildbad, la città dei bagni, siede in cima alla val- 
lata di Gastein, sul versante orientale del monte. Ivi 
è una sorgente di acque minerali, alle quali molti ri- 
corrono per guarirsi dal torpore delle membra e dalla 
inerzia dei nervi. Ogni anno vi arrivano più di 3000 fo- 
restieri a cercarvi salute. Ordinariamente, le persone che 
vi convengono appartengono alle alte classi sociali. 

Il monte dà origine al fiume Aclie, il quale esce fu- 
rioso da profondi crepacci, precipitandosi con due splen- 
dide cascate Funa sotto l'altra. Fino a pochi anni ad- 
dietro, la più parte delle case di Wildbad erano di legno. 
Dopo che l'imperatore di Germania ed il suo Gran Can- 
celliere preferirono i bagni di quel luogo, vi sorsero 
begli edifìci e magnifiche ville. 

Giunsi a Wildbad alle 6 p.m. e ne avvisai il prin- 
cipe di Bismarck, mandandogli una carta da visita, e, 
immediatamente dopo, un biglietto così concepito : 

« Hotel Straubingen, h. 6.40 du soir. 

AlteSSCj 

Dans le doute que vous n'avez pas encore regu ma 
carte, je vous écris ces quelques lignes pour vous prier 
de vouloir bien me fixer l'heure dans la quelle je pour- 
rais avoir Phonneur de vous voir. 

En attendant etc. » 

Il principe di Bismarck mandò subito a scusarsi per 
mezzo del suo segretario, che egli non poteva venir di 
persona per la sua malferma salute e che mi avrebbe 
all'istante medesimo ricevuto. 

Il principe di Bismarck dimora alla destra del fiume 
in una modesta casa di proprietà dello Straubingen che 
raggiungemmo in pochi minuti. Mi fecero salire al primo 
piano. Il principe era nel suo gabinetto, il cui uscio dà 
sul pianerottolo rimpetto alla scala. Nella camera erano 
poche sedie, un tavolo, una magnifica stufa di porcellana 
e, sdraiato a poca distanza dal padrone, un superbo cane. 
Sul tavolo era una piccola pistola col manico bianco. 

Aperta la porta, il principe si levò in piedi e mi 
venne incontro offrendomi la mano. 



22 



UNA MISSIONE SEGRETA 



— Sono lieto, Altezza, di poter fare la vostra per- 
sonale conoscenza. 

— Noi ci conosciamo da molto tempo ! 

— Sì, Altezza, oggi però ho il bene di vedervi la pri- 
ma volta e di potervi stringere la mano. 

Essendo venuto in Germania, io non potevo partirne 
senza avervi recato i saluti del mio Ee; e vi ringrazio 
cordialmente di avermi concesso di venirvi a trovare 
sin qui. 

— Ohe notizie mi portate d'Italia? Siete stato in 
Francia 1 Ohe dicono a Parigi ì 

— In Eoma si è preoccupati per le probabilità d'una 
guerra nel caso che nelle prossime elezioni i3olitiche in 
Francia vinca il partito reazionario. E poi non si è si- 
curi delPAustria, il cui contegno non è punto amiche- 
vole verso il nostro governo. 

Voi ci avete fatto dire dal barone Keudell che vor- 
reste stringere sempre più col nostro paese legami di 
amicizia, e pertanto io son venuto d'ordine del Ee a 
parlarvi di parecchie cose. 

La primissima è d'interesse tutto particolare per l'I- 
talia e la Germania, le altre di natura affatto interna- 
zionale. 

Oomincio da quella che riguarda noi e voi. 

Io non so se bisognerà ritoccare il nostro trattato 
di commercio del dicembre 1865. Sono però convinto che 
con l'apertura del Gottardo le relazioni fra i nostri paesi 
saranno più frequenti e che in conseguenza sarà utile 
di mettere i cittadini delle due parti in condizioni tali 
•V che non trovino ostacoli nei commerci ed in tutti gli 
atti della vita privata. A tale scopo il mio governo vor- 
rebbe che Vostra Altezza accettasse un trattato mercè 
cui i tedeschi in Italia e gli italiani in Germania fos- 
sero in uno stato di vera uguaglianza coi nazionali nello 
esercizio dei diritti civili. 

Andiamo ora agli argomenti di maggiore interesse 
e sui quali mi spiegherò in poche parole. 

10 sono incaricato di chiedervi se voi siete disposto 
a stipulare con noi un trattato di alleanza eventuale, 
nel caso che fossimo costretti a batterci con la Francia 
o con l'Austria. 

11 mio Ee vorrebbe inoltre mettersi d'accordo con 
l'Imperatore per la soluzione della questione orientale. 



Colloquio col principe di Bismarclz 



23 



— Accetto (li tutto cuore la proposta per un trattato 
elle metta gli italiani in Germania e i tedeschi in Italia 
allo stesso livello dei nazionali e che per gli uni e i)er 
gli altri vi sia una perfetta uguaglianza nello esercizio 
dei diritti civili. I^on posso però farlo senza averne prima 
parlato ai miei colleghi. Un trattato di tal genere mi 
conviene, perchè sarebbe una ]3ubblica manifestazione 
del nostro accordo con l'Italia. 

Andiamo al resto. 

Voi conoscete le nostre intenzioni. Se V Italia fosse 
attaccata dalla Francia, la Germania si riterrebbe soli- 
dale e si unirebbe a voi contro il comune nemico. Per 
un trattato a codesto fine potremo intenderci. Giova, 
però, sperare che la guerra non si renderà necessaria 
e che potremo mantenere la pace. La repubblica non 
può vivere in Francia che essendo pacifica; e se tale 
non fosse, correrebbe rischio di perdersi. A mio avviso 
la guerra sarebbe solamente possibile nel caso d'un ri- 
torno della monarchia. 

Le dinastie, in quel paese, sono per necessità cleri- 
cali, e perchè il clero vi è irrequieto e potente, e perchè 
ì Re, onde illudere le plebi, hanno bisogno di essere 
battaglieri, ne viene per conseguenza ch'essi son costretti 
ad attaccar lite coi vicini. È stato sempre così in tutti 
i tempi, e ne troverete esempi a cominciare dal regno 
di Luigi XIV. 

Per l'Austria la posizione è tutta diversa. Io non 
oso supporre il caso che essa ci possa essere nemica; e 
vi dirò francamente che non voglio neanche prevedere 
codesta eventualità. 

Domani dovrò trovarmi col conte André,ssy, e par- 
lando con lui voglio in fede mia assicurarlo che non 
ho impegni con alcuno e che gli sarò amico. 

La guerra russo-turca è proceduta contrariamente 
ad ogni previsione, e però l'Austria non ha avuto bi- 
sogno di passare la frontiera. Spero che questo bisogno 
non verrà, e che la lotta sarà limitata fra i due com- 
battenti e potrà rimanere localizzata. 

Noi teniamo a che l'Austria e la Eussia siano amiche 
e cerchiamo di mantenerle tali. 

Si possono discutere le varie ipotesi secondo le quali 
convenga risolvere la questione d'Oriente, e si possono 
anche determinare certi criteri onde procedere d'accordo. 



24 



UNA MISSIONE SEGRETA 



Bisogna però convenire che l'esercito russo non è stato 
fortunato fin oggi e che ci è ignoto per ora quale possa 
essere la fine della guerra. 

Lo Czar deve fare grandi sforzi ancora. Se Pesercito 
russo ritornasse sconfìtto, lo Czar potrebbe avere fastidi 
in casa sua. 

Comunque sia è un affare che lo riguarda, anzi dovrò 
confessarvi, che in cotesta questione d'Oriente, la Ger- 
mania non ha interesse alcuno, e per noi qualunque so- 
luzione la quale non turbi la pace europea, sarà sempre 
accettata. 

— Ammiro la vostra franchezza, e vi dico che se 
fossi al vostro posto non parlerei diversamente. 

Eesta, dunque, inteso che faremo una convenzione 
per assicurare ai tedeschi in Italia ed agli italiani in 
Germania l'esercizio dei diritti civili, come ne godono i 
nazionali. Potrebbe alla convenzione servir di base l'ar- 
ticolo 3.° del Codice Civile italiano, il quale accorda que- 
sto benefìcio agli stranieri. 

Siamo ,pure d'accordo per quanto si riferisce alla 
Francia. 

Permettemi ora, pel resto, che io vi sottoponga al- 
cune domande: 

Credete voi che l'Austria vi sarà sempre amica ? Per 
ora essa ha bisogno di voi, dovendo riparare ai danni 
patiti al 1866 e voi soli potendo assicurarle la pace senza 
la quale essa non potrebbe riordinare le sue fìnanze e 
ricostituire il suo esercito. Ma l'Austria non può dimen- 
ticare il passato, nè può vedere di buon occhio il nuovo 
imi)eratore di Germania. 

Voi dite che la Germania non ha alcun interesse 
nella questione d'Oriente. Sia pure. Devo, intanto, ri- 
cordarvi che il Danubio per una buona parte è fiume 
tedesco; esso tocca Eatisbona e vanno per la via del 
Danubio le merci tedesche al Mar ì^evo. 

Noi italiani non possiamo essere disinteressati come 
voi nella soluzione della questione d'Oriente. Le voci 
che corrono ci fanno temere che noi ne saremo dan- 
neggiati. Se le grandi Potenze stabiliranno d'accordo di 
astenersi da ogni conquista nelle Provincie balcaniche 
e converranno che il territorio tolto ai turchi dev'essere 
lasciato alle popolazioni del luogo, noi nulla avremo a 
ridire. Vuoisi però che la Eussia, per assicurarsi l'ami- 



Le frontiere orientali d'Italia 



25 



cizia delPAustria, abbia offerto a questa la Bosnia e la 
Erzegovina. Or l'Italia non potrà permettere che PAu- 
stria occupi quel territorio. 

Voi lo sapete : al 1866 il regno d'Italia rimase senza 
frontiere dalla parte delle Alpi orientali. Se l'Austria 
ottenesse nuove Provincie, le quali la rinforzassero nello 
Adriatico, il nostro paese resterebbe stretto come entro 
una tenaglia e sarebbe esposto ad una facile invasione 
tutte le volte che ciò convenisse al vicino impero. 

Yoi dovreste aiutarci in questa occasione. Xoi siamo 
fedeli ai trattati e nulla vogliamo dagli altri. Yoi do- 
vreste domani dissuadere il conte Andrassy da ogni de- 
siderio di conquiste nel territorio ottomano. 

— L'Austria segue una buona j)olitica, ed io devo 
credere che vi persisterà. Un solo caso vi potrebbie es- 
sere che valga a rompere ogni accordo tra l'Austria e 
la Germania ed è una differenza nella politica dei dae 
governi in Polonia. 

In Polonia esistono due nazioni : la nobiltà ed il con- 
tadiname (la noUesse et le paysan), di natura ed abitudini 
diverse. La prima è irrequieta, faziosa; il secondo è tran- 
quillo, laborioso, sobrio. L'Austria accarezza la nobiltà. 

Se scoppiasse un movimento polacco, se l'Austria lo 
aiutasse, noi dovremmo opporci. Xoi non possiamo per- 
mettere la ricostituzione di un regno cattolico alle no- 
stre frontiere. Sarebbe la Francia del Xord. Oggi, ne 
abbiamo una ; allora avremmo due Francie, le quali na- 
turalmente sarebbero alleate e noi saremmo in mezzo 
a due nemici. 

La risurrezione della Polonia ci nuocerebbe anche 
per altri motivi; essa non potrebbe avvenire senza la 
perdita di una parte del nostro territorio. Ora noi non 
possiamo rinunziare a Posen e a Danzica, perchè l'im- 
pero tedesco resterebbe scoperto dalla parte dei confini 
russi e perderebbe i suoi sbocchi nel Baltico. 

L'Austria sa che non può ritornare indietro e sa che 
noi siamo amici leali. Essa è in una buona via e non 
ha interesse di abbandonarla. Se mutasse, se si facesse 
protettrice del cattolicismo, muteremmo anche noi, ed 
allora, per conseguenza, saremmo con l'Italia. Per ora 
nulla ci dà a credere che questo avvenga. 

^on cerchiamo coi sospetti di dar x^retesto a che l'Au- 
stria cangi politica. Yi sarà sempre tempo a provvedere. 



26 



UNA MISSIONE SEGRETA 



Il Danubio non ci riguarda. Esso è navigabile da 
Belgrado in poi; a Ratisbona non vi sono che alcune 
zattere (quelques radeaux). 

L'Austria al 1856, nel Congresso di Parigi, i)er suo 
proprio interesse trascurò la Confederazione germanica 
nella Commissione pel Danubio ed in verità non ce ne 
era bisogno. L'Austria fa i suoi commerci per la via di 
Trieste e di Amburgo. 

La Bosnia, come tutta la questione orientale, non 
tocca gli interessi tedeschi. Se potesse esser causa di 
dissidi tra l'Austria e l'Italia ce ne dorrebbe, perchè 
vedremmo combattersi due amici, che vogliamo siano 
in pace. 

Del resto, se l'Austria prenderà la Bosnia, l'Italia si 
prenda l'Albania o qualche altra terra turca sull'A- 
driatico. 

Io si)ero che le relazioni del vostro governo con quello 
di Vienna diverranno amichevoli e col tempo anche cor- 
diali. Nulladimeno, se v'impegnaste contro l'Austria me 
ne dorrebbe, ma non faremmo la guerra per questo. 

A questo x)unto si apre la porta ed entra il conte 
Erberto di Bismarck con un fascio di telegrammi. Egli 
li dà al x)adre, il quale, dopo averli letti, ordina le re- 
lative risposte e l'altro se ne parte. 

Quasi immediatamente dopo si presenta la principessa 
di Bismarck, la quale porta al marito una limonata mi- 
nerale. 

Mi alzo ed egli : 

— Mia moglie. 

Presento alla signora i miei complimenti. Il Principe 
beve e la Principessa esce. Eimasti di nuovo soli riprendo 
la parola. 

— Comprendo il vostro contegno verso la Corte di 
Vienna e lo rispetto. 

Permettemi, però, di farvi osservare che l'unità ger- 
manica non è ancora compita. DaL1866 al 1870 avete 
fatto miracoli, ma avete molte popolazioni tedesche fuori 
del territorio dell'impero e certamente presto o tardi 
saprete attirarle a voi. 

A voi non dispiace il territorio austriaco. Voi venite 
qui ogni anno, e Gastein, che segna con le Alpi la vera 



BismarcJc e la rivoluzione italiana 



27 



frontiera della Germania, lia per me un significato; può 
essere anche una predizione.... 

— Ah! no, voi v'ingannate. Io son venuto qui anche 
prima del 1866. E poi ascoltate: 

Noi abbiamo un grande impero da governare, un im- 
pero di 40 milioni di abitanti, con vaste frontiere. Esso 
ci dà molto da fare, e non vogliamo, per ambizione di 
nuove conquiste, rischiare quello che abbiamo. L'opera 
alla quale ci siamo dedicati assorbe la nostra mente ed 
il nostro tempo. 

Noi abbiamo molte difficoltà da superare. Il Ee, alla 
sua età, non può ricevere grandi scosse. Ha fatto mol- 
tissimo per la Germania e bisogna che riposi. 

Abbiamo, nel nostro territorio, parecchi principi cat- 
tolici, una regina cattolica ed anche francese, un clero 
irrequieto che a tener tranquillo bisogna sottoporre a 
leggi speciali. Noi siamo interessati al mantenimento 
della pace. Se ci offerissero qualche provincia cattolica 
dell'Austria, la rifiuteremmo. 

Ci venne imputato che vogliamo l'Olanda e la Da- 
nimarca. 

Ohe mai ne faremmo! Abbiamo abbastanza popola- 
zioni non tedesche, per non doverne volere delle altre. 
Oon l'Olanda siamo in buoni termini e con la Dani- 
marca le nostre relazioni non sono cattive. Finché sarò 
ministro sarò con l'Italia, ma pur essendo vostro amico 
non intendo romper con l'Austria. 

Al 1860, io mi trovava a Pietroburgo, ma ero con 
voi di cuore. Seguendo i vostri successi, n'ero conten- 
tissimo, perchè i vostri successi convenivano alle mie idee. 

Dopo tutto ciò dovrò ripetervi che noi desideriamo 
voi siate amici dell'Austria. Nella soluzione della que- 
stione d'Oriente, si può trovare un accordo, prendendo 
voi in compenso una provincia turca dell'Adriatico, qua- 
lora l'Austria prendesse la Bosnia. 

— Una provincia turca sull'Adriatico a noi non basta, 
non sapremmo che farne. 

Noi verso l'Oriente non abbiamo frontiere ; l'Austria 
è al di qua delle Alpi e può entrare nel regno quando 
a lei piaccia. Noi nulla vogliamo dagli altri; saremo 
fedeli ai trattati, ma vogliamo essere sicuri in casa 
nostra. 

Parlatene al conte Andràssy. 



28 



UNA MISSIONE SEGRETA 



— No, non voglio toccare la questione della Bosnia 
e molto meno quella delle vostre frontiere orientali. La- 
sciamole per ora. Io non voglio trattare argomenti che 
possono dispiacere al conte Andràssy, perchè voglio te- 
nermelo amico. 

— Va bene; fate come meglio credete. 
Ora ditemi un poco. 

Voi tenete alla pace e sperate che questa possa 
durare. 

Abbiamo trattato l'ipotesi che in Francia possa vin- 
cere il partito reazionario e che possa ritornarvi la mo- 
narchia. Contro questo avvenimento, abbiamo convenuto 
che bisogna provvedere. 

Ma facciamo un'altra ipotesi: 

8e dalle elezioni generali in Francia riuscissero vin- 
citori i repubblicani, non potreste trovare il modo d'in- 
tendervi f 

Questa domanda non ve la fo a caso. 

Io vidi a Parigi il deputato Gambetta, il quale ha 
molta influenza nel suo paese. Abbiamo discorso a lungo 
sulle condizioni politiche della Francia e sulla necessità 
della pace europea, anche pel consolidamento della re- 
pubblica. Io non gli nascosi che sarei venuto da voi ed 
egli mi manifestò il desiderio di un accordo con voi e 
volle che io ve ne parlassi. 

Io comprendo che un'alleanza tra la Francia e la 
Germania non è ancora possibile, perchè gli animi in 
quel paese sono troppo inaspriti (aigris) dopo le scon- 
fitte patite. Ma havvi un punto sul quale potreste in- 
tendervi, e l'Italia vi seguirebbe; è quello del disarmo. 

— Un'alleanza con la Francia repubblicana sarebbe 
senza scopo per noi. ^) Il disarmo dei due paesi non sa- 
rebbe possibile. Questo argomento prima del 1870 fu 
trattato con l'imperatore Napoleone, e dopo tanto di- 
scutere fu provato che il concetto di un disarmo non 
può riuscire nella pratica. Non furono trovati ancora 
nel dizionario i vocaboli che fissino i limiti del disarmo 
e dell'armamento. Le istituzioni militari sono diverse 

i) Cfr. Memorie del principe di Hohenlohe, II. 407: «5 settembre 1877. 
Gastein. Quant à la France il [Bismarck] compte l'écarter de toutes les combi- 
naisons de grande politique et veut eviter tout rapprochement. » 

(N. d. C.) 



L'accordo franco-germanico 



29 



nei varii Stati, e quando avrete posto gli eserciti sul 
piede di pace, non potrete dire che le nazioni, le quali 
hanno aderito al disarmo, siano in eguali condizioni di 
offesa e di difesa. Lasciamo questo argomento alle So-' 
cietà degli amici della pace. 

— E allora limitiamoci al trattato di alleanza pel 
caso che la Francia ci attacchi. 

— Prenderò gli ordini dell'Imperatore per trattare 
in via ufficiale un'alleanza eventuale. 

L'ora essendo tarda ed essendo esauriti gli argomenti 
che dovevo trattare, mi levai per congedarmi. 

— Eesterete ancora a Gastein 1 — chiese il Principe. 

— ì^o, Altezza. Ogni permanenza in questi luoghi 
sarebbe inopportuna. Non ho dato il mio nome nè all'al- 
bergo di Europa a Salisburgo, nè qui all'albergo Strau- 
bingen. 

— Allora, arrivederci. 

— Arrivederci. 

18 settembre. — Alle 9 ^4 del mattino lasciai Wildbad- 
Gastein, prendendo posto in un carrozzino, il quale in 
tre ore mi portò a Lend. Il treno non era ancora giunto 
e bisognò attendere qualche ora alla stazione. 

Ootesta di Lend è la ferrovia che viene dal Tirolo 
e conduce in Germania. Alle 2 p. partimmo ; alle 5 p. era- 
vamo a Salisburgo e a Monaco alla mezzanotte. — Scesi 
all'albergo delle Quattro Stagioni, 

Monaco di Baviera^ 19 settembre. — È a Monaco un 
Inviato straordinario e ministro plenipotenziario del 
Ee d'Italia. In verità io non comprendo perchè debba 
tenersi una rappresentanza diplomatica in Baviera. Dopo 
la costituzione del grande impero, i principotti tedeschi 
non hanno più voce in capitolo nella politica europea. 
I trattati si fanno a Berlino ed il Gran Cancelliere pensa 
ed agisce nell'interesse di tutti i popoli e di tutti gli 
Stati tedeschi. 

La legazione a Monaco è tenuta dal conte Eati- 
Opizzoni. Il suo ufficio è una vera « sine cura ». Ancora 
non ha casa e vive in albergo, dove lo trovai. Il foglio 
prediletto che a lui giunge d'Italia, è V Unità Cattolica. 

Da Monaco telegrafai al Ee e al presidente del Con- 



30 



UNA MISSIONE SEGEETA 



siglio i risultati del mio colloquio col principe di Bis- 
marck. 

Al Ee, col quale avevo la cifra in francese, scrissi così : 

« J'ai parie avec Bismarck. Il accepte traiter ali lance 
défensive et offensive dans le cas où la France nous 
attaque. Il prendra les ordres de S. M. l'Empereur pour 
traiter offìciellement. 

« Je retourne à Berlin, toujours aux ordres de V. M. ». 

Il dispaccio alPon. Depretis fu nei termini seguenti : 

«Ebbi a Gastein conferenza due ore con Bismarck. 
Accetta trattare alleanza eventuale, qualora Francia 
attacchi. Accetta art. 3 Codice Civile quale dimostrazione 
politica. Rifiuta trattato eventuale contro l'Austria. Que- 
stione Orientale non tocca interessi Germania. Prenderà 
ordini dell'Imperatore onde trattare ufficialmente. — 
Scrivimi Berlino ». 

Alle 3 Vé p. sono partito da Monaco. Il conte Rati- 
Opizzoni ebbe la cortesia di accompagnarmi alla stazione. 

Berlino, 20 settembre. — Arrivo a Berlino alle 7,45. 
Trovo una lettera del dottor Giovanni Valeri, professore 
di lingua e letteratura italiana della principessa impe- 
riale Vittoria, moglie del principe Federico Guglielmo, 
erede del trono germanico. Il Valeri, che era venuto per- 
sonalmente all'albergo nella mia assenza, mi scrive che 
avrebbe a parlarmi di qualche cosa d'importante e però 
chiede di vedermi. Lascia il suo indirizzo : Deutsch Hans 
— Potsdam. 

Gli telegrafo che poteva venire in giornata, in quella 
ora che a lui sarebbe parsa opportuna. 

Verso le 11 ant. gli onorevoli Ludwig Loewe e Fe- 
derico Dernburg, deputati al Reichstag, vengono a nome 
dei colleghi e dei membri del Landjiag a manifestare il 
loro desiderio di tenere un banchetto parlamentare per 
me. Consento, lasciando ai medesimi la scelta del giorno. 

Il Loewe è progressista, il Dernburg è del partito 
nazi on ale-liberale. 

Il conte di Launay viene a visitarmi e mi reca due 
telegrammi del Ee. Annunzio al nostro ambasciatore 



La soddisfazione del Re 



31 



che il principe di Bismarck aveva accolta favore volnien te 
la proposta di un trattato che accordi ai cittadini ita- 
liani in Germania l'esercizio dei diritti civili alle uguali 
condizioni dei nazionali. 

I telegrammi del Re sono uno del 17, in risposta 
alla mia lettera da Parigi dell'll settembre, e l'altro del 
20, in risposta al mio dispaccio da Monaco. 

II i)rimo è così concepito: 

« Merci pour votre lettre, qui m'a fait beaucoup de 
plaisir parce que je vois que vos idées sont parfaitement 
d'accord avec les miennes. Je remarque cependant que 
vous ne me parlez pas des aspirations ministerielles. 

Faites moi le plaisir de me télégraphier si je dois 
écrire quelque chose au prince de Bismarck, ou si vous 
ferez de vous-méme sans moi. Je vous souhaite bonne 
réussite dans tout et je me fìe entièrement dans votre 
expérience et habileté. Bien des amitiés 

Victor Emmanuel. » 

Il secondo telegramma è del seguente tenore: 

« Je vous remercie. Tachez d'avoir quelque document 
positif pour pouvoir traiter. 

Victor Emmanuel. » 

L'onorevole Depretis non si affrettò a rispondere al 
mio dispaccio da Monaco, talché dovetti sollecitarlo. Ed 
allora egli, la sera del 20, telegrafò : 

« Ricevuto ieri tuo dispaccio ». 

Gli scrivo la seguente lettera nella quale gli fo una 
narrazione del mio colloquio col principe di Bismarck: 

« Berlino, 20 settembre 1877. 

Caro Depretis, 

Ieri da Monaco di Baviera ti trasmisi in cifra il se- 
guente dispaccio telegrafico: «Ebbi a Gastein una confe- 
renza di due ore con Bismarck. Accetta trattare alleanza 
eventuale, qualora Francia attacchi. Accetta art. 3 del 



32 



UNA MISSIONE SEGRETA 



Codice Civile quale dimostrazione politica. Eifiuta trat- 
tato eventuale contro Austria. — Questione Orientale 
non tocca interessi Germania. — Prenderà ordini del- 
rimperatore onde trattare ufficialmente. — Scrivimi a 
Berlino ». 

A S. M. che avevo promesso tenere informato dello 
stesso argomento, telegrafai anche in cifre nei termini 
seguenti : « J'ai parie avec Bismarck. Il accepte traiter 
alliance défensive et offensive dans le cas où la France 
nous attaque. Il prendra les ordres de S. M. TEmpereur 
pour traiter officiellement. Je retourne à Berlin, toujours 
aux ordres de V. M. ». 

Ti avverto che nulla ho detto a Launay delle nostre 
pratiche per l'alleanza, con lui essendomi soltanto limi- 
tato a discorrere dell'art. 3 del Codice Civile. 

Eccoti come sono andate le cose: 

Giunsi in questa città il 14 alle 7 del mattino. A 
mezzogiorno fui a trovare il barone Holstein, al quale 
manifestai il desiderio di vedere il principe di Bismarck. 
Egli affacciò varie obiezioni di forma e di sostanza. 

11 Principe è a Gastein. Una visita colà, essendo una 
località molto piccola, salterebbe agli occhi di tutti e 
darebbe occasione ad ampi commenti alla stampa europea. 
Sarebbe più conveniente vederlo qui, in una grande città 
molte cose potendo farsi senza che il pubblico se ne av- 
vegga. Soggiunse che il Principe sarebbe lieto di ve- 
dermi e di parlarmi, essendo già stato avvertito del mio 
viaggio in Germania. 

Queste erano le obiezioni sulla sostanza. 

In quanto alla forma, PHolstein fu d'avviso che bi- 
sognava valersi dell'opera del barone di Blilow per chie- 
dere una udienza al Principe. I^el ministero degli esteri 
havvi disciplina e non si osa fare cosa alcuna fuori della 
gerarchia. 

— « Del resto il di Biilow, egli concluse, è nella 
piena confidenza del Principe, anzi in questi tempi egli 
è il vero ministro degli affari esteri in assenza del gran 
Cancelliere ». 

Fui introdotto dal sig. di Biilov. È un uomo sui 
sessant'anni, gentilissimo, che mi accolse come un vec- 
chio amico. 

Egli sapeva che sarei venuto a Berlino, essendone 
stato informato dal conte Launay. 



Relazione al Presidente del Consiglio 



33 



Dopo una discussione generica sugli interessi politici 
della Germania e dell'Italia, dopo aver convenuto che 
le due nazioni, avendo gli stessi principii a sostenere, 
lo stesso nemico a combattere, debbano essere unite e 
concordi, il di Biilow promise che avrebbe scritto al 
Principe e che lo avrebbe prevenuto del mio desiderio 
di vederlo. 

Il 15, di Biilow ed Holstein vennero a cercarmi al- 
l'albergo, ma io era uscito. L'Holstein mi scrisse allora 
che doveva darmi qualche notizia. 

Andai subito e seppi che il Principe aveva risposto 
affermativamente e che mi aspettava a Gastein. Senza 
metter tempo in mezzo, la sera alle 8 partii e in 17 ore 
fui a Monaco, donde mi recai a Salisburgo, pernottandovi. 

Il 17 alle 9,45 del mattino presi la via di Lend, dove 
arrivato alle 2 p. m. fìttai una vettura, la quale in sei 
ore mi portò a Gastein. 

Da Lend salendo la montagna dalla quale si preci- 
pita l'Ache, la strada è difficile ed i cavalli stentano a 
camminare. Si entra in una gola detta il Elamm-Pass, 
stretta, scura, fredda, donde poi si esce nella vallata di 
Gastein, tortuosa, lunga parecchie miglia. Le cime del 
Klamm-Pass ed i monti che chiudono la vallata erano 
ricoperti di neve ed io non mi ero provvisto di forti 
abiti, onde ripararmi dal freddo. 

Giunto a Gastein, che è alla fine della vallata, anzi 
sotto la cima del Beiclmiberg, ero stanco e mi sarei vo- 
lentieri riposato. Nonostante, trasmisi una mia carta e 
poscia scrissi un biglietto al principe di Bismarck, il 
quale mandò subito il suo segretario per scusarsi che 
non poteva venire lui stesso di persona per la sua mal- 
ferma salute, ma che mi avrebbe subito ricevuto. 

Andai e stemmo insieme dalle 7 V2 alle 10 di sera, 
discorrendo di tutto ciò che d'interessante presenta l'Eu- 
ropa e che, per quanto specialmente ci riguarda, tro- 
verai in sunto nei miei precedenti telegrammi. 

Della nostra conferenza avrai una ampia relazione. 
Per ora ti dirò che, se per la questione d'Oriente non 
esiste un trattato scritto fra i tre imperatori, sono fis- 
sate, però, da loro le condizioni secondo le quali in date 
evenienze la questione medesima deve esser sciolta. Se 
la Eussia si avanzerà, l'Austria occuperà la Bosnia e 
l'Erzegovina e, in caso d'una ripartizione del territorio 



Crispi, Politica estera. 



3 



84 



UNA MISSIONE SEGRETA 



turco, se le annetterà. Avendo io osservato che Pltalia 
non potrebbe vedere con indifferenza l'ingrandimento 
dell'Austria alla sinistra dell'Adriatico, Bismarck mi 
rispose : 

« Prendetevi l'Albania ». 

Ed avendogli dichiarato che non ci pensavamo punto 
e che bisognava ch'egli si frapponesse affinchè ci fosse 
dato un compenso con una rettificazione delle frontiere 
dalla parte delle Alpi, mi osservò che di ciò non si po- 
teva parlare a Vienna e che la Germania, amica delle 
due potenze, doveva desiderare e procurare la pace tra 
l'Austria e l'Italia, e che nello stato attuale e finché 
l'Austria non mutasse politica, doveva tenere il silenzio 
per non suscitare sospetti. 

Ora, io sarei d'avviso che stante gl'insuccessi russi 
ed in previsione d'una ripresa d'armi in primavera, con- 
venisse parlar chiaro e franco a Vienna e Londra, e dir 
netto il nostro pensiero. Intanto, bisognerebbe affrettare 
i nostri armamenti e provare che anche noi abbiamo 
tutti gli argomenti per farci ascoltare. 

La mia corsa da Berlino a Gastein fu un mistero. 
A Salisburgo ed a Gastein agli alberghi non fu rivelato 
il mio nome. 

Di Launay seppe della mia visita a Bismarck, ma 
secondo le tue istruzioni gli tacqui il vero scopo della 
visita. 

E qui fo punto per oggi, e cordialmente ti saluto. » 

Alle 8 di sera viene il dottor Valeri per dirmi che 
la Principessa imperiale desiderava una mia visita. 

Eisposi che mi sentivo onorato della cortese mani- 
festazione della nobile Principessa e che lasciavo a 
S. A. I. di fissare il giorno che avrei potuto vederla. 

Il Valeri disse che la Principessa era invaghita del- 
l'Italia e che ne seguiva con amore i progressi. Lieta 
della visita a Berlino del Presidente della Camera Ita- 
liana, S. A. I. avrebbe gradito che egli si fosse recato 
a Potsdam. 

Pregai il cortese messaggero di ringraziare l'illustre 
Principessa e di dirle che sarei stato fortunato di poterle 
ripetere a voce l'omaggio della mia devozione. 

Berlino, 21 settembre, — Il telegramma di ieri del- 



Un invito della Principessa Imperiale 



35 



Fon. Depretis non essendo soddisfacente replicai col 
seguente : 

« Ebbi tuo laconico dispaccio telegrafico. S. M. il Ee 
fu più gentile di te. Avverti che di Launay ignora trat- 
tative alleanza contro Francia ». 

Il sig. di Holstein mi scrive: 

« Berlin, 21 sept. 1877. 

Monsieur le Président, 

Pouvant parfaitement imaginer à quel point tonte 
tientative de vous trouver chez vous serait une pure 
formalité, je me permets de m'annoncer d'avance, pas 
par égard de la personne du soussigné, mais parce que 
j'ai quelque chose à communiquer. 

J'aurai donc Phonneur de passer chez vous demain 
samedi vers deux heures. 

Dans le cas où cela viendrait à déranger des com- 
binaisons antérieures, je vous prie de croire que je serai 
ici à votre disposition depuis midi à 5 heures. 

Yeuillez agréer, monsieur le Président, Fexpression 
de mes sentiments de très haute considération. 

Holstein. » 



All'una pomeridiana vado dal sig. di Holstein; mi 
dà la notizia che il principe di Bismarck sarebbe venuto 
a Berlino. 

Mi chiede quale impressione aveva io portato del mio 
viaggio a Gastein. Gli rispondo che n'ero contentissimo e 
che speravo, al prossimo ritorno del Principe alla capi- 
tale, di potermi confermare in quei convincimenti che 
avevo tratti dal mio colloquio con S. A. pel bene delle 
due nazioni. 

Il sig. di Holstein è d'avviso che diffìcilmente avrei 
potuto rivedere il principe di Bismarck. Questa volta 
S. A. sarà molto occupato e diffìcilmente avrà tempo a 
ricevere. Nulla di meno potrebbe fare una eccezione. 

L'Holstein ha l'incarico di dirmi che S. A. E. e I. la 
principessa Vittoria desiderava una mia visita e che 



86 



UNA MISSIONE SEGRETA 



facilmente mi avrebbe invitato a pranzo al palazzo di 
Potsdam. Egli soggiunge che non avrei tardato a rice- 
vere l'invito. 

Eitornato all'albergo, trovo una lettera del deputato 
Dernburg che mi annunzia per domenica, 23, il ban- 
chetto parlamentare. La lettera è così concepita: 

« Berlin, den 21 sept. 77. 

Monsieur le Président, 

Vous avez bien voulu accepter le petit banquet, que 
les membres du Eeichstag et du Landtag, présents à 
Berlin, ont eu l'honneur de vous offrir comme témoi- 
gnage des leurs sympathies pour vous, Monsieur le Pré- 
sident, pour vos coUegues et pour votre grande et belle 
patrie. 

Puisque vous avez eu la bonté de nous laisser le 
choix du jour, nous nous avons propose le dimanche 
prochain. IN'ous nous permettrons de venir vous chercher 
à cinq heures moins un quart. 

Je suis heureux de pouvoir vous exprimer, au nom 
de mes collègues et dans mon nom personnel, le vif 
plaisir et la grande satisfaction que votre présence en 
Allemagne nous inspire. J'en tire les meilleurs consé- 
quences pour les relations futures des deux peuples déjà 
si étroitement unis. 

Agréez l'expression de ma considération la plus dis- 
tinguée avec laquelle je suis, Monsieur le Président, 
votre très devoué 

F. Dernbueg 

membre du Reichstag' et chef redacteur de la Nationalzeitung. „ 



Eispondo così: 

« Kaiserhof, ce 21 7nibre. 

Monsieur et clier collègue, ^ 

En remerciant vous et vos collègues, au Eeichstag 
et au Landtag, de l'honneur que vous me faites, j'ac- 
cepte l'invi tation et je vous attendrai à l'hotel dimanche 
23 courant à l'heure que vous m'avez indiquée. Agréez, 
monsieur, mes salutations bien cordiales ». 



Vìi invito del Reichstag e del Landtag 



37 



Scrivo alPon. Depretis: 

« Il conte di Launay, avendo ricevuto un biglietto dal 
Maresciallo di Corte, il quale annunziava che la Princi- 
pessa mi voleva a pranzo la sera di domenica 23, egli 
venne ad informarmene. 

La coincidenza dei due inviti ci mette in imbarazzo, 
non sapendo come svincolarci dall'uno o dall'altro. L'am- 
basciatore di S. M. assume l'incarico di trovar modo a 
risolvere il problema ». 

La sera, ad ora tarda, ricevo da Eoma il seguente 
dispaccio dell'on. Depretis in risposta al mio del mattino : 

« Mio laconismo solito cresce maggiormente per ma- 
lattia che mi tiene da otto giorni obbligato a letto. Ma 
tu devi dargli interpretazione come attestato di prudenza 
che non esamina e riconosce per opera tua il risultato 
del colloquio del quale mi hai dato notizia. Lasci in so- 
speso una grave quistione e la più urgente. Procura, se 
non puoi ottenere altro, di lasciare un addentellato che ci 
permetta di ritornarci sopra e d'insistere.^^ Pare a me si 
dovrebbe comprendere che nella questione Orientale non 
è possibile rimanere indifferenti ad una soluzione che 
ingrandisce Austria ». 

Immediatamente risposi telegrafando così: 

« Con vivo rincrescimento apprendo tua malattia. 
Eventuale ingrandimento Austria fu trattato e può es- 
sere ripreso. ^) Bisogna però trattare a Vienna e Londra 
la questione ». 

22 setteììibre. — Pel pranzo a Potsdam e pel pranzo par- 
lamentare fu trovata una conveniente soluzione, grazie 
a S. A. L la principessa Vittoria, che diede la priorità 
alla rappresentanza nazionale. 

Il conte di Launay mi scrive su cotesto argomento : 

1) Siccome avevo scritto a Depretis, la questione alla quale allude era 
stata ampiamente trattata. (Vedi mia lettera del 20 settembre). 

2) Nella stessa lettera del 20 settembre parlo delle mie obiezioni ai pro- 
posti acquisti dell'Austria e riferisco le risposte del principe di Bismarck. 



38 



UNA MISSIONE SEGRETA 



« Tutto è regolato per lo meglio. In risposta al mio 
dispaccio al Maresciallo di Corte, ricevo l'avviso che 
l'invito a Potsdam è rimesso a lunedì ». 

Il signor Federico Goldberg, corrispondente di varii 
giornali tedeschi e stranieri, avendomi domandato un 
colloquio consentii che fosse venuto a vedermi. 

Giunto all'ora indicatagli mi domandò j)rima di tutto 
se io fossi qui con una missione del governo italiano 
presso quello dell'Imperatore germanico e se ero con- 
tento della mia visita a Berlino. Eisposi ch'ero venuto 
nella capitale dell'impero germanico senza alcun incarico 
officiale, e che ero soddisfatto del mio viaggio, perchè 
avevo potuto constatare personalmente le simpatie dei 
tedeschi per l'Italia. 

Il sig. Goldberg lodò la politica italiana. Disse che 
nelle condizioni dell'Europa era molto difficile il man- 
tenimento della pace e che per la Germania e per tutte 
le altre nazioni una guerra avrebbe potuto riuscire di- 
sastrosa, perchè non ben definite ma incerte ancora le 
alleanze. 

Avendomi chiesto che cosa io pensassi della guerra 
turco-russa, risposi : 

— È un atto di prepotenza alla quale l'Europa as- 
siste impassibile. Ciò non sarebbe avvenuto senza la 
dissoluzione delle antiche alleanze. 

— Avete ragione, ma l'impero tedesco non può con- 
dursi altrimenti. La Germania non ha alcun interesse in 
Oriente, e se prendesse parte per la Turchia ne avremmo 
la guerra generale, perchè la Francia avrebbe facile pre- 
testo per correre sul Reno e vendicarsi delle sconfìtte 
patite al 1870. Vi assicuro, però, che ai tedeschi non è 
simpatica la Russia e che le perdite da essa subite sul 
Danubio hanno fatto piacere alla nostra popolazione. 

— ^^^on comprendo tutto ciò. Al 1870 la Russia, re- 
stando neutrale, influì ai vostri trionfi. Se la Russia fosse 
intervenuta anche dij)lomaticamente — e il povero Thiers 
fece tutto il possibile per riuscirvi- — l'esercito tedesco 
non sarebbe giunto a Parigi. Voi dovreste in conseguenza 
essergliene grati. 

— È purtroppo così; ma bisogna distinguere i te- 
deschi dalla Corte imperiale di Germania, i primi avver- 
sarli, Taltra amica della Russia. 



Una intervista 



39 



Le frontiere della Russia sono rigorosamente chiuse 
alle nostre merci ed ai nostri cittadini. Voi non potete 
immaginare quante noie diano la polizia ed i doganieri 
russi ai tedeschi e quanto sia diffìcile viaggiare in Russia. 

Ora, coteste voci si ripetono tutti i giorni e tutti i 
momenti, e siccome il popolo giudica dai fatti che toc- 
cano da vicino i suoi interessi, così le antipatie aumen- 
tano in proporzione del danno che esso riceve. 

— È possibile tutto ciò, ma la Germania ha vincoli 
politici con la Russia e bisogna che tutte e due sap- 
piano intendersi e procedere d'accordo. 

La Prussia è interessata come la Russia a mantenere 
le Provincie acquistate sul finire del secolo XVIII nel 
riparto della Polonia. Or bene, a cotesto scopo le Corti 
di Berlino e di Pietroburgo sono costrette a fare una 
eguale politica. 

— No, voi v'ingannate. Cotesto è un affare d'interna 
amministrazione e la Germania non ha bisogno dell'au- 
silio degli altri per garentire i suoi possedimenti nelle 
Provincie do^e le popolazioni non sono tutte tedesche. 
Nella Prussia occidentale e nel ducato di Posen, i veri 
polacchi sono in campagna e questi sono docili, operosi 
ed obbedienti. Ivi i signori non hanno una vera in- 
fluenza. 

Le città sono in gran parte germanizzate. A Posen 
è tedesca metà della popolazione, e a Danzica se i po- 
lacchi sono in maggioranza, non per questo sono temi- 
bili (ils ne soni pas à craindre pour cela). La città fiorisce 
pei suoi commerci, e la popolazione non ci guadagne- 
rebbe a separarsi dalla Germania. 

Del resto, Danzica ha una forte guarnigione, e una 
piazza militare di prim'ordine ed in conseguenza non è 
facile a prendersi, e ricordate quello che ci volle al 1813 
per farla capitolare. 

— Che la Germania nella Prussia occidentale possa 
in tempi ordinarli mantenere la sua autorità, non ho 
ragione di contrastarlo. Dubito, però, che ciò possa fare 
in caso di una rivoluzione. 

Ricorderete certamente la insurrezione polacca del 
1863 e non avrete dimenticato che, allora, Prussia e 
Russia credettero necessario un trattato ^) per cooperare 

i) Trattato dell'8 febbraio i863. 



40 



UNA MISSIONE SEGRETA 



a reprimerla. Le insurrezioni sono contagiose, massime 
quando sono animate dal principio di nazionalità. 

— Ma al 1863 non avevamo la Germania. 

— Sia pure, ma bisogna anclie ricordare clie nelle 
provinole di origine polacca la popolazione è cattolica 
ed i cattolici danno molto da fare. Fra i cattolici, il 
clero e la popolazione di Posen sono i più attivi ed i 
più arditi. 

— Questa è tutt'altra cosa. Il partito cattolico è 
forte in tutta la Germania; ha danaro, ha giornali, ha 
una potente organizzazione. Il partito cattolico però co- 
stituisce una vera minoranza in tutto l'impero. Può dare 
fastidii, ma non sarà mai temuto. È un partito come 
un altro, il quale è obbligato a rispettare le leggi e 
però può essere tenuto a freno. 

— Permettetemi intanto di farvi osservare che nelle 
Provincie polacche la questione è del tutto diversa. 

Nelle Provincie tedesche i cattolici sono tedeschi ed 
essi non possono volere la caduta dell'impero. I catto- 
lici polacchi nulla hanno di comune con la Germania; 
la loro patria è altrove e nella lotta religiosa trovereb- 
bero anche il modo di rivendicare la loro nazionalità. 

— Convengo con voi sulla gravità della questione, 
ma il principe di Bismarck sa il suo mestiere e ne ha 
dato prove in tutte le occasioni. A lui non riuscirà dif- 
fìcile tenere i polacchi al posto, qualora volessero tur- 
bare la pubblica pace. Nel novembre 1870, il clero di 
Posen, con lo arcivescovo alla testa, prese l'iniziativa per 
una agitazione in favore del potere temporale del Papa. 
Fu un inutile conato innanzi alla ferrea volontà del 
Principe. Il movimento si estese, ma non prese mai 
forma politica. Vennero le leggi di maggio col voto di 
tutti i partiti nazionali e col plauso di tutta la Ger- 
mania ed altre leggi verrebbero, se mai fossero neces- 
sarie. Il Principe era interessato a mantenere salda l'a- 
micizia della Germania colPItalia, ed i cattolici dovettero 
cedere ed obbedire. 

— Come italiano io devo essere riconoscente al go- 
verno tedesco pel suo contegno in tutto ciò che possa 
interessare il mio paese. Ma voi non avete trovato ra- 
gioni sufficienti per convincermi che, nella questione 
polacca, la Eussia e la Prussia non abbiano bisogno di 
procedere d'accordo. 



Al Ministero di Giustizia 



41 



Dopo ciò, mi sono alzato ed il mio interlocutore com- 
prendendo quale fosse il mio desiderio, si è congedato. 

Vedo il di Holstein e lo prego a volermi avvisare 
se e quando potrei vedere il principe di Bismarck. 

23 setteiìibre, — Eicevo la seguente lettera del si- 
gnor di Holstein. 

« Monsieur le Président, 

Le Prince part dans Paprès midi de demain, lundi, 
plus tòt qu'il n'en avait eu l'intention. Gependant il 
espère vous voir encore. Peut-étre aurez vous Poblig^eance 
de venir me trouver un peu avant une heure. À une 
heure, le Prince compte étre libre. Yeuillez agréer, mon- 
sieur le Président, Pexpression des mes sentiments de 
très haute considération. 

Dimanche. 

Holstein. » 



Alla mezza mi recai dal sig. di Holstein, nell'ufficio 
della Grande Cancelleria. Egli mi annunziò che il Prin- 
cipe era molto occupato e che non aveva potuto rice- 
vere alcuni ministri esteri. Soggiunse che mi riceverà 
domani all'una pomeridiana. 

Il sig. Holstein mi disse che il Principe aveva inca- 
ricato il dottor Leonhardt, ministro di Stato, dello studio 
della tesi sulla parificazione degli italiani ai tedeschi 
nell'esercizio dei diritti civili in Germania. Mi consigliò 
di andare da Leonhardt e d'intendermi con lui su cotesto 
argomento. 

Si parlò del banchetto e del pranzo alla Corte di 
Potsdam. Il Principe era lieto di cotesto manifestazioni. 

Alle due e mezza, accompagnato dal conte di Launay 
vado al Ministero di Giustizia per rivedere il dottor Leon- 
hardt. Questi è un uomo sui 60 anni: viso aperto, ma- 
niere affabili. Entrammo subito in materia. Dissi come 
sia oramai giunto il tempo che all'infuori della vita po- 
litica cessi ogni disparità di trattamento tra i cittadini 
dei vari Stati. Nella sfera delle relazioni individuali un 



42 



UNA MISSIONE SEGRETA 



giure universale deve garentire gli stessi diritti in ogni 
paese a tutti gli uomini, senza distinzione di nazionalità. 
Ricordai che l'Italia col suo nuovo Codice aveva dato 
l'esempio agli altri popoli, ammettendo gli stranieri al 
pieno esercizio dei diritti civili. Osservai essere deplo- 
revole che nessun governo ci avesse seguito in quella 
via. Dimostrai la necessità di un trattato tra la Ger- 
mania e l'Italia per togliere ogni difformità nelle legi- 
slazioni dei due paesi. 

Il Leonhardt si dichiarò favorevole e promise che si 
sarebbe adoperato per esaudire i nostri desideri. 

23 settembre. — Alle 4 Va giungono al Kaiserhof gli 
onorevoli Loewe e Dernburg ; e ci rechiamo insieme alla 
trattoria dell'Europa (Poppenberg), la quale è sita nella 
strada Unter den Linden (Sotto i tigli). 

Il banchetto era preparato nella gran sala, con molta 
semplicità, ma con vera eleganza. 

Vi trovai il conte di Launay, il quale mi aveva pre- 
ceduto, membri del Beiclistag e delle due Camere del 
Landtag, plenipotenziarii al Consiglio Federale, direttori 
ministeriali, e sottosegretari di Stato, il Borgomastro di 
Berlino, artisti, scienziati, giornalisti. Al banchetto era 
rappresentato ogni j)artito politico, il nazionale in mag- 
gioranza, il progressista quasi al completo, e per la De- 
stra era il sig. Gravenitz. 

Appena arrivai, il presidente von Bennigsen fece le 
presentazioni; e poco dopo ci slam posti a mensa. Il 
presidente della Camera Prussiana aveva me alla sua 
sinistra, il conte di Launay a destra. 

Venuta l'ora dei brindisi, il signor de Bennigsen si 
levò e propose un evviva a Guglielmo imperatore ed al 
re Vittorio Emanuele. 

Tutti si alzarono entusiasti, acclamando i due so- 
vrani. 

Vi fu un momento di pausa; ed il Bennigsen surse 
nuovamente, e propose un brindisi in onore del Presi- 
dente della Camera italiana. Egli pTirlò in francese, ed 
i brindisi, che poscia seguirono, furono quasi tutti in 
francese. ^) 



i) Per motivi facili a comprendersi, ho riassunto il discorso del Bennigsen 
dalla National- Zeitiing. 



Discorsi al pranzo parlamentare 



43 



L'oratore ricordò gli antichi rapporti intellettuali e 
scientitìci fra l'Italia e la Germania. Parlò delle bellezze 
artistiche e naturali della penisola, le quali in ogni 
tempo attrassero i tedeschi a visitarla ed esercitarono 
sui medesimi un predominio morale. 

Accennò di volo alle lotte medioevali, ma subito sog- 
giunse che, alle guerre di conquista, succedettero i tempi 
di ijace, nei quali il mutuo affetto fra le due nazioni 
fu cementato dal vincolo degli interessi comuni. 

« La Germania — egli disse — sente per l'Italia una 
franca e leale amicizia. Le due nazioni hanno le mede- 
sime aspirazioni e gli stessi scopi, il mantenimento del- 
l'unità nazionale, lo svolgimento di una costituzione 
liberale e parlamentare. Esse devono difendere in co- 
mune cotesti beni, e devono con la loro unione rendersi 
prospere all'interno, forti e rispettate all'estero. Così nel 
presente, come nell'avvenire, l'Italia e la Germania sono 
interessate a procedere d'accordo. 

Saranno pochi in questa sala coloro i quali non ab- 
biano visitato l'Italia, mentre avvien di rado che un 
italiano giunga fra noi, ed affronti il nostro clima, forse 
troppo temuto. Quindi è che ci dobbiamo tanto più ral- 
legrare della presenza del nostro ospite. 

Nel sig. Orispi, noi onoriamo uno dei più valorosi 
uomini del suo paese, un uomo animato da un entu- 
siastico amor di patria, eminente per grande avvedutezza 
Ijolitica e per conoscenza di tutto ciò che possa meglio 
giovare alla terra natia. 

Vogliate dunque associarvi a me con un evviva al- 
l'unione delle due nazioni, alla gloria ed alla grandezza 
d'Italia, al Presidente della Camera dei deputati italiani, 
uno dei più nobili figli del suo paese ». 

Tutti si alzarono ed acclamarono. Fui quindi anch'io 
obbligato a parlare e mi dichiarai innanzi tutto dolente 
di non poter adoperare la lingua tedesca. Ringraziai in 
nome dell'Italia e dissi che al di là delle Alpi viveva 
per i tedeschi un popolo di fratelli. Il giorno in cui l'I- 
talia e la Germania si sono rilevate, esse hanno com- 
preso la solidarietà dei loro interessi. Ricordai lo stato 
dei due paesi dal medio-evo al 1815. L'antico impero non 
ebbe vera grandezza, fu reazione e dispotismo; il Con- 
gresso del 1815 negò all' Italia come alla Germania 
ogni esistenza politica nel vecchio continente. Fortuna- 



44 



UNA MISSIONE SEGRETA 



tainente il movimento nazionale iniziato nel 1848, dopo 
infinite prove e sacrifizi, e grazie alle due dinastie che 
compresero lo spirito del popolo e le tendenze dei loro 
tempi, ci lia condotto alla costituzione di due nazioni 
le quali, vivificate all'interno dalla libertà, sono all'e- 
stero un pegno di pace per l'Europa. 

11 nuovo impero germanico nulla ha da fare con 
l'antico, la bandiera di Eatisbona fu abbassata ; la ban- 
diera attuale è segnacolo di libertà e di unità, e ispira 
fiducia all'Italia. Conclusi proponendo un brindisi all'Im- 
peratore, rappresentante dell'unità germanica, e alla 
perpetua amicizia della Italia e della Germania. 

Parlarono poi Schulze-Delitzsch ; l'ambasciatore d'I- 
talia di Launay, e il borgomastro di Berlino, Bunker, 
il quale dopo aver ricordato che l'Italia fu madre di 
civiltà agli altri popoli, propose un saluto a E orna, ap- 
plauditissimo. 

24 settembre. — Alle 11 visita alle carceri correzionali. 
Divisione dei giovani dagli adulti — gli Oleifici comuni 
e le nicchie da letto — la sinagoga e la cappella — le celle 
ed il lavoro — trenta mestieri — le scuole — la cucina, 
l'infermeria — gl'impiegati — i soldati di guardia alla 
porta del carcere. 

All'una, visita al principe di Bismarck. 

Seguendo il consiglio del barone di Holstein salii 
all'appartamento del Gran Cancelliere. Appena intro- 
dotto, il Principe si levò, ci siamo stretti affettuosa- 
mente la mano, ed io: 

— Non volevo lasciar Berlino senza avervi veduto. 

— Ed io son venuto apposta a Berlino per darvi la 
promessa risposta. 

Per la reciprocità, fra i due paesi, nel godimento dei 
diritti civili, sulla base dell'art. 3 del vostro Codice, noi 
siamo pronti a stipulare il trattato. 

Mandate la regolare autorizzazione e faremo tutto. 

— Non è questo solo che io desidero, e che il mio 
Ee domanda. Che mi dite del progetto di alleanza tra 
il regno d'Italia e l'impero germanico nel caso che l'uno 
o l'altro o ambedue fossero attaccati dalla Francia? 

— Non ho visto ancora il Ee e non è cosa di cui 
potrò scrivergli. Bisogna parlargli e riceverne gli ordini 
a voce. 



U alleanza italo-germanica decisa 



45 



— Ma in Germania cM più potente di Bismarck ? 
Se siete deciso, se ritenete che quello che io propongo 
è utile ai due paesi, il Ee non ha motivo di esservi 
contrario. 

— Io sono pronto a negoziare. Fatevi spedire il man- 
dato e ci metteremo d'accordo per la stipulazione del 
trattato. 

— Su quali basi? Quali dovranno essere i principii 
regolatori! E che faremo per l'Austria! 

— Vi dissi, che per la Francia son pronto a trattare : 
per l'Austria no. La posizione nostra coi due j)aesi non 
è la stessa. Lo stato attuale della Francia è incerto, 
ì^'ella lotta tra Mac-Mahon e il Parlamento non sap- 
piamo chi riuscirà vincitore. Il General Presidente, col 
suo proclama elettorale, si è molto compromesso e non 
sappiamo se dalle prossime elezioni generali verrà una 
Camera monarchica. Un Re non si potrà sostenere che 
con l'esercito, il quale vorrà la rivincita.... 

— Ed io vi soggiungo che si appoggerà anche sul 
clero, il quale vorrà la restaurazione del j)otere tempo- 
rale del Papa. 

— Nissuno di cotesti pericoli possiamo temere dal- 
l'Austria, ed a noi conviene tenercela amica. Vado an- 
che più in là: io non voglio neanco presumere che 
possa divenirci nemica. Del resto, se essa cangerà po- 
litica, il che non credo, avremo sempre tempo per in- 
tenderci. 

— Limitiamoci dunque alla Francia.... Ma su quali 
basi dovrà essere il nostro trattato! 

— L'alleanza dovrà essere difensiva ed offensiva. 
Non perchè io voglia la guerra, che farò tutto il pos- 
sibile per evitare, ma per la natura stessa delle cose. 

Immaginate, per esempio, che i francesi raccolgano 
duecento mila uomini a Lione. Lo scopo è manifesto. 
Dovremo noi attendere che ci attacchino! 

— Va bene. Riferirò al Re le vostre idee, e mande- 
remo i regolari mandati per la stipulazione dei due 
trattati. 

— Pel trattato sulla reciprocità nello esercizio dei 
diritti civili nei nostri paesi, i poteri i)otrete mandarli 
a di Launay, per l'alleanza preferirei trattare con voi. 

— Va bene. Di questo argomento parlerò a S. M. il 
Re e prenderò gli ordini suoi. 



46 



UNA MISSIONE SEGRETA 



— Vidi Andràssy, e gli dissi che eravate stato da 
me, e che il Governo italiano vuol vivere in una buona 
amicizia colP Austria. Ne fu lieto e mi incaricò di sa- 
lutarvi. 

Ragionando, gli riferii che l'Italia non vorrebbe 
che PAustria si prendesse la Bosnia e l'Erzegovina. 

— Gli affari russi vanno male, e quest'anno la cam- 
pagna è finita. L'Austria non ha intenzione alcuna di 
muoversi. 

Fareste bene di vedere Andràssy. Troverete in lui 
un buonissimo amico. 

— Permettetemi, Altezza, che or v'intrattenga di un 
argomento il quale è di vitale interesse per l'Italia. 

Pio IX è avanzato negli anni e non tarderà quindi 
a partire da questo mondo. Avremo forse presto un con- 
clave per la nomina del successore. È vero, che voi, Go- 
verno protestante, non siete nella posizione dei governi 
cattolici per preoccuparvi della futura elezione del ro- 
mano pontefice, ma nella Germania avete popolazioni 
cattoliche e clero cattolico e non potete disinteressarvi 
di quello che avverrà nel Vaticano. 

— A me importa poco chi possa essere il successore 
di Pio IX. Un Papa liberale sarebbe forse x>eggiore di 
un reazionario. Il vizio è nell'istituzione, e l'uomo, 
chiunque esso sia, qualunque siano le sue opinioni e le 
sue tendenze, poco o nulla potrà influire nell'azione della 
Santa Sede. In Vaticano quella che domina è la Curia. 

— Purtroppo è così, e voi avete dovuto farne la 
prova nella acerba lotta che avete durato dal 1870 in 
poi col clero cattolico. Xoi italiani ve ne siamo grati. 

— Ma io non posso parimenti esser grato al Governo 
italiano. 

Voi avete messo il Papa nella bambagia, e nissuno 
lo può colpire. ^) Sin dal marzo 1875 noi avevamo ri- 
chiamato l'attenzione del governo italiano sui pericoli 
che contiene, per le altre Potenze, la legge sulle guaren- 
tigie della Santa Sede. 

La questione è rimasta aperta. 

— Come saprete, io combattei quella legge quando 
fu discussa in Parlamento. 



i) La frase del Principe fu precisamente questa: « Vous l'avez emboité 
dans le coton, et personne peut Tatteindre ». 



Seconda relazione al Re 



47 



Dopo lo scambio d'idee di minor importanza, ci siamo 
congedati con un arrivederci. 

24 setterìibre, — Alle 8 pranzo a Potsdam — Il fidan- 
zato della principessa Carlotta — Le fortificazioni di 
Eoma — Principe di Sassonia-Meiningen. — 

25 settembre, — Pranzo da di Launay — Prima al 
Municipio. 

« Berlino, 25 settembre 1877. 

A S. M. IL Re D'Italia. 

Sire ! 

In esplicazione del mio telegramma del 10 corrente 
e di quello d'oggi, sento il dovere di rassegnarle come 
io abbia adempiuto presso S. A. il principe di Bismarck 
alla missione affidatami da V. M. d'accordo col Presi- 
dente del Consiglio dei Ministri. 

I temi della missione, i quali furono oggetto dei 
colloqui avuti il 17 a Gastein ed il 24 a Berlino erano 
questi : 

Alleanza eventuale con la Germania nel caso di una 
guerra con la Francia o con l'Austria. 

Accordi nella soluzione delle varie questioni che 
potran sorgere in conseguenza della guerra turco-russa 
in Oriente. 

Parificazione dei tedeschi e degli italiani nell'eser- 
cizio dei diritti civili in ciascuno dei due Stati. 

II Principe fu assolutamente negativo per un trattato 
contro l'Austria. Lo accolse volentieri contro la Francia, 
quantunque esprimesse la speranza che quest'ultima 
Potenza saprà tenersi tranquilla e non vorrà rompere 
la pace europea. 

Anch'io dichiarai che noi nutrivamo cotesta speranza ; 
ma feci rifiettere — ed il Principe fu del medesimo av- 
viso — che in caso di un trionfo, nelle prossime elezioni 
politiche, del partito reazionario, e della possibile ca- 
duta della repubblica, il governo il quale gli succede- 
rebbe avrebbe bisogno di ricorrere alla guerra per ri- 
farsi delle sconfìtte del 1870, e per avere autorità nel 
suo paese. 



48 



UNA MISSIONE SEGRETA 



In quanto al contegno dell'Austria verso di noi, il 
Principe se ne disse dolente ed espresse il desiderio che 
fra i due governi si potesse stabilire un accordo cordiale. 

Avendogli intanto fatto osservare, che se dopo il 
1866 l'Austria ha bisogno di pace, essa non potrà di- 
menticare i danni patiti e sentirà, in un avvenire più 
o meno lontano, la necessità di riprendere la sua posi- 
zione in Germania, Sua Altezza rispose voler credere 
che ciò non avvenga. Una sola ragione vi potrebbe es- 
sere di dissidio tra i due imperi, e sarebbe quella in 
cui l'Austria volesse incoraggiare col suo contegno un 
movimento in Polonia. L'Austria — disse il Principe — 
solletica le ambizioni della nobiltà polacca. NuUadimeno 
— soggiunse — le cose non sono al punto da suscitar 
pericoli. Lasciatemi aver fede in quel governo. Se ve- 
nisse il giorno che le mie previsioni fosser deluse, 
avremmo sempre tempo per intenderci, e potremmo al- 
lora stipulare un'alleanza. 

La mia convinzione è che il Principe vuol tenersi 
stretto all'Austria, e parmi poter dedurre dalle sue pa- 
role che egli intenda esser d'accordo col gabinetto di 
Vienna, e vorrebbe che anche noi lo seguissimo in co- 
testa politica. La lontana ipotesi di una rottura fra i 
due imperi non mi parve conturbare l'animo di S. A. 
In quanto all'Italia mi dichiarò francamente che se 
€ssa rompesse con l'Austria se ne dorrebbe, ma egli 
non farebbe la guerra per questo. 

Solle cose d'Oriente il Principe dichiarò che la Ger- 
mania è disinteressata e che, in conseguenza, S. A. ac- 
cetterebbe qualunque soluzione, la quale non turbasse 
la pace europea. 

Immantimenti risposi, che l'Italia non potrà dirsi 
disinteressata anch'essa. Parlai allora delle voci in corso 
di mutamenti territoriali e delle proposte russe di far 
prendere all'Austria la Bosnia e l'Erzegovina onde 
averla amica. 

Sul i3roposito ricordai le condizioni in cui ci tro- 
viamo dopo il trattato di pace del' 1866 e come ogni 
aumento di territorio pel vicino impero sarebbe al no- 
stro paese di danno. Le nostre frontiere, io dissi, sono 
allerte ad oriente, e se l'Austria si rinforzasse nell'Adria- 
tico noi saremmo stretti come da una tenaglia e non sa- 
remmo punto sicuri. 



Se l'Austria occuperà la Bosnia. 



49 



Soggiunsi : « Voi dovreste aiutarci in questa occa- 
sione. Noi siamo fedeli ai trattati e nulla vogliamo da- 
gli altri. Voi dovreste domani dissuadere il conte An- 
dràssy da ogni desiderio di conquiste nel territorio 
ottomano ». 

Il Principe rispose ch'egli non voleva discorrere con 
Andràssy di tutto ciò, cotesti argomenti potendo essere 
dispiacevoli al Gran Cancelliere austriaco. Crede però 
che un accordo sarebbe possibile e propone, nel caso 
in cui l'Austria avesse la Bosnia e l'Erzegovina, che 
l'Italia si prendesse l'Albania, od altra terra turca sul- 
l'Adriatico. 

ISiel colloquio di ieri avendo discorso nuovamente 
delle varie materie trattate a Gastein, il Principe, men- 
tre ero per congedarmi, mi dichiarò ch'egli aveva par- 
lato col Cancelliere austriaco della nostra opposizione 
a che l'Austria prendesse la Bosnia e l'Erzegovina. E 
soggiunse : « Andate a Vienna. Son sicuro che potrete 
intendervi col conte Andràssy ». 

Un viaggio a Vienna è necessario per conoscere me- 
glio le intenzioni dell' Andràssy sul problema orientale 
e per vedere se un accordo con l'Austria sarebbe pos- 
sibile. Lo farò dopo essere stato a Londra, dove andrò 
domani, siccome ho già telegrafato a V. M. 

Sulla parificazione dei tedeschi e degli italiani in 
ciascuno dei due Stati, nello esercizio dei diritti civili, 
il Principe non fece alcuna obbiezione, anzi l'accolse 
di buon animo. Il Principe mi parlò di un trattato che 
la Germania ha con la Svizzera, credo per i cittadini 
di ì^euchàtel, e vorrebbe che lo prendessimo a base di 
quello che dovrebbe essere stipulato tra l'impero di Ger- 
mania e il regno d'Italia. 

Pel trattato eventuale di alleanza contro la Francia 
il Principe mi disse che avrebbe preso gli ordini dall'Im- 
peratore. Per quello Slacciale per l'esercizio dei diritti 
civili, desidera che sia fatto presto, ed in conseguenza 
che se ne diano da V. M. i poteri al conte di Launay. 

Altri argomenti di minore importanza furono di- 
scussi il 17 e il 24 corrente, ma tralascio di parlarne 
perchè dovrei estender molto i limiti di questa lettera. 
Ne farò una speciale esposizione a V. M. al mio ritorno 
in Italia in quella udienza che la M. V. si degnerà di 
accordarmi. 



Crispi, Politica estera. 



4 



50 



UNA 31! SSION E SEGRETA 



Sempre agli ordini dì V. M., mi ripeto con tutta de- 
vozione e con affettuoso rispetto, etc. » 

26 setterìibre. — Visita di congedo al segretario di 
Stato Friedberg e al ministro di Blilow. 

27 settembre. — Prima di lasciare Berlino invio il se- 
guente telegramma: 

"A S. M. l'Imperatore Guglielmo. 

Baden-Baden. 

Essendo sul punto di dire addio alla Germania, sento 
il vivo rincrescimento di non aver potuto ossequiare 
personalmente Vostra Maestà, e Pobbligo di ringraziare 
vivamente la M. V. come capo supremo della grande 
nazione per le prove di simpatia date all'Italia dal no- 
bile popolo tedesco. 

Francesco Ceispi. » 



Parto da Berlino alle 10.45 di sera dalla stazione di 
Potsdam. A Potsdam il sonno mi coglie malgrado il 
freddo intenso. 

27 settembre. — Mi risveglio a Kreiensen. 

Alle 5 pom. siamo ad Ostenda; alle 8 Va c'imbar- 
chiamo per l'Inghilterra. 

28 settembre. — Giungo alla stazione di Gonnon-Street 
alle 4 del mattino. 

Il marchese Menabrea — Alla ricerca di Stansfeld 
— Presentazione all'Athenaeum Club — Carte da visita 
allo Speaker, al lord Chancellor, al lord Ohief-Justice, 
a lord Beaconsfield, a lord Derby. 

«Roma, 26 7.'3ie 1877. 

Caro Crispiy 

La mia salute s'è guastata a Stradella. Era uno de^ 
soliti attacchi artritici che fu da me trascurato e mal 
curato dal medico. Costretto a recarmi a Eoma ove la 
mia presenza era necessaria, ho inasprito il mio male 



Preoccupazioni ministeriali 



51 



colla fatica del viaggio, e a Eoma l'attacco artritico si 
estese ai visceri. La malattia era nojosa e miDacciava 
d'essere lunga quantunque non fosse grave. Vinse, però, 
la mia buona natura e mediante purganti e senapismi il 
male si è mitigato. Non posso ancora reggermi in piedi^ 
ma è affare di qualche giorno. Fra tre o quattro giorni 
sarò intieramente libero considerandomi adesso in piena 
convalescenza. 

Il tuo viaggio avrà questo notevole risultato : la di- 
plomazia ha cominciato a conoscerci, a renderci giu- 
stizia, a trattare apertamente con noi. Fummo lunga- 
mente cospiratori per l'unità del nostro paese, siamo 
stati rispettati come deputati di parte liberale, ora ot- 
terremo di essere apprezzati come uomini di governo. 
Quando sarai qui c'intenderemo per rendere fruttuoso 
e sicuro il risultato della tua missione. 

Ora eccoti alcune notizie che è bene tu sappia per 
regolare l'epoca del tuo ritorno a Eoma. 

E prima delle cose interne. 

Zanardelli aveva offerto le sue dimissioni perchè gii 
avevo telegrafato che il ritardo nella stipulazione delle 
convenzioni era una calamità. Eisposi con moderazione 
ed ottenni il suo assenso a proseguire i negoziati. Spero 
dunque ancora di conchiudere senza attraversare una 
crisi. 

Da Mancini spero poco perchè non spero che la sua 
salute si ripristini completamente. Sarà uno dei nostri 
più grossi fastidj. 

Ma vi è un altro guajo. 

Venne a Eoma Cialdini e si mostrò molto malcon- 
tento di Mezzacapo per le giubilazioni nell'esercito, e di 
Mcotera pei settanta commendatori, e parlò della sua 
dimissione non immediata, ma fra breve. La dimissione 
di Oialdini ci farebbe molto male ed è perciò che se 
ritornando in Italia passi da Parigi faresti bene a ve- 
derlo ed a persuaderlo di non toglierci il suo appoggio. 
Egli mi disse di averti parlato e che tu gli hai detto 
che un allargamento dei quadri sarebbe stato accettato 
dalla Camera. Io non so se la cosa sarebbe passata fa- 
cilmente, e non voglio sostenere che nelle disposizioni 
date da Mezzacapo non ce ne siano di sbagliate, ma il 
certo si è che qualche cosa bisognava fare, e che adesso 
bisogna ad ogni costo impedire che il generale Oialdini 



52 



UNA MISSIONE SEGRETA 



si dimetta. Sai che il partito ha accolto bene i provve- 
dimenti di Mezzacai30 e che un atto ostile contro di lui 
ferirebbe e partito e ministero e forse aprirebbe una 
breccia per la quale potrebbero entrare i nostri avver- 
sarli politici. 

Venendo alle cose estere, è bene che sappi che di 
Launay ha scritto a Melegari della tua visita a [Bis- 
marck] ^) e fece notare le parole che [Bismarck] disse 
ad [Andràssy]. Quelle parole sono però diventate per 
noi un programma, all'attuazione del quale è d'uopo 
adoperarci. Purtroppo non conosciamo la risposta di 
fAndràssy] e certo a [Vienna] le nostre esigenze incon- 
treranno opposizioni vivissime ; ci vorrà da parte nostra 
molta abilità, molta fermezza, ed anche un po' di for- 
tuna per riuscire. 

Le osservazioni che a questo proposito tu hai fatte 
a [Bismarck] bisognerà che le faccia con prudenza a 
[Derby]. Golia [Inghilterra] noi abbiamo molti interessi 
comuni, nessun interesse contrario. Vivissimo è il nostro 
desiderio di mantenerci con essa in perfetto accordo. E 
questo è anche il nostro interesse, poiché quando fos- 
simo involti in una guerra l'amicizia del [Inghilterra] 
è la sicurezza delle nostre [piazze], cioè delle nostre 
grandi città. 

Tu parlando con gli uomini di Stato [Inglesi] potrai 
toccare un argomento delicato e che non devesi svilup- 
pare se non si presenta occasione propizia e sempre 
adoperando molta prudenza. 

In questi ultimi tempi fummo male giudicati da una 
parte della stampa inglese. Vi fu chi sospettò un'al- 
leanza dell'Italia con l'Austria, alleanza che non ha 
mai esistito nel pensiero di nessuno. Ultimamente il 
Foreign Office pubblicò un manifesto sui passaporti che 
i sudditi inglesi erano invitati a ritirare quando voles- 
sero recarsi in Italia. Quell'annunzio era un'olfesa im- 
meritata all'Italia e al suo Governo che sempre ha ac- 
colto, ed accoglierà sempre i sudditi britannici colla 
più grande simpatia. E non siamo noi gli avversarj del 
papato, che è il più antico nemico dell'Inghilterra? — 
Ora, molti credono in Italia che questi umori dipen- 
dono in gran parte da una sola persona. Noi non go- 



i) Le parole entro parentesi sono cifrate nell'originale. [A^. d. C] 



Crispi a Londra 



63] 



diamo le simpatie dell'attuale Ambasciatore britannico 
a Eoma, che è un amico intimo dei nostri avversarj 
politici. 

Su questo punto, ed anche perchè ne dica una pa- 
rola al nostro Ambasciatore, io mi rimetto alla tua 
prudenza. 

Io ti sarò molto grato se vorrai telegrafarmi da Lon- 
dra quello che vi si pensa sul risultato delle prossime 
elezioni in Francia. Questi pronostici mi saranno utili 
anche dal punto di vista finanziario. 

E ti prego ancora di telegrafarmi il tuo itinerario 
per mia norma, e il giorno in cui speri di poterti tro- 
vare a Eoma. La situazione parlamentare io la spero 
buona perchè la situazione delle finanze è buona: ma 
questo non è che un lato del problema che dobbiamo 
risolvere, e per consolidare al potere il partito liberale 
occorre ancora studio e lavoro non poco e fatica molta. 

Credimi sempre 

l'afflo tuo 

A. Depeetis. 

P.S, Telegrafa la ricevuta di 
questa per mia quiete. » 

« Londra R - , ~ — r— 

( Telegramma). 

Ho tua lettera. 

Telegraferò mio ritorno, dopo che avrò visto Derby. 

Orispi. » 



« Londra, 3 ottobre 1877. 

Caro Dejyretis, 

Ebbi ieri la tua lettera 

Vedrò Oialdini al mio passaggio da Parigi, e se af- 
fretterò il mio ritorno tenterò di vederlo in Italia. 

Parlammo con lui dell'esercito e della difesa del paese. 

ISlon si mostrò contento delle disposizioni date da 
Mezzacapo. Ma venendo ai particolari convenne che 
molti dei giubilati erano ferri vecchi, e che quei messi 
in disponibilità o trascurati potrebbero alla prima occa- 
sione essere rimessi onorevolmente a posto. 



54 



UNA MISSIONE SEGRETA 



In verità, al Ministero della Guerra si fu poco rispet- 
tosi degli elementi che venivano dalla rivoluzione, mentre 
si usarono tutti i riguardi a coloro che fino al 1860 fu- 
rono nemici nostri. Ohe ti pare di Pianell, il quale co- 
manda Verona, alle porte d'Italia, a pochi passi dal Ti- 
rolo? Ed aggiungi, che è una fortezza, cotesta, che 
avrebbe dovuto esser distrutta, e che gli austriaci am- 
biscono, che riprenderebbero alla prima occasione, e 
che facilmente muterebbero a nostra offesa. In Ger- 
mania mi dicevano che non si è voluto atterrarla per 
non dispiacere al Pianell. 

Comunque sia, coteste son cose che accomoderemo. 

Oialdini se ne persuaderà ed io metterò tutta l'opera 
mia, perchè egli non jjroceda ad un atto che sarebbe 
interpretato a nostro danno. 

10 non poteva nascondere a di Launay ch'ero stato 
<5on Bismarck. Siccome ti telegrafai, tenni a lui sola- 
mente segrete le trattative per V alleanza contro la 
Francia. Egli però mi portò sempre a leggere le lettere 
ed i telegrammi, prima che fossero spediti. E voglio cre- 
dere che tu li abbia letti tutti. 

Bisogna assolutamente andare a Vienna e vedere 
Andràssy. Colà il partito militare è deciso, appena glie 
se ne offrirà l'occasione, di occupare la Bosnia. 

11 Governo germanico non si oi)pone, ma non ha 
dichiarato che lo permetta. Anche qui non erano con- 
trarli, a quanto me ne dice Menabrea, ma quando sep- 
pero che noi non j)otevamo permetterlo senza compenso 
territoriale alle Alpi, finirono per darci ragione. 

In tale stato di cose un linguaggio franco e risoluto, 
una dichiarazione che li assicuri del nostro consenso e 
del nostro aiuto a condizioni nettamente determinate, 
ci dovrà giovare, e non potrà nuocere. 

Io mi sento la potenza di farlo cotesto discorso e se 
tu consenti prenderò la via di Vienna. Se pensi altri- 
menti farò subito ritorno in Italia. Su questo attendo 
un tuo cenno col telegrafo, all'arrivo della presente. 

Disraeli è malato. Derby è a Liverpool ed attendo 
un suo avviso per sapere il giorno in cui ci potremo 
vedere. Farò a lui le osservazioni opportune sull'argo- 
mento di cui più innanzi ti ho intrattenuto, e non du- 
bito della favorevole di lui risposta. Mi verrà agevole 
discorrere di tutto ciò, dopo che so ch'egli è ben disposto. 



La stampa inglese 



La stampa inglese non ci è stata amica, e ne siete 
colpa un po' voi, perchè non Pavete curata e Pavete la- 
sciata in balìa dei moderati. Ed in questo paese i gior- 
nali sono x)otentissimi, e bisogna saperne far conto. E 
vedi in proposito di ciò qualche cosa che mi riguarda. 
Ieri il Times pubblicò un telegramma del suo corrispon- 
dente romano, nel quale si dice che il mondo officiale 
e diplomatico di costà è male impressionato dei miei di- 
scorsi in Berlino e del mio telegramma all'imperatore 
Guglielmo. Cotesto è un eco di alcune parole delPOj;?- 
nione del 29, che i vostri giornali lasciarono passare. 

I miei discorsi a Berlino furono costituzionalissimi 
<ò corretti. Nelle alte sfere ne furono contentissimi e me 
n'esiJressero la loro approvazione. 

Del mio telegramma all'Imperatore ne parlai al mi- 
nistro Biilow ed al barone Holstein, e non solo nulla 
mi osservarono sulla forma, ma si compiacquero che io 
abbia fatto risalire all'Imperatore il merito delle dimo- 
strazioni fatte a me ed alPItalia dalla rappresentanza 
del popolo tedesco. 

Ed aggiungi che questa volta anche l'etichetta di 
Corte fu messa da parte. Appena la Principessa Impe- 
riale mi seppe a Berlino, mandò persona sua per mani- 
festarmi il desiderio di una mia visita. E siccome l'Im- 
peratore ed il Principe erano al campo delle manovre, 
essa tenne per me un pranzo alla residenza di Potsdam. 
A me personalmente tutto ciò poco importa, ma io ne 
son lieto pel mio paese e pel mio partito. 

Farò al Foreign Office le tue dichiarazioni, e vedrò 
anche d'interessarne Menabrea, perchè possa anche lui 
togliere la cattiva impressione prodotta per l'affare dei 
passaporti. J^on trascurerò cotesto argomento quando 
vedrò il conte Derby. 

Avrai le notizie che mi chiedi sulle elezioni generali 
di Francia. E saprai il mio itinerario appena mi avrai 
telegrafato alla ricezione di questa mia. 

Godo che lo stato delle finanze sia buono. Con la 
buona finanza potremo fare delle grandi cose. Pel resto, 
lascia a me la cura. Alla Camera tutto procederà in 
regola. 

Ed ora lascia che ti stringa cordialmente la mano. 

L'aff.™o tuo 

E. Ckispi. » 



56 



UNA MISSIONE SEGRETA 



4: ottobre. — Visita a Woolwich. 

Telegrafo a Depretis : « Derby verrà domattina dalla 
campagna apposta per ricevermi. Sabato vedrò Gladstone, 
Domenica partirò pel Continente. Alla City ritengono 
sicuro il successo del partito repubblicano nelle elezioni 
generali francesi; all'Ambasciata francese non lo con- 
trastano, ma credono che Mac-Mahon guadagnerà voti 
e governerà col Centro Sinistro ». 

5 ottobre. — All'una colloquio con lord Derby. Il mio 
viaggio in Germania — Convenzione per la reciprocità 
dei diritti civili — Mutue simpatie — Francia e Germa- 
nia : mutua diffidenza. Mi chiede l'opinione di Bismarck : 
dico che non farà la guerra se non trascinatovi — La 
Francia: alleati — Statu-quo territoriale — Mutamenti 
nell'Oriente: appello alla giustizia delle Potenze. Derby: 
« prendete l'Albania ». — i^ostra condizione rispetto al- 
l'Austria, potenza finitima. 

Telegrafo al re: « J'ai été avec le ministre des af- 
faires étrangères. Il a trouvé justes nos observations 
contre la occupation de la part de l'Autriche d'une pro- 
vince ottomane et le cas échéant il en tiendra compte. 
Il n'a x>as fait aucune objection lorsque je lui ai dit 
que dans ce cas nous aurions droit à pretendre une com- 
pensation aux Alpes ». 

Telegrafo a Depretis: «Fui con Derby, soddisfatto 
della conversazione con lui. Accetta trattare per arti- 
colo 3 Codice Civile e terrà i)resenti nostre obiezioni 
circa evenienza ingrandimento Austria nello Adriatico». 

Alle 8 partenza per Chester. 

6 ottobre. — Parto da Chester alle 9 V4 e giungo ad 
Howarden-Castle alle 10 V2. Coloro che non conoscono 
la Gran Brettagna restano meravigliati vedendo queste 
campagne tutte popolate e tutte coltivate. 

Howarden-Castle è nella contea di Flint, nel j)aese 
di Galles, quasi alla frontiera dell'Inghilterra, alla quale 
fu annessa sotto Arrigo Vili. 

La proprietà di Gladstone è proprio nel luogo in cui 
era il castello di Eduardo I. 

Il castello è su di una collina e domina tutta la 
pianura. In cima al medesimo è issata la bandiera bri- 
tannica a indicare la presenza di Gladstone. 



c^^>tL^ U^Pli^ Ipi^^v^ tU:^^ ^U^-T^ . 



/ £ 



Con Derhy e Gladstone 



57 



La casa, in cui questi abita, è a pochi passi dal parco. 
È (li stile gotico; fa costruita 60 anni addietro. Entran- 
dovi si vedono libri da per tutto. 

Il signor Gladstone mi ricevette come un amico di 
antica data. Mi espresse la contentezza di avermi con 
lui ed io gli manifestai la soddisfazione di stringere la 
mano ad un fedele amico d'Italia. Mi presentò la sua 
signora, gentilissima e cordiale donna, la quale, sen- 
tendo che io aveva interesse a ripartire subito i)er Lon- 
dra, ebbe la cortesia di mostrarsene contrariata. 

Il signore e la signora Gladstone desideravano che 
io rimanessi un paio di giorni con loro. 

Il signor Gladstone, cui pel primo dichiarai che non 
potevo restare al di là di una giornata, esclamò : ma io 
vedo un 'baule con voi, quasi per dirmi : « non siete certo 
venuto ijer restare poche ore con me ». 

Cominciò subito la conversazione sulle cose del giorno 
e specialmente sulla guerra d'Oriente e sulle sue con- 
seguenze. 

Il signor Gladstone fu d'avviso che i russi finiranno 
per vincere. Egli dubita che vi possa essere una cam- 
pagna d'inverno; ma non crede che i turchi ne usci- 
ranno vincitori. 

— Ai turchi toccherà come ai sudisti d'America 
— egli disse. — Fin oggi hanno potuto resistere ed 
avere anche dei successi, perchè meglio armati dei russiy 
ma il numero trionferà, un impero di 80 milioni avendo 
maggiori mezzi d'un impero di 26. È una disgrazia che 
la questione orientale debba sciogliersi colle armi, ma 
non avvi altro mezzo. Per la Eussia oggi trattasi di 
vita o di morte. 

Richiamai l'attenzione del signor Gladstone sul mal- 
umore, e direi sulla malevolenza della stampa inglese 
per l'Italia. 

— È diffìcile trovarne il motivo, perchè realmente 
non ce n'è. Bisogna cercarlo nella russofobia, la quale 
è giunta a tal punto che è proprio ridicola. Siccome 
l'Italia è amica della Germania e questa è amica della^ 
Eussia, si suppone che voi partecipiate alla stessa ami- 
cizia. Ma anche questo sentimento non è nel x)opolOy 
è nella classe alta. Ora la classe alta fra noi è alla 
coda ed il popolo è alla testa. Fortunatamente non. 
havvi più una questione italiana, nè ce ne può essere^ 



58 



UNA MISSIONE SEGRETA 



ma se sorgesse, voi vedreste tutto il paese sollevarsi 
per voi. 

— Io godo di quello che mi dite e non lo dimenti- 
cherò. Noi siamo amici della Germania, perchè abbiamo 
interessi identici ed abbiamo gli stessi nemici, ma non 
per questo abbiamo le relazioni politiche e le amicizie 
della Germania. Anche con voi siamo amici per motivi 
quasi identici. 

Il colloquio si estese sul papato e sulla questione 
orientale, su l'Austria e su la Francia. 

— L'Italia è in condizioni tali da potere essere per 
voi un buon alleato alla vece dell'Austria e della Francia, 
a cui non potete ricorrere. 

— Avete ragione, ma vi assicuro che nel popolo 
inglese tutte le simpatie sono per voi e non dovete 
dare importanza a qualche articolo di giornale, che è 
l'effetto della russofobìa, e non esprime il sentimento 
nazionale. 

Viene la signora — Passeggiata al Castello — Ca- 
mera — Merenda — Passeggiata nel parco -— La par- 
rocchia. 

Lord Derby debole, ma senza pregiudizii per lo 
straniero. In fondo è liberale. 

L'elezione dei parroci — Il papato — Il nuovo Papa — 
i candidati — Il cardinale Simeoni — il cardinale An- 
tonelli — Le sue figlie — Il processo. 

Il castello di Howarden fu assediato e distrutto dai 
parlamentarli ai tempi di Carlo I. 

La parrocchia di Howarden conta seimila abitanti 
— è del secolo XVI — fu bruciata alcuni anni fa e 
non ne rimasero che le mura. 

Il parroco vive con le decime. 

Il pranzo — La partenza. 

7 ottobre. — Ricevo il seguente telegramma dal Ee: 
« Je vous remercie de votre dépéche. Je vous souhaite 
que les espérances ministerielles se réalisent. Je vous 
prie de me dire quand vous serez de retour. 

Vittorio Emanuele ». 

Rispondo : « Je serai de retour le 22 ou 24 courant. 
Je vais partir i^our Vienne où j' attends les ordres 
de V. M. ». 



Crispi a Vienna 



59 



8 ottobre. — Partenza da Londra alle 8 V2 pom. 

9 ottobre. — Arrivo a Parigi alle 6 V2 del mattino — 
Gambetta. 

11 ottobre. — Partenza da Parigi alle 9,20 del mattino. 

12 ottobre. — Arrivo a Vienna alle 9 V2 di sera. 

13 ottobre. — L'ambasciatore, generale Eobilant, mi 
scrive di mettersi a mia disposizione; alle 12.30 vado a 
visitarlo — M'informa — Telegrafo a Depretis: «Ho 
tua lettera. Andràssy è in campagna. Sarà a Pesth il 
20. Qui posizione molto difficile. Scriverò domattina. Fa' 
smentire notizia che io fui al discorso elettorale di 
Gambetta ». 

14: ottobre. — Eicevo da Depretis il seguente tele- 
gramma : « Attendo tua lettera. Intanto è necessario ti 
faccia conoscere che qui è giunta raccomandazione vi- 
vissima del di Launay, affinchè a Vienna si usi la più 
grande circospezione. Se ti riesce parlare con Andràssy, 
procura di stare sulle generalità esprimendo la nostra 
simpatia, ma restando nella maggiore riserva in ogni 
quistione che possa sorgere fra i due Stati. Noi deside- 
riamo nella questione orientale poter procedere di ac- 
cordo. Procura a questo titolo di affrettare tuo ritorno 
qui. Le cose si fanno gravi e la tua presenza qui è 
assolutamente necessaria ». 

Visita al ministro Glaser — Articolo 3.° del Codice 
Civile. — Procedura — Questioni che vi si rannodano. 
Accordo per una convenzione internazionale. 

Visita al signor Orczy — Articolo 3 — Trattato di 
commercio. 

Visita a Schonbrunn. 

« Caro Crìspi, 

Ti scrivo da Stradella ove ho potuto arrestarmi per 
alcune ore: non ebbi in questi tre giorni un minuto di 
libertà. Dopo aver assistito all'inaugurazione delle nuove 
ferrovie venete mi recai a Brescia, o per dir meglio in 
una campagna nelle vicinanze di Brescia, per veder Za- 



60 



UNA MISSIONE SEGRETA 



nardelli : ebbi con lui un lungo colloquio, si mostrò de- 
cisamente avverso all'esercizio governativo e parvemi 
disposto ad assecondarmi. Io non gli tacqui la mia de- 
terminazione di non presentarmi alla Camera che con 
le convenzioni stipulate : fra pochi giorni Zanardelli, ora- 
mai guarito, verrà a Eoma ed ivi la questione sarà ri- 
solta, essendo io in grado di conchiudere da un giorno 
all'altro. Bisognerà però che tu pure ti trovi a Roma 
giacché se mai nascesse dissenso fra me e Zanardelli la 
posizione diventerebbe gravissima. 

Venendo allo speciale argomento di questa mia let- 
tera che ti ho annunciata nel telegramma che ti ho in- 
viato da Padova, non occorre che ti preghi che a [Vienna' 
non bisogna parlare delle tue [conferenze] con [Bismarck' 
ed usare la più grande [riserva]. Il [partito] [cattolico' 
è a [Vienna] numeroso e potente e non mancherà di 
stare attento ad ogni tuo passo e di pesare e racco- 
gliere ogni tua [parola] per divulgarla. La stampa dei 
nostri [avversarli] cerca di spargere tutte le più [ma- 
ligne] [supposizioni] e sarebbe felice di trovare [nuovi] 
[pretesti]. 

Riguardo alla [conferenza] che avrai con [Andràssy] 
oltre l'art. 3 verrà certamente in discussione il [trattato] 
di [commercio] ed il possibile [ingrandimento] dell' [Au- 
stria] coli' [annessione] della [Bosnia]. 

Sul [trattato] di [commercio] basterà esprimere il 
nostro [desiderio] di riprendere e [condurre] a [termine] 
i [negoziati]; se non si può conchiudere con un [trattato] 
a lunga [durata] si veda almeno di mettersi d'accordo 
sopra un modus vivendi o [trattato] a breve [scadenza] 
ed in via di esperimento. Le basi del [trattato] defini- 
tivo furono da noi indicate ad [Haymerle] in un me- 
moriale consegnatogli, nel quale abbiamo esposto che 
ad alcune dimande fatteci nei precedenti [negoziati] 
per esempio l'abolizione del dazio d'entrata in Italia 
sui [cereali] noi non possiamo consentire per gravi ra- 
gioni di [finanza]. Procura però di persuadere [Andràssy] 
che noi desideriamo vivamente di metterci d'accordo su 
altri [punti] che interessano il [governo] d[ 'Austria.] 

Vedi poi di spiegare la [posizione] del nostro [go- 
verno] nella questione della 9145 [?] 

L' [Italia] ha bisogno di [pace] desidera conservare re- 
lazioni [amichevoli] coi paesi vicini ; le nostre [simpatie] 



Raccomandazioni di Deprefis 



61 



•sono per [Andràssy] e pel suo [ministero] e pel [partito] 
liberale che lo sostiene, siamo disposti a fare ogni [sforzo] 
per mantenere le [buone relazioni] con lui, ma che non 
saremmo [capaci] di [dominare] la [opinione] in [Italia] 
in faccia ad un [ingrandimento] delP [Austria] senza 
[compenso]. Questa è la verità. Quello poi che avverrà 
in [Italia] è diffìcile prevedere, ma è evidente che il 
[ministero] attuale non potrebbe restare al suo posto. 

Converrà, mio caro Orispi, che tu usi molta [mode- 
razione] di linguaggio sia per un riguardo alla grande 
[suscettibilità] . di [Robilant] sia per non dar ragione al 
[partito] [cattolico e militare] di destare [apprensione] 
che importa assaissimo di evitare: le tue parole siano 
la [espressione] della franca tua [opinione personale]. 
-Q tifilo che ti dirà [Andràssy] ci servirà di norma. 

Eccoti, mio caro Orispi, riassunta la mia maniera di 
vedere che ti espongo per debito di coscienza e che 
forse reputerai [superflua] ma tu devi essermi [indulgente] 
perchè sono ispirato dalla gravità della situazione at- 
tuale e dal desiderio di nulla trascurare che possa riu- 
scire utile al nostro paese. 

Credimi sempre 

Tuo aff.mo 

Depketis. 

Stradella io 8^re 1877. » 



« Vienna, i5 ottobre 1877. 

Caro Depretis, 

Siccome ti telegrafai la sera del 13, qui la posizione 
è molto diffìcile. La stampa, gli uomini politici, il Mi- 
nistero, la Corte, tutti ci sono avversarli. Chi ci abbia 
creato queste antipatie non te lo saprei dire: constato 
un fatto, il quale è della massima importanza. 

Robilant, il quale me ne ha fatto il ritratto, mi di- 
ceva che gli austriaci ritengono noi causa di tutte le 
loro sventure. ì^oì destammo lo spirito di nazionalità in 
queste contrade, e noi lo teniam desto con le nostre 
pretese sull'Illiria e sul Trentino. Senza di noi non sa- 
rebbe avvenuta la guerra del 1866, il cui risultato fu 
di escludere l'Austria dalla Confederazione germanica. 
JN^oi potremmo esser causa e dar principio allo sfascia- 



62 



UNA MISSIONE SEGRETA 



mento dell'Impero se insistiamo nel volere il territorio 
italiano che l'impero possiede al di là delle Alpi. 

10 non ho bisogno di rivelarti l'ingiustizia di cotesta 
accusa. Quando si dà corso al sentimento d'interessi 
inopportuni, i giudizii non possono esser sani. 

Così stando le cose, il mio primo ufficio ha dovuto 
essere di calmare le ire e di riconquistare all'Italia le 
simpatie dei liberali austriaci. 

Son venuti a visitarmi i redattori di vari giornali, 
tra cui il proprietario della Neue freie Presse e quello 
del Taghlatt, che hanno la più estesa pubblicità qui e 
fuori. A tutti chiesi il motivo pel quale han fatto da 
due anni la guerra al nostro Ministero. Quello della Presse 
mi rispose che il motivo era perchè il Melegari non ha 
una politica chiara nella questione d'Oriente, anzi dal 
suo contegno appare che noi parteggiamo i^er la Eussia. 
Tutti poi, dicendosi amici d'Italia e desiderosi di man- 
tenere con noi buoni ed amichevoli rapporti, han fatto 
comprendere che diffidano di noi. 

Per la questione orientale ho detto che noi siamo 
stati e siamo in una perfetta neutralità, che non par- 
teggiamo per alcuno dei belligeranti, ma siamo dolenti 
della peggiorata condizione delle popolazioni che si 
vorrebbero redimere. In quanto all'Austria ho soggiunto 
che siamo suoi amici e che vogliamo mantenerci con 
essa d'accordo in tutto ciò che possa giovare ai comuni 
interessi. Su cotesto argomento ho voluto estendermi 
un poco, ed ho sostenuto la tesi del necessario mante- 
nimento e del consolidamento dell'Impero dell'Austria, 
la quale noi riteniamo esser elemento di civiltà verso 
l'Oriente. 

11 proprietario della Neue freie Presse mi promise che 
ci ritornerebbe amico. Con quello del TagUatt ebbi poco 
da fare, perchè venendo a trovarmi portò con sè un 
numero del suo giornale con un articolo lusinghiero 
sul conto mio, quantunque storicamente non sempre 
esatto. 

Quando ieri sera mi giunse il^ tuo telegramma, io 
era stato dal ministro di Giustizia e dal barone Orczy, 
quest'ultimo il braccio destro del conte Andràssy ed il 
suo rappresentante al Ministero degli Affari esteri. 
Quasi indovinando il tuo pensiero mi ero condotto con 
loro siccome desideravi. Il Robilant, che fu presente 



Preconcetti contro l'Italia 



65- 



alla mia conversazione col mg. Orczy, non potè fare a 
meno di esprimermi la sua completa approvazione. 

11 conte Andràssy è nelle sue terre di Ungheria. 
Alcuni dicono clie aveva prorogato di 24 ore la sua 
Ijartenza, aspettando il mio arrivo; altri, al contrario, 
che aveva anticipato la partenza per evitarmi. Il conte 
Eobilant è di avviso che nessuna delle due versioni sia 
esatta. 

Il conte Andràssy sarà a Pesth dopo il 17, ed io 
andando in quella città facilmente potrò vederlo. Avendo 
annunziato il mio divisamento di fare cotesto viaggio 
ed avendone scritto ad amici di colà, i quali me ne 
avevan domandato, non posso cangiar di proiDOsito senza 
suscitar sospetti e dar pretesto a malevoli congetture. 
Ti assicuro però che il mio contegno sarà riservato e 
che non comprometterò punto la nostra politica. 

Immediatamente dopo la gita a Pesth ritornerò in 
Italia. 

Mente altro che stringerti la mano. 

Il tuo 

F. Crispi. » 



15 ottobre. — Visita del ministro Glaser. Si ritorna 
a discorrere lungamente della convenzione pel godimento 
dei diritti civili nei due Stati. Esecuzione dei giudicati. 
— Sequestro e questioni di merito — Limiti — La de- 
liberazione senza il contraddittorio. 

Carta da visita al Presidente della Camera. 
Alle 7 pom. 2Ì[V Opera con Eobilant. 

16 ottobre. — Il Presidente della Camera viene a vi- 
sitarmi — Si discorre della procedura parlamentare. 

A mezzogiorno vado alla Camera. Il vice-presidente 
Vidulich, istriano, m'accompagna. Sopraggiunge il Pre- 
sidente. 

Visita alle prigioni, alla Corte d'Assisie e al Tri- 
bunale. 

Alle 4 V2 pom. visita al ministro del Commercio. 

17 ottobre. — Viene il vice-presidente Vidulich I 

comuni in Austria — Sistema elettivo — Il Consiglio 
comunale — La deputazione comunale e il podestà elet- 



64 



UNA MISSIONE SEGRETA 



tivo. Tre ordini di elettori secondo il censo. Nei comuni 
con statuti proprii il podestà o borgomastro proposto 
dal Consiglio Comunale ed approvato dall'Imperatore. 
Le Diete i)rovinciali — Potestà legislativa per l'ammi- 
nistrazione locale — da essa dipende la circoscrizione 
territoriale. 

18 ottobre. — Parto da Vienna alle 8 Va ant. Arrivo 
a Pesth alle 5 Va pom. 

19 ottobre. — Visita alle due Camere ungheresi e al 
Museo. 

20 ottobre. — Alle 4.30 pom. visita a Buda al Presi- 
dente del Consiglio ungherese, signor Tisza. 

— V. E. ha fatto un lungo viaggio. Andrà in Oriente ? 

— No, non ho motivo di andarvi. Vienna e Pesth 
sono le ultime tappe del mio viaggio. Avevo così sta- 
bilito partendo dal mio paese. 

Prima tesi : Convenzione internazionale pel godi- 
mento dei diritti civili degli austro-ungheresi in Italia, 
e degli italiani in Austria-Ungheria. In principio non 
rifiuta, ma senza affermarsi su alcuna delle questioni 
che vi si riferiscono. 

Seconda tesi : Trattato di commercio. Prorogando l'at- 
tuale si vorrebbero delle facilitazioni per i vini unghe- 
resi. Avendo io osservato che iniziandosi una discus- 
sione, la proroga potrebbe non approdare, Tisza dichiara 
di voler questa brevissima. 

Terza tesi: Accordo tra i due paesi. Eisposta: non 
tutti la pensano come voi nel vostro paese. Osservo che 
il paese è rappresentato dal Parlamento e dal Governo. 
Il Parlamento è interprete legale della pubblica opi- 
nione. Serietà del regime costituzionale. Tutto in Italia 
si tratta alla luce del sole : questioni militari e inter- 
nazionali. Potremo essere attaccati, non attaccheremo 
mai — I tre imiDeratori — Questione Orientale — Al 
1854 il Piemonte profuse sangue e danari. 

— Non fu una cattiva politica. 

— Poiché lo riconoscete, dovete comprendere che non 
ce ne allontaneremo. Del resto, non fu tale quella del- 
l'Austria. 

Dichiarazioni di simpatia per ritali a. 




'''^^^^ *^ ec/^/^V ti^* ^ cr^.^ *ic^ 1^—^ 



A Pesi. - Colloquio con Tisza 



65 



Mi congedo alle 5 meno un quarto. 

Il Tisza sembra un presbiteriano. Ha un viso impas- 
sibile. Grandi lenti gli nascondono gli occhi. Kon di- 
scute, sentenzia. Delle questioni di diritto civile si com- 
prende che capisce poco o nulla. Vorrebbe un trattato 
internazionale europeo. Buono, se fosse possibile; ma è 
Ijosto innanzi perchè non si concluda nulla. 

Alle 5 ricevo la visita del ministro di Giustizia e 
del suo sottosegretario di Stato. Il Ministro mi dice: 

« Nous ne voulions pas que vous quittiez Pesth sans 
que vous reste une bonne impression de nous ». 

Pranzo dal Presidente Ghyczy; v'intervengono de- 
putati dei varii partiti e varii ex-ministri : Szlàvy 
(Jórsef) già ministro-presidente — Gorosc, già ministro 
del Commercio, ora presidente del Club della Destra — 
Simonyi, già ministro del Commercio — Szapàry, già 
ministro dell'Interno — Bittò (Istvàn), già ministro-pre- 
sidente — Eber, deputato — Wahermann Mór, deputato 
— Csernàtory, deputato e direttore delVMlenor — Talk, 
deputato e direttore del Pester Lloyd — Zsedénzi, pre- 
sidente della Commissione di Finanza — Pulszky, diret- 
tore del Museo — Kàllay Beni, deputato di estrema de- 
stra — Hélfy Ignàez, deputato di estrema sinistra, ecc. 

Telegrafo al Ee : « Conto essere a Torino il 24. Prego 
V, M. di volermi telegrafare il giorno e il luogo dove 
potrò vederla. Agli ordini di V. M., ecc. ». 

Visita ad Andràssy alle 12 e mezza. 

Questione dei diritti civili — Trattato di commercio. 

— Non mi sono allarmato del vostro viaggio a Ga- 
stein ed ho lasciato dire ai giornali. 

— Bon avreste avuto ragione di allarmarvene per- 
chè il principe di Bismarck ve ne parlò e vi disse quali 
erano le mie idee. Nulla dissi di cui potreste lagnarvi. 

Mi parla della sua politica con l'Italia — Ultramon- 
tanismo — vecchie opinioni — non sono nell'interesse 
dell'Austria-Ungheria. Se fosse stato italiano, avrebbe 
fatto lo stesso. Necessità ora di tenersi amici e di non 
turbare l'accordo con esigenze praticamente non attua- 
bili. Non crede ai giornali, convinto della nostra buona 
volontà. Soggiunge: 

— Non sempre il principio di nazionalità è applica- 



Crispi, Politica estera. 



5 



66 



UNA MISSIONE SEGRETA 



bile in tutti i luoghi, nè è norma la lingua a stabilire 
la nazionalità; non si fa la politica con la grammatica. 
La nazionalità è stabilita da varii elementi : precede in- 
nanzi tutto la topografìa, e seguono le condizioni eco- 
nomiche che valgono ad alimentare la vita delle popo- 
lazioni. Prendetevi Trieste, se pur noi ve la dessimo, e 
voi non potreste starvi un giorno: sareste maledetti. 
Ho una nota su tale argomento, che vi farei leggere 
se avessi qui, nella quale svolgo questi concetti. E poi, 
bisogna parlar franco: volete altre terrei Ditelo; è una 
politica che comprendo. È questione.... 

— Accordo nei principi. La lingua non è da sola ar- 
gomento di nazionalità, e se noi la prendessimo a nor- 
ma dovremmo inimicarci molti Stati e far la guerra. 
Ora, la nostra è politica di pace. Vogliamo star bene 
coi vicini, stabilire accordi sulla base degl'interessi e 
rispettare i trattati. — Non attaccheremo; ci difende- 
remmo se fossimo attaccati. Fummo rivoluzionarli per 
fare l'Italia; siamo conservatori per mantenerla. Voi 
solo potete comprenderci, perchè anche voi foste rivo- 
luzionario. 

— Fui impiccato in efifigie. ^) 

— Orbene, voi sapete che quando l'indipendenza e 
la libertà di un paese furono acquistate con sacrificii, 
chi li ha fatti cotesti sacrificii non può con audaci av- 
venture mettere in pericolo i beni raggiunti. — Fiume 

— ridicola imputazione ; i porti sono sbocchi neces- 
sarii al commercio; chi li ha, deve possedere il territo- 
rio donde vengono i prodotti. Di Fiume che potremmo 
farcene ì 

L'opinione pubblica è interpretata dal Parlamento 
e dal Governo. Avete da lagnarvi del loro contegno? È 
necessario che i due Stati siano amici, e i governi d'ac- 
cordo. 

— Ho fatto sempre cotesta politica e nei sei anni 
che fui ministro, e nei cinque dacché son Cancelliere 

— Non mi curo dei giornali, nè dei parlamenti — Sfido 
l'impopolarità, so quello che è necessario nell'interesse 
dell'impero. Una politica di ostilità con voi è contraria 

i) Il conte Giulio Andràssy per avere negli anni 1848-49 preso parte alla 
rivoluzione dell'Ungheria, sua patria, fu condannato a morte dai tribunali di 
guerra austriaci ed impiccato in effigie il 22 settembre i85i. fN. d. C.) 



Colloquio con Andràssy 



67 



ai(P interessi dell' Austria-Ungheria — Finché sarò mi- 
nistro non me ne distaccherò. 

— Concludiamo da tutto questo. Trattato di com- 
lìiercio, relazioni civili. 

— Adagio. La politica ha poco da fare con le rela- 
zioni commerciali. Sviluppo di questa tesi — Esempio 
con la Germania. 

— Penso anchMo così; ma guardiamo alle conse- 
guenze. Non dico che il trattato di commercio debba 
farsi ad occhi chiusi. Penso che convenga cominciare a 
trattare per venire ad una conclusione. La sospensione 
delle trattative farebbe cattiva impressione. 

— Così va bene. 

— Accordo sulla questione orientale!.. 

— Guerra russo-turca ; come finirà. Questione di na- 
zionalità anche qui; come scioglierla. Autonomia dei 
bulgari: fin dove — ai Balcani. E degli altri? Questo 
se vincono i russi — Ma se vince la Turchia ? Bisogna 
dunque attendere la fine della guerra. 

— Ma giusto allora dobbiamo già esser d'accordo. 

Denari e uomini spesi — Questione rinascente pe- 
riodicamente — necessità di scioglierla per sempre — - 
Impossibile determinare il come e se quello che con- 
venga stabilire è lo statii-quo territoriale. 

— Ed anche su questo nulla può essere assoluto; 
bisogna attendere il giorno in cui le Potenze si riuni- 
ranno a congresso. 

— Va bene. Vorreste però dare un territorio alla 
Eussia ? 

— Questo no, ma per ogni altro riordinamento bi- 
sogna rimettersi al giorno opportuno. 

— Benissimo. Anche su questo desideriamo esser 
d'accordo con voi. 

Alle 3.30 da Helfy. 

Eicevo questo telegramma, in risposta al mio di 
stamane : 

« Je vous prie de venir loger à mon palai s à Turin. 
Mercredi je vous ferai dire heure que j'aurai le plaisir 
vous voir. Bien des amitiés. 

Victor Emmanuel.» 



Alle 9.30 partenza per Vienna. 



UNA MISSIONE SEGRETA 



22 ottobre. — Arrivo a Vienna alle 6 del mattino. 
Alle 9 pom. sono alla frontiera. 

23 ottobre, — Alle 7 a Verona. 
A Torino. Conferenza col Ee. 



« Napoli, 3o ottobre 1877. 

Caro Depretis, 



Spero che non avremo la guerra, ma siccome non 
Ijossiamo noi arrestare il corso degli avvenimenti eu- 
ropei, ed abbiamo bisogno che l'Europa ci ritenga es- 
sere abbastanza potenti da far valere la nostra forza 
in caso di complicazioni in conseguenza della guerra 
d'Oriente, è giuocoforza tenersi pronti ad entrare anche 
noi in campagna. Su questo, amico mio, non ho parole 
per ripeterti che l'Italia deve, con qualunque sacrifizio, 
compiere i suoi armamenti. All'estero siamo considerati 
quale popolo prudente e savio, ma non tutti ci credono 
forti abbastanza. 

A me Andràssy non lo accennò, ma Eobilant mi 
disse che ragionando col Cancelliere austro-ungarico, 
questi in tutte le questioni territoriali avrebbe sempre 
risposto che l'Impero era pronto a farle decidere con 
le armi. 

È quindi interesse di patria di tenerci in condizioni 
da poter dire anche noi di poter ricorrere alle armi 
se tale debba essere la sorte cui ci spinge l'avversario. 

È il solo modo con cui potremo evitare la guerra. 

Quando rifletto che fino dal 1870 io chiedeva al Mi- 
nistero di destra di armare la nazione in previsione di 
grandi avvenimenti, e che non fui ascoltato, ne sento 
doppio dolore. 

Ma oggi siamo noi al governo, e se qualche disgra- 
zia avvenisse, i nostri avversarli direbbero subito che 
non abbiamo saputo fare il debito nostro. Mettiamoci 
dunque con ogni zelo all' oj)era, facendo tutto ciò che 
possa essere necessario. 

Prego di telegrafarmi, e ti assicuro che mi avrai 
sempre con te in tutto ciò che possa fare il bene del 
nostro paese. 



"Compiamo i nostri armamenti „ 



Spero che con Zanardelli finirai per metterti d'ac- 
cordo. 

Quella delle ferrovie è una quistione anche essa ca- 
pitale, e che bisogna in un modo qualunque risolver 
presto. 

In caso di guerra bisogna aver riordinato le grandi 
linee di comunicazione tra le varie parti d'Italia. Za- 
nardelli è un gran patriota e dev^e comprendere quale 
responsabilità pesi su lui. Non deve passare il mese di 
dicembre senza essersi ricostituito questo ramo di pub- 
blico servizio. È impossibile lasciare più a lungo le fer- 
rovie dell'Alta Italia in potere della Siidbahn. Quan- 
tunque il Direttore sia di tua fiducia, esso è costretto 
ad ubbidire ad una Società non amica. La quistione, a 
mio modo di vedere, non è solamente finanziaria, ma 
eminentemente politica. 

Se tu parlando col ministro dei Lavori pubblici, toc- 
cherai questa corda, son sicuro che riuscirai. 

Il tuo 

F. Orispi. » 



Capitolo Secondo. 



La politica estera dell'Italia dal 1878 
alla Triplice Alleanza. 

Il conte Corti respìnge la proposta di accordi segreti con l'Inghilterra alla vi- 
gilia del Congresso di Berlino. - Come la Francia ottiene carte bianche per 
Tunisi. - La politica dell'isolamento. - Causa l'irredentismo l'Austria minaccia 
dì passare la frontiera. - La francofilìa di Benedetto Caìrolì non evita l'occu- 
pazione francese della Tunisia. - Storia documentata dell'impresa tunisina e 
del disinteressamento dell'Inghilterra. - L'Italia avrebbe allora potuto occupare 
la Tripolitanìa. - Disillusi della Francia, ci rivolgiamo alla Germania. - Prodromi 
della Triplice Alleanza. - Il conte Maffei. - Il trattato del 20 maggio 1882. 

Il viaggio deiron. Crispi se fu salutato con grande fervore in 
Germania, insospetti il governo francese e la sua stampa, ohe vi- 
dero profilarsi sulForizzonte un'alleanza italo-germanica. Il Figaro 
faceva rilevare in un suo articolo " M. Crispi à Berlin „ le acco- 
glienze straordinarie fatte all'uomo di Stato italiano, le frasi più 
significative dette dal presidente Bennigsen nel suo discorso al 
pranzo parlamentare del 23 settembre ; e tra le altre sottolineava 
quella che " i due popoli — italiano e tedesco — avevano gli stessi 
nemici da combattere ,,. Anche in Italia la stampa del partito 
moderato si propose di togliere valore alle manifestazioni di 
Crispi; il quale, sebbene presidente della Camera dei deputati, 
— scriveva la Gazzetta d'Italia — non rappresentava che questa, 
cioè una impercettibile minoranza: " la Camera è eletta da 300 
mila elettori e gl'italiani sono 27 milioni ! „ E V Opinione, il più 
autorevole giornale dei moderati, giungeva (3 ottobre) a rim- 



72 



LÀ POLITICA ESTERA DELl'iTALIA DAL 1878 ALLA TRIPLICE ALLEANZA 



proverare al goyerno italiano di mantenere buone relazioni col 
gabinetto di Berlino " a spese della nostra dignità „ ! Del qual 
giudizio si risentiva il buon ambasciatore di Launay, che scri- 
veva a Crispi: "Questa poi è troppo forte. Il rimprovero ricade 
in parte sul rappresentante in Germania di questa politica.... 
Scrissi al Melegari di fare ribattere con energia quelle accuse „. 

In verità, Ton. Crispi in quella sua escursione attraverso 
l'Europa aveva perorato efficacemente per i diritti dltalia, rav- 
vivato simpatie e gettate le basi di una politica la quale, se fosso 
stata seguita con diligenza e lealtà, avrebbe evitato al nostro 
paese i danni e le offese che raccolse dappoi da ogni lato. Trovò 
la vecchia Austria ancora viva, e arcigna ; e comprese esser lon- 
tano il giorno di una amicizia italo-austriaca sincera e duratura. 
Ma in Germania quello era il momento per un'alleanza col- 
ritalia : Topinione pubblica ben disposta e il principe di Bismarck 
ancora senza altri impegni. Egli voleva procedere d'accordo con 
l'Austria; ma ad un'alleanza con essa non pensò che dopo il 
Congresso di Berlino per rispondere alle minacce dei panslavisti, 
e non vi giunse che nel 1879, dopo molti sforzi per convincer© 
l'imperatore Guglielmo. ^) A prescindere da ogni altro vantaggio 
morale, politico ed economico, l'alleanza italo- germanica ci avrebbe 
garantito al Congresso di Berlino ; non avrebbe impedito pro- 
babilmente l'alleanza austro-germanica, ma l'Austria, non l'Italia, 
sarebbe entrata terza nel sistema di alleanze della Germania, e 
avremmo evitato la mortificazione che nel 1882 ci fu imposta di 
passare da Vienna per giungere a Berlino; infine, la Francia 
non avrebbe avuto nel 1878 carte bianche per occupare Tunisi 
e non avrebbe osato infliggerci quella umiliazione abusando del 
diritto del più forte. 

Il Re e il Presidente del Consiglio convennero nel nuovo in- 
dirizzo a darsi alla politica internazionale dell'Italia; il 29 di- 
cembre 1877 l'on. Crispi entrava nel Ministero Depretis, come 
ministro dell'Interno. Ma, sventuratamente, Vittorio Emanuele si 
ammalava di li a pochi giorni, e moriva il 9 gennaio. I funerali 
del primo re d'Italia, i primi atti del re Umberto, poi la morte 
del papa Pio IX e il Conclave di Leone XIII assorbirono l'atti- 

i) Cfr. Les Mémoires de Bismarck recueillis par Maurice Busch. Tome 
second, Chapitre VII. Paris, librairie Charpentier et Fasquelle. 



Perchè la missione Crispi fu sterile 



73 



vità ministeriale. Quando si avvicinava il momento di rivolgere 
la mente agli accordi presi a Gastein col principe di Bismarok, 
Fon. Crispi cadeva vittima di un turpe complotto, che, in nome 
della morale, uomini di pochi scrupoli morali nella vita pubblica 
come nella privata, architettarono con grande abilità trovando 
facile credito nel pubblico politico, avido in tutti i tempi di 
scandali e di esecuzioni. L'on. Crispi, il quale, toccando l'accusa 
intime sue circostanze famigliari, si limitò a difendersi dinanzi 
al magistrato — ottenendo da esso il riconoscimento della lega- 
lità della sua condotta — dovette rinunziare con indicibile do- 
lore a rendere alla patria i servigi ch'era sicuro di poterle 
rendere. 

E il cruccio per il male ohe i suoi nemici irrimediabilmente 
avevano fatto più alFItalia che a lui, non lo abbandonò mai. Da 
un suo diario del 1896, nel quale è riferito un colloquio avuto 
il 26 ottobre col presidente del Senato, Domenico Farini, tra- 
scriviamo: 

(Crispi al suo interlocutore) 

— «Siccome sai, al 1878 fu stabilita la convocazione 
di un Congresso a Berlino, e PItalia dovette mandarvi 
il suo rappresentante. Allora, come oggi, ero maltrattato 
dai miei avversarii. Gli attacchi personali, però, non mi 
fecero dimenticare gl'interessi della patria nostra. Vidi 
Bertani, e parlandogli del mio viaggio nei vari Stati 
d'Europa, e della nostra situazione all'estero, lo pregai di 
veder Cairoli e di consigliargli a leggere la mia corri- 
spondenza epistolare e telegrafica, e poscia di avere un 
colloquio con me. ISTelle cose internazionali non tutto si 
scrive, e però molto avrei potuto aggiungere allo scritto. 
Lo crederesti? Cairoli non volle leggere la mia corrispmì- 
denza, nè avere un colloquio con me! Bertani, indignato, 
se ne partì, ed a Berlino invece di combattere la pro- 
posta occupazione della Bosnia e della Erzegovina da 
parte dell'Austria, la favorirono.» 

Le dichiarazioni fatte nel colloquio del 5 ottobre da Crispi 
a lord Derby in nome dell'Italia, furono seme gettato in terreno 
propizio. Non supponendo il governo britannico ohe la politica 
estera in Italia fosse mutevole come giuochi di fanciulli, nei 



74 



LA. POLITICA ESTERA DELL'itALIA DAL 1878 ALLA TKIPLICE ALLEANZA 



primi giorni del marzo 1878 lord Derby offriva uno scambio di 
idee sugli interessi comuni anglo-italiani nel Mediterraneo. L'ono- 
revole Depretis accettò con premura l'offerta, tanto che il gene- 
rale Menabrea, ambasciatore a Londra, gli telegrafava il 9 marzo : 

« Oonformemente al telegramma di V. E. in data di 
ieri, ho incominciato a intrattenere Derby su gli affari 
di Egitto, di Tripoli e di Tunisi. Egli mi ha detto es- 
sere evidente che Fltalia e Flnghilterra avevano inte- 
ressi comuni nel Mediterraneo, e che desiderava su tale 
argomento uno scambio di idee, riservandosi di ripar- 
larne. » 

Il 13 marzo Menabrea telegrafava nuovamente: 

« .... Derby mi ha ripetuto che desiderava intendersi 
con l'Italia sulle questioni relative al Mediterraneo e 
che aveva incaricato Paget [ambasciatore britannico a 
Eoma] di fare su tale oggetto delle aperture a Y. E. » 

Il 16 marzo il gen. Menabrea insisteva: 

« .... Il conte Derby sembra fare assegnamento sul- 
l'Italia per difendere gli interessi comuni nel Mediter- 
raneo e nel Mar l^ero. Egli mi disse di avere dato in- 
carico a sir A. Paget di fare delle aperture in quel senso 
all'È. Y. stessa, come l'E. Y. lo suggeriva col suo tele- 
gramma dell'8 marzo corrente. » 

Il ministero degli Affari Esteri taceva dal giorno 8. Depretis 
si era dimesso il 9; la crisi ministeriale si chiuse il 24 con la 
nomina di Benedetto Oairoli alla presidenza del Consiglio. Final- 
mente Roma rispose. Il conte Corti, preso possesso dell' ufficio 
di Ministro degli Affari Esteri il 26, due giorni dopo non esitava 
a respmgere la mano offertaci dall'Inghilterra, con la seguente 
incredibile lettera nella quale, non si comprende perchè, limitava 
al mar Nero e agli Stretti il campo degli accordi proposti anche 
per il Mediterraneo: 



Corti respinge le proposte inglesi 



75 



« Roma, 28 marzo 1878. 

Signor ambasciatore, 

È venuto oggi da me l'ambasciatore d'Inghilterra, e, 
per incarico avutone dal suo governo, mi ha fatto la 
comunicazione che già Y. E. aveva annunciato. 

In previsione dei mutamenti che la presente guerra 
può arrecare nell'equilibrio di forze finora mantenutosi 
in ordine alle comunicazioni tra il Mediterraneo e il 
Mar ìsTero, i governi più immediatamente interessati in 
quelle acque dovrebbero, secondo il pensiero del governo 
della Regina, essere concordi nel considerare la preser- 
vazione, per tale rispetto, dei loro interessi commerciali 
e politici, nel Mar l^ero e negli Stretti, e, in conseguenza, 
qualsiasi atto che miri a violare quegli interessi, sic- 
come questione di generale portata; e però di tempo in 
tempo, per quanto la cosa riesca praticamente possibile, 
dovrebbero procedere ad accordi circa le misure che fos- 
sero per essere necessarie per la preservazione di quegli 
interessi. 

Ho risposto a sir Augustus Paget che il governo del 
Re annette molto pregio a tenersi col governo Britan- 
nico nelle più cordiali e intime relazioni; che senza 
dubbio l'Inghilterra e l'Italia hanno, in materia di com- 
merci, degli interessi comuni per ciò che concerne il 
regime degli Stretti e del Mar Nero ; che saremo quindi 
sempre lieti di ricevere e di prendere nella più seria con- 
siderazione le comunicazioni e le avvertenze che il go- 
verno della Regina fosse per farci pervenire in proposito ; 
che, però, il governo di Sua Maestà non stimerebbe di 
poter prendere, a tale riguardo, degli impegni che pos- 
sano condurlo ad una azione. 

Della comunicazione fattami dall'ambasciatore bri- 
tannico e della mia risposta, mi giova pigliar nota in 
questo mio dispaccio destinato a personale informazione 
dell'E. y. Gradisca ecc. 

L. Corti.» 

Dinanzi alla inconsistenza della politica italiana, lord Derby 
— il quale aveva probabilmente fatto assegnamento suir Italia 
per la riuscita del suo piano diplomatico, dove, secondo la prò- 



76 



LA POLITICA ESTERA DELL'iTALIA DAL 1878 ALLA TRIPLICE ALLEANZA 



messa fatta alFon. Crispi, era certamente la garanzia degli inte- 
ressi italiani dinanzi al ventilato ingrandimento delF Austria, — 
dovette pensare molto male dei " nipoti di Machiavelli „, e si af- 
frettò a dimostrarsi zelante degli interessi.... austriaci. Tantocchè 
al Congresso riunitosi il 13 giugno di quell'anno 1878 in Berlino, 
nella seduta del 28 giugno fu uno dei plenipotenziarii inglesi, 
lord Salisbury, quello che " esaminata la gravità delle condizioni 
della Bosnia e dell'Erzegovina, e Timpossibilità nella Turchia di 
farvi fronte ,„ propose che " quelle due provincie fossero occu- 
pate militarmente e amministrate dall'Austria-Ungheria,,. 

E il principe di Bismarck — che forse aveva invano atteso 
ohi gli continuasse i discorsi fattigli in nome del Re d'Italia 
dall'on. Crispi a Gastein e a Berlino — si affrettò ad associarsi, 
in nome della Germania, alla proposta del marchese di Salisbury. 

L'Italia era assente ; e il conte Corti che la rappresentava al 
Congresso, non seppe neppure tacere. Chiese al plenipotenziario 
austriaco, Giulio Andràssy, "se era in grado di fornire sulla 
combinazione proposta qualche ulteriore spiegazione dal punto 
di vista dell'interesse generale dell'Europa „. E lo Andrassy non 
rispose alla vana domanda, ma disse semplicemente "essere con- 
vinto che il punto di vista europeo, che aveva ispirato il governo 
austro-ungarico, sarebbe stato apprezzato dal gabinetto italiano, 
come era stato apprezzato dagli altri gabinetti „. 

Non mancò neppure l'adesione della Francia. Il primo pleni- 
potenziario di quella potenza, il signor Waddington, espresse 
l'opinione che "la combinazione indicata dal gabinetto inglese 
era la sola che assicurasse un'esistenza tranquilla alle popolazioni 
della Bosnia e della Erzegovina, e che l'intervento dell' Austria- 
Ungheria dovesse considerarsi come una misura di polizia eu- 
ropea „. 

Quest'adesione non poteva mancare. Come l'Inghilterra ebbe 
l'isola di Cipro — con una convenzione stipulata con la Turchia 
precedentemente al Congresso (4 giugno) — la Germania cercò 
il suo vantaggio nel salvaguardare gl'interessi della Russia e 
accaparrarsene la riconoscenza — e l' Austria-Ungheria ebbe la 
Bosnia e l'Erzegovina, — cosi la Francia, negli accordi del re- 
troscena, ebbe concessa la facoltà di occupare la Tunisia quando 
avesse voluto. 

La concessione di questa facoltà — la quale spiega l'ambigua 



Come la Francia ottenne carte bianche,, per Tunisi 



77 



condotta tenuta nella questione tunisina dal gabinetto inglese, 
dinanzi alle rimostranze dell'Italia — è stata per molti anni af- 
fermata negata. Ma dubitare di essa non si può più. 

Il Gambetta — lo scrisse il gen. Cialdini il 26 giugno 1880 — 
^' rammentò come all'indomani del trattato di Berlino la Francia 
fosse consigliata dal principe di Bismarck, fosse spinta^ eccitata 
da lord Beaconsfield, a prendersi Tunisi, senza che la Germania 
e l'Inghilterra si preoccupassero punto nè poco delle aspirazioni 
e delle convenienze italiane „. 

Il Waddington stesso ebbe cura di vantarsi di quella conces- 
sione, come di un grande successo della sua carriera. Ciò è ben 
messo in luce nella lettera che segue dell'ambasciatore Tornielli 
all'on. Orispi: 

« Londra, 9 gennaio 1894. 

Nella campagna elettorale che riuscì sfortunata per 
il sig. Waddington, questi, giustificando l'operosità sua 
a prò della Francia nel servizio diplomatico, addusse in 
una lettera pubblicata nei giornali, fra gli altri titoli di 
merito, lo aver egli durante il Congresso di Berlino e 
mediante una segreta stipulazione con PInghilterra, ot- 
tenuto per la Francia « carte bianche » a Tunisi, sicché 
13otè essere piìi tardi stabilito il protettorato francese 
senza che occorresse alcun incidente europeo. 

Mentre era al governo lord Salisbury, quando io, in 
obbedienza alle insistenti istruzioni del E. governo, do- 
vetti ripetutamente urtarmi contro le evasive sue ri- 
sposte alle nostre comunicazioni intese a conseguire che 
il Gabinetto di Londra s'interessasse al par di noi nella 
questione di Biserta, non mancai di riferire che, a parer 
mio, questo ministro britannico che era stato plenipo- 
tenziario al Congresso di Berlino, doveva essere tratte- 
nuto in questa questione dai personali impegni colà presi 
appunto col sig. Waddington. Quelle che erano suppo- 
sizioni, suggerite dal singolare contegno di lord Salisbury, 
divennero in me quasi una certezza durante un colloquio 
avuto con lord Eosebery nel luglio 1893, quando inci- 
dentalmente S. S. affermavami che l'occupazione della 
Tunisia per parte della Francia era stata, tra questa e 
le altre potenze, regolata all'epoca del Congresso di 
Berlino. 



78 LA POLITICA ESTERA DELL'iTALIA DAL 1878 ALLA TRIPLICE ALLEANZA 



La lettera recente del sig. Waddington ai suoi elet- 
tori toglie di mezzo ogni incertezza. ISTon è l'antico am- 
basciatore francese a Londra persona tale da equivocare 
nelPuso di parole delle quali perfettamente conosce il 
proprio significato ed il valore. ì^on ho veduto il testo 
francese del suo scritto, ma ne ho sotto gli occhi la ver- 
sione inglese data dal Times: «Finally, by a secret stipu- 
lation with England, I obtained carte Uanclie for France 
in Tunis, which later on permitted us to establish there 
our protectorate without the occurrence of any euro- 
pean incident». Se il sig. Waddington ha scritto che 
una stipulazione segreta ha avuto luogo con l'Inghil- 
terra, ciò vuol dire che un impegno scritto esiste. E le 
ultime parole da lui adoperate indicherebbero che altre 
Potenze dovrebbero averne avuta notizia senza muovere 
contro la medesima alcuna obiezione. Questa interpreta- 
zione sarebbe conforme a ciò che lord Rosebery ebbe a 
dirmi occasionalmente. » 

È da notarsi che i plenipotenziarii italiani a Berlino ebbero 
un vago sospetto di accordi altrui relativi alla Tunisia, stipulati 
in via di stipulazione. Infatti il 18 luglio 1878, cinque giorni 
dopo la firma del trattato, l'ambasciatore di Launay telegrafava 
a Roma: 

«Il serait prudent d'avoir l'oeil ouvert à Paris rela- 
tivement à des combinaisons éventuelles se rattachant 
à Tunis.» 

Questo avvertimento, trasmesso alFambasciatore a Parigi, ir- 
ritò questi, ch'era il general Cialdini, il quale rispose il 18: 

«Bn reponse à votre telégramme d'avant-hier soir 
concernant la question de Tunis, j'envoie aujourd'hui à 
V. E. nouveau rapport aussi rassurant que possible. Je 
prie de faire savoir à S. E. l'ambassadeur de S. M. à 
Berlin qu'il serait prudent d'avoir l'oeil ouvert sur le 
prince de Bismarck relati vement à des combinaisons 
éventuelles se rattachant à la Hollande. » 

L'ironia del gen. Oialdini era fuor di luogo, perchè la com- 
binazione relativa alla Tunisia era un fatto reale ; ma non a Pa- 



Tentativi infruttuosi del di Launay 



79 



rigi bisognava tener gli occhi aperti, siccome consigliava il di 
Launay : sarebbe stato, invece, più opportuno averli tenuti aperti 
a Berlino. 

Il conte di Launay, il quale, se non un'aquila, era un diplo- 
matico zelante, cercò di approfondire il mistero. Le informa- 
zioni, però, a lui fornite dai suoi colleghi, glielo resero impe- 
netrabile. 

L'ambasciatore inglese, lord Odo Russel, gli disse che " le 
idee della Francia per una presa di possesso della Tunisia, o al- 
meno per un protettorato, avevano fatto notevoli progressi, e ohe 
bisognava badare a non lasciarsi sorprendere dagli avvenimenti ; 
il sig. Radowitz espresse l'opinione che delle " insinuazioni „ fos- 
sero state fatte al sig. Waddington, il quale aveva dédine 
d'entrer en pourparlers, méme académiques „, Cosicché, facenda 
delle ipotesi per non potersi fondare sul sodo di notizie sicure, 
il di Launay argomentava che dal suo stesso punto di vista 
l'Inghilterra doveva desiderare che l'Italia, a preferenza della 
Francia, si rafforzasse nel Mediterraneo, e che eziandio la Ger- 
mania avrebbe preferito che la Tunisia cadesse in mani italiane, 
anziché in mani francesi. Quindi, niente paura. " È evidente — 
concludeva — che noi non potremmo consentire che la Reggenza 
divenisse provincia francese per essere all'occorrenza base d'ope- 
razione, sia ad organizzare insurrezioni nel nostro territorio, sia 
per paralizzare, in caso di guerra, i nostri movimenti nel Medi- 
terraneo. La Francia ci stringe di già abbastanza con la Savoia, 
Nizza, l'Alto Delfinato, la Corsica, ecc., perchè possiamo consen- 
tire a farle prendere altre posizioni strategiche a nostro danno ,,. 

La politica seguita dall'on. Benedetto Cairoli — che fu pre- 
sidente del Consiglio quasi ininterrottamente dal marzo 1878 al 
maggio 1881 — mantenne l'Italia nell'isolamento. Le simpatie 
del Cairoli volgevano verso la Francia; ma mentre egli non ot- 
teneva ufficialmente che il governo di quel paese tenesse in equa 
considerazione gl' interessi italiani, mantenendo intelligenze o 
avendo quasi degli occulti compromessi con le individualità più 
spiccate del partito repubblicano non al potere^ faceva gran conto 
di costoro, che facilmente, appunto perchè senza responsabilità 
pubblica, largheggiavano in proteste di amicizia. Di fronte al- 
l'Austria, egli, appartenente a famiglia lombarda nobilissima per 



80 LA POLITICA ESTERA DELl'itALIA DAL 1878 ALLA TRIPLICE ALLEANZA. 



patriottismo, non seppe, salendo al ministero, spogliarsi dei ri- 
cordi delle lotte passate e considerare Tufficio con la serenità 
fredda e obbiettiva dell'uomo di Stato. Non risulta che egli fa- 
cesse dell'irredentismo stando al governo ; ma molti, i quali pub- 
blicamente gli si dicevano amici, erano irredentisti militanti, e 
il complesso della sua azione accennava per lo meno a tolle- 
ranza verso le agitazioni anti-austriache, mentre il partito co- 
stituzionale e la stampa sua non reagivano con un vigore ap- 
prezzabile. 

Quelle agitazioni, invero, fecero all'Italia molto male; e non 
erano serie, sia che gli irredentisti pensassero alla possibilità di 
strappare all'Austria le provinole italiane con le armi in pugno, 
sia che immaginassero di rivendicarle coi clamori. Ci fecero molto 
male anche perchè popolarizzarono in Austria il concetto ohe 
la lotta all'irredentismo italiano si identificava con la difesa dei 
principii sui quali poggia la saldezza dell'Impero, e resero, quindi, 
più difificile una futura consensuale rettifica delle frontiere, che 
ogni patriota italiano deve desiderare. 

Crispi pensò sempre che l'Italia avesse sommo interesse ad 
ottenere le sue frontiere naturali; ma ritenne che incombesse 
alla diplomazia il definire la questione, e che gl'irredentisti non 
ottenessero altro scopo che quello di rinviare all'infinito tale 
definizione. 

Fu denunziato più volte a Vienna e a Berlino che l'irreden- 
tismo in Italia, come certe manifestazioni panslaviste in Russia, 
erano macchine da guerra montate dal partito d'azione francese, 

— delle quali le polizie austriaca e tedesca pretesero di aver 
sorpreso le fila, tese specialmente nelle nostre lo«2:gie massoniche 

— allo scopo d'inimicare l'Italia all'Austria e alla Germania, an- 
che suscitando in Italia un movimento repubblicano con ten- 
denze irredentiste per paralizzare l'Austria e renderne l'alleanza 
inutile alla Germania. Per una strana e infiilice coincidenza, 
quella denunziata propaganda in Italia del partito d'azione fran- 
cese si svolgeva mentre la politica della Oonsu ta sembrava con- 
siderasse l'Austria come una nemica naturale nostra e delle sub- 
nazionalità del Danubio e dei Balcani. E le diffidenze del go- 
verno di Vienna non poterono mancare. Es e dettero giorni 
molto amari alla Consulta. In settembre 1879 il colonnello Hay- 
merle, già addetto militare all'ambasciata austriaca presso il Qui- 



LHrredentismo e l'Austria 



81 



rinaie retta da suo fratello, espose in un opuscolo intitolato 
" Italicae res „ gli argomenti secondo i quali, dal punto di vista 
austriaco, Firredentismo era fondato sull'errore e doveva avere 
l'Austria irremovibilmente avversa. Questa pubblicazione suscitò 
polemiche senza fine. Poco dopo, nei primi del 1880, irritò gran- 
demente l'Austria il fatto che ai funerali del generale Avezzana, 
presidente ^q\V Irredenta, due ministri e un segretario generale 
avevano retto i cordoni del feretro insieme al sig. Matteo Im- 
briani, fanatico irredentista. Non soddisfatto delle spiegazioni date 
dall'on. Cairoli, il governo austriaco assunse un'attitudine mi- 
nacciosa. Il 31 marzo il Comando del III Corpo d'Armata a Ve- 
rona informava il ministero di truppe raccolte alla frontiera sotto 
il comando dell'arciduca Alberto; ve ne erano a Bezzecca, a 
Pieve di Ledro e a Riva; l'arciduca era ad Arco col suo Stato 
Maggiore. Il 10 aprile l'ambasciatore a Vienna, conte di Robilant, 
avvertiva che l'avvicinamento delle truppe austriache nel Tirolo 
doveva considerarsi come una minaccia. 

Gl'incidenti sollevati ad ogni momento continuarono a tenere 
accesi gli animi per tutto il 1880 e oltre. Il 14 aprile il deputato 
Cavallotti fu espulso da Trieste; in giugno l'Austria disappro- 
vava la conversione dei beni del Collegio di Propaganda Fidey 
ritenendo questo come un'associazione internazionale; in agosto 
si opponeva alla concessione di decorazioni italiane a cittadini 
del Tirolo e di Trieste ; in ottobre protestava contro la delibera- 
zione del Comitato dell'Esposizione Nazionale di Milano pel 1881, 
di ammettere espositori delle provincie di lingua italiana appar- 
tenenti all'Impero. E altri incidenti che non giova ricordare si 
verificarono finché Fon. Cairoli tenne la direzione del Governo e 
della politica estera, cioè sino alla fine di maggio 1881. 

L'on. Cairoli cadde dal potere in seguito al protettorato im- 
posto dalla Francia alla Tunisia; la sua inabilità, che poteva 
condurci ad una guerra contro l'Austria, ci condusse, invece, ad 
un disastro morale e politico nel campo ch'egli prediligeva. 

La spinta data alla Francia a rivolgere la sua attività verso 
la Tunisia, fu molto abile; fatalmente, il principe di Bismarck 
allontanava dall'Europa lo spirito ambizioso dei francesi. I quali, 
nonostante considerassero dapprima TofFerta come un inganno, 
e come un delitto il distrarre energie e pensare ad altro che 

Crispi, Politica estera. 6 



82 



LA POLITICA ESTERA DELL'iTALIA DAL 1878 ALLA TRIPLICE ALLEA^■ZA 



non fosse la rivendicazione delFAlzazia e della Lorena, si com- 
piacquero poco alla volta di trovare in Africa un compenso ma- 
teriale e un temporaneo conforto morale alle sconfitte subite; e 
forse qualcuno, chissà? pensò alle nuove forze che la Francia 
avrebbe trovate nell'Africa da gettare un giorno sulla bilancia 
dei destini d'Europa. In un rapporto del 18 luglio 1878, l'am- 
basciatore Cialdini scriveva: 

« Conviene riconoscere essere divenuto un dogma re- 
pubblicano (almeno per ora) che la Francia non debba 
permettersi conquista od annessione alcuna, prima di 
avere rivendicate e ricondotte alla repubblica le perdute 
Provincie dell'Alsazia e della Lorena.» 

Se la Francia avesse badato soltanto a non offendere le su- 
scettibilità e gl'interessi italiani, la Tunisia sarebbe ancora aperta 
alla libera attività delle due nazioni. Ma alla Francia premevano 
sopratutto le ragioni della sua efficenza iaternazionale e della 
sua potenza. Che pretendeva l'Italia, isolata ed inerme? Che la 
Francia ansiosa di dominio, vedendo la via libera da ostacoli 
materiali, si astenesse per considerazioni di equità e di simpatia 
verso un giovine Stato sorto inopportunamente, che si atteg- 
giava a suo rivale? Questo potò pensarlo chi della politica in- 
ternazionale aveva un concetto puerile. Spettava al governo ita- 
liano, il quale vide nascere il pericolo e potè seguire, sulle dili- 
genti informazioni del generale Cialdini, l'evoluzione dell'opinione 
francese circa l'utilità di quell'impresa, di prevenirla, di assicu- 
rare lo statu quo del Mediterraneo mediante le alleanze alle quali 
ricorse troppo tardi. 

L'on. Cairoli non ha scusa poiché dal 1878 al 18S1 fa tenuto 
esattamente al corrente delle intenzioni del gabinetto francese 
rispetto a Tunisi. 

In un primo periodo fu riconosciuto formalmente dalla Fran- 
cia il diritto dell'Italia a non essere chiusa nel suo mare, e il 
Cialdini riferiva il 19 agosto 1878 le seguenti dichiarazioni del 
signor Waddington, ministro degli Affari esteri e di Gambetta: 

« Ohe la questione di Tunisi non era mai stata posta 
sul tappeto e che non se n'era nemmeno parlato a guisa 
di passeggera conversazione nel Consiglio di ministri. 



La parola d'onore di Waddington 



83 



Aggiunse che se in seguito alla posizione fatta alle Po- 
tenze mediterranee dal Congresso di Berlino e sovratutto 
dal trattato anglo-turco, sorgesse la necessità o la con- 
venienza di prendere qualche misura di precauzione nel 
bacino del Mediterraneo a tutela degli interessi francesi, 
non si farebbe nulla, assolutamente nulla, senza previo 
e completo accordo con l'Italia. Aggiunse che a parer 
suo, si perde sovente in profondità ed in forza ciò che 
si guadagna in estensione e superficie ; che Algeri è un 
inciampo, un peso, una debolezza per la Francia ; quindi 
essere egli personalmente contrario all'acquisto di Tunisi. 

Pur tuttavia — seguitò — l'avviso altrui potrebbe 
prevalere, ma io vi dò la parola d'onore che sino a 
quando io farò parte del governo francese, nulla di si- 
mile sarà tentato, nessuna occupazione avrà luogo di 
Tunisi o di altro punto, senza andare di concerto con 
voi, senza prima riconoscere il diritto che avrebbe l'Italia 
di occupare un altro punto d'importanza relativa e pro- 
porzionata. 

Ieri al tardi venne da me il sig. Gambetta, al quale 
io desiderava parlare nuovamente su questo argomento. 
Egli mi rinnovò con maggior calore ed espansione le as- 
sicurazioni già datemi tempo addietro, che il governo 
francese attualmente al potere ed il partito repubblicano 
che lo sostiene, non avevano pensato mai all'occupazione 
di Tunisi ; cosa che non entrava punto nelle loro viste. 
E se mai arrivasse giorno in cui fossero condotti ad 
occuparsi di un simile progetto, essi si porrebbero anzi- 
tutto d'accordo coll'Italia, non potendo convenire alla 
Francia di farsene una nemica irreconciliabile ; mi pregò 
di dire al governo del Ee che, a parer suo, fra i vari 
risultati del Congresso di Berlino spicca la necessità di 
unirsi sempre più, massime poi sulle questioni orientale 
e mediterranea. 

Le dichiarazioni somigliantissime di questi due uo- 
mini politici mi sembrano rassicuranti, perchè mi sem- 
brano sincere.» 

In un secondo periodo ferve a Tunisi la lotta d'influenza; 
due consoli bellicosi, Roustan e Macoiò, si disputano il terreno. 
Col gen. Cialdini, il 26 giugno 18S0 il presidente della Repub- 
blica, Gróvy, deplorava che la questione di Tunisi — la quale, 



84 



LA POLITICA ESTERA DELL'itALIA DAL 1878 ALLA TRIPLICE ALLEANZA 



secondo lui, non valeva un sigaro da due soldi — potesse di- 
venire cagione di dissidio; e il ministro Freycinet si augurava 
di poter conciliare i desideri italiani con gl'interessi della Fran- 
cia. Ma Leone Gambetta "forse più franco, certamente più 
chiaro,,, diceva l'Italia non dovere contrastare l'influenza fran- 
cese in Tunisia. Non voleva essa tener conto della prudenza e 
della moderazione di cui la Francia dava prova astenendosi dal 
prendersi un paese offertole da tutte le Potenze? 

L'on. Oairoli credette che a trattenere la Francia, sulla via 
nella quale ora non più involontariamente procedeva, bastassero 
le dichiarazioni sentimentali sulla fratellanza dei due popoli, le 
proteste delle sue pure intenzioni, la minaccia di mutare indi- 
rizzo politico. Codesti argomenti verbali non fecero alcuna im- 
pressione; ma la sollecitudine, invece, dimostrata dal Oairoli per 
il tronco di ferrovia Tunisi-Goletta e per il cavo telegrafico Si- 
cilia-Tunisi, cioè per due iniziative non private, ma in realtà 
del governo italiano e tali quindi da dare a questo una maggiore 
influenza politica, quella si ohe fece impressione, anzi allarmò la 
Francia, la quale andava abituandosi a considerare prevalenti i 
propri interessi nella Reggenza. E cosi il Freycinet, il 9 luglio 1880, 
modificò le dichiarazioni fatte il 19 agosto 1878 da Waddington : 
" La Francia non pensa ora ad occupare Tunisi, ma l'avvenire sta 
nelle mani di Dio „. E rifiutò di consentire alla concessione da 
parte del Bey della posa di un cavo diretto indipendente tra 
Tunisi e la Sicilia. 

La esclusività dell'influenza francese divenne nel terzo pe- 
riodo lo scopo del gabinetto di Parigi. Si era ancora lontani 
dalla decisione di un'azione militare, ma era entrata in azione 
una gran forza, l'opinione pubblica; la quale, aizzata dalla stampa, 
fini con l'esercitare un'azione determinante sul Governo. Gli spe- 
culatori non mancarono di ispirare i sentimenti che dividono e 
furono denunziati anche alla Camera francese ; si disse anche che 
individualità spiccate, le quali circondavano il Gambetta, si pre- 
occupassero di far denaro. Pochi pubblicisti, come Mad. Adam, 
tentarono a Parigi di opporsi alla corrente, non riuscendo ad 
altro che a farsi accusare di poco patriottismo. 

Prevedendo che un giorno o l'altro sarebbe stato spinto ad 
occupare la Tunisia, il Freycinet si preoccupava naturalmente 



TJ avvenir e sta nelle mani di Dio,, 



85 



delle conseguenze di tal fatto. Il 25 luglio 1880 il nostro amba- 
sciatore era in visita presso di lui, quando ad un tratto il Frey- 
cinet gli disse: 

«Ma perchè vi ostinate a pensare a Tunisi, dove la 
vostra concorrenza può turbare un giorno o Paltro i 
nostri buoni rapporti, perchè non volgereste piuttosto 
gli occhi su Tripoli, nel qual luogo non avreste a lot- 
tare con noi, nè con altri?» 

Queste parole — osservava il Oialdini — mi ricor- 
darono una frase analoga sfuggita al duca Decazes, e 
dovetti convincermi sempre più che esiste un pensiero 
politico permanente^ tradizionale rispetto alla costa me- 
diterranea dell'Africa, pensiero a cui tutti i partiti si 
mostrano ossequenti e si studiano di custodire, trasmet- 
tere e sviluppare. 

Eisposi che una simile indicazione mi rammentava 
il consiglio dato da Bismarck a Napoleone III di pren- 
dersi il Belgio e lasciare la provincia Renana in pace; 
che noi non aspiravamo a Tripoli più che a Tunisi, ma 
desideravamo soltanto che codeste Reggenze fossero man- 
tenute in statu-quo. Aggiunsi che di Tripoli non occor- 
reva parlare neanche a titolo di compenso, se mai la 
Francia occupasse Tunisi un giorno, a meno che Tripoli 
non cessasse di far parte delP impero turco. 

L'avvenire è nelle mani di Dio (frase prediletta del 
sig. Freycinet) e potrebbe darsi, seguitò egli a dire, che 
un giorno, senza dubbio lontano, la Francia fosse con- 
dotta dalla forza delle cose ad occupare e ad annettersi 
la Reggenza di Tunisi, ^oì non vorremmo che ciò av- 
venisse, se pur deve avvenire, a prezzo dell'amicizia che 
ci lega all'Italia e che desideriamo sinceramente di con- 
servare. Voi partite ed io pure partirò in breve. Ci ri- 
vedremo ai primi di ottobre e ripiglieremo allora a 
parlare di questo argomento nella certezza che gli animi 
si saranno calmati in Italia ed in Francia e che potremo 
ragionare tranquillamente. Io jjotrò dichiararvi che la 
Francia non pensa punto nè poco all'occupazione di Tu- 
nisi; ma siccome l'avvenire è nelle mani di Dio e po- 
tendo accadere, in tempo più o meno remoto, che la 
Francia fosse proprio spinta dalla necessità d'una situa- 
zione qualsiasi ad occupare la Tunisia, io vi dichiarerò 
in pari tempo che, se un caso simile si presentasse. 



86 



LA POLITICA ESTERA DELL'iTALIA DAL 1878 ALLA TRIPLICE ALLEANZA 



V Italia ne sarebbe avvertita con ogni possibile anticipazione, 
ed ajutata dalla nostra influenza cordiale ad ottenere nel ba- 
cino del Mediterraneo un compenso proporzionato e sufficiente, 
affine di conservare V equilibrio della rispettiva 'preponde- 
ranza, » 

Appariva manifesto che V occupazione delia Reggenza da 
parte della Francia era questione di tempo; il Oialdini avverti 
che Tunica via per impedirla era di "promuovere altre combi- 
nazioni „. 

Alla fine di settembre assunse la direzione del Quai d'Orsay 
il sig. Barthélemy di Saint-Hilaire (ministero Ferry), e il Oairoli, 
sebbene ne fosse evidente l'inopportunità, ordinò al Oialdini di 
insistere affinchè il Gabinetto di Parigi non contrastasse la con- 
cessione del filo telegrafico diretto e indipendente dalla rete 
telegrafica francese. Il Oialdini, sebbene riluttante, obbedì e non 
ottenne nulla: 

« Non si tratta — scriveva il 20 novembre — di buone 
ragioni.... ma semplicemente di un programma politico 
che la Francia ha adottato e non abbandonerà più. L'in- 
fluenza francese, cacciata dall'Europa dal principe di 
Bismarck, s'è abbattuta sull'Africa, dove non teme di ur- 
tarsi con la Germania. Noi non riusciremo ad ottenere 
alcuna concessione dalla Francia con dei ragionamenti 
e delle mosse diplomatiche. È questa, da molto tempo, 
la mia convinzione. La Eepubblica sa bene che questa 
politica ci ferisce e allontana — e bisogna riconoscere 
che di ciò essa non si preoccupa. » 

Il 1.^ febbraio 1881 il console italiano a Tunisi, Macciò, te- 
legrafa a Roma: 

«Oggi il Console francese ha informato il Bey che, 
considerate le condizioni attuali della Tunisia, la Su- 
blime Porta ha deciso di destituirlo e di mandare Ke- 
redine ad amministrare il paese. La Francia essendo a 
ciò assolutamente contraria, era obbligata a fare una 
dimostrazione navale, e poiché questa avrebbe dato luogo 
nell'assemblea a interpellanze spiacevoli, era opportuno 



Il Bey di Tunisi non vuole chiedere il protettorato francese 87 



che Sua Altezza chiedesse l'invio di una squadra alla 
Goletta. Il Bey ha risposto che si rifiutava di credere al 
progetto attribuito alla Sublime Porta, che non stimava 
di dover esprimere alla Francia il desiderio della dimo- 
strazione navale, nè aveva da dare consigli su tale ar- 
gomento. 

È il Bey stesso il quale ha desiderato che io v'in- 
formassi di quanto precede.» 

Interrogato sulla verità del fatto denunziato dal Macciò — 
ohe sarebbe stato un tentativo per ottenere dal Bey stesso la 
domanda di protettorato — il signor Barthólemy rispose ohe si 
trattava di una favola; ma il Cialdini, pur prestando fede al- 
lora alla sincerità del Ministro, non escludeva che a Tunisi il 
console Roustan obbedisse a ordini di persone più potenti del 
ministro degli affari esteri, appunto in quei giorni combattuto 
aspramente sui giornali devoti al Gambetta. 

Il Bey, informato che a Parigi smentiscono la pressione ten- 
tata su di lui dal console francese, fa trascrivere il discorso te- 
nutogli da quest'ultimo, e manda a Roma copia autentica del 
protocollo relativo. Messo il documento sotto gli occhi del Bar- 
thólemy, questi dichiara di non credere alla sua veridicità. Però, 
informazioni raccolte dal gen. Cialdini anche presso il suo col- 
lega d'Inghilterra, assodano che il Barthólemy aveva lui stesso 
consigliato la mossa al Roustan e che per aiutarne la riuscita 
aveva mandato due navi da guerra nelle acque tunisine. 

Fallito questo piano, si diffonde la voce che la 'potente tribù 
dei Krumiri aveva fatto incursioni sul territorio algerino, e mi- 
nacciava il tronco ferroviario francese Bona-Guelma; s'insinua 
anche la possibilità di una esplosione del fanatismo religioso in 
Algeria. La stampa francese s'impadronisce del tema e commuove 
l'opinione pubblica: il governo fa partire da Tolone navi e truppe 
" per non sguarnire l'Algeria in circostanze così gravi „ ! 

Grande emozione in Italia; il Ministero Oairoli è in pericolo 
e domanda spiegazioni. Il Barthólemy, il 6 aprile, assicura il 
gen. Cialdini che l'invio di un considerevole corpo di truppe non 
ha altro scopo che di punire le tribù alla frontiera algerina — 
e che il governo francese " non pensa punto ad un'occupazione 
militare permanente e meno ancora all'annessione della Tunisia „. 
L'indomani le stesse spiegazioni sono rinnovate con questa ag- 



88 



LA POLITICA ESTERA DELL'iTALIA DAL 1878 ALLA TRIPLICE ALLEANZA 



giunta, che "ingaggiata la lotta non poteva prevedersi quello 
che sarebbe stato necessario di fare „. Intanto la Camera fran- 
cese votava quel giorno stesso, 7 aprile, un credito di lire 5,695,000 
per la spedizione militare. 

Varcata la frontiera tunisina senza incontrare alcuno osta- 
colo, facendo, come fu detto a Parigi, al Palazzo Borbone, " une 
promenade militaire,,, le truppe della Repubblica si avvicinano 
a Tunisi e le navi da guerra sbarcano soldati a Biserta. L'il 
maggio il ministro Barthólemy informa l'ambasciatore Oialdini 
che le truppe non entreranno in Tunisi se il Boy firmerà il 
trattato che gli verrà sottoposto; che Foocupazione militare ces- 
serà appena avuta la prova della buona fede del Bey e del suo 
rispetto al trattato, e che anche Biserta sarebbe stata evacuata 
subito dopo. 

Il trattato, così detto di garenzia, fu firmato l'indomani, 12 
maggio, dal Bey e dal generale comandante le truppe invadenti. 
Il Bey, che invano si era rivolto alle Potenze, accettò tutto 
quello ohe gì' imposero, consenti anche l'occupazione militare 
come gliela chiesero, cioè ristretta a taluni punti, sino al rista- 
bilimento dell'ordine. 

La Francia non si arrestò al trattato. L'agitazione natural- 
mente sorta nella Tunisia per l'invasione straniera, dette argo- 
mento a estendere le operazioni di guerra. Un nuovo credito di 
14 milioni fu approvato dal Parlamento ; il 12 luglio la squadra 
francese occupava Sfax, il 24 luglio Gabes ; il 9 ottobre le truppe 
repubblicane entravano a Tunisi. 

Cosi la Francia conquistò la Reggenza. 

Tutte le promesse fatte al gen. Oialdini dai tre ministri che 
trattarono la questione, Waddington, Freycinet, Barthólemy, 
furono, una dopo l'altra, violate, e l'ingenua fiducia del Cairoli 
fu molto male ricompensata. Alla Camera italiana il Cairoli^ 
prima ohe l'azione francese raggiungesse i fini propostisi, si di- 
fese mettendo innanzi la sua buona fede — innegabile come la 
sua incapacità — e si fece garante che i francesi si sarebbero 
ritirati dalla Reggenza appena vinti i Krumiri ; ma Orispi lo am- 
moni : " Bisogna aver dimenticato la storia, per credere che l'e- 
sercito francese, dopo punite le tribù ribelli, uscirà dalla Tunisia,,. 

Il Cairoli dichiarò, altresi, in Parlamento, di avere con l'In- 



Il disinteressamento dell' Inghilterra 



ghilterra " una identità di idee neir apprezzare la questione di 
Tunisi ,„ e volle così smentire quelli che affermavano " immagi- 
narii isolamenti,,. 

Non si comprende perchè un uomo probo come il Cairoli af- 
fermasse cosa talmente lontana dal vero. Bisogna supporre che 
egli non leggesse i documenti, o che, letti, li dimenticasse ; perchè 
i documenti della Consulta contenevano la prova del contrario. 

Il 7 gennaio 1879 conversando col marchese Menabrea, am- 
basciatore d'Italia a Londra, il ministro Salisbury, interrogato 
sulle voci dei giornali, secondo le quali anche il governo della 
Regina spingeva la Francia ad annettere la Reggenza di Tunisi 
all'Algeria, rispose ch'egli " stava neutro nella questione ,„ cioè 
si asteneva, e ohe aveva dichiarato alla Francia " che scorgendo 
l'Italia contraria ad un tale divisamente, lasciava che quelle due 
Potenze se la intendessero fra loro „. Il 13 febbraio dello stesso- 
anno il Menabrea, avendo domandato al Salisbury che l'Inghil- 
terra facesse una dichiarazione di voler mantenere lo statu quo 
in Tunisia, il Salisbury " si astenne da nulla promettere circa 
la dichiarazione dianzi suggerita,,. L'il luglio 1880 lo stessa 
Menabrea riferiva aver il ministro conte Granville dichiarata 
" che la Tunisia essendo uno Stato indipendente, salvo i diritti 
della Sublime Porta, l'Inghilterra non poteva intervenire in 
quelle questioni che si riferiscono al governo interno della Reg- 
genza „. Il 22 di quel mese il Cairoli ritenendo che l'atteggia- 
mento inglese potesse mutarsi, insisteva : " A noi non sembra 
ammissibile.... che le altre Potenze, l'Inghilterra in specie, vo- 
gliano accogliere una teoria [cioè che la Tunisia dovesse consi^ 
dorarsi come un'appendice dell'Algeria] che già fin d'ora turbe- 
rebbe l'equilibrio delle forze nel Mediterraneo,,. Ma il Granville 
rispondeva il 29 luglio " che l' Inghilterra non avendo ohe inte- 
ressi secondarii nella Tunisia, non voleva intervenire nei dis- 
sensi insorti tra noi e la Francia, a meno di esservi direttamente 
invitata,, — e non occorre avvertire che il nobile lord era si- 
curo di non ricevere un invito simile dalla Francia! 

Naturalmente, le cose non mutarono quando la crisi fu pros- 
sima; il 17 febbraio 1881 toccò a lord Lyons, ambasciatore bri- 
tannico a Parigi, di avvertire il generale Cialdini che l'Inghil- 
terra "teneva molto a non far nulla che possa dispiacere alla 
Francia „. 



90 LA POLITICA ESTERA DELL'iTALIA DAL 1878 ALLA TRIPLICE ALLEANZA 



Alla Consulta sì presumeva allora di sapere quale fosse la 
politica ohe nel Mediterraneo convenisse all' Inghilterra ; e su 
tale presunzione si fondava. Anche dappoi abbiamo vissuto di 
illusioni su questo argomento, perchè in realtà, tranne durante 
un periodo del quale ci occuperemo più avanti, l'Inghilterra ha 
trovato sempre il suo interesse nell'intendersi con la Francia. 

Può darsi ohe al 1878 i ministri inglesi avessero sull'avvenire 
della Tunisia le idee che loro attribuiva uno scrittore francese, 
il Constant d'Estournelle : ^) 

"Du jour où le gouvernement anglais constate que la Tu- 
nisie est condamnée et qu'une intervention ótrangère y est ine- 
vitable, entro quelles raains doit-il souhaiter de la voir tomber? les 
notres ou celles de l'Italie? Entro les notres sans aucun doute. 
De deux maux on choisit le moindre. Il a tout intóréfc à ne pas 
abandonner à l'Italie la garde du vaste goulet qui met en oom- 
munication les deux bassins de la Méditerranée. Son action en 
1871 auprès du cabinet de Florence en était déjà une preuve. Or 
l'Italie serait maitresse de ce passage, dans le cas où le promon- 
toire tunisien qui s'avance vers la Sicile lui appartiendrait. 
Possédant, avec la Sardaigne et l'ìlot de Pantellaria, la pointe 
du cap Bon, le sommets de Carthage, Bizerte, on peut dire 
qu'elle commanderait les Communications maritimes de l'Europe 
avec l'Orient et qu'elle pourrait, au besoin, sinon les arréter tout 
à fait, du moins les géner considérablement. Il est clair que ce 
n'est pas l'Angleterre qui favorisera jamais la création d'une 
pareille entravo et qui s'exposera à faciliter l'interception de la 
grande route que sillonnent aujourd'hui librement par milliers 
«OS bàtiments. Elle a tout avantage, au contraire, à ce que les 
deux còtes du passage appartiennent à deux puissances diffé- 
rentes: c'est pour elle le plus sur moyen d'en assurer la neu- 
tralité ,,. 

La conquista francese di Tunisi non fu discussa alla Camera 
italiana; il ministero Cairoli si ritirò il 14 maggio, appena potò 
apprezzare l'effetto prodotto in tutta l'Italia dalla notizia del 
trattato del Bardo. L'on. Crispi che aveva diretto gli oppositori 

i) La polìtlque fran false en Tunisìe — Le Protectorat et ses orìglnes 
{1854-1891) par P. H. X. — Paris, Librarne Plon, pagg. 79-80. 



La conquista francese della Tunisia 



91 



con moderazione, era in predicato di succedergli; ma i capi 
della Sinistra furono concordi, come sempre, nel volerlo lontano 
dal governo. Dissero che il nome di Crispi suonava guerra alla 
Francia, e non era prudente. In realtà, Crispi aveva, pochi giorni 
prima, ripetuto alla Camera che " un conflitto tra la Francia e 
l'Italia sarebbe una guerra civile „ e aveva deplorato che le buone 
relazioni tra i due paesi fossero state compromesse da una po- 
litica imprevidente e leggera. Non può infatti negarsi che se i 
diritti dell'Italia fossero stati validamente difesi, il governo fran- 
cese non avrebbe potuto con l'impresa di Tunisi alzare una bar- 
riera tra i due Stati. 

Quell'impresa ci offese dippiù pel modo onde fu compiuta e 
per l'alterigia con la quale ci si trattò. Eravamo isolati, deboli, 
con le finanze in disordine, in conflitto con l'Austria; e la Fran- 
cia non soltanto profittò di tali circostanze per cacciarci da un 
paese vicinissimo al nostro e dove avevamo interessi maggiori 
dei suoi; ma s'irritò delle nostre naturali e legittime proteste, 
e aggiunse all'azione prepotente le minacce, e colpì col disprezzo 
Tira nostra impotente. 

È vero — come si affermò — ohe se l'Italia avesse risposto 
al protettorato francese sulla Tunisia con l'occupazione della Tri- 
politania, avrebbe trovato le grandi Potenze neutrali e l'appoggio 
dell'Inghilterra ? 

Un giornale inglese, lo Standard^ pubblicò (22 o 23 maggio 
1881) un documento diplomatico sin allora inedito, nel quale si 
affermava che in una conversazione tra i signori Waddington, 
Corti e lord Salisbury era stato convenuto che l'Italia potesse 
occupare la Tripolitania, se la Francia si fosse annessa la Tu- 
nisia. 

Il conte Corti — che era in quei giorni ambasciatore a Co- 
stantinopoli — si affrettò a mandare una smentita con la fretta 
che avrebbe posta nel respingere una insinuazione ingiuriosa: 

« Siffatta conversazione — egii scriveva il 24 mag- 
gio — non è mai seguita, nè a Berlino, nè altrove. I i)le- 
nipotenziari d'Italia non avevano missione di trattare 
della distribuzione di territori appartenenti ad altre po- 
tenze, all' infuori di quelli che costituivano le conse- 
guenze immediate della guerra. 



92 LA POLITICA ESTERA DELL'iTALIA DAL 1878 ALLA TRIPLICE ALLEANZA 



Il documento diplomatico cui si riferisce il telegramma 
è dunque apocrifo, oppure contiene la relazione d'un 
colloquio non avvenuto. Per lo che mi presi la libertà 
di pregare VE. Y, di far smentire l'asserzione del gior- 
nale inglese.» 

La mentalità del conte Corti è tutta rispecchiata in questa 
smentita. È chiaro che come diplomatico egli era un pesce fuori 
d'acqua. Porse sarebbe stato un buon prete. 

Il marchese Menabrea, al quale fu telegrafato da Roma il de- 
siderio del Corti, rispose il 31 maggio: 

j^el medesimo giorno io telegrafavo in cliiaro a co- 
desto ministero nei termini seguenti: 

«Le Times public aujourd'hui un télégramme de 
Eome informant que M. Corti dément la conversation 
avec lord Salisbury qu'on lui attribue, pour faire donner 
Tripoli à l'Italie, dans le cas oiì Tunis serait annexé à 
la France. Oette question a provoqué une interrogation 
de M. Arnold, dans la dernière séance de la Chambre 
des communes. Sir Charles Dilke a repondu qu'il n'y avait 
pas eu, au sujet de Tripoli, d'échange de correspondance 
entre les deux gouvernements anglais et italien. D'autres 
interrogations ont également eu lieu sur Tunis; elles 
n'ont amene aucune résolution. — Menabkea. » 

La sera stessa del giorno 25, in cui erano stati ri- 
cevuti e spediti i telegrammi anzidetti, io incontrai, al 
ballo di Corte, il sotto-segretario di Stato per gli Affari 
esteri, sir Charles Dilke, che, fermandosi, mi disse spon- 
taneamente di essere stato sorpreso della smentita data 
dal conte Corti, imperocché esistevano al Foreign Office 
prove, o documenti che fossero, che si riferivano alla 
sovraccennata conversazione. Egli soggiunse che questa 
doveva essere, all'indomani, oggetto di una nuova in- 
terrogazione nella Camera dei Comuni, ma che egli evi- 
terebbe di entrare in discussione in proposito, rifiutando 
di dare ulteriori spiegazioni. 

Infatti, nella seduta del 26 corrente, ebbe luogo nella 
Camera l'interrogazione annunziata. Traduco dal Times 
del 27 maggio il resoconto che vi si riferisce: 

« Trijìoli e Tunisi — Il sig. Arturo Arnold chiede se 
vi sia qualche documento della conversazione tenuta da 



Tunisi alla Francia e Tripoli alVItalia 



93 



lord Salisbary, relativamente alPoccuijazione di Tripoli 
per parte delFItalia, in compenso dell'ingresso della 
Francia a Tunisi. Sir Charles Dilke risijonde: «Tutte le 
informazioni che il governo di Sua Maestà è in grado di 
somministrare sono contenute nei documenti che sono 
stati deposti sulla tavola della Camera ; ed io non sono 
disposto. fT am unwilUng) ad essere trascinato, rispon- 
dendo all'interpellanza del mio onorevole amico, in una 
discussione sopra quell'argomento. » 

Una tale risposta essendomi sembrata alquanto equi- 
voca, mi recai l'indomani, 27 corrente, dal conte Gran- 
ville, al quale domandai qualche spiegazione esplicita in 
proposito, affine di non lasciare pesare un dubbio sopra 
un fatto pubblicamente smentito. 

Il nobile lord mi rispose che non v'era stato scambio 
di corrispondenza fra i due governi a iJroposito di Tri- 
poli; che non vi erano documenti ufficiali relativi a 
quell'argomento; ma nello stesso tempo, mi dichiarò, 
confidenzialmente, che non poteva rispondermi, nè dir- 
mene di più. 

Nel congedarmi dal conte Granville, io gli dissi ri- 
dendo : 

«Je vois que V. E. fait comme un de nos anciens 
ministres, le commandeur Galvagno, qui, presse de 
donner à la Chambre des explications sur des faits qu'il 
ne croyait pas devoir discuter, se débarassa des inter- 
pellations en disant ces mots restés celèbres : Je rei^onds 
que je ne reponds pas.» 

Il nobile lord si mise a ridere dicendomi in francese : 
Aneli' io TÌS])ondo die non rispondo. 

Io vidi di nuovo il conte Granville l'indomani, 28 cor- 
rente, alla serata data nel Foreign Office, in onore del 
giorno onomastico della Regina. Egli mi prese a parte 
e mi disse con molto garbo: «Ieri le ho parlato confi- 
denzialmente sulla questione tripolitana, ma mi accorgo 
che quella mia riserva è inutile, ed Ella è padrone di 
scrivere che lio risposto ch'io non rispondeva alle di Lei 
interrogazioni ». 

Questi fatti mi hanno lasciato l'impressione che, 
presso il Foreign Office esiste il convincimento che la qui- 
stione della cessione di Tripoli all'Italia, in compenso 
dell'abbandono di Tunisi alla Francia, venne ventilata 
in qualche conversazione al Congresso di Berlino. 



94 



LA POLITICA ESTERA LELL'iTALTA DAL 1878 ALLA TRIPLICE ALLEANZA 



Ho creduto dover mio di riferire questo fatto al- 
TE. y., sia per rispondere adeguatamente al telegramma 
sopra trascritto di codesto Eegio ministero, sia per met- 
terla in grado di apprezzare quale influenza abbiano 
potuto avere certi incidenti sullo svolgimento della qui- 
stione tunisina.» 

impressione del generale Menabrea era esatta ; infatti la 
cessione di Tripoli all'Italia venne ventilata a Berlino in una con- 
versazione ch'ebbe luogo tra lord Salisbury e il secondo dei ple- 
nipotenziarii italiani a quel Congresso, conte di Launay. E questi 
ne aveva riferito FU agosto 1878. Ma alla Consulta non legge- 
vano i documenti? 

Il di Launay aveva scritto: 

«.... tout récemment, j'ai eu à ce sujet un entretien 
avec mon collègue d'Angleterre. Je lui parlais des con- 
versations que j'avais eues dans les derniers jours du 
Oongrès avec lord Salisbury, auquel j'exprimais le regret 
que le Gouvernement anglais ne nous eut au moins pas 
épargné la surprise d'apprendre par la simple voie des 
journaux la nouvelle de la convention relative à Poccu- 
pation de l'ile de Oypre. Le chef du Foreign Office expli- 
quait la chose de son mieux, et laissait entendre à mots 
couverts que VItalie à son tour pourrait songer à un agran- 
dissement vers Tripoli ou Timis, Je n'etàis pas autorisé à 
aborder une discussion à ce sujet.» 

Dunque è indiscutibile che lord Salisbury ritenne che un 
compenso spettasse allltalia, e se il suo pensiero fu manifestata 
in maniera che non parve chiaro al di Launay — e si comprende 
giacché il ministro inglese non voleva rivelare l'accordo con la 
Francia — il " velame delli versi strani „ avrebbe dovuto strac- 
ciarsi nel 1881, quando la Francia andò a Tunisi. 

La violenza adoperata dalla Francia per escludere dalla Tu- 
nisia l'influenza italiana, ebbe virtù di determinare in Italia un 
mutamento radicale nella pubblica opinione. Delusa della Re- 
pubblica francese — che la nostra democrazia aveva esaltato in 
confronto del caduto Impero — essa non vide scampo, per ga- 



Delusa della Francia VItalia si volge alla Germania 



95 



rentirsi da ulteriori sgraffi della sorella latina, che in un ritorno 
all'alleanza con la Germania. 

Per la verità storica è opportuno ricordare che già nel 1880 
il conte Maffei, segretario generale del ministero degli Affari 
esteri, autorizzato dall'on. Cairoli, aveva esplorato ufficiosamente 
il terreno a Berlino " circa la convenienza di dare ai rapporti 
fra ritalia e la Germania un carattere più intimo, e avviarsi 
ad una vera e propria alleanza „. Il principe di Bismarck gli 
aveva fatto rispondere " che la via per arrivare a Berlino era 
quella di Vienna, e che anche colà dovevamo stabilire ottime 
relazioni se volevamo rinnovare gli antichi legami con la Ger- 
mania „. 

Ministro deirinterno sotto la presidenza del Cairoli era l'ono- 
revole Depretis, ed è probabile che per consiglio di questi — 
memore della missione Crispi — il Maffei fosse abilitato a inter- 
rogare l'oracolo di Berlino. Ma quando fu conosciuta la risposta 
del Bismarck, anche il Depretis, il quale divideva gli scrupoli 
e le esitazioni del Cairoli ad entrare in una via che ci allonta- 
nava decisamente dalla Francia, si dichiarò avverso ad un'al- 
leanza con l'Austria. 

Tuttavia, il Maffei — cosi egli raccontava a Crispi — insi- 
stette vivamente affinchè non si lasciassero cadere le probabilità 
offertesi di giungere ad una intelligenza intima con la Germania, 
sia pure trattando con Vienna. 

Era allora Cancelliere austro-ungarico il barone Haymerle, 
ex-ambasciatore a Roma, che aveva dato prove di concilianti di- 
sposizioni in momenti gravi. Ambasciatore in Italia della Germania 
era il Keudell, il quale, tornando dal congedo, esternò il parere, che 
protestava esser suo personale, che a Berlino produrrebbe ot- 
timo effetto la stipulazione d'un accordo segreto tra i due capi 
del governo italiano e deiraustriaco, a' termini del quale en- 
trambi s'impegnassero a mantener la pace fra i loro rispettivi 
paesi, rinnovando il patto d'anno in anno. Appena questo fosse 
conchiuso, la Germania ci avrebbe formulato delle proposte circa 
il miglior modo di stabilire con noi un'alleanza per la reciproca 
tutela dei nostri interessi. 

«Suggerii allora alPon. Cairoli di lasciarmi tastare 
il terreno in via riservatissima e direi quasi personale^ 



96 



LA POLITICA ESTERA DELL'iTALIA DAL 1878 ALLA TRIPLICE ALLEANZA 



servendomi dell'agente che il barone Haymerle designato 
m'avea come un intermediario di sua intera fiducia. L'op- 
portunità d'impiegar un tal mezzo fu poco dopo ricono- 
sciuta. Inutile osservare che il sig. Keudell veniva spesso 
a interrogarmi sul risultato delle mie istanze, di cui era 
tenuto sempre a giorno. Egli approvava il divisamento 
di condurre le prime trattative in forma strettamente 
confidenziale. Ho il convincimento eziandio che il barone 
Haymerle era da Berlino posto al corrente di tutto que- 
sto, che vi faceva plauso, e aspettava con impazienza il 
noto messo. Autorizzatovi alfine, io lo mandavo a Vienna 
nel gennaio 1881. Non gli davo nulla in iscritto : le mie 
istruzioni furono verbali. Il patto pacifico da stabilirsi 
era tal quale lo aveva indicato il principe di Bismarck, 
per bocca del sig. Keudell, e se io prendevo necessaria- 
mente per base il rispetto dei trattati esistenti, mi av- 
vantaggiavo anche di questo argomento per esigere che 
l'Austria egualmente ammettesse nel modo più solenne 
l'obbligo suo di non violare le stipulazioni di Berlino 
con una eventuale maggiore espansione nella penisola 
balcanica, a danno dell'Italia, e in ispecie per ciò che 
concerne il littorale adriatico. 

«Io dicevo, in sostanza, all'uomo di fiducia del bar. 
Haymerle: l'Italia vuole bensì essere amica dell'Austria 
€ osservare i suoi doveri, ma a condizione che l'Austria 
faccia altrettanto. Bisogna che il governo imperiale s'im- 
medesimi dei nostri interessi, della nostra situazione; 
che tenga conto del nostro sentimento pubblico, il quale 
si rivolterebbe se un allargamento dell'Austria ancora 
avvenisse in prossimità del mare Adriatico. Su questo 
particolare io non potevo essere nè più preciso, nè più 
esigente, e ne feci uno dei cardini del negoziato.» 

L'agente del barone Haymerle andò a Vienna^ fece le comu- 
nicazioni delle quali il Maffei lo aveva incaricato, e il 17 feb- 
braio 1881, ritornato in Roma, partecipava ohe il barone Hay- 
merle e il suo ad latusj barone Teckenberg, ritenevano facile 
l'accordo per un trattato di reciproca neutralità: 

«Fatta naturalmente astrazione della Bosnia e del- 
l'Erzegovina, da un eventuale cambiamento del diritto 
di Stato e di Sovranità, e delle relative pratiche col 



Tina iniziativa del conte Maffei 



97 



Sultano riguardo alPavvenire di quei paesi, PAustria- 
Unglieria dichiara di rispettare scrupolosamente lo statu- 
qiio in Oriente e di non aver nessunissima idea di ol- 
trepassare menomamente la linea tracciata da detto 
trattato. 

Oltre i sovraccennati eventuali, e per ora poco pro- 
babili cambiamenti del diritto di Stato e di Sovranità 
nella Bosnia e nelPErzegovina, i quali potrebbero even- 
tualmente compiersi senza violare menomamente lo statii 
quo dell'Oriente e le determinazioni del trattato di Ber- 
lino, e restano perciò fuori di discussione, V Austria- Uìi- 
glieria non intende menomamente seguire una politica d'espan- 
sione in Oriente; non pensa menomamente ad avanzarsi a 
Salonicco o in Albania e mantiene scrupolosamente lo statu- 
quo territoriale. In questo riguardo si è pronti a dare tutte 
le assicurazioni necessarie p&r dimostrare il fermo proposito 
delVAustria-Unglieria di rispettare scrupolosamente i limiti 
assegnatile dal trattato di Berlino, e di astenersi da ogni 
politica espansione. 

Le relative dicMarazioni del ministro e del suo al- 
ter ego non lasciano nulla a desiderare, a mio parere, in 
lucidità e decisione, e la base di ulteriori negoziati per 
la conclusione di un trattato di neutralità sarebbe perciò, 
secondo me, trovata. 

I baroni Haymerle e Teckenberg credono che le cir- 
costanze generali non offrano alcuna seria difficoltà di 
natura a opporsi alla conclusione d'una sincera ed intima 
amicizia fra l'Italia e PAustria-Ungheria. 

L'Austria-Ungheria fu ed è sempre pronta ad ap- 
prezzare i legittimi interessi dell'Italia come i)otenza 
grande e marittima, e segue con simpatia i suoi passi; 
perciò non metterà verun ostacolo, anzi vedrà con sim- 
patia l'accrescimento della sfera dei poteri dell'Italia nel 
Mediterraneo, ben inteso che resti intatto lo statu quo 
nell'Adriatico, e che questo non diventi un lago ita- 
liano. 

Guidata da questo punto di vista, PAustria-Ungheria 
accetterà volentieri ogni accomodamento favorevole agli 
interessi italiani per la quistione tunisina ed eventual- 
mente per l'acquisto di Tripoli. Ispirandosi allo stesso 
punto di vista d'un accrescimento dei legittimi interessi 
dell'Italia nel Mediterraneo, l'Austria-Ungheria ha re- 
spinto la proposta russa di compensare la Grecia con 



Crispi, Politica estera. 



7 



98 LA POLITICA ESTERA DELL'iTALIA DAL 1878 ALLA TEIPLICE ALLEANZA 



l'isola di Candia, l'idea dell' Austria-Unglieria essendo, 
senza naturalmente assumere sin d'ora decise garanzie 
in proposito, che Oandia potrebbe essere data all'Italia, 
precisamente per rafforzare la sua posizione nel Medi- 
terraneo. 

I baroni Haymerle e Teckenberg conchiusero colle 
più vive proteste di simpatia per l'Italia e il suo go- 
verno, e sarebbero felici di addivenire ad un accordo 
che guarentisse l'imperturbata coltivazione d'una vera 
ed intima amicizia fra i due paesi. Essi attendono, dun- 
que, le ulteriori proposte della 8. V. I., e lasciano libera 
a Lei la scelta, se per i futuri negoziati debba venire 
qualcheduno da Vienna a Roma o s'Ella creda preferibile 
di legare a Vienna una persona di sua fiducia.» 

L'on. Cairoli esitò o non volle seguire il suo collaboratore. 
Sopraggiunsero gii avvenimenti tunisini, i quali naturalmente 
indebolirono il prestigio dell'Italia. Quando Fon. Mancini, nuovo 
ministro degli Affari esteri (dal 29 maggio), iniziò risolutamente 
la politica di ravvicinamento all'Austria e alla Germania, e alla 
fine di ottobre mandò il re d'Italia in visita a Vienna, i primi 
passi si risentirono della situazione peggiorata a nostro danno. 
E se ne ebbe una testimonianza clamorosa nelle Delegazioni del 
novembre, dove uomini in vista, come Tex-Oan celliere Andràssy 
e il Kallay, interpretarono sconvenientemente i motivi del recente 
viaggio a Vienna del re Umberto. 

Le trattative per l'alleanza, cominciate a Vienna, furono con- 
tinuate fra i tre gabinetti; l'Austria e la Germania erano già 
legate sin dal 7 ottobre 1879 col trattato perpetuo che fu reso 
pubblico il 3 febbraio 1888. L'accessione dell'Italia, con speciali 
condizioni che sono un segreto di Stato, fu firmata il 20 mag- 
gio 1882; è noto soltanto che anziché un patto di reciproca 
neutralità, come voleva dapprima l'Austria, esso contiene una 
guarentigia dell'integrità territoriale delle tre Potenze. ^) 

" Era un primo passo ad uscire dall' isolamento — disse 
Fon. Crispi — a stornare gl'incombenti pericoli di guerra. L'opi- 
nione pubblica ne fu soddisfatta.... Ma nei primi anni il trattato 
non diede frutto. A Vienna e a Berlino non erano dissipati i 

i) F. Crispi, Discorso di Firenze, 8 ottobre 1890. 



Come nacque la Triplice Alleanza 



99 



dubbi cho i precedenti avevano destato; nò ancora T insieme 
della politica italiana, interna ed internazionale^ era tale da riu- 
scirvi; la sincerità nostra, nella esecuzione degli impegni assunti, 
parea discutibile ancora. Sicohò i patti rimanevano scritti, pel 
giorno della prova suprema ; raa il nostro paese rimaneva ancor 
solo, a difesa degli interessi suoi esclusivi. 

La fiducia nasceva nel secondo periodo delFalleanza, e inco- 
minciava a giovarci.... „. ^) 

Ma prima d'intrattenerci sull'opera compiuta da Orispi per 
rendere la triplice " accordo sinceramente cordiale „ , la cui in- 
fluenza si esercitò " su tutte le questioni internazionali dove 
eravamo impegnati „ , conviene ricordare come, sebbene la dire- 
zione della politica estera fosse passata in mani più abili, FItalia 
perdette, temendo di osare, una eccellente occasione per rifarsi 
in parte del danno di Tunisi. 



i) F. Crispi, Discorso dì Firenze, 8 ottobre 1890. 



Capitolo Terzo. 

La pestione Egiziana nel 1882. 

L'Italia, invitata a intervenire in Egitto con l'Inghilterra, rifiuta. - Viaggio di 
Crispi a Berlino e a Londra. - Colloquii col conte Hatzfeldt e con lord Granville. - 
Nove lettere di Crispi sulla convenienza per l'Italia di accettare la proposta inglese. 



Quando la questione d'Egitto uscì, in seguito al " pronuncia- 
mento „ di Arabi (sett. 1881), dal torpore nel quale si trascinava 
da anni, l'Italia non esercitava influenza alcuna nelle cose in- 
terne di quel paese, del quale l'Inghilterra e la Francia si dispu- 
tavano Tegemonia. 

Minacciata l'autorità del Kedive, quelle due Potenze stimarono 
opportuno di fortificarla dandole pubblicamente l'assicurazione 
della loro simpatia. Questa simpatia avrebbe potuto determinare 
l'intervento militare anglo-francese ? Forse sì, se Gambetta fosse 
rimasto al Governo. Ma cadutone questi il 26 gennaio 1882 e 
succedutogli il Freycinet, gli avvenimenti si svolsero in maniera 
che la Francia, astenutasi dall'azione, rimase tagliata fuori dal 
dominio. D'onde la lotta tenace combattuta per lungo tempo di 
poi aflSnchè il leone britannico abbandonasse la preda egiziana, 
e le molteplici condiscendenze di esso, intese a disarmare la sua 
avversaria, sino alla Convenzione 8 aprile 1904 che consacrò lo 
staili quo, ossia l'occupazione inglese indefinita. 

L'on. Mancini prese subito partito per escludere l'azione iso- 
lata di ogni Potenza, e, data la posizione dell'Italia in quel mo- 
mento, sembra che non potesse seguire indirizzo migliore. Ma 



102 



LA QUESTIONE EGIZIANA NEL 1882 



il concerto europeo non agi: tranne l'Inghilterra e la Francia 
nessuna Potenza mostrò d'interessarsi agli affari egiziani. 

Adunati il 23 giugno in Conferenza, su proposta del Gabinetto 
di Parigi, gli ambasciatori a Costantinopoli delle grandi Potenze 
non compirono altra funzione positiva che quella di mettere allo 
scoperto la doppiezza della politica turca e di giustificare l'inter- 
vento europeo. Dapprima la Sublime Porta non volle prender 
parte alla Conferenza; v'intervenne alla decima seduta (24 luglio), 
dopo avere ricevuto una Nota collettiva con la quale le Potenze 
rappresentate la invitavano a mandare senza indugio in Egitto 
forze sufficienti " per ristabilire l'ordine, abbattere la fazione 
usurpatrice, porre termine alla grave situazione che affligge quel 
paese ed ha cagionato lo spargimento di sangue, la rovina e la 
fuga di migliaia di famiglio europee e musulmane, ed ha com- 
promesso gì' interessi nazionali e stranieri „. 

Il governo inglese sapeva che, nonostante dicesso altrimenti, 
il Sultano non avrebbe mandato truppe in Egitto ; e si preparò 
quindi a sostituire l'intervento ottomano. Il Canale di Suez cor- 
reva pericolo, e lord Granville si accordò con la Francia per la 
protezione di esso, e chiese il concorso dell'Italia. L'on. Mancini 
rispose che essendo tale questione sottoposta alla Conferenza, 
preferiva attendere la decisione di questa. Però a Costantinopoli 
la proposta italiana " di organizzare per la libera navigazione 
del Canale di Suez un servizio puramente navale di polizia e 
sorveglianza al quale tutto le Potenze sarebbero chiamate a par- 
tecipare „ fu accettata da tutti, ma con riserve tali che la ren- 
devano vana. L'ambasciatore inglese riservò " i casi di necessità „ 
nei quali ogni Potenza avrebbe potuto sbarcare truppe ed occu- 
pare alcuni punti necessarii alla sicurezza del Canale ; e dichiarò 
altresì che l'Inghilterra riservava ^' tutta la sua libertà d'azione 
per la cooperazione militare, avendo in vista il ristabilimento 
dell'Autorità del Kedive „. 

Quando il governo inglese ritenne giunto il momento di 
agire per la salvaguardia de' suoi grandi interessi, il Mancini 
avrebbe dovuto essersi accorto che la Conferenza di Costantino- 
poli era stata una lustra, e che conveniva profittare della inat- 
tività della Francia per prendere in Egitto, a fianco dell'Inghil- 
terra, quella posizione che sino allora era stata negata all'Italia. 

I termini nei quali fu fatta all'Italia, e rifiutata, l'offerta di 



Proposte inglesi 



103 



cooperare con Tlnghilterra a ristabilire Tautorità del Kediye, ri- 
sultano dai seguenti documenti: 

Sii' A. Pag et al conte Granville. 

Roma, 28 luglio 1882. 

Mi recai quest'oggi dal sig. Mancini in conformità 
degli ordini di Y. S. contenuti nel telegramma del 25 vol- 
gente. Ho cominciato il colloquio col dire ch'io riteneva 
essere S. E. oramai i3rei)arata dal generale Menabrea 
alla comunicazione clie stavo per farle, la quale si ri- 
duceva a questo; che mentre il governo di S. M. ve- 
drebbe volentieri l'Italia associarsi all'Inghilterra e alla 
Francia per garentire la sicurezza del Canale di Suez, 
sarebbe pur lieto che essa cooperasse ad un'azione di- 
retta all'interno, che non potrebbe essere differita ulte- 
riormente e per la quale il governo di S. M. stava atti- 
vamente preparandosi, sebbene il governo francese non 
si mostri disposto a parteciparvi. 

Il sig. Mancini, dopo avermi pregato di manifestare 
a V. S. i ringraziamenti del governo italiano per questa 
nuova prova di fiducia e di amicizia, dissemi aver già 
avuto contezza di tale comunicazione dal generale Me- 
nabrea, che egli aveva tosto incaricato (ritengo la notte 
scorsa) di manifestare la sua supposizione che ella non 
conoscesse ancora in quella data la risposta della Porta 
alla Nota collettiva (del 15 luglio). 

Eisposi aver io ragione di credere che così fosse, ma 
trovarmi nello stesso tempo in grado di riferire a S. E. 
che a me constava come tale risposta non abbia in guisa 
alcuna mutate le intenzioni del governo di S. M., o 
fatto ad esso sux-)porre l'impiego delle forze britanniche 
meno necessario di prima. 

Chiesi come fosse possibile aver fiducia nel tardo 
consenso della Porta alle domande dell'Europa. Potrebbe 
esser vero bensì che all'undecima ora si facciano jire- 
parativi per l'invio di forze turche in Egitto, ma chi 
potrebbe garentire che quelle truppe, una volta colà 
giunte, sarebbero impiegate allo scopo desiderato? La 
politica della Porta in tutto l'affare egiziano ha avuto 
l'impronta di tanta tergiversazione da non potersi per 
l'avvenire fare sopra di essa il benché menomo asse- 



104 



LA QUESTIONE EGIZIANA NEL 1882 



gnamento. Per citare un esempio dissi che, allorquando 
nell'ultima riunione della Conferenza fu da lord Duf- 
ferin presentata la proposta, appog'giata da tutti i col- 
leghi, che il Sultano dichiarasse ribelle Arabi-pascià, il 
commissario turco Paccolse con una delle sue mozioni 
dilatorie. Aggiunsi che recentemente un agente segreto 
di Arabi, arrestato dalle autorità inglesi in Alessandria, 
al suo ritorno da Costantinopoli, e trovato possessore 
di documenti assai compromettenti, aveva fatto confes- 
sioni comprovanti la complicità fra Costantinopoli e il 
capo dei ribelli. 

Laonde io faceva appello al signor Mancini per sa- 
pere da lui se la sfiducia del governo della Eegina nelle 
intenzioni del Sultano non fosse giustificata al pari delle 
misure atte a sventarne tutti i malvagi disegni. E dissi 
che ritenevo il governo della Regina avrebbe accettato 
la cooperazione della Turchia, continuando però a re- 
care ad effetto i provvedimenti già stabiliti. 

Il signor Mancini, senza contestare alcuno dei fatti 
enumeratigli, nò la logica deduzione che ne avevo tratta, 
replicò che, quali si fossero le ragioni di sfiducia esi- 
stenti rispetto alla Porta, sembrerebbe una contraddi- 
zione che quando essa ha accettato senza riserva tutte 
le condizioni di una Nota a cui Italia e Inghilterra ave- 
vano partecipato, queste due Potenze assumessero im- 
pegni per un altro modo d'intervento. Il tempo avrebbe 
in ogni caso permesso, a suo avviso, di accertare la 
buona fede con la quale i turchi ora agivano. Se vi fos- 
sero prove che non adempissero lealmente il programma 
che avevano accettato dalle Potenze, e se alcun indice 
vi fosse della loro parzialità a favore del partito ribelle 
o della loro poca energia d'azione per sopprimerlo, il 
complesso delle cose muterebbe e le nuove condizioni 
sarebbero allora prese in esame dalle Potenze. 

S. E. tuttavia ammise essere la posizione dell'Inghil- 
terra diversa da quella dell'Italia e delle altre Potenze. 
L'Inghilterra aveva già mandato le sue truppe in Egitto 
ed egli pienamente comprendeva che fosse suo intendi- 
mento di avere colà forze sufficienti per controllare la 
condotta dei turchi. Ma l'adesione dell'Italia all'accordo 
suggeritole, sarebbe stato un punto di partenza non 
giustificato dalle circostanze. Devesi — egli aggiunse — 
aspettare il corso degli avvenimenti, nonché la risposta 



Il rifiuto di Mancini 



105 



che V. S. darà al gen. Menabrea e le pubbliche dichia- 
razioni che saranno fatte dai ministri della Eegina in 
relazione a questa nuova fase della questione, ijrima che 
il governo italiano sia in grado di rispondere positiva- 
mente all'attuale proposta. 

A ciò rispondendo espressi la speranza che la pro- 
posta fatta al governo italiano non sarebbe dimenticata, 
onde il governo della Regina non possa in alcun tempo 
essere accusato di aver seguito una politica esclusiva. 

A. Paget. 



Il conte Granville a sir A. Pag et. 

Foreign Office, 29 luglio '82. 

In un abboccamento avuto oggi col gen. Menabrea, 
S. E. dichiarava che il signor Mancini ijareva ritenere 
che il governo di S. M. ignorasse la formale e completa 
accettazione per parte del Sultano della richiesta fat- 
tagli dalla Conferenza di spedire truppe in Egitto, al- 
lorché esso fece la proposta che l'Italia prendesse parte 
alle operazioni nell'interno di quel paese. Il Sultano 
aveva ora deciso di mandare truppe in Egitto, accon- 
sentendo per tal modo al desiderio espresso dalle sei 
Potenze. Il gen. Menabrea osservava che in vista di 
queste circostanze il governo italiano si esporrebbe ad 
una accusa di contradizione se negoziasse nel senso di 
un intervento di altra Potenza, e che solo rimane vagli 
di esprimere i suoi ringraziamenti al gabinetto inglese 
per avere nutrita l'idea che l'amicizia dell'Italia per 
l'Inghilterra potesse assumere la forma di una attiva 
cooperazione. 

Risposi che rimpiangevo che l'Italia avesse declinato 
di cooperare nel modo indicato, ma che non avevo ec- 
cezione a muovere circa un argomento che era nella 
competenza del governo italiano. Ero ciò nonostante 
lieto dell'occasione offerta al governo della Regina dal 
presente stato di cose, di dare all'Italia una prova della 
sua amicizia. 

Geanville. 



106 



LA QUESTIONE EGIZIANA NEL 1882 



Il generale Menabrea all' on. Mancini. 

Londra, 29 luglio '82. 

Ho comunicato oggi verbalmente a lord Granville la 
risposta contenuta nel telegramma delFB. Y. in data 
di ieri, alla proposta che egli aveva fatta all'Italia di 
prendere parte alla spedizione di Egitto. Mi sono stret- 
tamente attenuto alla riserva raccomandatami da V. E. 
Il conte Granville ha preso atto di questa risposta, 
come anche dei sentimenti amichevoli espressi dalFE. Y. 
verso l'Inghilterra, la quale, dissemi, aveva creduto di 
dare alVItalia ima prova d'amiciziaj offrendole Voccasione di 
prendere parte ad una azione die avrebbe potuto tornare a 
suo vantaggio. 

E'el mio colloquio mi limitai ad insistere presso 
lord Granville sulla assennatezza delle considerazioni 
addotte dall'E. Y. in seguito all'inaspettato e oramai 
risoluto intervento della Turchia in Egitto. Il conte Gran- 
ville fu con me parco assai di parole, prese nota delle 
mie dichiarazioni modellate sul telegramma di Y. E., ri- 
conobbe la di lei risposta non conforme ai suoi desi- 
deri, e terminò col dirmi in termini sempre benevoli, 
che col proporci di concorrere con l'Inghilterra al ripri- 
stinamento dell'ordine in Egitto, il gabinetto britannico 
aveva creduto di dar prova di amicizia all'Italia, invi- 
tandola a prendere parte ad un'opera che sarebbe tor- 
nata di sua utilità. 

Menabeea. 

L'on. Mancini partecipò ai gabinetti di Berlino e di Vienna 
— cioè agH alleati — il rifiuto opposto all'offerta inglese. Atten- 
deva forse un caloroso elogio; ma THatzfeldt ringraziò della co- 
comunicazione l'ambasciatore italiano, evitando " con la massima 
cura tutto ciò che avesse potuto rassomigliare ad un'opinione 
favorevole o sfavorevole alla proposta britannica „; e il conte 
Kàlnoky "trovò molto corretti e appropriati,, gli argomenti del 
Mancini! 

Nella prima metà di luglio Fon. Oiispi partiva da Roma per 
un viaggio all'estero. Andò prima a salutare alla Consulta il suo 



Crispi a Berlino 



107 



Yecchio amico P. S. Mancini ed ebbe da lui una lettera di pre- 
sentazione agli agenti diplomatici e consolari nella quale era 
detto: "Il patriottismo di questo nostro illustre Concittadino ed 
i meriti che egli ha acquistati verso il Paese sono certo suffi- 
cienti ad assicurargli presso tutti i Rappresentanti del governo 
all'estero una premurosa accoglienza. Ho tuttavia desiderato ch'e- 
gli fosse munito di una mia speciale commendatizia, e sarò par- 
ticolarmente grato alla S. V. per tutte quelle cortesie che vorrà 
usare a questo insigne Rappresentante della Nazione „. Insieme 
alla commendatizia Ton. Mancini inviava augurii : " Buon viag- 
gio, e raccogli notizie e impressioni utili al tuo paese, a cui en- 
trambi consacriamo i primi nostri pensieri,,. 

L'on. Crispi si recò difilato a Berlino, dove giunto, il 17, 
chiese per mezzo di una sua antica conoscenza, il barone Hol- 
stein, di vedere il conte Hatzfeldt. Di un suo colloquio con 
THolstein, troviamo queste note: 

Alle 9,15 è venuto: si è discorso lungamente. La 
Germania nessun interesse diretto nell'Egitto. Nessun 
bisogno di colonizzazioni, o per lo meno non venuto 
ancora il tempo di pensare a stabilire colonie. In ogni 
caso, non sceglierebbe mai l'Egitto. 

Il principe di Bismarck con la nevralgia; i medici 
gli hanno consigliato riposo — Hatzfeldt depositario 
delle sue idee. 

L'indomani, colloquio con l'Hatzfeldt. Crispi ne prese nota così : 

i8 luglio 1882. 

Il numero 136 della Koeniggraetzerstrasse segna la 
terza casa a diritta della strada andando a Yoss-Strasse. 
La casa è in fondo a un giardino. 

Il conte Hatzfeldt era nel suo gabinetto all'una po- 
meridiana e mi ha intrattenuto sino alle due. 

Parlando dei casi del giorno si mostrò disinteressato 
nella soluzione del problema egiziano. Disse che accettò 
la Conferenza i3er non dare pretesto alle Potenze di 
dire che la Germania con la sua assenza impedisse una 
soluzione; ma senza alcuna fede nei suoi lavori. La Ger- 
mania non ha alcun interesse diretto. Nulla da proporre, 



108 



LA QUESTIONE EGIZIANA NEL 1882 



perchè non vuole assumere responsabilità. Kon spen- 
derà un soldo, nè un soldato per l'Egitto. Ohi si è messo 
nelPimbroglio, se ne liberi. Non ha approvato, nè di- 
sapprovato il contegno degli inglesi. Nel canale di Suez 
non sarà contrastato loro il libero passaggio. 

Alla Conferenza vogliono mantenuto lo statu-quo. 
Quale ? Quello anteriore al movimento militare ! Quello 
anteriore al giugno 1879! La frase è elastica — dice 
molto e dice nulla. 

L'Italia ha interessi diretti — Spagna, Olanda, vo- 
gliono intervenire. 

Lasciare la dinastia! Tewfick senza autorità. Pren- 
dere Halim ! Buono, bravo, conosciuto per il buon caffè 
che si prendeva da lui — non altro. 

La posizione finanziaria, peggiorata dopo il 1879, ma 
hanno interesse a vederci coloro che ne son causa. 

La Germania accetterà qualunque soluzione che le 
Potenze troveranno a proporre d'accordo, e per il rista- 
bilimento dell'ordine e per un governo egiziano. L'E- 
gitto col Parlamento non può reggersi. Questa è una 
istituzione che colà non i)uò allignare. Ma per gover- 
nare ci vuole un principe di autorità ed energia. Noi 
non vogliamo far quello che faceva l'Impero Napoleo- 
nico ; non ci mischieremo finché i nostri interessi non 
siano lesi. 

— Io: I francesi vollero imitare i romani, ma ne se- 
guono i vizi, non le virtù. La repubblica e l'impero dei 
romani durarono molti secoli; le repubbliche e gl'im- 
peri francesi appena due decine di anni. 

— Lui: I romani avevano di fronte genti barbare» 
Oggi le condizioni dell'Europa sono diverse, e la Erancia 
ha grandi e civili Potenze attorno a sè. È quello che i 
francesi non vogliono capire. 

Il conte Hatzfeldt mi parla del principe di Bismarck 
e della sua infermità che gli impedisce di prendere parte 
agli affari. Tutto è sulle spalle del Conte, il quale se 
ne duole sopratutto per le grandi responsabilità che ha 
dovuto e deve assumere nella politica estera. 

Da Berlino Fon. Orispi passò a Londra, dove si decidevano 
i destini dell'Egitto, e, per mezzo del suo amico Giacomo La- 
cai ta, chiese di far visita a lord Gran ville, ministro degli Affari 



Crispi a Londra 



109 



esteri. Lord Granville non soltanto si disse lieto di conoscere 
personalmente Fantico rivoluzionario italiano, ma lo feco pregare 
di andare al lunch da lui. Ed ecco quello che Crispi scrisse del- 
l'accoglienza riceyuta e delle cose discorse : 

29 luglio. 

Lord Granville dimora nel palazzo di num. 18 a 
Oarlton House Terrace. 

La riunione era fissata alle 2 pom. ; all'I Vi Lacaita 
ed io slam partiti dall' Athenaeum, e qualche minuto 
prima delle 2 siamo giunti alla casa del Conte. 

Appena entrati, il cameriere ci disse che il nobile 
ministro era alla Camera e che ci pregava di aspettarlo. 
Fummo introdotti nella biblioteca. Èon appena seduti, 
udiamo uno strascico di vesti di seta e ci appaiono di 
fronte lady Granville e le due figlie ; lord Granville entra 
dalla parte opposta. Fatte le debite presentazioni, le 
dame procedono per la sala da pranzo e noi dopo pochi 
minuti le seguiamo. 

Lord Granville disse che vi era consiglio di ministri 
e che aveva lasciato i suoi colìeghi per trovarsi con me. 

La sala da pranzo a Carlton House è grandissima. 

Sedemmo: lady Granville in mezzo a Lacaita e alla 
sua figlia minore ; lord Granville aveva me a sinistra e 
la figlia maggiore a destra. In mezzo alle due figlie era 
il suo segretario particolare ed appresso un nipote del 
Conte; un altro nipote del Conte era alla mia sinistra, 
cioè tra me e Lacaita. 

Nei pochi minuti che fummo nella biblioteca e nei 
principii del pranzo il discorso si versò sulla stampa 
italiana, sul ministero francese e sul probabile voto 
della Camera francese. 

Avendo io detto che Freycinet avrebbe avuto un voto 
contrario e che probabilmente vi sarebbe stata una crisi, 
il Conte mi domandò: 

— Quali uomini credete voi che andranno al potere? 

— Un ministero di mezze figure. 

— Anch'io sono del vostro avviso. 

— Gambetta non può ritornare per ora. Egli significa 
la guerra, e la Francia non vuole, nè può farla. Gam- 
betta si è troppo presto svelato, ed in Germania il suo 
nome accenna ad una levata d'armi. 



110 



Li QUESTIONE EGIZIANA NEL 1882 



— È vero. 

— Freycinet è una garanzia di pace per la Ger- 
mania. 

— Egii ha lanciato la Francia in grandi spese con 
le sue leggi per opere pubbliche. 

— È un uomo tecnico, non un uomo politico. 

— Avete ragione. 

■ — I francesi non hanno che due vie: o chiudersi 
entro le loro frontiere, sviluppare le loro ricchezze, as- 
sicurare il loro benessere materiale, o far la guerra. In 
questi ultimi tempi si sono chiariti contrarli alla guerra. 

— E non potrebbero neanche farla. L'esercito fran- 
cese non è in buone condizioni, gli uffiziali non tutti 
buoni, i soldati indisciplinati. Del vostro esercito, al 
contrario, ho avute ottime informazioni; avete buoni 
soldati e buoni uf^ciali. 

— Piccolo esercito, ma buono. Potremmo triplicare 
le nostre forze, facendo uno sforzo finanziario. 

— Siete stato a Parigi? 

— ISTo, milord. 

— A Berlino? 

— Sì. 

— E che dicono colà delle cose del giorno? 

— Ohe nulla loro interessa della questione egiziana. 
E che lasceranno scioglierla a coloro che vi hanno in- 
teressi diretti. A Berlino non si pensa che alla Erancia 
e alla Eussia; sono le due sole Potenze delle quali si 
preoccu|)ano e dalle quali temono possa sorgere la 
guerra. Pertanto il principe di Bismarck cerca di far 
forte la Turchia e di aiutare la China nel riordinamento 
delle sue forze. 

— È pur troppo così ; ma la Eussia per ora non può 
dar fastidii all'Europa. 

— Lo comprendo, ma non sarà così in avvenire. 

— Avete visto il general Menabrea? 

— Sì, milord. 

— E che umori ha egli in questi momenti? 

— Mi disse che si sente risvegliare i suoi spiriti 
militari. 

Lord Gran ville si pose a ridere : e la merenda (lunch) 
essendo esaurita, lady Granville, le figlie, i nipoti, il 
segretario particolare del Conte si sono alzati e andati 
via. Lord Granville ed io siamo rimasti soli. 



Colloquio con lord Granville 



111 



Avevo dimenticato di ricordare che pochi minuti 
prima che la merenda terminasse, Lacaita si era conge- 
dato, dovendo andar fuori di Londra, e l'ora incalzan- 
dolo. Sarebbe ritornato lunedì. Siamo rimasti soli nella 
sala da pranzo. Il Conte avvicinò una sedia, feci altret- 
tanto e ci siamo di nuovo seduti. 

— Dunque non volete esser con noi in Egitto? 

— Da parte mia non perderei un momento di tempo 
per unirmi a voi. 

— Ma il signor Mancini ha declinato il nostro invito» 

— Me ne duole ; e se ci fosse ancor tempo, e se fossi 
in Italia, farei il mio possibile per persuadere il ministro 
ad intervenire con l'Inghilterra in Egitto. Non i3otreste 
riprendere le pratiche! 

— Xoi, no. Il governo italiano lo potrebbe. Ma sa- 
preste dirmi le ragioni per cui il governo italiano si 
rifiuta ì 

— Potrei supporle ; non ho visto il ministro Mancini, 
e non so quali sieno le sue idee. Eorse il Mancini non 
crede di poter sostenere innanzi le Camere lo scopo del 
nostro intervento in Egitto. 

Voi ricorderete, milord, il modo come siamo stati 
trattati al 1879 da lord Salisbury e dal signor Wad- 
dington. 

— Noi non ci entriamo nei fatti del 1879. E questa 
volta ci siamo rivolti di preferenza all'Italia per darle 
una prova della nostra amicizia. I nostri ulSziali ave- 
vano accolto con gioia la notizia di una possibile al- 
leanza con l'Italia; e sarebbero stati lietissimi di bat- 
tersi accanto ai vostri. 

— Al 1879 l'Italia fu indegnamente cacciata dalla 
Francia e dall'Inghilterra. Voi siete i primi pei com- 
merci in Egitto, ma noi non siamo gli ultimi. 

— E la vostra popolazione in Egitto è superiore a 
tutte le altre. 

— Sul debito egiziano il numero dei creditori ita- 
liani è importantissimo. Io comprendo che mettendoci 
con voi, noi riprenderemmo la posizione che ci fu tolta 
al 1879. 

— Certamente. 

— Il ministro Mancini avrebbe voluto qualche assi- 
curazione su ciò, per poterlo dire al Parlamento. 

— Ma noi non vogliamo mercanteggiare. Vi assicuro 



112 



L.V QUESTIONE EGIZIANA NEL 1882 



soltanto che noi non ci dogliamo del rifiuto dell'Italia 
e che le nostre relazioni con voi resteranno amichevoli 
e cordiali come per lo innanzi. 

La proposta fu da noi fatta al governo italiano con 
sincerità, con cordialità. Avremmo voluto, vorremmo 
procedere d'accordo con esso. 

— Potreste però riprendere le pratiche. 

— Ma noi non possiamo metterci a ginocchi. L'In- 
ghilterra è abbastanza forte, e può anche fare da sè. 

— Quali forze credete, milord, che sieno necessarie 
per l'impresa di Egitto? 

— I francesi sono di opinione che ci vogliono 40 mila 
uomini; ma noi crediamo che 20 o 25 mila uomini ba- 
sterebbero. 

La guerra non può essere lunga. I pascià non sono 
d'accordo, e bisogna contare sui loro dissidi. Arabi-pa- 
scià ha poca istruzione e poco ingegno; e devo credere 
che nelle sue operazioni egli sia aiutato da qualche 
europeo. 

Ohe tempo vi bisogna per mobilizzare il vostro 
esercito? 

— In un mese potremmo averlo pronto. 

— È troppo. 

— Forse m'ingannerò. Ma in Egitto non si può an- 
dar subito. Nell'estate il clima non è favorevole agli 
europei. 

— Ma non si possono lasciar le cose ancor lunga- 
mente nello stato in cui sono. 

— Credete voi che la Francia interverrà f 

— Per ora la Francia si vuole limitare alla tutela 
del Canale di Suez. Non sappiamo, qualora il ministero 
Freycinet cada, quello che penserà fare il suo successore. 

Si stette pochi minuti in silenzio, e ciascuno di noi 
pendeva dagli occhi dell'altro. Allora il Conte: 

— La nostra conversazione non ha nulla d'ufficiale. 
Forse non avrei dovuto dirvi che il signor Mancini ha 
rifiutato l'invito. 

— Milord, io sono un privato cittadino, e considero 
voi in questo momento non come il ministro della re- 
gina d'Inghilterra, ma come un amico d'Italia il quale 
parla ad un patriota italiano. Del resto, io non dimen- 



Quadro della situazione 



113 



ticherò che voi siete stati amici nostri quando l'Italia 
non esisteva. 

Alzatomi e salutatolo, egli riprese: 

— Spero che ci rivedremo prima che partiate. 

— Milord, siccome è mio dovere, verrò a congedarmi. 

— Voi parlate l'inglese? 

— Milord, non oso. E poi non lo comprendo bene. Il 
signor Gladstone mi ha male avvezzato, perchè parla 
benissimo l'italiano. 

Durante la conversazione venne un cameriere con 
un cassettino bislungo. Il conte chiese il permesso di 
aprirlo ; l'aprì, e prese e lesse alcuni dispacci telegrafici. 

— Yoi avete i portafogli. Noi ci serviamo dei cas- 
settini. 

Si alzò, scrisse e consegnò tutto al cameriere. 

Lord Gran ville è di statura ordinaria ; barba all'inglese, 
occhi cerulei, una faccia tutta bontà. Eiservato e cau- 
teloso, egli j)arlando mette tutta la cordialità e vi ispira 
fiducia. 

Le seguenti lettere, inviate in quei giorni a Roma, ^) ren- 
dono conto dei giudizi di Orispi sulla questione egiziana e degli 
sforzi che fece affinchè il Mancini accettasse l'invito dell' In- 
ghilterra : 

Londra, 25 luglio 1882. 

Ero partito d'Italia col pensiero di fare un viaggio 
di piacere; ma mutai proposito pensando che valeva 
meglio un viaggio d'istruzione. 

Mi recai dunque pel Gottardo a Berlino, dove rimasi 
sette giorni. Da Berlino, per la via di Bruxelles e 
estenda, venni a Londra, dove starò questi giorni di 
luglio. 

Quali sono le mie impressioni! Non confortanti per 
il nostro paese; se il Governo non saprà svegliarsi in 
ìtempo, avremo nuovi danni dopo quello di Tunisi. 
La Germania è completamente disinteressata nelle 



1) A Primo Levi, direttore della Riforma. 

Crispi, Politica estera. 



(N. d. C). 

8 



114 



LA QUESTIONE EGIZIANA NEL 1882 



cose africane, e lascia fare a coloro che vi hanno o cre- 
dono avervi interessi diretti. Bisogna dunque affrettarsi 
a prendere una parte attiva senza scrupoli, nè timori. 

L'accordo europeo è una commedia, e la Conferenza 
di Costantinopoli un giuoco da fanciulli. Le Potenze si 
sono riunite, perchè non vi era altro da fare. La nes- 
suna importanza della riunione, è provata dal fatto di 
chi la presiede. ^) Chiunque intervenga in Egitto, sarà 
tollerato ; non verrà una guerra da ciò. E chi interverrà, 
acconcerà le cose a modo suo. 

Bismarck pensa alPImpero, e la sua politica ha un 
solo scopo : che l'Impero stia e si consolidi. Contro l'Im- 
pero non vede che due soli nemici : la Eussia e la Fran- 
cia. Le sue alleanze sono combinate in vista di una 
guerra che gli potesse venire da coteste due Potenze. Si 
è legata indissolubilmente l'Austria, e lavora a riordi- 
nare un forte esercito in Turchia. Poco si cura dell'Italia ; 
sa che in caso di guerra non può esserle nemica.... ^) 
Se fossimo armati, la nostra posizione in Europa sarebbe 
tutt'altra. Avrebbero necessità di noi e nulla farebbero 
senza di noi. In fatto d'armamenti voi non potete im- 
maginare con quale impulso febbrile si proceda qui.... 

Il Mancini si consola della sua politica — e ne ha 
ragione, perchè eravamo caduti troppo in basso con Cai- 
roli. — Ma ancora non ha portato alcun benefizio reale^ 
e non può portarne. ì^on abbiamo nemici, ma non ab- 
biamo amici, quantunque tutti ci desiderino come tali. 
Ma siccome non si fidano, e nulla noi facciamo per 
metterci davanti ed agire, tutti procedono nel loro in- 
teresse senza curarsi di noi, e ci lasciano indietro. 

Ormai bisogna intervenire in Egitto. La Germania 
non si opporrebbe e ci resterebbe amica; l'Inghilterra 
lo desidera, e ci accoglierebbe di buon grado. Interve- 
nendo, nulla si farebbe nell'Africa senza di noi; e so- 
pratutto s'impedirebbe che altri agisse a danno nostro. 
Se resteremo inerti, la Francia si consoliderà nella Tu- 
nisia e sarà in pericolo la Tripolitania. Il Mediterraneo 
ci sarà tolto per sempre. 

1) Sino al 24 luglio fu presieduta dal conte Corti, ambasciatore d'Italia'a 
Costantinopoli, quale decano di quel corpo diplomatico. (N. d. C.) 

2) L'on. Crispi evidentemente ignorava, quando scrisse questa lettera, il 
trattato della Triplice Alleanza stipulato pochi mesi prima. (N. d. C.) 



^'Bisogna intervenire in Egitto 



115 



A proposito della Tunisia ho sentito tali cose sul 
contegno dei nostri a Berlino nel 1878, da far traseco- 
lare. Fummo giuocati in un modo indegno per la im- 
perizia di chi ci raj)presentava. 

A Corte qui son dolenti della stampa italiana, e non 
sanno comprendere il motivo dei nostri risentimenti. Il 
principe di Galles se ne dispiacque e soggiunse che 
ntalia farebbe male a lasciar passare anche quésta oc- 
casione di prender parte alPintervento. E qui piace- 
rebbe, perchè noi saremmo di contrappeso alla Francia, 
che non è amata. 

Se per mezzo di Fabrizj volete far leggere questa 
mia a Mancini, fatelo. Ma conservatela, perchè non me 
ne resta copia, e un giorno potrebbe essere un docu- 
mento. 

Londra, 26 luglio 1882. 

L'Inghilterra ha bisogno di un'alleata militare nella 
impresa di Egitto. E sarebbe lieta se questa alleata fosse 
ntalia. So che Pinvito formale è stato fatto al nostro 
Ministero; Dio voglia che il Mancini non risponda sic- 
come fece Corti al 1878; e le conseguenze miserandole 
conoscete. 

In Francia, per le incertezze del Freycinet, si pre- 
para una coalizione contro di lui, e non è difficile che 
fra due o tre giorni avremo colà una crisi. Allora Fran- 
cia e Inghilterra si combineranno, e noi resteremo esclusi. 
Bisogna dunque non perdere tempo ed accettare imme- 
diatamente Pinvito che ci viene fatto. 

L'Inghilterra è pronta a tutto perchè al dramma egi- 
ziano sia data una soluzione conforme ai suoi interessi. 
Stamattina il Times j)arlava della necessità di un go- 
verno in Egitto sotto il protettorato Inglese. Se PItalia 
ricusa, l'Inghilterra farà qualunque concessione alla 
Francia. Allora avverrà quello che io vi scrissi ieri : la 
Francia, consolidata in Tunisia, forse col permesso di 
aggredire la Tripolitania. Il Mediterraneo ci sarebbe 
chiuso. 

Non è difficile che la Germania, prevedendo tutto 
ciò e volendo aiutare la Turchia, persuada questa ad 
intervenire. In effetto, stamattina si dava come certo la 
Porta avere risposto che interverrebbe; e rimetteva ad 



116 



LA QUESTIONE EGIZIANA NEL 1882 



altro giorno di dirne le condizioni. Come comprendete, 
sarebbe cotesta una nuova dilatoria per impedire, o 
per lo meno ritardare l'intervento delle Potenze medi- 
terranee. 

La Francia però non vuol sentir della Turchia per- 
chè non vuole che essa si avvicini ai suoi possedimenti 
africani. E l'Inghilterra non se ne fida, perchè vede la 
mano turca in tutto l'imbroglio egiziano. 

Il nostro intervento non sarebbe avversato dalla Ger- 
mania, anzi sarebbe bene accolto. Parrebbe al gran Can- 
celliere che in tal modo si dissiperebbero i malumori 
per l'intrigo di Tunisi. Certamente non lo proporrebbe, 
nè c'inviterebbe, perchè non è suo interesse ed egli pre- 
ferisce lavarsene le mani. 

Londra, 27 luglio 1882. 

.... La questione è grave e l'Italia è molto inte- 
ressata nel Mediterraneo, perchè non si lasci sfuggire 
l'occasione che le si offre. Riprendo quindi la penna 
per parlarvene un'altra volta. 

Si è censurato l'invio delle navi da guerra e il bom- 
bardamento d'Alessandria come un attacco alla indipen- 
denza di un governo e di un popolo straniero. Oggi le 
cose sono mutate. Tewfìck non è più con Arabi, e que- 
sto, separandosi dal suo principe e servendosi delle 
truppe sulle quali non ha legittima autorità, è un ri- 
belle contro il governo legale del suo paese. Perchè 
l'opera sua sia legittimata, bisogna che sia coronata dal 
successo, cioè che vinca, atterri il princii)e, costituisca 
un governo nazionale. Per ora, siccome il successo è 
ipotetico, egli è un ribelle. 

Che vogliono le Potenze mediterranee, cioè l'Inghil- 
terra e le Potenze che a lei si associerebbero I II rista- 
bilimento dell'autorità del Kedive, e però il ritorno di 
un governo che assicuri l'ordine all'interno e dia ga- 
ranzie all'Europa. Pertanto Gladstone ieri, rispondendo 
all'on. Lawson, diceva che non era necessaria una di- 
chiarazione di guerra, le truppe inglesi scendendo in 
Egitto quali amiche del capo dello Stato e per ristabi- 
lirne, d'accordo, l'autorità manomessa. 

Ciò posto il nostro intervento in Egitto non sarebbe 
un'offesa ai principii di nazionalità ed all'autonomia di 



Gl'interessi italiani in Egitto 



117 



un altro paese. ì^oì vi andremmo per riprendere, quando 
dovrà riordinarsi il governo, quella influenza che ci com- 
pete, insieme alle altre Potenze che hanno interessi di- 
retti in quel paese. La nostra presenza è una necessità 
per noi e per l'Egitto una garanzia, poiché sotto la no- 
stra bandiera non sarebbe permesso alcun atto di con- 
quista. Anche intervenendo in tre — appunto perchè 
tre — nessuno potrebbe restarvi, e tutti dovrebbero 
andar via dopo ristabilito l'ordine. 

Perchè l'Italia aderì alla Conferenza e chiese l'ac- 
cordo europeo? Per rompere l'accordo anglo-francese. 
Soli, eravamo impotenti, e perchè soli e male avveduti 
al 1879 fummo sacrificati. L'accordo anglo-francese non 
esiste più. Le parole dei Ministri francesi e quelle degli 
inglesi che parlano di cotesto accordo, sono una simula- 
zione. I due paesi hanno conflitto d'interessi in Egitto, 
e scopi diversi a raggiungere. Da ciò lo invito che a 
noi viene dall'Inghilterra, la quale ama unirsi ad una 
Potenza come l'Italia, che non sogna l'Impero africano. 
Mancato lo scopo della Conferenza e noi avendo otte- 
nuto quello che desideravamo con l'accordo europeo, 
non ci resta che provvedere ai nostri interessi nel Me- 
diterraneo. 

Qual'è la posizione degli europei in Egitto, in ordine 
di popolazione e quanto ai commerci! In ordine di po- 
polazione — eccettuata la Grecia — noi siamo i primi; 
poi viene la Francia, poi l'Inghilterra, poi l'Austria, 
ultima la Germania. E dico esser noi i primi ijerchè 
della popolazione detta francese, appena una metà è 
di naturali, il resto essendo protetti. In ordine ai com- 
merci noi siamo la quarta Potenza; ci segue l'Austria; 
ultima è la Eussia. Della Germania non se ne parla. 
Le quattro Potenze che primeggiano vanno così collo- 
cate: Inghilterra, Erancia, Olanda, Italia. 

Quali sono le nazioni prospicienti sul Mediterraneo? 
La Spagna, la Erancia, l'Italia, la Grecia. E le tradi- 
zioni, il passato! Italia e Grecia precedono. 

Eaccogliendo codesti dati e valutando gl'interessi di- 
retti in Egitto e nel Mediterraneo che non possono la- 
sciarsi vincere, è chiaro che primeggiano l'Inghilterra, 
l'Italia e la Erancia. Escludo la Spagna, l'Olanda e la 
Grecia, perchè la prima non ha importanza in Egitto, 
nè per la popolazione, nè per i commerci; la seconda 



118 



LA QUESTIONE EGIZIANA NEL 1882 



se Pha per i commerci, non l'ha per la popolazione; 
tutte e tre sono Potenze di secondo ordine e non sie- 
dono in Costantinopoli. 

Se coteste circostanze ci obbligano a prendere ed a 
tenere la nostra posizione, ci spiegano anche i motivi 
pei quali la Germania se ne lava le mani e PAustria 
non si riscalda. In Berlino dicevano : « La questione egi- 
ziana se la risolvano coloro che vi hanno interessi di- 
retti; non trarremo la spada per essa». 

E dopo ciò parmi aver detto abbastanza per indicare 
quale dovrebbe essere il nostro contegno, per determi- 
nare ì nostri diritti e i nostri doveri. In Egitto si scio- 
glie la questione del dominio nel Mediterraneo, e pos- 
siamo rifarci delle sconfìtte tunisine. 

Londra, 29 luglio 1882. 

Mio caro Mancini, 

Sono dolentissimo che hai declinato Pinvito che ti fu 
fatto dall'Inghilterra di intervenire in Egitto. Voglia 
Iddio che il tuo rifiuto non sia causa di nuovi danni 
alPItalia nel Mediterraneo. 

Bisognava accettare senza esitazione. Quando Cavour 
ebbe fatta l'offerta di unirsi alle Potenze occidentali 
per andare in Crimea, non vi pensò un istante. Il go- 
verno del piccolo Piemonte ebbe quel coraggio che oggi 
manca al governo d'Italia. 

Il tuo 

E. Crispl » 



Londra, 29 luglio 1882. 

Stamattina, stizzito, vi acclusi lettera per Mancini 
col proponimento di non parlarvi più di politica. La 
stampa italiana fa troppo la sentimentale e concorre 
col governo a far perdere all'Italia l'occasione che la 
fortuna ha messo in nostre mani. Ricevo ora il vostro 
telegramma che m'informa Mancini desiderare il mio 
pronto ritorno. Vi risposi telegraficamente. 

È bene inteso che quanto io vi scrivo.... vale a pre- 
venire Mancini, se mai è in tempo per correggere il 
mal fatto. 

Il Governo inglese, nell'impresa egiziana, preferisce 



Crlspi scrive perchè Mancini corregga il mal fatto 119 



noi ai francesi. È inutile spiegarvene i motivi. Un giorno 
Gran ville vedendo il Menabrea gli disse : « Se vi chie- 
dessimo d'esser con noi in Egitto, accettereste ì ». E l'al- 
tro : « Certamente ». Non era un linguaggio ufficiale, ma 
parole gettate così per tastare il terreno. 

Alcuni giorni dopo il j)rincipe di Galles vide Mena- 
brea e si congratulò con lui. Vi avverto intanto che 
queste cose io non le so da Menabrea, i)erchè costui 
fa con me il misterioso, tanto che non andrò più a 
trovarlo. 

Finalmente venne l'invito; ed io sapendolo, e Me- 
nabrea ignorando che io lo sapessi, venni da lui pregato 
di telegrafare a Mancini a nome mio, in cifra, esser mia 
opinione di dovere accettare l'impresa egiziana qualora 
gliene venisse l'oiferta. Mancini ringraziò prima, chie- 
dendo consigliarsi coi suoi colleghi, poi rifiutò. 

Qui mi dissero che non se ne lagnano, e che le re- 
lazioni dei due governi dureranno cordiali. Avrebbero 
desiderato una risposta favorevole; fecero l'offerta per 
provare all'Italia la loro vera amicizia. 

10 non posso esporvi quello che fu detto stamattina 
alla tavola di un ministro dal quale fui invitato a co- 
lazione.... 

Mancini mi vuole in Eoma. Perchè! Forse per mu- 
tare contegno! O per motivare il suo contegno e per- 
suadermi che ha fatto bene! Pel primo motivo avrei 
bisogno di rivedere i capi di questo Ministero, e do- 
mani è domenica e tutto si mette a dormire per venti- 
quattro ore. Pel secondo motivo, è inutile il mio ritorno 
in Italia. 

Londra, 3o luglio 1882. 

11 26 vi parlai di una possibile crisi ministeriale in 
Francia ed il 28 vi telegrafai (con un giorno di prece- 
denza) che il Ministero Freycinet avrebbe avuto alla 
Camera una votazione contraria. l!^"elle mie lettere ho 
preveduto che se il Ministero italiano non si fosse as- 
sociato all'Inghilterra per intervenire all'Egitto, questa 
si sarebbe messa d'accordo con la Francia e saremmo 
rimasti espulsi dal Mediterraneo. Le cose francesi sono 
andate come io aveva previsto. La seconda parte delle 
mie previsioni non è ancora realizzata, ma è in via di 



120 



LA QUESTIONE EGIZIANA NEL 1882 



realizzarsi. Per evitare il gran danno, ieri telej^rafai a 
Fabrizj ^) con la vostra cifra, nella speranza ch'egli avesse 
potuto scuotere Mancini dalla saj)iente inerzia nella quale 
si è messo.... 

In Italia i giornali — moderati e progressisti — sono 
partiti da un dato falso. Essi credevano Francia ed In- 
ghilterra d'accordo, e che l'invito all'Italia fosse partito 
da tutte e due. Nessun accordo fin' oggi tra Parigi e 
Londra, ma l'accordo può esser fatto domani col nuovo 
Ministero. Freycinet è caduto non già perchè voleva 
occupare il canale di Suez, ma perchè non voleva an- 
dare in Egitto. Il credito alla Camera francese fu re- 
spinto, non i>erchè si volesse rifiutare il danaro al Mi- 
nistero, ma perchè il danaro chiesto da esso era poco. 
I francesi, dopo che gl'inglesi bombardarono Alessandria 
e cominciarono a mandar truj)i)e in Egitto, vogliono in- 
tervenire anch'essi ; e questo, e non altro, è il significato 
del voto di ieri; gl'inglesi avevan voluto prevenirli col- 
l'alleanza italiana. Non ci sono riusciti. Non dovremo, 
nè potremo lagnarci se nel loro interesse si uniranno 
alla Francia e le faranno larghe condizioni. 

Ohi andrà in Francia al poterei O Waddington o gli 
uomini suoi. Il discorso fatto da lui al Senato è segna- 
lato come un cax)olavoro. Siccome Gambetta non può 
andare e Freycinet non può restare, bisognerà che venga 
un Ministero il quale contenti la maggioranza parla- 
mentare e ripigli l'impresa africana come era stata ideata 
sin da principio. Waddington combinò l'affare tunisino 
in Berlino, e Waddington ci cacciò dall'Egitto. Con lui, 
dunque, ed i suoi, sappiamo quello che ci attende. Noi 
saremo bloccati nel Mediterraneo, e questa volta la colpa 
è nostra. 

Martedì sera sarò a Parigi.... Vi assicuro che la po- 
litica mi tiene inquieto e vorrei liberarmene. 

Londra, 3i luglio 1882. 

Ancora splende lo stellone d'Italia, e, nonostante i 
nostri errori, la posizione delle cose non è peggiorata: 
abbiamo tempo ancora per migliorare la nostra politica. 



1) Il telegramma al generale Fabrizj era così concepito: «Prega Mancini 
riprendere trattative col Ministero inglese. Faccia presto. Ogni indugio rovi- 
noso ». (N, d. C.) 



•'Ancora splende lo stellone d'Italia,, 



•21 



All'ora in cui scrivo (4 V2 pom.) nessuna notizia dalla 
Francia circa la soluzione della crisi. Ogni giorno che 
passa è un guadagno per noi. Qui grande battaglia alla 
Camera dei Pari per la legge sugli arretrati dei fìtti in 
Irlanda. Lord Salisbury farà un emendamento che il 
Governo non accetterà; e se i Pari lo voteranno, non 
vi sarà modo d'intendersi fra le due Camere, e si pre- 
vede in tal caso lo scioglimento della Camera dei Co- 
muni. I conservatori non credono di vincere nelle ele- 
zioni generali ; nondimeno lord Salisbury si è incaponito 
e non v'è modo di dissuaderlo. Non voglio i3revedere il 
caso di una vittoria dei conservatori, i)erchè allora la 
nostra posizione nel Mediterraneo deteriorerebbe. 

La crisi parlamentare in Inghilterra — ove avvenisse 
— e la durata della crisi ministeriale in Francia, la 
quale anch'essa potrebbe esser seguita da una crisi par- 
lamentare, darà a noi tempo di riflettere e di prepararci 
ad agire. 

Nelle mie lettere ho detto abbastanza sul contegno 
che dovremmo tenere. Oggi farò poche considerazioni. 
L'Italia, nel Mediterraneo, dev'essere d'accordo con l'In- 
ghilterra. Questa non teme lo sviluppo della nostra ma- 
rina, anzi è lieta di questo sviluppo, perchè di fronte 
alla Francia è una forza di opposizione. Come vi dissi 
altra volta, l'Inghilterra non si preoccupa che della 
Francia. Amici degli inglesi ed alleati, non abbiamo da 
temere sui mari. Se avvenisse diversamente, non saremmo 
padroni delle nostre spiaggie. 

Nella politica continentale, poi, il caso è tutt'altro. È 
nostro dovere agire di concerto con la Germania. Non 
agendo di concerto, dovremmo essere fortemente ar- 
mati, perchè la Germania ci rispettasse e chiedesse l'o- 
pera nostra. 

Sono identici i motivi della j)olitica continentale e 
della politica marittima, in entrambe avendo innanzi a 
noi lo stesso nemico da combattere. Nella questione 
d'Egitto avevamo questo di bene, che unendoci all'In- 
ghilterra, la Germania non ci era nemica. Quindi non 
v'era da esitare. 



122 



LA QUESTIONE EGIZIANA NEL 1882 



« Londra, 1 agosto 1882. 

Siccome il telegrafo vi avrà annunziato, ieri gli emen- 
damenti proposti dai conservatori alla legge per gli 
arretrati dei fìtti d'Irlanda, furono votati a grandissima 
maggioranza. Il Governo non può lasciarli passare, e i 
Comuni non li accetteranno. Essendo impossibile un 
accordo su questo argomento fra le due Camere, lo scio- 
glimento dei Comuni credesi inevitabile. Posso assicu- 
rarvi cbe il Ministero ne è preoccupato. 

Lo scioglimento della Camera dei Comuni è visto da 
alcuni uomini ]3olitici coi quali oggi ho parlato, proble- 
matico nei suoi effetti. Yi sono di coloro i quali cre- 
dono possibile la sconfìtta dei liberali. Per l'Inghilterra 
non sarebbe un bene, perchè i conservatori nella que- 
stione irlandese non sono una garanzia, ma per noi ita- 
liani sarebbe un danno, Salisbury essendo stato l'au- 
tore di tutto ciò che è avvenuto contro di noi in Tu- 
nisi ed in Egitto. A prevenire ogni pericolo, bisogne- 
rebbe che Mancini legasse gl'inglesi con un accordo 
scritto. Ed egli lo può, prendendo occasione dall'ultimo 
suo dispaccio per la polizia marittima del canale di Suez. 
Fatta una convenzione, qualunque ministro venisse do- 
vrebbe rispettarla. 

In Francia sono talmente imbrogliati che la forma- 
zione di un Ministero diviene ogni giorno più difficile. 
I nostri fratelli in latinità ci danno tempo per agire. 
Yoglia Dio che sappiamo profìttarne. 

Qui sono dolenti del contegno della stampa italiana. 
In verità si potrebbe essere più cortesi, anche combat- 
tendo le o]3Ìnioni degli inglesi. Bisogna ricordarsi che 
sono al potere in Inghilterra gli amici nostri. Gladstone 
fu il primo a sollevare la questione italiana quando 
l'Italia era divisa in sette Stati. Sono famose le sue let- 
tere contro Ferdinando di Napoli. Al 1860 furono essi 
che imponendo il non-intervento, impedirono a JS'aiJo- 
leone III di mandar le navi nello stretto di Messina, 
per opporsi al passaggio di Garibaldi sul continente. Fu- 
rono i soli che protestarono contro la cessione di Mzza 
e Savoia. Furono i primi a riconoscere il regno d'Italia. 
In particolare poi vi dirò che il 29 maggio 1860, men- 
tre una nave del re di Sardegna ci rifiutò la polvere, 



I liberali inglesi e l'Italia 



123 



€6 la diede una nave inglese. Bisogna esser grati per 
tanti benefìci, ed anche combattendo non si deve es- 
ser duri. 

Parigi, 3 agosto 1882. 

.... Io non credo che Mancini abbia preso impegni 
per le cose egiziane a Berlino. Se lo ha fatto, ha com- 
messo un errore. La Germania non ha interessi diretti 
nel Mediterraneo, e gli uomini di Stato di quel Paese, 
lo dicono e lo ripetono. J^oi siamo e viviamo nel Me- 
diterraneo, e nel regolare le questioni relative dobbiamo 
ispirarci e regolarci secondo i nostri interessi. Per la 
Germania, poi, la nostra politica dev^esser questa: ami- 
cizia e, secondo i casi, alleanza ; giammai la dipendenza 
e molto meno il sacrifìcio dei nostri diritti, massime 
quando questo sacrifìcio non giova alla nostra alleata 
e non ci è compensato.... 

Le cose parlamentari in Inghilterra si accomodano. 
Gladstone troverà il modo di far passare ai Comuni un 
emendamento che possa essere accetto ai Pari. In caso 
contrario, chiuderà la sessione per aprirne un'altra in 
ottobre o novembre allo scopo di rifare con qualunque 
modificazione la legge per gli arretrati dei fìtti in Ir- 
landa. Non avremo dunque scioglimento della Camera 
inglese. 

Qui si parla di un Ministero d'affari. Sarà un Mini- 
stero di vacanze parlamentari per venire poi alla for- 
mazione di un nuovo Ministero alla riapertura della 
Camera. 

Abbiamo il tempo di rivedere le cose e correggere 
anche la nostra politica. 



Capitolo Quarto. 

Dal primo al secondo trattato della Triplice Alleanza. 



L'errore d'origine : l'Imperatore d'Austria non viene a Roma. - I Reali d'Italia, 
per ciò, non possono andare a Berlino. - Colloquio tra il principe di Bismarck 
e il duca di Genova : il pericolo di guerra è rappresentato dalla Francia e dalla 
Russia. - Il principe Federico Guglielmo a Roma. - Il gabinetto italiano scon- 
-tento degli alleati. - Il generale Robilant ministro degli Affari esteri. - Un altro 
giudizio del principe di Bismarck sulla situazione in ottobre i885. - I negoziati 
per la rinnovazione della Triplice Alleanza. - Con quali argomenti il principe 
di Bismarck indusse l'Inghilterra ad un accordo con l'Italia per il Mediterraneo. - 
Il nuovo trattato del 20 febbraio 1887. 



L'accessione all'alleanza austro-germanica, se tolse l'Italia dal- 
risolamento e orientò la sua politica estera, non dette frutti tan- 
gibili. Nessuno per qualche anno seppe nulla del trattato; i 
ministri della Triplice sia dalla tribuna parlamentare, che nei 
ricevimenti diplomatici, negarono l'esistenza di impegni scritti. 
D'altronde, se niente esteriormente apparve mutato nelle relazioni 
fra i tre Stati — tranne nell'intonazione dei giornali austriaci che 
divenne più cortese, e ne fu dato il merito al viaggio di re Um- 
berto — poco o nulla si fece da parte nostra per rendere vera- 
mente intime quelle relazioni, e vantaggiose. Già, nei rapporti 
con l'Austria l'impresa non era agevole; il ravvicinamento degli 
animi non era stato spontaneo, la dominazione austriaca in Italia 
era tuttavia ricordata con rancore da molti che ne avevano sof- 
ferto ; e dall'altra parte, a Vienna, si aveva poca fede in un go- 



126 DAL PRIMO AL SECONDO TRATTATO DELLA TRIPLICE ALLEANZA. 



yerno ohe si reggeva sui prinoipii di libertà ed era debole, per 
dippiù, coi partiti estremi. 

Un errore del Mancini, commesso già prima della firma del 
trattato, accrebbe gli ostacoli al miglioramento della situazione. 
Quando egli fece annunziare al gabinetto austro-ungarico il de- 
siderio del re Umberto di visitare Tlmperatore, non richiese 
impegni per la restituzione a Roma della visita; anzi non fece 
motto di restituzione; e non già per oblio — chè i suoi colla- 
boratori, primo fra tutti l'ambasciatore Robilant, l'avrebbero av- 
vertito — ma perchè, conoscendo gli umori dominanti nelle alte 
sfere austriache, sapeva che se avesse fatto condizione della 
venuta a Roma dell'Imperatore, il viaggio progettato sarebbe 
andato a monte. 

Quell'errore danneggiò nell'opinione pubblica il clima dell'al- 
leanza, e ne durano gli effetti; poiché parve, e pare tuttavia^ 
che l'Austria non ci trattasse colla considerazione che ci era 
dovuta. Esso ebbe anche una conseguenza a breve distanza, 
giacché impedì che i Reali d'Italia si recassero a Berlino nel 1883 
a visitare il glorioso Guglielmo 1. 

Il principe di Bismarck aveva mosso per il primo la pedina^ 
facendo dire alla Consulta dall'ambasciatore Keudell che i Sovrani 
italiani erano desideratissimi in Germania e che l'Imperatore 
avrebbe accolto con grande gioia una loro visita. Aveva, bensì, 
avvertito nello stesso tempo che, sebbene Guglielmo non avesse 
difficoltà a recarsi a Roma, sarebbe stato poco prudente fare in- 
traprendere il lungo viaggio ad un vegliardo di 86 anni. Il prin- 
cipe ereditario. Federico Guglielmo, avrebbe potuto sostituire il 
padre. 

Se fosse mancato il precedente austriaco, la proposta avrebbe 
potuto accettarsi, perchè ragionevole sarebbe stato il motivo della 
sostituzione; e del resto il principe Federico Guglielmo, già re- 
catosi a Roma pei funerali di Vittorio Emanuele, aveva lasciato 
in Italia ottimo ricordo di sè. Ma dopo l'astensione di Francesco 
Giuseppe era impossibile transigere. 

11 principe di Bismarck desiderava tanto la visita dei Sovrani 
d'Italia che, il 1.^ marzo 1883, conversando col duca Tomaso 
di Savoia, il quale si trovava in Germania pel suo matrimonio 
con la principessa Isabella di Baviera, portò il discorso sul va- 
gheggiato viaggio reale, del quale il Duca nulla sapeva. 



Il idrinci;pe di Bismarck e il duca di Genova 127 



È interesssante, a proposito di questo incontro, riferire il 
giudizio espresso al duca di Genova dal principe di Bismarck 
circa la situazione internazionale di allora. 

" Egli disse che i buoni rapporti tra la Germania e Tltalia 
erano una conseguenza naturale del fatto che gl'interessi di queste 
due Potenze non divergevano, anzi cospiravano al mantenimento 
della pace generale. Lo stesso è a dirsi delle relazioni del Gabi- 
netto di Berlino con quello austriaco; l'Austria aveva comple- 
tamente rinunziato alla sua antica politica di lotta e di domi- 
nazione in Germania come in Italia, politica che era stata nel 
passato cagione di grande debolezza per la Casa degli Asburgo. 
Per ciò la Germania si trovava allora in una intimità perfetta 
col vicino impero, la quale non poteva non influire sui rapporti 
italo-austriaci. L'accordo di queste tre Potenze — soggiunse il 
Principe — offre una solida e mutua garanzia dal punto di vista 
difensivo. Il Gabinetto di Berlino non pensa ad attaccare nessuno, 
ma è pronto e risoluto, offrendosene Toccasione, a respingere ener- 
gicamente qualsiasi aggressione. Il pericolo viene dalla Francia, 
dove le passioni sono sempre in ebollizione, e dalla Russia, dove, 
per non citare che un solo dettaglio, l'esercito è malcontento. 
Le truppe sono sparse su di un territorio vasto : l'ufficiale, rele- 
gato nelle piccole guarnigioni, si annoia, e preferisce la guerra 
ad una vita non solamente manchevole di ogni distrazione, ma 
circondata da molte privazioni. „ 

I Reali d'Italia non andarono a Berlino, e tuttavia Federico 
Guglielmo venne ufficialmente a Roma nel dicembre di quell'anno 
1883 per ringraziare — si disse — il Re delle accoglienze straor- 
dinarie ricevute in Genova, ma in realtà perchè il Bismarck 
volle dare una pubblica prova, ammonitrice per i presunti ne- 
mici della Germania, degli eccellenti rapporti che questa teneva 
con l'Italia. Della qual cosa si fu scontenti a Vienna, perchè le 
feste tributate al principe ereditario germanico fecero risaltare 
la freddezza delle relazioni italo-austriache, e ricordare che Fran- 
cesco Giuseppe era in debito di una visita doverosa. 

II Ministero Depretis-Mancini, timoroso di irritare la Francia, 
già in allarme per la voce corsa sui giornali dell'esistenza di 
una alleanza, era piuttosto imbarazzato che contento delle osten- 



128 DAL PRIMO AL SECONDO TRATTATO DELLA TRIPLICE ALLEANZA 



tazioni dell' intimità italo-germanioa. E la sua condotta ispirò a 
tale preoccupazione, commettendo Ferrore, ohe è stato di poi ri- 
petuto, di rinunziare a trarre dall'alleanza i vantaggi ohe essa 
poteva dare, per correre dietro alla fisima di una amicizia con 
la Francia, chiaritasi chimerica per l'impresa di Tunisi, e ad ogni 
modo allora incompatibile coi legami stretti con la Germania. 

Così, mentre l'alleanza austro-germanica diveniva sempre più 
cordiale e raggiungeva lo scopo di fronte alla Russia, la quale 
nel marzo 1884 si riavvicinava ai due imperi centrali, l'Italia era 
in sospetto a tutti, e negletta dagli alleati. 

Alle Delegazioni, il ministro Tisza, rispondendo ad una inter- 
pellanza Helfy, aveva parlato delle relazioni estere dell'Austria- 
Ungheria senza accennare all'Italia; e nel Parlamento austriaco 
il ministro Taaffe aveva mantenuto un'attitudine passiva a fronte 
del linguaggio oiffensivo verso l'Italia di un deputato dalmata di 
razza slava. Le diffidenze e il malvolere delle classi dirigenti au- 
striache apparivano ad ogni occasione. Nè migliori disposizioni 
si notavano nel governo germanico, ohè anche il principe di Bis- 
marck ci manifestava marcatamente la sua noncuranza. 

L'on. Mancini fortemente si lagnava di tutto ciò. All' infuori 
dei termini del trattato, dei oasi previsti, non derivava dal fatto 
stesso dell'alleanza l'obbligo dell'assistenza fin là dove cominciasse 
per avventura il conflitto d'interessi tra l'uno e gli altri alleati? 
Cosi egli aveva interpretato il patto in ogni circostanza, ma di- 
versamente gli alleati si regolavano nelle questioni d'interesse 
italiano. Perchè? 

L'on. Mancini restò al Ministero sino al 29 giugno 1885; gli 
successe, dopo un breve interim del Dopretis, il Robilant, il quale 
il 6 ottobre di quell'anno passò dall'ambasciata di Vienna alla 
Consulta. Aveva fatto buona prova come diplomatico e acquistato 
prestigio presso le Cancellerie d'Europa pel suo carattere diritto, 
per i suoi nobili sentimenti, per la sua intelligenza. Questo pre- 
stigio personale giovò al paese, perchè conferì al nuovo ministro 
l'autorità necessaria presso il principe di Bismarck ed il conte 
Kàlnoky per fare includere nel trattato della Triplice Alleanza la 
tutela di taluni interessi italiani. 

Si può dire ohe l'esistenza ministeriale del conte di Robilant 
eia stata tutta dedicata alla rinnovazione del trattato. Poco sod- 



Dichiarazioni di Bismarck 



129 



disfatto delle stipulazioni del 1882^ pur da lui negoziate a Vienna 
in momenti nei quali l'Italia si offriva, l'esperienza gliene avea 
dimostrate le lacune, e si propose di colmarle. 

I due gabinetti di Vienna e di Berlino gli manifestarono su- 
bito il desiderio di continuare l'alleanza ; ed egli, consentendo in 
massima, prese tempo per aprire le trattative. Scartava l'idea di 
non continuarla, come quella di rinnovarla tale e quale ; ma per 
proporre nuovi patti bisognava pensarvi, e l'Italia non doveva 
far vedere che avesse fretta. 

II 19 ottobre il principe di Bismarck, rispondendo al saluto 
dal conte di Robilant inviatogli nell'assumere il nuovo ufficio, gli 
fece sapere che le sue parole avevano prodotto in lui la migliore 
impressione, e che per fargli cosa gradita avrebbe ricevuto a 
Friedriohsruh l'ambasciatore di Launay. 

Il conte di Launay fece la visita il 24; il giorno precedente 
era stato dal Gran Cancelliere l'ambasciatore francese. Il Principe 
accennò al nuovo trattato, si disse disposto a renderlo più pratico 
ed intimo, non fece obbiezioni all'osservazione del di Launay che 
per allora non si chiedeva altro che preparare il terreno, miglio- 
rando la pratica dei patti esistenti. Poi, con evidente sincerità, 
gli parlò della situazione: 

" Allo scopo di mantenere la pace egli aveva cercato, dal 
trattato di Versailles in poi, di rimanere in buoni termini con 
la Francia, di non ostacolarla nella sua politica di espansione in 
Tunisia, in Cina, nel Madagascar e sulla costa occidentale d'Africa. 
Le dava cosi qualche indennizzo, qualche soddisfazione d'amor 
proprio; ma le aveva anche fatto comprendere chiaramente che 
doveva rinunziare per sempre all'Alsazia. Seguendo lo stesso 
ordine di idee, egli era divenuto in certo modo, specialmente in 
Egitto, l'ausiliario degli interessi francesi. Ma i suoi sforzi erano 
stati sterili. La sua assiduità, la sua quasi servilità nel corso 
degli ultimi quindici anni, era stata una delusione. La Francia, 
nelle sue grandi correnti d'opinione pubblica, pensa sempre alla 
rivincita, e se la prende con tutti coloro che non partecipano 
ai suoi rancori. Essa ne ha data l'ultima prova nell'affare delle 
Caroline. Le recenti elezioni generali avranno, d'altronde, come 
risultato la tendenza del suo governo verso il radicalismo. E in 
tali circostanze il Cancelliere riconosceva Taccresciuta importanza 

Chispi, Politica estera. 9 



130 D\L PRIMO AL SECONDO TRATTATO DELLA TRIPLICE ALLEANZA 



delFaooordo fra i tre Imperi e l'Italia. Egli aveva destinato allora 
all'ambasciata di Londra il conte di Hatzfeldt, ohe sarebbe riu- 
scito meglio del Miinster a stabilire anche un ravvicinamento 
con l'Inghilterra „. 

Il ministro Robilant, deciso a non prendere l'iniziativa dei ne- 
goziati; fu contento dell'accoglienza fatta dal Principe al concetto 
che il nuovo trattato dovesse dare soddisfazione alle legittime e 
modeste esigenze dell'Italia^ ed attese. Finalmente, in ottobre 1886, 
il principe di Bismarck fece il primo passo, dichiarandosi pronto ad 
aprire le trattative tanto a Roma che a Vienna. Il Robilant dap- 
prima nicchiò, dichiarando che con o senza alleanza, l'Italia avrebbe 
proceduto d'accordo con la Germania e con l'Austria-Ungheria; 
poi disse che l'opinione pubblica italiana non vedeva i benefici 
dell'alleanza, che gli alleati non avevano mai dato all'Italia una 
prova di fiducia completa, che Bismarck non trovava mai tempo 
per conferire personalmente con l'ambasciatore d'Italia. Queste 
lagnanze e la riluttanza, più apparente che reale, a rinnovare il 
trattato, fecero il loro effetto. In realtà, grave impressione avrebbe 
prodotto la cessazione dell'alleanza, e la Germania, tra la Francia 
nemica e la Russia poco benevola, non sarebbe stata tranquilla : 
disse ciò spontaneamente il Keudell. Onde le condizioni poste 
dappoi dal Robilant, le quali si riassumevano nella garanzia dello 
statu-quo nel Mediterraneo e nella Penisola Balcanica, furono 
accettate. 

La redazione dei nuovi patti, dopo un lungo scambio di pro- 
poste e contro-proposte, fu pronta il 19 febbraio 1887 ; l'indomani 
essi furono firmati a Berlino. 

L'esigenza del conte di Robilant che l'Italia fosse garantita 
nel Mediterraneo, ispirò al principe di Bismarck l'idea di un 
accordo con l'Inghilterra. Deciso a tenersi avvinta l'Italia e ferma 
nella sua politica d'isolare la Francia per renderla impotente a 
far la guerra, il Principe vide la doppia utilità che sarebbe de- 
rivata alla Germania da una intesa anglo-italiana: l'Inghilterra 
avrebbe offerto quella sicurtà marittima che la Germania non 
poteva dare, e, impegnandosi con l'Italia, si sarebbe preclusa la 
possibilità di appoggiare la politica della Francia. 

Non era facile indurre i ministri della Regina, in un tempo 



Il trattato del 20 feUraio 18 87 



131 



nel quale lo " splendido isolamento „ aveva tanti fautori^ a legarsi 
con una Potenza continentale, sia pure mercè un accordo che 
sarebbe rimasto segreto. Ma per il principe di Bismarck la cosa 
fu facilissima. 

Il 1.° febbraio 1887 egli si recò a far visita all'ambascia- 
tore britannico a Berlino, sir E. Malet. " Il gabinetto italiano — 
disse — gli aveva chiesto di voler appoggiare la domanda fatta 
a Londra di una più stretta amicizia dell'Inghilterra con l'Italia ; 
egli pensava che il governo inglese avesse ogni motivo per fare 
buon viso a tale domanda. Esisteva una specie [!] di alleanza fra 
la Germania e l'Italia, ma aveva scarso pregio per la Germania, 
l'Italia non potendo essere la sua vera alleata efficace che alla 
condizione di essere in grado di trasportare le proprie truppe 
per mare. I valichi delle Alpi essendo irti di fortificazioni, sa- 
rebbe impedito ogni efficace aiuto attraverso a queste. Se l'Italia 
potesse trasportare le sue truppe per mare, allora soltanto essa 
sarebbe una considerevole alleata. Ma ciò potersi solo effettuare 
con una cooperazione dell'Inghilterra, per mezzo della quale il 
predominio del Mediterraneo sarebbe assicurato a queste due 
Potenze. 

Il Principe disse di comprendere le difficoltà che sovrastano 
ad ogni presidente dei ministri britannico il quale tenti di strin- 
gere un'alleanza con una Potenza estera ; nel caso attuale però 
non era necessario che di venire ad un accordo basato sulla per- 
manenza al potere del presente governo. Egli riteneva che le trat- 
tative amichevoli con l'Italia avrebbero favorevole accoglienza 
in Inghilterra, giacché sarebbero in armonia con le tradizioni po- 
polari dei due paesi. Credeva poi che la sua esistenza durante 
la crisi presente sarebbe stata un potentissimo fautore per il 
mantenimento della pace in Europa, mentre la sua mancanza 
avrebbe potuto fomentare la guerra. 

Accennando alla questione della pubblica opinione e al dovere 
riconosciuto in un ministro inglese di seguirla, il Principe disse 
che qualunque fosse la consuetudine, stava sempre nel potere del 
ministro, anzi nella cerchia dei suoi doveri, di formare questa 
pubblica opinione. Questa non è, soggiunse, che un jSume formato 
da una quantità di piccoli ruscelli, uno dei quali è il ruscello 
governativo. Se il governo alimentasse sufficientemente il suo 
ruscello, concorrerebbe efficacemente a formare la grande cor- 



132 DAL PRIMO Ali SFCONDO TRATTATO DELLA TRIPLICE ALLEANZA 



rente pubblica ; se invece aspetta di giudicare delle forze di tutti 
gli altri ruscelli, separatamente meno potenti del suo, pur dalla 
unione loro rimarrebbe sopraffatto. Agire in tal guisa sarebbe una 
imperdonabile mancanza di precauzione. 

Il Principe insistette poi sui reciproci vantaggi di una alleanza 
fra ringhilterra e l'Italia, asserendo che nessun desiderio di que- 
st'ultima avrebbe mai potuto verificarsi in antagonismo con gl'in- 
teressi di quella. Nel Mediterraneo le aspirazioni dell'Italia con- 
vergono verso Tunisi e Tripoli, sul continente al ricupero di 
Nizza „. 

Sir Malet osservò che concepiva un'alleanza fra l'Italia e l'In- 
ghilterra per gli affari d'Oriente, ma dubitava che l'Inghilterra 
contraesse un'alleanza che potesse porla in ostilità con la Francia. 

Tutte le volte che il gran Cancelliere consigliava l'accetta- 
zione di una proposta, faceva osservare quali avrebbero potuto 
essere le conseguenze di un rifiuto. 

Secondo le sue vedute era dovere dell'Inghilterra di assumere 
la sua parte di responsabilità, per assicurare la pace d'Europa. 
Egli sapeva dell'esistenza di una scuola che predicava la asten- 
sione di quella Potenza da ogni ingerenza nella politica europea ; 
ma egli pensava che l'Europa avesse ragione di desiderare la 
cooperazione inglese per il mantenimento dell'equilibrio fra le 
Potenze. Se l'Inghilterra si rifiutasse, e se tutti i tentativi per 
indurla ad assumere la sua quota di pericolo e di responsabilità 
che incombe ad ogni Potenza europea, fallissero, le Potenze inte- 
ressate si vedrebbero costrette a cercare altre combinazioni. " Per 
esempio — disse il Principe — con tutta facilità potrei rendere 
più intimi i rapporti della Germania con la Francia accondi- 
scendendo alle incessanti sollecitazioni di questa riguardo all'Egitto. 
E potrei allontanare ogni apprensione da parte della Russia, ri- 
ducendo la nostra alleanza con l'Austria al puro impegno lette- 
rale di garentire l'integrità del territorio dell'impero austriaco, e 
permettendo alla Russia di occupare il Bosforo e lo Stretto dei 
Dardanelli „. 

Naturalmente, a questo punto sir Malet osservò che ogni ten- 
tativo di tal natura da parte della Russia implicherebbe una 
guerra con l'Inghilterra, e che perciò la pace, che sembrava essere 
l'unico obbiettivo del Cancelliere, non sarebbe stata certamente 
assicurata con simili combinazioni. 



Bismarck e l'accordo anglo-italiano 



133 



Un sorriso di soddisfazione passò sul volto del Principe, il 
quale soggiunse ohe aveva additato soltanto combinazioni pos- 
sibili, che tuttavia sperava non si sarebbero mai verificate. 

Il colloquio finì con un giudizio del Principe sul pericolo di 
guerra con la Francia. Egli disse che fino a quando fossero al 
potere uomini come Perry e Preycinet nulla vi era da temere, 
ma che se invece il generale Boulanger dovesse diventare pre- 
sidente del consiglio dei ministri o della repubblica, ciò che già 
si prevedeva, il pericolo sarebbe stato imminente, essendo egli 
già compromesso dalla sua attitudine generale e non avendo 
altro modo di mantenersi al potere che continuando a rappre- 
sentare la parte assuntasi. 



Capitolo Quinto. 

Crispi e la questione Bulgara. 

La crisi ministeriale del febbraio 1887: il contegno dell'on. Crispi, suoi colloqui 
col Re, sua nomina a Ministro dell'Interno. - La questione bulgara e la con- 
dotta del Governo italiano prima che Crispi assumesse la direzione della po- 
litica estera, e dopo. - Carteggi e documenti. - L'Italia propone e fa accettare 
dalle Potenze il non-intervento in Bulgaria. - La triplice per l'Oriente. 

La crisi ministeriale ohe l'ecatombe di Dogali determinò V8 feb- 
braio 1887, fa lunga e laboriosa. 

L'impresa africana, iniziata con lo sbarco di un presidio ita- 
liano a Massaua (5 febbraio 1885), doveva essere, secondo il mi- 
nistro Mancini, una riparazione, un compenso per le delusioni 
toccate airitalia nel Mediterraneo : " Perchè non volete ricono- 
scere — diceva egli alla Camera il 27 gennaio 1885 ai suoi op- 
positori i quali gl'imputavano di perder di mira il vero obbiettivo 
della politica italiana, cioè il Mediterraneo — perchè non volete 
riconoscere che nel mar Eosso, il più vicino al Mediterraneo, 
possiamo trovare la chiave di quest'ultimo ? „ 

Purtroppo, l'Italia nel mar Rosso non trovò che disastri, e 
per dippiù una diversione esiziale intuita sin da allora dall'on. 
Crispi, che nella seduta del 29 gennaio avvertì: 

" Se nel 1882 l'on. ministro Mancini avesse accettato le pro- 
poste dell'Inghilterra, forse oggi sarebbe a tempo per cominciare 
una politica coloniale seria, feconda di veri risultati. Ad ogni 
modo non posso che augurare all'Italia che quel ch'egli ha fatto 
possa non riuscirci dannoso „. 



136 



CRISPI E LA QUESTIONE BULGARA 



Dogali fu una conseguenza della leggerezza con la quale fu- 
rono considerate le difficoltà delllmpresa, e specialmente il valore 
dell'ostilità abissina. A Massaua il generale Genè riteneva di potere 
tener fronte alle masse nemiche con un pugno dei nostri ; a Roma 
il ministro Robilant chiamava " quattro predoni „ popolazioni bel- 
licose, viventi in continua guerra. 

Dimessosi il Ministero presieduto dall'on. Depretis — il quale 
era al potere dal 29 maggio 1881 e non godeva riputazione presso 
la parte sana del paese — il Re incaricò dapprima lo stesso De- 
pretis di ricomporre il gabinetto ; ma questi dovette rinunziare al 
mandato il 23 febbraio 1887. Gli on. Robilant, Biancheri, Saracco 
essendo stati successivamente officiati a comporre una nuova am- 
ministrazione ed avendo ricusato, il Re, il 5 marzo, ritornò sui 
suoi passi deliberando di non accettare le dimissioni del Mini- 
stero. 

Qual contegno tenne Ton. Orispi durante questa crisi ohe do- 
veva risolversi con la sua andata al governo? 
Spigoliamo nel suo Diario, 
Il 9 febbraio il Re lo chiamò a consiglio : 

« Alle 9 Vé fui al Quirinale. 

Il Ee chiese il mio parere sulla situazione politica 
e sulla situazione parlamentare, mostrandosi preoccu- 
pato delle condizioni del paese, dello stato d'Europa, 
delle grandi necessità onde siamo tormentati. 

Eisposi : peggiorata la nostra posizione in Europa in 
questi ultimi anni. La Germania ci sfugge, PAustria 
può essere interessata ad averci seco, ma non sarà un'a- 
mica costante. La situazione parlamentare non può es- 
sere peggiore; Fon. Depretis vi ha messo il disordine, 
tanto che neppur lui i3uò contare sulla Camera. I partiti 
son molti, ma nessuno può contare sulla maggioranza. 
Nulla di meno il più forte è quello di sinistra. Il disor- 
dine parlamentare non può esser tolto che da un'Am- 
ministrazione composta di uomini probi, scelti fra le 
migliori capacità della Camera. 

— IS^ulla di meglio io chiedo. Mi indichi lei la per- 
sona alla quale dovrei indirizzarmi. 

— Non tocca a me di darle cotesta indicazione. Co- 
testo ufficio spetta al x)residente del Ministero che si è 
dimesso. Così suol farsi in Inghilterra. 



Consultazione reale 



137 



— Io non escludo alcuno, e se mi fosse indicato un 
nome il mio ufficio sarebbe più facile. E, a proposito, le 
dirò che oggi ho letto con dispiacere in un giornale 
che a Corte sarebbe escluso il di lei nome. Ootesta è 
una malignità. Sento per lei tutta l'amicizia, apprezzo 
il di lei patriottismo, la di lei energia, la di lei espe- 
rienza. Se il di lei nome mi fosse indicato, o se in una 
combinazione ministeriale trovassi il suo nome ne sarei 
lietissimo. Io le affiderei volentieri il potere. 

— Eingrazio Vostra Maestà dei suoi sentimenti verso 
di me.... 

— No, io non voglio che si creda che faccia delle 
esclusioni. 

— ]^on posso dubitare di quanto Y. M. mi dice. 

— Ya bene. Mi dica: come sta lei col conte di Eo- 
bilant ? 

— Benissimo. Io lo conobbi al 1877 a Vienna. Lo 
ho riveduto alla Camera, ma non ho con lui intimità. 

— È una grave questione quella degli uomini. Com- 
prendo che Depretis è vecchio e non può sovrainten- 
dere al Ministero dell'Interno. 

— Del Ministero dell'Interno parlai altra volta a 
V. M. e le dissi che in Italia manca assolutamente la 
polizia preventiva. Fortunatamente abbiamo un buon 
popolo. 

Dopo pochi altri minuti il Ee si alzò, mi strinse la 
mano e mi congedai. » 

Il 22 febbraio Ton. Saracco si recò da Crispi ad offrirgli il 
portafoglio della Giustizia nel Ministero che il Depretis sperava 
potere ricostituire. L'on. Crispi declinando Tofferta ricordò ohe 
avrebbe potuto essere ministro di Giustizia nel 1866 e nel 1867; 
e avverti che non avrebbe mai accettato una posizione che non 
gli consentisse di esercitare influenza su tutta la politica, spe- 
cialmente su quella estera, della quale i ministri sogliono disin- 
teressarsi. 

Non riuscito il tentativo del Depretis, Ton. Crispi divenne 
l'oracolo della situazione: il 25 e il 27 ricevette il marchese di 
Eudini ; il 3 marzo, dopo ohe il Depretis fece fallire, col negargli 
il suo appoggio, una combinazione Saracco perchè ad essa avrebbe 
preso parte il Rudinì, i dissidenti della Destra decisero in una 



138 



CRISPI E LA QUESTIONE BULGARA 



riunione di appoggiarsi a Orispi; il quale ricevette il 4 marzo 
Ton. Tajani, il 6 di nuovo il Rudini, il 9 gli on. Laoava e Gio- 
litti; quindi gli on. Baooarini, Oairoli e Nicotera^ FU gli on. Co- 
dronohi e Rudini, Laoava e Giolitti. Il 12 aderì ad incontrarsi 
con gli on. Bonghi, Spaventa, Oodronchi e Rudinì. Trascriviamo 
dal Di ir io: 

12 marzo. — Alle ore 5 pom. all'albergo di Roma 
dove trovai gli on. Bonghi, Eudinì e Codronchi. Verso 
le 5 V4 sopraggiunse Spaventa. 

Dopo spiegazioni diverse, si convenne sui seguenti 
punti. Ipotesi di una combinazione con Depretis. Orispi 
ritiene non oifra probabilità alcuna; nuUadimeno, ove 
avvenisse, non bisognerebbe opporsi; anzi renderla pos- 
sibile. 

Politica estera. — Einnovare gli accordi con le Potenze 
centrali. Il rifiutarsi potrebbe nuocere ; Spaventa osserva 
cbe la Germania potrebbe sospettare di noi. Bisogna 
inoltre considerare la posizione nella quale si è messo 
il papato con Bismarck. Necessario, intanto, riannodare 
le nostre relazioni con V Inghilterra , associarsi a lei 
nell'Egitto, renderle facile con l'opera nostra il compito 
assuntosi, per obbligarla ad essere con noi in tutte le 
questioni nel Mediterraneo. 

Finanza. — Rinforzarla con nuove imposte per ac- 
crescere le entrate e soddisfare alle spese militari ed a 
quelle per le opere pubbliche. 

Esercito ed armata forti. 

Legge Comunale e Provinciale. — Elettorato : censo, 
5 lire. Capacità, quarta elementare. Sospensione agli 
impiegati municipali del diritto elettorale. 

Esplicare il nostro accordo alla Camera alla prima 
occasione e informare il Ee ; di questo s' incarica il 
Eudinì. 

Discutendo delle imposte, si accennò al dazio di en- 
trata sui cereali; ma esso non potrebbe esser solo, do- 
vendosi provvedere a 60 milioni di nuova entrata. 

Eudinì racconta di aver visto Zanardelli, il quale 
anch'egli è di avviso che il solo possibile sarebbe un 
Ministero di coalizione. Egli lo motivava non solo con 
le condizioni della Camera, ma per le necessità in cui 
siamo di dover stabilire nuove imposte. Bisogna che la 



Crismi accetta il -potere 



139 



impopolarità sia affrontata dai patriotti dei diversi 
partiti. 

13 marzo. — Alle 10 ant. ho la visita del marchese 
Rudinì. 

Egli fu iersera dal Re, al quale diede conto delPac- 
cordo sui punti principali di governo tra Orispi, Spa- 
venta e gli altri. Questo accordo assicura la possibilità 
di un'amministrazione nel caso di crisi. 

Il Re ne fu contento. Egli in tutti i casi saprebbe 
a chi rivolgersi. 

Chiese se dell'accordo potesse parlare al Depretis, e 
il Rudinì rispose che 8. M. facesse a suo talento. 

20 marzo. — Invitato, mi reco alle 4 V2 pom. dal 
Depretis. Mi narra avergli il Re riferito il colloquio 
avuto col marchese di Rudinì circa l'accordo dell'al- 
bergo di Roma. Mi parla delle difficoltà della situazione 
e della necessità di comporre una nuova amministra- 
zione. L'opinione pubblica designare un ministero De- 
pretis-Orispi ; lui volervisi prestare e m'invitava ad ac- 
cettare. Risposi che sarei entrato a condizione che si 
potesse comporre un gabinetto capace di durare. Si di- 
scorre delle persone che dovrebbero farne parte. De- 
pretis soggiunge di esser vecchio ed accasciato e di non 
poter rimanere al Ministero dell'Interno. M'informò che 
il trattato con le Potenze centrali era già stipulato con 
condizioni migliori delle precedenti. Conveniamo sul 
programma. Mi riservo a decidermi. 

24 marzo. — Alle 2 pom. viene Rattazzi a nome del 
Re. Sua Maestà desidera che io entri nel Ministero. Mes- 
saggio di affettuose parole e di cortesie. Aderisco. 

28 marzo. — Tornando a Roma da I^apoli, trovo un 
biglietto di Depretis che mi avverte esser io atteso 
dal Re» 

S. M. mi riceve alle 11 ant. Mi ringrazia perchè avevo 
accettato di assumere il potere. Dichiara che non fa 
questione di nomi, e che accetterà quelli che indiche- 
remo Depretis ed io. Informo il Re delle pratiche fatte 
con lo Zanardelli e della necessità di averlo nel Mini- 
stero. Non si può fare a meno di provare ai pentarchi 



140 



CRISPI E LA QUESTIONE BULGARA 



la convenienza che d'accordo si tenti una composizione 
ministeriale col Depretis. Ad ogni modo giova portare 
le cose al punto che sia dimostrato che da parte nostra 
non manca la buona volontà. 
Il Re approva. 

Francesco Orispi prese possesso del Ministero dell'Interno il 
4 aprile. Della politica estera non potè ingerirsi finché fu in Roma 
Fon. DepretiS; il quale, ritiratosi il Robilant, si era riservato l'in- 
terim degli Afi'ari esteri. Ma allontanatosi il Depretis per curare 
la sua salute, Crispi reclamò ohe il Consìglio dei Ministri fosse 
tenuto al corrente delFazione della Consulta nella questione bul- 
gara, allora divenuta più che mai piena d'incognite per la ele- 
zione di Ferdinando di Sassonia-Coburgo-Gotha a Principe (7 
luglio). 

Il trattato di Berlino aveva costituito la Bulgaria in princi- 
pato autonomo, ma tributario della Turchia, e stabilito (art. 3.°) 
ohe il principe sarebbe stato eletto dalla popolazione e confermato 
dalla Sublime Porta col consenso delle Potenze. Aveva altresì 
costituito al sud dei Balcani, col nome di Rumelia Orientale, 
una nuova provincia e l'avea posta sotto l'autorità politica e mi- 
litare della Turchia. 

La elezione del primo principe, Alessandro di Battenberg, 
fatta dall'assemblea dei deputati bulgari il 29 aprile 1879, non 
aveva avuto contrasti. Nel breve regno di sette anni (abdicò 
il 3 settembre 1886) Alessandro organizzò lo Stato e l'esercito, 
cementò lo spirito nazionale dei bulgari con la guerra vittoriosa 
contro la Serbia (battaglia di Slivnitza, 28 novembre 1885) e con 
l'acquisto della Rumelia, indirizzandoli per la via d'ogni pro- 
gresso verso l'indipendenza. 

L'ambizione della Russia di tenere in soggezione il principato 
fu la causa maggiore dell'abdicazione di Alessandro di Battenberg, 
come delle difficoltà incontrate dal successore di lui. 

L'indomani dell'elezione del principe di Coburgo, Crispi desi- 
derando che l'Italia prendesse parte attiva e indipendente nella 
questione, iniziò col presidente del Consiglio la corrispondenza 
telegrafica che riferiamo : 



La questione bulgara 



141 



« 8 luglio 1887. 

Presidente Consiglio Ministri, 

Stradella. 

Dopo nomina nuovo principe Bulgaria e incertezza 
risoluzione della Eussia, il Consiglio dei Ministri è preoc- 
cupato diffìcili condizioni Europa e chiede conoscere 
vero stato cose e quale sia la parte presa e da pren- 
dere dall'Italia, se e quale Paccordo con le Potenze 
alleate. 

Oeispi. » 



« 9 luglio. 

S. JE, Ministro Interni, 

Roma. 

Avrai spiegazione richiesta. Intanto prego dissipare 
preoccupazione Consiglio Ministri, sicuri come siamo 
procedendo correttamente sul terreno dei trattati e di 
pieno accordo con Potenze amiche. 

Depretis. » 

« 9 luglio. 

Presidente Consiglio Ministri, 

Stradella. 

Aspettiamo tua risposta. Certamente avrai dato istru- 
zioni ai nostri ambasciatori di Vienna, Berlino, Londra 
e Costantinopoli, ed al nostro ministro a Sofìa sul modo 
come debbano regolarsi circa la nomina del nuovo Prin- 
cipe. Vienna e Londra essendo favorevoli a codesta no- 
mina, noi non dovremmo essere ultimi. 

Giova anche regolare il contegno del nostro amba- 
sciatore a Pietroburgo, la Russia essendo contraria alla 
elezione fatta dall'Assemblea bulgara. 

La questione bulgara può esser causa di un dissidio, 
e noi dovremmo trar profìtto dalle nostre amicizie ed 
alleanze. 

Ceispi. » 



142 



CRISPI E LA QUESTIONE BULGARA 



«9 luglio. 

S, E. Ministro Interni, 

Eoma. 

Ecco situazione. Governo Bulgaro insiste presso la 
Porta affinchè non faccia difficoltà preliminari e chieda 
assenso delle Potenze per elezione Principe, conforme- 
mente trattato Berlino. Se Porta aderisce converrà pre- 
pararsi rispondere alla sua interrogazione. Già sappiamo 
Eussia contraria, Inghilterra favorevole, Germania man- 
terrà solita riserva, Francia seguirà probabilmente esem- 
pio Eussia. Ambasciatore Austria Costantinopoli si mo- 
stra scontento; però avendo ragione dubitare della 
sincerità di questo sentimento ho telegrafato Mgra in- 
terrogare schiettamente quel governo. 

Parmi ci convenga sospendere ogni risoluzione finché 
situazione meglio chiarita. Intanto continuare scambio 
idee colle Potenze alleate. 

Depeetis. » 



« 12 luglio. 

Presidente Consiglio Ministri, 

Stradella, 

Godo che tua salute costantemente migliori. 
Duolmi che costantemente continui male politica 
estera che non fai e non lasci fare. 

Oeispi. » 

Il 14 luglio Fon. Depretis informava Fon. Orispi di aver tele- 
grafato alle RR. Ambasciate e alla R. Legazione di Sofia la di- 
chiarazione seguente fatta all'ambasciatore di Turchia: 

« I^TelPinteresse della Bulgaria, della Turchia e delPin- 
tera Europa è, a nostro avviso, altamente desiderabile 
che la crisi bulgara giunga il più presto possibile a pro- 
pizia e definitiva conclusione mercè Pinsediamento a Sofia 
di un principe, e il ristabilimento nel principato di un 
ordine di cose stabile e normale. La Sublime Porta deve 
quindi considerare come acquisito il nostro concorso per 



Cri^pi malcontento della Consulta 



143 



tale soluzione che, essendo l'espressione della libera vo- 
lontà delle popolazioni in Bulgaria, si uniformerebbe 
ora nella sua pratica attuazione ai procedimenti segnati 
nel trattato di Berlino ». 

« i5 luglio. 

Presidente Consiglio Ministri, 

Stradella. 

Comunicai ai miei colleglli telegramma Y. E. 14 cor- 
rente spedito alle nostre ambasciate ed al nostro agente 
in Sofìa. Alcuni di loro non furono contenti perchè 
nulla vi è detto che valga ad indicare la nostra politica 
in Oriente. 

In verità non essendosi nulla deciso dall'Italia, si 
vorrebbe almeno conoscere quali pratiche siano state 
fatte presso le altre Potenze e quali risposte ottenute 
per la soluzione della questione. 

Crispi. » 

Il 21 luglio Ton. Depretis ebbe un'idea e senza oomuniGarla 
al Consiglio dei Ministri^ la sottopose al giudizio dell'ambascia- 
tore a Berlino, eonte di Launay: 

« Consideriamo la elezione Coburgo come fallita.[!] Se 
la continuazione dello statu-quo e del provvisorio a Sofìa 
è cosa indifterente per il gruppo alleato, non abbiamo 
che da attendere tranquillamente il seguito degli avve- 
nimenti. Se al contrario, occorre regolare la questione 
al più presto, si potrebbe forse far andare il principe 
di Coburgo a Sofìa in qualità di « luogotenente prin- 
cipesco (lieutenant princier) » anziché di princi^je. Se il 
gabinetto di Pietroburgo è di buona fede nella sua op- 
posizione, se contesta soltanto la legalità della elezione 
senza intento di tenere aperta la questione bulgara per 
i suoi fìni, dovrebbe accettare questo espediente. A Ber- 
lino, centro naturale del nostro gruppo, si dovrebbe for- 
mulare un parere su questo suggerimento, ed eventual- 
mente dire qual gabinetto sarebbe in migliori condizioni 
per prenderne l'iniziativa.» 

Ma il di Launay trovò l'espediente impraticabile, poiché un 
luogotenente principesco, il cui ufficio sarebbe stato quello di 



144 



CRISPI E LA QUESTIONE BULGARA 



preparare l'elezione del nuovo principe, non poteva essere lo 
stesso candidato al trono; e d'altra parte come Ferdinando, già 
eletto Principe, avrebbe potuto presentarsi in Bulgaria in una 
veste inferiore? 

La consuetudine di camminare sulle orme degli altri era cosi 
inveterata che l'on. Depretis eccezionalmente si era azzardato a 
metter fu^xx un^^^ca; in tutti i documenti partiti in quel mese 
di luglio dalla Consulta, non vi sono che parole vaghe e di at- 
tesa delle decisioni delle altre Potenze. Mentre l'on. Crispi esor- 
tava il Presidente del Consiglio a prendere posizione, dalla Consulta 

13 luglio si scriveva all'ambasciatore a Costantinopoli: 

« Avvenuta Pelezione del principe di Ooburgo non 
abbiamo creduto di affrettarci ad enunciare la nostra 
opinione. Ci parve conveniente di astenerci dal pregiu- 
dicare, con premature dichiarazioni, una questione ri- 
spetto alla quale una considerazione elementare di re- 
ciproco riguardo, e quasi di equità internazionale, sug- 
geriva che si lasciasse anzitutto la parola alle Potenze 
aventi nel problema che si agita in Bulgaria un inte- 
resse più diretto e immediato. » 

L'on. Depretis mori il 31 luglio ; gli successe nella presidenza 
del Consiglio l'on. Crispi, il quale per decreto dell' 8 agosto as- 
sunse altresì l'interinato del ministero degli Affari esteri. Lo stesso 
giorno Crispi dirigeva alle regie rappresentanze all'estero questa 
circolare : 

« Nel prendere la direzione degli Affari esteri, tengo 
a manifestare il mio fermo intendimento di continuare 
la politica di pace e di conservazione che nel concerto 
europeo caratterizza l'opera dell'Italia. 

Conforme a tale intendimento è Patteggiamento che 
intendiamo prendere nella questione bulgara, nella nuova 
fase in cui sembra che entri per l'annunciato imminente 
arrivo del principe di Ooburgo in Bulgaria. Non abbiamo 
predilezioni personali per questo piuttosto che per altro 
principe; ma il principe Ferdinando, j)er il fatto della 
sua elezione, rappresenta agli occhi nostri, sino a prova 
contraria, l'espressione della volontà del popolo bulgaro. 
L'Italia, politicamente costituitasi coi plebisciti, non può 



Crispi alla direzione degli Affari esteri 



145 



disconoscere l'alto valore di quella manifestazione con 
cui è stato soddisfatto alla prima ed alla più impor- 
tante, per noi, delle tre condizioni jjoste dalPart. 3.° del 
trattato di Berlino. 

Convinto essere dell'interesse generale che la que- 
stione bulgara, minaccia permanente i)er la pace europea, 
venga risolta quanto più presto è possibile, il governo 
si è sempre dichiarato pronto ad adoperarsi per il suc- 
cesso di qualsiasi soluzione, la quale, sulla base dei 
trattati e del rispetto della volontà delle popolazioni, 
potesse assicurare un governo stabile alla nazione bul- 
gara. Ora, l'avvenuta elezione del principe di Coburgo, 
che rappresenta un principio di soluzione, ci sembra ap- 
punto una combinazione che, favorita dal buon volere 
delle Potenze, varrebbe, mantenendo fìsse le due basi 
suddette, a conseguire l'intento. Ad esso adunque dob- 
biamo desiderare che le Potenze aventi con noi comu- 
nità di fine e d'intendimenti pacifici prestino, come 
siamo disposti a prestarlo noi stessi, un volenteroso ap- 
poggio morale. Gradisca ecc. » 

Il 7 agosto il principe Ferdinando, dopo avere invano atteso 
che la Turchia e le Potenze assentissero alla sua elezione, cedette 
alle insistenti sollecitazioni del governo bulgaro, e passò in Bul- 
garia, dove ebbe entusiastiche accoglienze. Era trascorso appunto 
un mese dalla elezione della Sobranje, e in quei trenta giorni il 
Principe era vissuto in una tormentosa indecisione, tra l'irremo- 
vibile no della Russia, Toscitanza della Turchia e la propria 
ambizione. Il 29 luglio, l'ambasciatore Nigra aveva telegrafato da 
Vienna : 

« Il principe Ferdinando è venuto a vedermi in questi 
giorni. Mi ha domandato consiglio. Mi sono rifiutato di 
dargli consigli dicendogli che nella mia qualità di am- 
basciatore non avevo niente a dirgli. Ma come amico 
privato gli ho detto che mi sembrava la sua via fosse 
tracciata dai trattati. Egli non mi è sembrato molto 
disposto a tentare l'avventura di una corsa in Bulgaria. 
Ignoro se abbia fatto qualche passo a Pietroburgo; in 
ogni caso non sarebbe riuscito. » 



Il fatto compiuto, cioè la presa di possesso da parte del 

Crispi, Politica estera. 10 



146 



CBIfflPI E LA QUESTIONE BULGARA 



principe Ferdinando della dignità conferitagli dal popolo bul- 
garo, accrebbe l'irritazione della Russia e le difficoltà della si- 
tuazione. 

Si presentò subito la questione come dovessero condursi i 
rappresentanti delle Potenze in Bulgaria, col Principe. Crispi non 
esitò a telegrafare il 9 agosto al r. Agente e console generale in 
Sofia: 

« Un riconoscimento formale del principe Ferdinando 
come Principe di Bulgaria non è evidentemente possi- 
bile da parte nostra se non dopo acquistata la certezza 
che egli effettivamente rappresenta la volontà delle po- 
polazioni e dopo legittimazione della sua posizione con- 
formemente al trattato di Berlino. » 

E dopo questa dichiarazione dava istruzione al r. Agente di 
astenersi da atti che implicassero riconoscimento, pur usando al 
Principe i riguardi dovuti, e mantenendo col governo principesco 
i rapporti di fatto necessarii. 

Dopo poco, r Austria-Ungheria dava al suo agente in Bulgaria 
analoghe istruzioni. 

Lll agosto rinoaricato di affari di Russia si presentò alla 
Consulta per dichiarare che il suo Governo non riconosceva la 
validità della elezione, che aveva cercato di dissuadere indiret- 
tamente il Principe dal recarsi in Bulgaria, e che si credeva 
obbligato di dichiarare illegale la di lui apparizione nei principato 
per mettersi alla testa del Governo. Il gabinetto imperiale faceva 
appello alle Potenze sperando di non trovarsi solo ad esigere il 
rispetto al trattato di Berlino. 

Crispi rispose che si sarebbe messo in comunicazione con gli 
altri gabinetti, e che il governo italiano non aveva cessato di 
considerare il trattato di Berlino come la base necessaria per la 
soluzione della crisi bulgara. 

Propostosi l'intento di appoggiare l'eletto della nazione bul- 
gara e di cogliere l'occasione per acquistare all'Italia prestigio e 
simpatie nella penisola balcanica, l'on. Crispi cercò innanzi tutto 
di assicurarsi l'appoggio dell'Inghilterra, la quale, dapprima non 
contraria al principe Ferdinando, aveva poi fatto comprendere 
alla Russia che vedeva l'elezione di lui " con indifferenza „ , e 



Rispetto della volontà del popolo bulgaro 



147 



alla Bulgaria che "non riputava vantaggiosa agli interessi del 
principato la scelta del Coburgo „. 

Come l'on. Crispi regolasse la condotta dell'Italia nelle fasi 
successive della questione, e riuscisse a formare il gruppo italo- 
anglo-austriaco che impase il non intervento nelle faccende in- 
terne della Bulgaria, si rileva dai documenti che seguono: 

« 12 agosto. 

A M. il Re, 

Monza. 

Lord Salisbury dette istruzioni al suo agente a Sofìa 
di trattare il principe di Coburgo come un parente della 
Eegina. I gabinetti di Parigi e di Vienna avranno con 
lui relazioni come governo di fatto e senza pregiudicare 
la questione di diritto. 

Crispi. » 



« i5 agosto. 

AWATìibasciatore a Costantinopoli, 

Per noi, sino a prova contraria ed equivalente, l'av- 
venuta elezione è testimonianza valida della volontà del 
popolo bulgaro. Il principio della volontà delle popola- 
zioni potrebbe essere indicato come il migliore mezzo 
d'interpretazione dello spirito del trattate di Berlino 
nella sua applicazione ai casi imprevisti. » 



« Napoli, 16 agosto, 

A S. iìf. il Re, 

Monza, 

Eiparto stasera per Eoma. Telegrafai confidenzial- 
mente a Nigra e a Catalani quale a mio avviso dovrebbe 
essere la linea di condotta del governo di V. M. nella 
questione bulgara: aiutare, cioè, la Bulgaria ad uscire 
dallo stato provvisorio in cui si dibatte e che costituisce 
una minaccia immediata e permanente per l'Europa. Il 
principe di Coburgo, eletto per acclamazione, ricevuto 
con entusiasmo, ha almeno il merito di rappresentare 
una soluzione accettabile e per metà realizzata. Noi ere- 



148 



CRISPI E LA QUESTIONE BULGARA 



diamo quindi di dover aiutarlo per quanto è possibile, 
senza beninteso staccarci dall'accordo di principii cbe 
abbiamo colP Austria e con l'Inghilterra, e ciò tanto più 
che la Germania vede di buon occhio tale accordo. La 
unanimità di tutte le Potenze è una utopia. Il principe 
o il generale russo, che solo potrebbe esser gradito a 
Pietroburgo, spiacerebbe a Vienna. Aggiungerò che l'Ita- 
lia, per esser fedele alle sue tradizioni, ai suoi principii, 
ai suoi interessi, deve mirare a che la Bulgaria come 
tutti gli Stati balcanici si avvii all'indipendenza. Essendo 
però questo scopo ancora lontano, dobbiamo, nell'inter- 
vallo, favorire l'influenza dell'Austria a preferenza di 
quella di ogni altra Potenza; locchè equivale ad aiutare 
lo spostamento verso Oriente del centro dei suoi inte- 
ressi. 

Telegrafai poi a Blanc autorizzandolo, previo accordo 
coi suoi colleghi d'Austria e d'Inghilterra, di esprimere 
l'opinione che l'avvenuta elezione è, sino a prova con- 
traria ed equivalente, una testimonianza valevole per noi 
della volontà del popolo bulgaro, e di aggiungere che ai 
nostri occhi il principio del rispetto della volontà delle 
popolazioni è il migliore elemento d'interpretazione dello 
spirito del trattato di Berlino nella sua applicazione ai 
casi imprevisti. 

Orispi. » 



« 17 agosto. 

L'ambasciatore di Turchia domanda per parte del suo 
governo all'Italia ed alle altre grandi Potenze: 

1. I loro apprezzamenti circa la presa di possesso, 
per parte del Principe, del governo della Bulgaria; 

2. Le istruzioni che, in considerazione di questo 
fatto, hanno impartito ai loro agenti nel principato; 

3. Il loro modo di vedere circa i mezzi di eliminare 
le presenti diincoltà e conseguire una soluzione. 

Ho risposto: 

1. Riconosciamo che, prendendo possesso del potere 
principesco, il princi]3e Ferdinando, allo stato attuale 
delle cose, si è allontanato dalle prescrizioni del trattato 
dilBerlino ; 

2. Ohe le nostre istruzioni si riassumevano così : 
Nessun atto che implichi riconoscimento; rispetto alla 



Fedeltà dell'Italia alle sue tradizioni 



149 



persona del Principe ; continuazione dei rapporti di fatto 
necessari col governo princii)esco ; 

3. La soluzione della questione bulgara doversi 
cercare sul terreno pacifico del trattato di Berlino. 811 
quel terreno, il concorso dell'Italia essere assicurato a 
quella qualsiasi soluzione che, soddisfacendo ai legittimi 
voti delle popolazioni bulgare, abbia probabilità di es- 
sere accettata da tutte le Potenze, ed in primo luogo 
dalla Potenza alto-sovrana. » 



« 18 agosto. 

AlV Ambasciatore a Costantinopoli , 

Due fini essenzialmente ci proponiamo: l'uno imme- 
diato, cioè il mantenimento della pace; l'altro mediato 
ed a più. lunga scadenza, che è l'assetto definitivo su 
basi salde e razionali, di popolazioni europee e cristiane 
non ancora costituite a nazioni, benché aventi in sè 
stesse tutti gli elementi etnici e morali che valgono a 
determinare le nazionalità. Entrambi codesti fini ci sem- 
brano di capitale importanza, l'uno perchè ispirato agli 
interessi del nostro paese, il quale vuole la pace con di- 
gnità ; l'altro jjerchè risponde ai principii di giustizia e 
di diritto, sui quali si è costituita la nazione italiana e 
che ne sono la base più salda. 

A conseguire il primo fine abbiamo le nostre alleanze 
ed i nostri accordi. Il secondo fine propostoci spiega il 
nostro contegno verso la Bulgaria. » 



« 18 agosto. 

AlV Ambasciatore a Costantinopoli, 

Con rapporto del 13 corrente, V. E. m'informava 
degli uffici di cotesto ambasciatore di Russia per indurre 
la Porta a fare passi energici a Sofia allo scopo di con- 
seguire l'allontanamento dalla Bulgaria del principe Fer- 
dinando, l'elezione del quale, al dire del sig. Onou, sa- 
rebbe stata disapprovata da tutte le Potenze. 

Riguardo al modo di considerare questa elezione, non 
posso che confermarle il mio telegramma del 16 di questo 
mese, col quale lo autorizzava a porsi d'accordo coi suoi 
colleghi d'Austria-Ungheria ed Inghilterra per esprimere 



150 



CRISPI E LA QUESTIONE BULGARA 



l'opinione che nella avvenuta elezione noi dobbiamo rav- 
visare, fino a prova contraria ed equivalente, una valida 
testimonianza della volontà del popolo bulgaro. 

Il principio del rispetto della volontà delle popola- 
zioni, come PE. Y. giustamente osservava, è, agli occhi 
nostri, il migliore elemento d'interpretazione dello si)i- 
rito del trattato di Berlino, ogni qual volta si tratti di 
applicarlo a casi non preveduti.» 



« 20 agosto, 

AlVAmhasciatore a Vimna, 

Non accetteremmo, come non Faccetta PA. U., una 
reggenza affidata ad un generale russo [Ehrenroth]. Si 
prolungherebbe così, peggiorandolo, Peterno provvisorio 
bulgaro. Non abbiamo predilezioni, ma il principe Fer- 
dinando rappresenta per noi un principio di soluzione. 

L'accordo su questo punto è completo con Londra e 
con Vienna.» 



« 23 agosto. 

Agli Amhasciatori a Londra e a Berlino, 

La proposta fatta dalla Eussia alla Turchia di scac- 
ciare il principe Ferdinando ed insediare un agente russo, 
non sarebbe attuabile che con l'uso della violenza. 

Non è dunque accettabile da chi vuole che il trattato 
di Berlino serva di base pacifica alla soluzione della 
questione bulgara.» 



« 24 agosto. 

A tutti gli Ambasciatori, 

In presenza dell'eventualità ravvisata possibile del- 
l'occupazione russa di Varna e di Erzerum, qualora la 
Turchia non intervenisse attivamente in Bulgaria, il 
gabinetto italiano si dichiara contrario ad ogni violenza 
e ad ogni violazione del trattato di Berlino, ed interroga 
gli altri gabinetti circa l'atteggiamento che j)ren(ie- 
rebbero. » 



Prevale il non-intervento 



151 



« 3o agosto. 

AlV Amììasciatore a Pietrohurgo, 

Nel tenere, rispetto alla questione bulgara, Patteg- 
giamento di cui non facciamo punto mistero, e del quale 
abbiamo alla Eussia stessa lealmente dichiarate le ra- 
gioni, noi intendiamo esclusivamente giovare alla causa 
della pace in Oriente, senza clie la condotta nostra abbia 
mai obbedito a sentimenti che fossero meno che amiche- 
voli per la Eussia. Con la Eussia abbiamo, invece, sempre 
desiderato e desideriamo mantenerci nei termini della 
j)iù cordiale amicizia, non essendovi tra i due Stati ra- 
gione alcuna di dissidio.» 

« 3i agosto. 

AlVAmlasciatore a CostantinojM, 

Parlando, nel momento attuale, di reggenti, di luogo- 
tenente principesco, di commissario da mandare in Bul- 
garia, si perde di vista la realtà delle cose. Prima di 
discutere il nome e la nazionalità di quel personaggio, 
dobbiamo chiederci in qual modo, ammesso che venisse 
designato, egli sarebbe accolto in un paese in cui non 
è nè chiesto, nè desiderato. I bulgari, sotto un principe 
di loro scelta, il quale malgrado gli errori che ha potuto 
commettere dispone certamente di un partito non indif- 
ferente, sono in procinto di organizzare un governo. Il 
meglio è di non intralciare l'opera loro. Un tentativo 
d'ingerenza, o peggio d'intervento, esporrebbe l'Europa 
o a dover confessare la propria impotenza a dar solu- 
zione alla crisi, oppure, se si ricorresse alla violenza, a 
provocare essa stessa il conflitto che si vuole appunto 
evitare. » 



« 2 settembre. 

AlV Amlascìatore a Costantinopoli^ 

Mi è debitamente pervenuto il suo rapporto del 20 ago- 
sto volgente e ne ringrazio particolarmente Y. E. 

Il linguaggio tenuto alla Porta dal barone di Calice 
e da sir W. White si riassume così : la elezione del prin- 



CUiJifl K liA (/truHTIONK I5Ijr/;Alt,A 



<dy)(} di OohuYfro non (ìshcjc. ill(3gal(3; non doversi dalla 
Porta nò. t(5ritare iin'o(5CU|)a/ion(5 rnilìtaro, nò ìrn}>orre ai 
bulgari un n'./^fj^ctntc. ;i loro inviso, nò [irc^ndc.ro una de- 
c/jKiono non a[)|>rovala dal 1(5 \*ì>U)Iì7A) lìrrn;il,;ir'i(5 d(d trat- 
Uiio dì I {orlino. 

Da part(5 Hiia, P^Ila, hovauìììo 1(5 aiilorizza/joni od intru- 
sioni avid/(5, dichiar<) l'ol(5//ion(5 (1(^1 l*rinc/r|>(5 ossenj per 
noi, sino a dirnostr;i/ion(5 contraria ed o(jni valonto, una 
valovol(5 l('/Stiinoni;uizji, (lolla volontà del fK)|)olo !)ul^;iro; 
il |)ririci[)io (l(il rispotto d(^ll(5 f>opol;i,/ioii i, costi tu ir(ì, s(5- 
condo noi, uno dcj migliori (ilc^incnti d' i ntc.rprotazioiH^ 
d(d trjitl;ato di liorlino; non dov(5rsi iis.u-c \\\i)7//À di coa- 
y/ion(5 p(5r imporne aJIa I>ii Ilaria un ro^7^<'iit(5 o doi com- 
missari Htr;inic>ri da cssji, non riclii(isti; c lìn;ilni(Mitc o^^nì 
aziono isolati!., coticcit;ita tra I»'ussì;ì c> 1'iircliia senza 
prcvcrjtivji a(i(^sion(^ df^lhi Jiltro Potenze, essere illegal(3 
i>ericolosa. 

iiil(5VO con soddìsfaziorKi cli(5 continua, l'a,C/(M>rdo d'in- 
t(vnti e r;uialo;4Ìa di lirij^^ua^gio di V. h). (5 d(5Ì suddetti 
suoi coll(5<;lii. » 

N(5l inoinento in c.ui H(ur)f)n»,v;i cho il ^ovoruo di l*i(^(,n)l)iir<^0, 
non rendcMdoHi (ssntto r-oiito dcJlo n^jdi dispOHi/ioni (ìoWo L'niridi 
\*oU)tm)y v()1(;hh(5 col suo intervento Jinruito ri[)nind(u(i in I >iil;i;iria 
rinflu(Hiza cj)() {j;li sfìJ^'K'vn, Urinpi el)l)e hi vìhìoih^ dcll;v y;\ìcrr,i o 
ricordò ^dì ini|:)e|4ni jiHHuriti dall'ltnlin, \)()v il iiiMtiIcnimciito d(;IIo 
i.ifdit (/HO. ()ertain(uit(5 (i^li non (l(\sid(u-ii,va. la ^niorra. o ì'o'-c. (luarito 
era in lui j)ercJin hi IviiHHia, abhaMsaKs»'- il tono d(;ll(5 sur protes(;() 
ac/;or{j^(5ndoHÌ di a,v(ir '-ontro s»; (piasi tutla. ri^Jiropa ; ma, sontiva 
il dovere di pr(if)araro l'Italia, aJ possibile^ <',ini(-nlo. Il ricordo di 
('riinea oni f)reHent(i al suo .s|)irito; conio allora, il ri(;niont(5, in 
rapi)r(5H(intan'/a d(!iritalia, aveva con(pjista,to il (liritl;0 di farsi 
a,HC;oltare, la, parl,(!c,i[)a,/ion(i a,d una ^.i^iuirra, Ix'ti f/Ondotta, avrebbe 
potuto da,ni {'loria. all' Italia e l'aniiru) o il j)r(5sti'4"io iKiofissarii a 
rifji;ua(la,^nar<5 il Icinpo o 1(5 of;f,a,HÌoni perdut(i. 

Dato <'.\i() il conflitto na,He/eHH(i, in (pjai modo l'Italia, avrebbe 
mandalo sul toal,ro di omso il prof)rio C;Ontin^(!nt() V Non vi av(j- 
vafio pensato. Onde Orispi, il )}U agosto, t(il(5«.!;rarò all' Ambascia- 
tore italia,no a Londra: 

«Speriamo che si allontani il caso di una, (;oniurH5 



Fer una convenzione militare 



153 



azione, ma le minaccie della Eussia contro la Bulgaria, 
delle quali fu tenuto discorso nei vostri dispacci del 26 
volgente, ci devono preoccupare ove fossero ripetute e 
seguite dai fatti. Ciò posto, credo necessario che fra i 
due governi si stabiliscano le linee principali del possi- 
bile intervento armato e la parte di cooperazione che 
competerebbe alPInghilterra ed all'Italia. 

Ove Sua Signoria fosse del nostro parere, conver- 
rebbe stabilire la relativa convenzione militare, e nel- 
l'affermativa noi saremmo disposti a mandare in Londra 
uno dei nostri ufficiali, qualora Sua Signoria non prefe- 
risse di mandare un ufficiale inglese a Eoma. 

In coteste materie non bisogna attendere il momento 
del pericolo, ma tenersi pronti e preparati pel momento 
opportuno. » 

L'Incaricato di affari italiano, T. Catalani, rispose il 31 agosto: 

« Lord Salisbury mi ha pregato di far gradire a V. E. 
i sentimenti della sua viva riconoscenza per la proposta 
relativa ad una convenzione militare. Egli mi ha detto 
che presentandosene l'occasione sarebbe fiero della coo- 
perazione dell'esercito italiano e che poteva giungere il 
momento in cui essa fosse necessaria. Ma S. S. ha sog- 
giunto che sino a quando il pericolo di guerra non era 
imminente, la costituzione politica di questo paese e la 
tradizione legatagli dai suoi i)redecessori lo ponevano 
nella impossibilità di stipulare un atto di tal genere. 

Nel momento attuale, sembra che ogni pericolo in 
Bulgaria sia da scartarsi. Il sig. De Giers ha vivamente 
smentito i progetti di occupazione attribuiti alla Eussia, 
attenuato il significato della comunicazione a Ohakir 
pascià ed espresso il suo desiderio di mantenere la 
pace. 

Inoltre l'ambasciatore di Germania, che aveva allora al- 
lora lasciato il Foreign Office, l'aveva assicurato che il 
principe di Bismarck vede schiarirsi l'orizzonte; e una 
comunicazione ricevuta dal conte Kàlnoky riguardava 
la situazione nello stesso modo. Non era più questione 
dell'invio del generale Ehrenroth, il quale d'altronde 
non avrebbe potuto entrare in Bulgaria, poiché i bul- 
gari l'avrebbero impedito con la forza. 



154 



CRISPI E LA QUESTIONÌE BULGARA 



Nulla dunque giustifica la stipulazione di una con- 
venzione, la quale avrebbe presentato un pericolo per il 
governo, poiché, malgrado tutte le precauzioni possibili, 
il segreto non potrebbe mantenersi e una interpellanza 
alla Camera metterebbe il governo nella condizione di 
renderla pubblica. 

Tuttavia, se la situazione verrà a mutarsi « poiché la 
politica — egli ha detto — é mutevole come il clima di 
queste isole », saremo sempre in tempo a stipulare una 
convenzione militare. » 

L'on. Crispi fece, come risulta da una lettera del Catalani a 
lord Salisbury, ohe si era recato a Royat, talune osservazioni alle 
argomentazioni del ministro inglese, ma non insistette. Il Catalani 
scriveva : 

« Il sig. Crispi vi è riconoscente per le vostre cortési 
spiegazioni. Egli comprende la vostra posizione e, come 
voi sapete, egli é assai dotto ed è un ammiratore della 
costituzione politica inglese, la quale, come voi accen- 
nate, impedirebbe al governo di stipulare una convenzione 
militare finché non sia in vista il pericolo. Senonchè il 
sig. Crispi domanda: È il pericolo così remoto da rendere 
non necessarie le precauzioni f Suppongasi che un esercito 
russo entri in Bulgaria, le cui linee di difesa non sono 
più quelle che erano: avremmo noi il tempo di discu- 
tere e di concludere una convenzione militare con la 
rapidità richiesta ai nostri giorni dalle eventualità mi- 
litari! Dovremmo noi lasciarci sorprendere alla sprov- 
vista? 

Il sig. Crispi non crede tale ipotesi remotissima. Non 
mi diceste voi stesso il 25 dello scorso mese che avevate 
indirettamente avvertita la Eussia che sarebbe, è vero, 
facile per un esercito russo di entrare a Yarna, ma non 
così facile di uscirne, poiché avrebbe trovato la via sbar- 
rata dalle forze alleate dell'Inghilterra e dell'Italia? 

Tuttavia, poiché voi declinate d'intrattenervi di tale 
proposta, il sig. Crispi non insisie e la questione è 
chiusa. » 

Nondimeno, l'identità d'interessi constatata durante lo svol- 
gersi del periodo acuto della questione bulgara, suggerì un ac- 



La Triplice per gli affari d'Oriente 



155 



cordo speciale per gli affari d'Oriente tra l'Italia, l'Inghilterra e 
l'Austria- Ungheria : 

<f Londra, 21 settembre. 

«Salisbury divide intieramente idee di V. E. circa 
ravviamento di trattative fra i tre ambasciatori a Co- 
stantinopoli allo scopo di stabilire un accordo. 

Catalani. » 

In Russia il nuovo presidente del Consiglio italiano non ac- 
quistò simpatie col suo contegno attivo e fermo, e da allora in 
poi Fon. Crispi ebbe in quell'impero una cattiva stampa. Le sue 
idee sul complesso problema orientale, più volte esposte alla 
Camera, non gli consentivano di seguire una politica diversa, e 
non fu una cattiva politica se essa riuscì a formare un blocco 
formidabile di tre Potenze — ben visto e incoraggiato dal prin- 
cipe di Bismarck — che dette alla Turchia animo a resistere alla 
pressione del colosso moscovita. Che quell'accordo fosse precipua- 
mente opera dell'on. Crispi si rileva anche dal fatto ohe non so- 
pravvisse al suo primo ministero. 

Della condotta del governo di Pietroburgo sembra non fosse 
soddisfatto neppure lo Czar. In un Diario di Crispi è annotato 
quanto segue: 

«4 ottobre, — Kàlnoky riferì al conte Reuss, amba- 
sciatore germanico, un colloquio avuto col re Giorgio. 
Il re Giorgio, essendo a Copenaghen, parlò con lo Czar 
delle cose di Bulgaria. Il Ee di Grecia ritiene che seb- 
bene il gabinetto russo mantenga ancora ostensibilmente 
la missione del generale Ehrenroth e che questa si di- 
scuta ancora tra Pietroburgo e Costantinopoli, l'Impera- 
tore l'abbia già abbandonata. Secondo l'Imperatore, l'af- 
fare sarebbe stato eseguibile prima della entrata in 
Bulgaria del Principe di Coburgo. Adesso non vi si può 
più pensare. Quindi il cattivo umore dello Czar contro 
il Principe, il quale avrebbe rovesciato i piani della 
Eussia col suo intervento inopportuno in Bulgaria. La 
Eussia aveva fatto assegnamento sulla discordia tra gli 
statisti bulgari e sulla dissoluzione che ne sarebbe ri- 
sultata. L'Imperatore non ha detto quello che farà.» 



156 



CRISPI E LA QUESTIONE BULGARA. 



Riproduciamo un giudizio dell'on. Orispi sulla Russia: 

«La posizione della Eussia è privilegiata. Essa può 
assalire i suoi nemici in Europa; difficilmente essere as- 
salita. Quindi può scegliere, a suo agio, il giorno che 
meglio le convenga a far la guerra. 

Gl'indugi, dunque, le giovano. 

Dopo il 1871 essa si trova in una condizione assai 
migliore di prima. Distaccata la Francia dal concerto 
delle Potenze centrali, la Russia ha un nemico di meno. 
L'alleanza del 1854 non è più. possibile. 

Alla Russia poco importa che la Francia riprenda 
l'Alsazia e la Lorena. Direi anzi che le conviene lasciar 
la Francia irreconciliabile con la Germania. 

La Germania si è detta disinteressata nelle cose di 
Oriente, e si è visto alle prove, non avendo preso parte 
diretta a tutte le questioni che sono sorte nella penisola 
dei Balcani dopo il 1871. Contro la Russia adunque non 
possono schierarsi che l'Italia e l'Austria, Potenze ter- 
ritoriali, la Gran Brettagna Potenza marittima. La Rus- 
sia, spingendo i suoi armamenti, ed aspettando finché 
questi siano compiuti, dubito che i suoi avversari pos- 
sano opporre contro di lei forze sufficienti per vincerla. 

L'Austria e l'Italia potrebbero raddoppiare gli eser- 
citi, ma i loro bilanci non lo permettono. E poi, se la 
Francia rompe in guerra per rivendicare le provincie 
perdute, e la Russia vuol cogliere quel momento per 
gettarsi sui Balcani, la partita per le Potenze centrali 
diventerebbe difficile. Occupate al Reno ed alle Alpi, non 
potrebbero disporre di grandi forze verso l'Oriente. Si 
correrebbe il rischio, che la Russia fosse sola a lottare 
contro la Turchia come nell'ultima guerra, l'Inghilterra 
non avendo un forte esercito da mettere in campo. 

Aggiungi che nessun aiuto la Turchia potrebbe avere 
dai piccoli Stati balcanici; primieramente perchè alcuni 
di essi, come la Serbia e il Montenegro, sono nell'orbita 
russa ; secondariamente perchè altri, come la Bulgaria e 
la Grecia, mirano a conquistare quei territori che da 
gran tempo ambiscono per completare la loro nazionalità. 

Certo, per la Russia, l'impero austriaco è un imba- 
razzo, quando non le è amico. 

Nelle guerre del 1854 e del 1876 lo Czar potè otte- 
nerne la neutralità. Al 1854, era molto vicina la cam- 



Un giudizio di Crispi sulla Russia 



157 



pagna contro l'Ungheria, Pimperatore Francesco Giu- 
seppe dovendo a.... la conquista del Regno di Santo 
Stefano. Al 1876 P Austria ebbe il compenso della sua 
neutralità con la cessione della Bosnia e delP Erze- 
govina. 

Oggi la posizione è mutata. L'Austria e la Russia 
sono due rivali in Oriente. L'Austria non può permet- 
tere che la Russia giunga a Costantinopoli; la sua au- 
tonomia ne sarebbe scossa, ed il suo avvenire compro- 
messo. 

I^elPimpero vicino la guerra contro la Russia sarebbe 
popolare. A Buda-Pest i russi sono detestati ; ed a Vienna 
non sono amati. Gli ungheresi non hanno dimenticato 
il 1849.» 



Capitolo Sesto. 

Il primo viaggio a Friedrichsruh. 



Crispi e la Francia - Giudizii di Crispi su l'Impero e su la Repubblica. - 
L'Esposizione di Parigi del 1889 e l'Europa monarchica. - Primo viaggio di 
Crispi a Friedrichsruh per visitarvi il principe di Bismarck : loro colloquii. - 
Il discorso di Torino. 



Quando Fon. Crispi giunse alla direzione degli affari, la Francia 
era in un periodo di agitazioni. Il 17 maggio il ministero Goblet, 
ch'era al potere soltanto dal 13 dicembre 1886, aveva rassegnato 
le dimissioni ; il signor Freyoinet, incaricato di ricomporre il mi- 
nistero, trovatosi dinanzi a difficoltà insormontabili, aveva rinun- 
ziato al mandato, che era stato dal Presidente della Repubblica 
offerto al signor M. Rouvier. Questi riuscì, escludendo dal nuovo 
gabinetto il gen. Boulanger, già popolare e indicato calorosamente 
dal partito radicale come il solo uomo capace di salvare il paese. 
Il ministero Rouvier, peraltro, sembrava doA'esse essere un'am- 
ministrazione transitoria che avrebbe ceduto il posto ad un ga- 
binetto opportunista presieduto dal Ferry e appoggiato dalla 
Destra. Queste previsioni non si avverarono intieramente; il 
Rouvier consegnò dopo pochi mesi il potere ad un ministero Tirard 
(12 dicembre 1887), che alla sua volta non durò quattro mesi. 
Anche la posizione del Presidente della Repubblica, Giulio Gróvy, 
era scossa e il suo ritiro sembrava questione di tempo, ma tale 
eventualità era attesa con preoccupazione, temendosi che i radi- 
cali e i monarchici si mettessero d'accordo per elevare all'altis- 
simo ufficio il generale Boulanger. 



160 



IL PRIMO VIAGGIO A FRIEDRICHSRUH 



Le idee di Crispi sulla Francia erano note: conosceva pro- 
fondamente la storia di quel paese, e aveva potuto meglio com- 
prenderla soggiornandovi per lungo tempo ; e se, astraendo dalla 
sua nazionalità, ammirava il genio del popolo francese, i grandi 
servigi da esso resi alla civiltà, come italiano era convinto che, 
e per le tradizioni storiche e per le diverse condizioni di sviluppo 
sociale e per i contrastanti interessi, un'Italia fiera della sua di- 
gnità, gelosa dei suoi diritti, non avrebbe trovato nella Francia 
ohe un'avversaria prepotente. 

L'Impero e la Repubblica tennero con l'Italia contegno di- 
verso ? 

Per essere più esatti, riferiamo giudizi e opinioni dello stesso 
Crispi sui due periodi. 

Quali benefìci ricevette l'Italia da J^Tapoleone III 1 
Nel 1849 la rivoluzione italiana va estinguendosi nei 
suoi focolari: sole resistono la Sicilia, Venezia, Eoma. 
La Francia non interviene in favor nostro, ma col pre- 
testo di difenderne la libertà assalisce la Repubblica 
Eomana, invade Roma, vi ristabilisce il papato; nello 
stesso tempo sequestra le armi e i vapori siciliani, e 
aiuta il Borbone a impadronirsi della Sicilia. Ancora 
una volta il dispotismo si aggrava sopra l'Italia ; ma la 
Francia è stata punita; il dispotismo si aggrava anche 
su lei.... Ed è nella piena servitù. dell'Italia che si sol- 
leva, o meglio, si risolleva in Francia una delicata 
questione: la questione delle frontiere. Nel 1858 inco- 
minciano infatti ad uscire opuscoli dimostranti la ne- 
cessità che la Francia abbia le sue frontiere, e sul Reno 
e sulle Alpi. Si tratta di ottenerle, e lo si cerca. — 
Come! Con una guerra di conquista? Il tiranno abil- 
mente non lo crede opportuno; piuttosto, con la con- 
clusione di un affare. Nella mente di Napoleone III 
— è dimostrato — la guerra d'Italia non fu invero che 
un affare. 

Con l'alleanza franco sarda, la Francia s'impegnava 
infatti ad aiutare il Piemonte ad avere il Lombardo- Ve- 
neto; da parte sua, il Piemonte s'impegnava ad inden- 
nizzare la Francia di tutte le spese di guerra, e, in più, 
a darle le volute frontiere. 

Nella mente di Napoleone era un gran disegno che 



Napoleone III 



161 



incominciava a colorirsi, nella lusinga di potere, rinno- 
vando le gesta dello zio, legittimare in certo qual modo 
l'usurpazione, e rassodare il trono vacillante. 

Egli fu tradito dagli eventi e da sè stesso. La guerra 
contro la Germania, che doveva essere il coronamento 
delPediflcio, fu invece l'ultima causa della sua rovina. 

Giova intanto stabilire e constatare che il pensiero 
italiano non entrò affatto nella mente di Napoleone, 
€on la conclusione dell'alleanza franco-sarda.... 

Ma oltre alle frontiere dell'Alpi, Napoleone III scen- 
dendo in Italia aspirava a raggiungere un altro ideale. 

Napoleone III aveva lasciato l'Italia nel 1831, quando 
ancora l'idea unitaria non aveva fecondato che poche 
menti elettissime, ed era straniera alla grande massa 
della popolazione. Egli credeva quindi ancora alla virtù, 
presso le masse, del principio federativo ; e, ravvivando 
l'antico concetto dell'antagonismo franco-germanico, il 
cui campo di lotta era il nostro paese, egli ebbe in 
animo di vincere l'Austria, di cacciarla da quella parte 
d'Italia che gli conveniva, per costituire questa parte 
in una Confederazione di Stati piccoli e deboli, che do- 
vevano riuscire mancipii della Francia, liberti in tempo 
di pace, alleati per le sue guerre. 

A chi vorrà fare sul serio la storia di questo periodo 
importantissimo della vita mondiale — e diciamo mon- 
diale, poiché fu per l'Italia che il principio di nazio- 
nalità venne riconosciuto — apparirà a questo punto 
un fenomeno singolare: la stessa idea naijoleonica era 
nutrita dall'Austria, per proprio conto. 

Essa prevedeva forse i tempi nuovi, e tendeva a i3re- 
venirli con una certa quale trasformazione della sua si- 
gnoria — cercando di collegare i suoi interessi politici 
agli interessi materiali delle popolazioni italiane. 

Non potendo spingersi sino a Napoli, ove il Borbone 
non accettò mai l'ingerenza austriaca, l'Austria progettò 
infatti allora, pei Ducati e per la Santa Sede, dei trat- 
tati di commercio che, sussidiati da guarnigioni austria- 
che, dovevano costituire gli Stati italiani in uno Zoll- 
werein da lei diretto ed ispirato. 

È in questo conflitto d'influenze e d'ambizioni fra la 
Francia e l'Austria, oltre che nel desiderio delle fron- 
tiere, che bisogna ricercare le ragioni della guerra d'I- 
talia. Se dubbio fosse stato possibile da principio, l'a- 



Crispi, Politica estera. 



11 



162 



IL PRIMO VIAGGIO A FEIEDRICHSRUH 



vrebbe dimostrato chiaramente il modo con cni la guerra 
fu condotta. 

I mazziniani, i quali erano allora si può dire i soli 
apostoli dell'idea unitaria, sentirono tutto questo. Maz- 
zini definì esattamente lo scopo e predisse il termine 
della guerra, ed in un suo manifesto — tanto egli ne 
era convinto — disse che la guerra sarebbe stata co- 
mandata da Napoleone, e terminata quando a lui sa- 
rebbe piaciuto e convenuto. 

Intanto, ad estrinsecare l'idea della federazione, Na- 
poleone manda in Toscana un corpo d'esercito coman- 
dato dal principe Gerolamo. 

Nella mente dell'Imperatore, la Toscana doveva co- 
stituire il regno d'Etruria, del quale Gerolamo stesso 
sarebbe stato il Ee, o meglio il viceré, dovendo lo Stato 
da Parigi ricevere la parola d'ordine della proj)ria esi- 
stenza politica e commerciale. 

Ma le previsioni napoleoniche andarono fallite. Ge- 
rolamo invece che alle voci di: Viva la Toscana! Viva 
la Francia! è accolto dalle grida di: Viva VItalìa! Il 
seme gettatovi dai mazziniani già aveva germogliato e 
l'idea federativa, sulla quale contava Napoleone per do- 
minare i piccoli Stati che egli andava formando nella 
sua mente, aveva ceduto il posto alla grande idea ita- 
liana unitaria. 

I rimproveri di molti francesi furono dunque ingiusti. 
Al pari di Thiers, anche Napoleone III credeva, e prima 
di lui lo aveva creduto Napoleone I, che un'Italia de- 
bole e disunita fosse nell'interesse della Francia: e fu 
appunto per tenerla debole e disunita, e per sottrarla al 
dominio dell'Austria, per farla tributaria della Francia,, 
che egli vi scese. 

S'egli non vi riuscì, non fu sua colpa. Gli avveni- 
menti lo ingannarono e furono maggiori di lui e della 
sua volontà ; ma egli non trascurò mezzo per arrestarne 
il corso, e per annullarne le conseguenze. 

Accortosi, infatti, del grande progresso fatto dall'idea 
unitaria, egli dimentica il programma con cui aveva lu- 
singato gl'italiani per averne il concorso, e dopo una 
vittoria che gli avrebbe permesso di cacciar l'Austria 
da tutta l'Italia, conclude l'armistizio, e, senza nem- 
meno avvertirne il suo alleato, firma i preliminari di 
quella pace di Yillafranca che dapprincipio non voleva. 



La Federazione italiana 



163 



essere creduta nemmeno dai ministri di Vittorio Ema- 
nuele. 

Con Savoia e con Nizza la Francia ebbe allora le 
ambite frontiere, e assai più; perchè Nizza francese è, 
oltre a tutto, un controsenso geografico; coi cinquanta 
milioni d'indennità, ebbe pagate tutte le spese di guerra. 
Ed ecco che il trattato di Zurigo viene a dar corpo al- 
l'altra idea della federazione italiana. 

Napoleone III, piuttosto che accettare l'idea dell'Italia 
una, si appaga di dividere in quella confederazione, che 
doveva essere i^resieduta dal Papa, la sua influenza col- 
l'Austria, la quale doveva esservi rappresentata dal Ve- 
neto , senza avvertire, da pessimo politico, quale germe 
di continue guerre deponeva così. 

Il trattato di Zurigo è però così favorevole all'Italia, 
che l'Italia lo respinge. L'Italia non si ingannava sulle 
mire di Napoleone, ed ebbe, gran virtù, il senso esatto 
delle intenzioni e degli avvenimenti. Ond'è che la To- 
scana e l'Emilia dichiarano la propria autonomia, e pro- 
clamano il principio dell'unità. 

Napoleone, che vede crollare l'edifìcio delle sue pre- 
visioni e delle sue speranze, contrasta l'unione di quelle 
popolazioni al Piemonte, e impedisce il movimento delle 
popolazioni pontifìcie. Garibaldi non può iDassare la Cat- 
tolica. 

Ma il gran giorno dell'Italia era venuto. Palermo 
insorge: a miracolo, organizzata la leggendaria spe- 
dizione dei Mille, la quale non conosce ostacoli, e vince 
quelli di ogni genere che le sono suscitati da tutti.... 

A quel punto, se veramente Napoleone fosse stato 
quel grande uomo politico che molti, per troppi anni, 
vollero credere e far credere, avrebbe compreso che ormai 
gli conveniva mutar tattica, e che, non potendo far de- 
gl'italiani altrettanti clienti, gli era utile farsene al- 
meno degli amici, degli alleati.... Garibaldi giunge dunque 
a Napoli contro la volontà di Napoleone.... 

.... Vince il Borbone al Volturno, e preparasi a mar- 
ciare su Eoma. 

Ma Napoleone non cede, e, pari all'avaro, costretto 
a separarsi dal proprio tesoro, egli si lascia strappare 
solo dai fatti compiuti il consenso, e non interviene che 
per impedire. È così che, di fronte al pericolo di vedere 
Eoma data addirittura all'unità italiana, cemento e 



164 



IL PRIMO VIAGGIO A FRIEnEICHSRUH 



centro di essa, egli conclude con Vittorio Emanuele 
una Convenzione, per la quale l'esercito regio penetra 
nelle Marche e nelF Umbria, che sono riunite alla mo- 
narchia, per impedire gli ulteriori movimenti di Ga- 
ribaldi. 

E intanto la flotta francese proteggeva a Gaeta il 
Borbone, che resisteva per essa, prolungandosi così, per 
colpa della Francia, una inutile guerra.... 

Salvato infatti il patrimonio di San Pietro e posto 
sotto la tutela delle armi francesi, ecco Eoma divenire, 
per la Francia, il covo della reazione italiana. Asilo dei 
principi spodestati, è là che si ordiscono, sotto gli occhi 
di ^^^apoleone, tutte le cospirazioni a danno della nostra 
unità, è là che si organizza il brigantaggio e si man- 
tiene viva così la più orribile agitazione in una parte 
tanto importante del nuovo regno. Era quella la cari- 
catura della politica per parte di un grande Stato, ma 
una caricatura sanguinosa, che non può essere così fa- 
cilmente dimenticata. 

Gli sforzi delPItalia indignata s'infrangono ad Aspro- 
monte, e l'alba del nuovo regno è così, per la Francia, 
funestata da una tragedia, che è ancor viva e palpitante 
nel cuore di tutti gli italiani. 

Ma la politica francese non muta. L'organizzazione 
del brigantaggio non bastandole più, eccola infatti af- 
facciarne dinanzi al mondo la più patente i)rotezione. 

Il 10 luglio 1863 approda a Genova VAunis delle Mes- 
saggerie Marittime, portando seco sei briganti disposti 
ad esiliarsi ; fra essi è La-Gala. Il governo italiano vuole 
impadronirsene. La Francia pretende che non si arre- 
stino, che le vengano consegnati. E così si fa ; il trico- 
lore francese garentisce la vita e la libertà di assassini 
infami, infliggendo all'Italia la vergogna di non poter 
punire il delitto, il delitto contro la patria e contro l'u- 
manità. 

Ma non basta. 

ISTapoleone, per quanto lungi dall'essere un gran- 
d'uomo politico, aveva però criterio sufficiente a com- 
prendere come, dopo la proclamazione di Roma a capitale 
d'Italia, fosse quella una questione destinata a rimanere 
aperta. Ed ecco che, a chiuderla, egli escogita la Con- 
venzione del 15 settembre 1864, la quale altro non vo- 
leva né poteva significare che una rinunzia a Eoma. 



La guerra del 1866 



165 



Per essa infatti si trasportava la Oajjitale in un p.unto 
centrale d'Italia, e s^impegnava Fltalia non solo a rico- 
noscere lo Stato Pontifìcio, non solo a non attaccarlo, 
ma ad impedire che fosse attaccato: più, le si faceva 
assumere una parte del Debito pubblico della Santa Sede, 
dando così a questa i fondi per organizzare e pagare 
queiresercito che doveva vegliare a che Eoma non di- 
venisse italiana. 

Tutti si attendevano che Napoleone avrebbe almeno 
rispettato cotesta Convenzione di settembre, così umi- 
liante per l'Italia. Mente affatto. 

Nella Convenzione era scritto, che la Erancia avrebbe 
ritirato le sue truppe dal territorio pontifìcio. Parve che 
le ritirasse, ma in sostanza i soldati francesi furono ar- 
ruolati nell'esercito papale. ^) 

Ma era Eoma soltanto che Napoleone contendeva 
all'Italia? 

Il 1866 reca l'alleanza italo-tedesca. Napoleone III 
accorda generosamente il permesso di quell'alleanza, ma 
impone il modo e la durata della guerra all'Austria. Con 
l'Austria egli tratta anche segretamente. Egli comprende 
che la guerra era inevitabile per l'Italia, ma teme che 
questa esca troppo rafforzata dalla vittoria. Quindi ogni 
suo sforzo è inteso ad impedire una buona prova delle 
nostre armi: ed egli fa sì che la guerra si chiuda con 
una vergogna della nostra politica, imponendo al Go- 
verno italiano l'accettazione del Veneto dalle mani non 
più dell'Austria, ma della Erancia stessa, lasciando l'Italia 
senza frontiera orientale, dopo averle tolto la frontiera 
occidentale. 

Il conte Vitzthum, confidente del conte di Beust, 
era stato da lui incaricato di una segreta missione presso 
il governo imperiale di Erancia. Egli arrivò a Parigi il 
26 giugno 1866, quando giungevan colà le notizie di 
Custoza. Egli ha narrato l'impressione prodotta colà da 
quelle notizie nel suo libro London, Gastein und Sa- 
dowa, così: 

i) Agli zuavi pontificii, morti a Mentana, furono trovati i libretti (livrets 
d'hommes de troupe), dai quali appariva ch'essi appartenevano di fatto all'e- 
sercito francese, quantunque al servizio del Papa. Abbiamo sotto gli occhi il 
libretto di Haslen Etienne del 33.° reggimento d'infanteria di Hnea, stato ar- 
ruolato nella Legione romana. 



166 



IL PRIMO VIAGGIO A FRIEDRICHSRUH 



« Trovai che tutta la capitale era entusiasmata ed 
allegra per le notizie delle vittorie austriache in Italia. 

« Mi si assicurava, — e potei constatarlo — che in 
tutte le classi della popolazione il giubilo per la scon- 
fìtta degli italiani era universale, e quasi indescrivibile 
nelle caserme. 

« I soldati insistevano da per tutto per j)otere illu- 
minare i loro quartieri in onore dell'esercito austriaco. 
E posso assicurare, che questo stato di cose aveva fatto 
la più profonda impressione sulV italianissimo imperiale 
delle Tuileries». 

.... E invero, un'altra data ricorre al nostro pensiero, 
una data fatale, un altro nome : Mentana ; al quale la 
generosità italiana ha contrapposto un'altra data, un 
altro nome: Bigione. 

.... Al 1869 JSTapoleone propone alle Potenze di met- 
tere il territorio pontificio sotto la garanzia dell'Europa. 
Egli vuole con un trattato internazionale impedire al- 
l'Italia la conquista della sua capitale; ed avrebbe ot- 
tenuto il suo scopo, se Berlino e Londra non si fossero 
opposte. 

La fatalità spingeva Napoleone alla rovina. Il fan- 
tasma dell'Italia Una poteva sopra di lui più dell'evi- 
dente interesse. 

L'Austria stessa vide nel 1870 quale sarebbe stato 
l'interesse della Francia, ]^apoleone noi vide; l'Austria 
stessa spronava ^^Tapoleone a dare Eoma all'Italia, per 
assicurarsi l'alleanza italiana; Napoleone noi volle. È 
così che tutti i negoziati tornarono vani, e che la Francia 
rimase, per propria sua colpa, isolata in Europa. 

Ed è di questo isolamento che si fa da quel giorno 
un delitto all'Italia. Or non occorrono parole per dimo- 
strare che, non solo una follìa, ma sarebbe stato invece 
un delitto da parte dell'Italia il prendere le armi contro 
una Potenza amica ed alleata, per aiutare un padrone 
il quale, mentre pure chiedeva la nostra cooperazione, 
si rifiutava di riconoscere i nostri diritti e ijersisteva 
nel volerci opprimere. 

Nè si creda che quello fosse un errore personale di 
Napoleone III. Napoleone crolla, traendo con sè nel- 
l'abisso la Francia ; ma la Francia non rinuncia a Eoma 
per questo. 

L'Italia viene a Eoma, ma il pensiero di Thiers non 



Francia e Italia dopo il 1870 



167 



è diverso da quello di IS'apoIeone; Pltalia viene a Eoina 
per merito delle vittorie tedesche, che essa avrebbe do- 
vuto impedire, e la Francia, impotente, tollera, ma non 
accetta; e una nave francese, protesta permanente, e 
segno del protettorato esercitato dalla Francia sulla 
Santa Sede, staziona a Civitavecchia. Ci vollero anni 
prima che quella nave si risolvesse a partire. Solo il 
ridicolo. Punica arma che uccida moralmente in Francia, 
e di cui la Francia era minacciata per quel fatto, potè 
far sì che quella nave venisse ritirata. 

Dopo il 1870 la Francia non ha praticato verso PI- 
talia che una politica di dispetti e di risentimenti. Con- 
vinta che l'Italia non volle aiutarla nel terribile con- 
flitto ch'ebbe a sostenere con la Germania, il governo 
repubblicano, seguendo i pregiudizi del governo impe- 
riale e tenendo lo stesso contegno orgoglioso, anziché 
dissipare i malintesi e lavorare a rendersi amico il po- 
polo italiano, lo ingiuriava, lo disprezzava, lo minacciava, 
e però se lo rendeva più. ostile. Se avesse studiato i 
precedenti, avrebbe compreso che giustamente il popolo 
italiano aveva veduta come una liberazione la scom- 
parsa delPImpero, il quale con le sue esigenze ed i suoi 
arbitrii aveva dispotizzato sull'amministrazione italiana 
e impedito la liberazione di Eoma. Si aggiunga che, anche 
volendo, l'Italia non avrebbe potuto aiutare l'Impero, 
poiché, pochi mesi prima che cominciassero le ostilità, 
il governo, incauto e imiireviggente, aveva disarmato. 
Ed esponendoci a tutti i danni, compreso quello di non 
aver Eoma, chi ci avrebbe inoltre garantito del con- 
tegno dell'Austria? ^^'on era possibile che la Prussia, 
vedendosi attaccata dalP Italia, che non aveva alcun 
motivo per dichiararle la guerra, avrebbe trovato modo 
d'intendersi con l'Austria ? Date queste eventualità, noi 
avremmo potuto perdere i benefìci ottenuti nell'ultimo 
decennio per l'unifìcazione della Patria! 

Orbene, considerando tutte coteste cose, il governo 
della Eepubblica avrebbe dovuto fare una politica amica 
per conquistarsi Pamicizia delPItalia che PImpero aveva 
perduta. Una politica di pace, di rispetto, di fratellanza 
avrebbe impedito la costituzione della Triplice Alleanza, 
e ci avrebbe avviati veramente all'unione delle Potenze 
mediterranee. 

La terza repubblica in Francia surse dopo un disastro 



168 



IL PRIMO VIAGGIO A FR : ÉDRICHSRUH 



nazionale. Non fu l'effetto di una rivoluzione, nè di una 
cospirazione. 

L'Impero ucciso a Sedan, diffìcilmente avrebbe potuto 
risorgere. Il solo che avrebbe potuto dargli vita era 
Bismarck, ed egli non volle. 

La monarchia del diritto divino non era pronta ad 
occupare il trono. La monarchia di luglio non aveva 
il coraggio di assumere il potere, ed in quei momenti 
di abbattimento per le inattese sconfìtte, nissuno avrebbe 
osato rilevare una dinastia che nulla aveva fatto per 
meritarsi l'amore della Francia. 

La sede essendo vacante, fu facile ai parigini di pro- 
clamare la sovranità del popolo. E lo fecero con timi- 
dezza e quasi incerti del domani. Il governo provvisorio 
assunse il titolo di difensore della nazione, si costituì 
come una necessità del momento, e pei bisogni del mo- 
mento, che erano quelli di respingere la invasione 
straniera. 

Quando nella sala dei Cinquecento, a Firenze, giunse 
la notizia che il 4 settembre a Parigi era stata procla- 
mata la Repubblica, coloro i quali ricordavano i prodigi 
del 1792, credettero che la Francia avrebbe dato una 
nuova prova della sua energia e che i prussiani sareb- 
bero stati cacciati. 

I più prudenti riflettevano che i tempi erano diversi^ 
e che l'Europa d'oggi non era quella del '92. Soggiun- 
gevano che l'eroismo oggi non ha l'efficacia dei tempi 
antichi e che il valore del soldato non influisce più 
sulla sorte delle battaglie. L'arma moderna è una mac- 
china che lavora in lontananza e che rende impossibile 
la lotta a corpo a corpo. Vince colui che ha saputo rac- 
cogliere il maggior numero di soldati ed ha saputo ar- 
marli del fucile a tiro rapido e di più lunga gettata. 
Anche le insurrezioni oggi non possono più avere il 
successo di prima. 

E dubito molto che una insurrezione sarebbe stata 
possibile a Parigi, e che la Repubblica sarebbe potuta 
nascere in conseguenza di un movimento popolare. I 
francesi in genere non sono fatti per cospirare, e lo vidi 
e me ne convinsi durante il mio soggiorno nella grande 
capitale. 

Dopo le giornate di giugno 1848 e dopo il colpo di 
Stato del 2 dicembre, Gavaignac prima e Luigi Bona- 



L'Italia e l'Esposizione di Parigi del 1889 



169 



parte dopo purgarono Parigi di tutta quella massa di 
spostati, uomini di una vita costantemente incerta, spe- 
culatori nel disordine, che sono Pavanguardia delle in- 
surrezioni e dei quali si valgono tutte le fazioni po- 
litiche. 

Oggi, bisogna che la Francia dimentichi la storia 
del suo predominio e della sua influenza al di qua delle 
Alpi. Bisogna che riconosca e si abitui a riconoscere 
che la nazione italiana vale quanto la francese, e che 
deve, come la francese, godere della sua indipendenza e 
fruirne nel consesso delle nazioni». 

Per la prima volta il 25 giugno 1887, alla Camera, Fon. Crispi 
fece una dichiarazione riflettente la Francia, dal banco dei mi- 
nistri, in rappresentanza delFon. ministro degli Affari esteri ohe 
era assente. S'interpellava " sugli intendimenti precisi del governo 
in merito al concorso dell'Italia all'Esposizione universale di Parigi 
nel 1889,,. 

Quella glorificazione della grande rivoluzione e quindi del ro- 
vesciamento della monarchia in Francia accompagnato dagli or- 
rori ben noti, non poteva andare a genio ai governi monarchici 
d'Europa ; e infat ti tutte le grandi Potenze, a incominciare dall'In- 
ghilterra, declinarono l'invito di partecipare ufficialmente all'Espo- 
sizione di Parigi; la Russia dichiarò espressamente "l'impossibilità 
del governo imperiale di associarsi ad una solennità intesa a glo- 
rificare dei principii che stanno in diretta dissonanza con quelli 
su cui poggia la sovranità degli Czar „. 

Quando l'on. Crispi manifestò gl'intendimenti del governo 
italiano, gli altri governi avevano già declinato l'invito ; ond'egli 
potè dire che so l'Italia fosse intervenuta, mentre le altre grandi 
Potenze si astenevano, il suo intervento avrebbe assunto un si- 
gnificato politico che non gli si voleva dare. Ma fece altresì calde 
dichiarazioni di amicizia per la Francia, la quale non poteva la- 
gnarsi dell'Italia perchè non prendeva parte ad una Esposizione 
Universale ohe non sarebbe stata più tale. 

La stampa francese però non volle perdere l'occasione per 
imputare all'on. Crispi preconcetti miso-gallici e passiva ebbe- 
dienza alla Germania; la quale, invece, aveva dapprima circon- 
dato il suo rifiuto di perifrasi e promesse d'incoraggiare gl'indu- 
striali tedeschi ad esporre, e mutò contegno solo quando ebbero 



170 



IL PRIMO VIAGGIO A FRIEDRICHSRUH 



luogo a Parigi dimostrazioni anti-tedesohe in occasione della rap- 
presentazione del Lohengrin. 

Quando, alla fine di settembre, i giornali francesi per i primi 
annunziarono che Ton. Crispi era in viaggio per recarsi a far 
visita al principe di Bismarck, parve si compiesse un avveni- 
mento di gravità eccezionale ; e chi s'era proposto d'impressionare 
l'opinione pubblica accennò a disegni bellicosi contro la Francia 
che si sarebbero concretati a Friedrichsruh. L'on. Crispi era de- 
nunziato dai suoi avversari palesi ed occulti come un impulsivo, 
e quindi come un uomo pericoloso. Se avesse battuto la via dei 
suoi predecessori, gli avrebbero ricordato che la politica da lui, 
deputato, sempre combattuta non era poi cosi cattiva se da mi- 
nistro la faceva sua ; mettendosi egli, invece, per una via nuova, 
prevedevano il finimondo. 

I ministri italiani non usavano, sin allora, di varcare i confini 
d'Italia per abboccarsi coi loro colleghi stranieri. Anche il Ro- 
bilant, prima della rinnovazione del trattato, a chi gli proponeva 
d'incontrarsi col principe di Bismarck aveva risposto " non aver 
nulla da dirgli „. Ma l'on. Crispi pensò di aver molte cose da 
dire al Gran Cancelliere germanico ; aveva fede in sè, nell'efficacia 
della propria azione personale, e ricordava^ d'altronde, che nel 
1877, a Gastein, era riuscito a fare apprezzare il valore dell'al- 
leanza italiana quando questa era ancora un evento remoto. 

L'invito venne dal Principe. In una lettera particolare del 
18 settembre, il conte di Launay scriveva all'on. Crispi di " avere 
ricevuto il giorno innanzi la visita del conte Brberto di Bis- 
marck, il quale tornava da Friedrichsruh. Il conte gli aveva 
parlato di molte cose : della questione bulgara e della situazione 
nella quale si trovava il governo tedesco tra la politica dell'Italia 
6 dell'Austria e quella della Russia, delle cose discorse tra il prin- 
cipe e il conte Kàlnoky nella recente visita di quest'ultimo a 
Friedrichsruh; e del pregio che i due Cancellieri attribuivano 
all'alleanza con l'Italia; infine, gli aveva anche recato un mes- 
saggio del Principe per lui personalmente : egli sarebbe stato fe- 
lice se le circostanze gli avessero permesso d'incontrarsi col col- 
lega italiano come soleva incontrarsi col conte Kàlnoky, che 
dal 1881 si recava ogni anno da lui; l'età e la salute erano un 
ostacolo ad un viaggio in Italia del Principe, che non osava, te- 



L'invito del principe di Bìsmarck 



171 



mendo di mancargli di riguardo, invitare Crispi ad un colloquio ; 
ma a Friedrichsruh, come a Varzin, o a Berlino, se un buon 
vento l'avesse spinto verso quelle regioni, sarebbe stato lietissimo 
•di riceverlo con lo stesso sentimento di soddisfazione provato in 
occasione della sua amabile visita a Gastein nel 1877. Spettava 
alFon. Crispi di pronunziarsi sull'opportunità di una tal visita; 
se motivi personali o politici l'avessero sconsigliato, o ritardato, 
nessuno gliene avrebbe fatto carico „. 

L'on. Crispi rispose al di Launay che un incontro col prin- 
cipe di Bismarck era ^* uno dei suoi più vivi desideri „. Avrebbe 
preferito che tale incontro avvenisse in maniera da sembrare for- 
tuito; ma comprese che, sebbene il Principe gli avesse, per de- 
licatezza, lasciato la scelta del luogo, in verità sarebbe stato più 
contento che l'incontro avvenisse a Priedrichsruh, dove pochi 
giorni prima era stato il Cancelliere dell'Impero austro-ungarico. 

Crispi, cui non mancava il coraggio dell'amicizia, si decise 
subito, e poiché doveva trovarsi in Roma nei primi di ottobre, 
profittò di quegli ultimi giorni del settembre per recarsi in Ger- 
mania. Egli stesso narra nelle pagine che seguono del viaggio e 
dei colloqui avuti col Bismarck. Ma prima di muoversi dall'Italia, 
il 23 settembre, avvenne tra il re Umberto, Crispi e il Cancel- 
liere germanico, questo scambio di cortesie: 

« A Sua Altezza il Principe di Bismarck. 

Sono felicissimo di esprimere a V. A. le mie felici- 
tazioni per il 25.*^ anniversario della Sua elevazione alle 
funzioni nelle quali Ella rende così eminenti e gloriosi 
servigi all'Imperatore, mio amico venerato, e alla Na- 
zione che è nostra fedele alleata. Ohe Dio conservi 
Y. A. per lunghi anni alla grandezza della Germania, 
a^lla pace dell'Europa, alla mia amicizia ed alla mia am- 
mirazione, sentimenti che sono condivisi dalP intera 
Italia. 

Umbeeto. » 

« A Sua Maestà il Ee d'Italia. 

Prego Y. M. di gradire i miei umilissimi ringrazia- 
menti per le graziose felicitazioni ch'Ella si è degnatà. 
indirizzarmi nell'occasione del mio anniversario. Sono 



172 



IL PRIMO VIAGGIO A PRIEDEICHSRUH 



felice della augusta approvazione che Vostra Maestà 
vuole accordare allo zelo che pongo nella realizzazione 
delle intenzioni dell'Imperatore mio Signore, mante- 
nendo la politica di S. M. sulla via tracciata dall'al- 
leanza e garentita dall'amicizia provvidenziale che uni- 
sce i Sovrani, le dinastie e le nazioni dell'Italia e della 
Germania. 

VON BiSMAECK. » 



« A Sua Altezza Serenissima il Princij^e di Bismarch 

In questo venticinquesimo anniversario del giorno 
nel quale un Sovrano illuminato vi chiamava nei suoi 
Consigli, il mio pensiero ritorna sulle grandi cose che 
avete compiuto. La patria tedesca unificata sotto uno 
scettro glorioso, l'Impero germanico rialzato dalle sue 
rovine e diretto da sedici anni verso uno scopo di pace 
e di conservazione, ecco i grandi titoli alla riconoscenza 
del popolo tedesco e all'ammirazione di tutti i vostri 
contemporanei, anticipatori della posterità e interpreti 
della storia. In nessun luogo meglio che in Italia si 
apprezza la grandezza della vostra opera : grazie al genio 
politico secondato dalle armi, pochi anni sono bastati 
per fare, di due popoli smembrati, due grandi Stati de- 
gni di comprendersi. 

Vostra Altezza che conosce i miei sentimenti perso- 
nali a suo riguardo, voglia gradirne ancora una volta 
l'espressione in questo giorno. 

Ceispi. » 



« A Siui Eccellenza il Signor CrispL 

Con tutto il cuore ringrazio V. E. delle buone parole 
che ha voluto farmi giungere col telegrafo. L'analogia 
dei nostri precedenti storici, delle nostre aspirazioni na- 
zionali e dei pericoli che possono minacciarci, ha creata 
tra i nostri due paesi quella solidarietà d'interessi che 
li ha predestinati ad una alleanza naturale e costante. 

Io sono felice di essere chiamato a cooperare con 
V. E. al nobile compito di conformare la nostra politica 
all'amicizia dei nostri sovrani e ai principi di pace e di 
conservazione che dirigono le intenzioni delle Lora 



Crispi e Bismarck 



173 



Maestà, prestandoci noi mutuamente l'appoggio morale 
e materiale contro qualsiasi attentato all'indipendenza 
dei due alleati. 

L'elevatezza dei sentimenti di V. E. e dei ricordi na- 
zionali onde la generazione è compresa in Italia come 
in Germania, ci dànno la fiducia che questa politica 
deve riuscire. 

YON BiSMAROK. » 



27 settembre. — Alle 9.50 pom. partenza da Eoma. 

28 settembre, — Arrivo a Milano alla 1 pom. Alle 5 
a Monza. Alla stazione viene a ricevermi il general Pasi. 

Alle 5.30 sono dal Ee, col quale m'intrattengo sino 
alle 7. — Alle 7.30 pranzo. — Eitorno a Milano. 

29 settembre, — Mi si scrive dal Eattazzi, che il Ee 
verrebbe a Milano e che mi riceverebbe alle 5.30 pom. 

Sono dal Ee. — Alle 8.30 si parte. 

30 settembre, — Alle 6.30 pom. a Francoforte, dove 
troviamo varii telegrammi. Pernottiamo al « Frankfiir- 
terhof ». 

1 ottobre, — Alle 8.30 ant. si parte per Friedrichsruh. 
Poco prima di giungere a Biichen, ci raggiunge il conte 
di Bismarck. 

Alle 9.15 siamo a Friedrichsruh. Il conte mi avvisa: 
« Mon pére ». Il Principe è alla stazione a ricevermi, e 
si avvicina al vagone in atto di aiutarmi a scendere. 

Mi fa salire nella sua vettura e mi conduce a casa, 
che è a pochi passi. Sono ricevuto dalla Principessa, che 
si ricorda di me. Presento i miei segretarii: mio nipote 
Palamenghi-Orispi, Pisani-Dossi, Mayor. 

Piccolo circolo. — Arrivo del dottore Schweninger. 
— Si va a riposare. 

2 ottobre, — Mi alzo alle 6.30 del mattino. 

Alle 11 il Principe sale nel mio appartamento a vi- 
sitarmi. Si scusa di essersi alzato tardi. Ha dovuto ob- 
bedire al suo medico. Andrebbe ad aprire il suo corriere, 
e fra un quarto d'ora sarebbe libero ; discenderei io nel 



174 



IL PRIMO VIAGGIO A FRIEDRICHSRUH 



SUO gabinetto. Da lì a poco avvertito, scendo al pian- 
terreno, e traversando poche stanze che si seguono itt 
fila, giunto alla sala d'ingresso trovo a destra una saletta 
dalla quale, saliti alcuni gradini, passo nelle stanze di 
studio del Gran Cancelliere. Nella terza stanza è il ga- 
binetto, il quale è mobigliato molto semplicemente. 

Il Principe siede alla sua scrivania. Al vedermi si 
leva e ci sediamo Puno di fronte all'altro. 

Il Principe fa un'esposizione della politica generale 
nei suoi rapporti con la Germania. 

Egli vuole la pace; e constata con dispiacere come 
a turbarla esistano due sole Potenze, la Eussia e la 
Francia. Egli però non ne teme. La triplice alleanza è 
una potente garanzia alla conservazione della pace. 

Ha fatto tutto il possibile per rendersi amica la 
Russia; ma non vi è riuscito. Al 1878 assunse su di sè 
il peso del Congresso di Berlino per renderne meno do- 
lorose le conseguenze allo Czar. Pregato a prenderne 
l'iniziativa, si rifiutò; ma poscia recatosi da lui Schou- 
valow a nome dell'Imperatore, consenti. Quale ne fu il 
compenso? La Russia pose 200 mila uomini alla fron- 
tiera tedesca! 

Ripete ch'egli vuole la pace; ma che, se la deplora, 
non teme la guerra. La Germania può mettere subito 
sotto le armi un milione e mezzo di soldati, e se è co- 
stretta da forti necessità, levando tutti gli uomini va- 
lidi, può mobilizzare 3 milioni di soldati. E vi sono, per 
tre milioni uniformi, armi e quanto occorre a portare 
parecchi eserciti sui campi di battaglia. Collocandone 
un milione alle frontiere del sud ed un milione a quelle 
del nord, la Germania non temerà l'ofifesa. 

Al resto penseranno gli alleati. 

La Russia non è sicura dei suoi eserciti. Le truppe^, 
ufficiali e soldati, sono lavorate dagli elementi rivolu^ 
zionarii. Il grande impero pare invulnerabile, ma non 
lo è del tutto. La Polonia è una debolezza e l'Austria 
in Polonia è simpatica. Per poco che si aiutino ad in- 
sorgere, i polacchi potranno essere emancipati e costi- 
tuire uno Stato da potersi dare ad un arciduca austriaco. 

Alessandro III non è partigiano della guerra. E 
quando pure volesse farla, non gli converrebbe andare^ 
in Bulgaria. Là, a poca distanza, è la Transilvania, e 
l'Austria avrebbe facile via per piombare sopra i russi... 



Esame della situazione 



Al principe di Bismarck ijoco importa che i russi 
vadano a Costantinopoli. La Russia con quella conquista 
sarebbe più debole. 

A lui poco importa la soluzione della quistione bul- 
gara e se mai ne sorgesse la guerra, non vi prenderebbe 
parte finché la Francia restasse tranquilla. Il contegno 
della Francia potrebbe soltanto spingerlo a prendere 
le armi. 

Egli conta molto nella triplice alleanza, ed ha fiducia 
nelle due Potenze amiche. Non dubita della lealtà del- 
l'Austria. 

È popolare in Austria Palleanza con la Germania e 
l'Italia. Yi sarebbe impopolare un accordo con la Russia. 
Contro la Russia la guerra sarebbe popolare; con la 
Russia impossibile. 

Risposi esponendo le condizioni d'Italia. Il nostro 
esercito, quantunque non raggiunga il milione di sol- 
dati, è ormai forte e compatto per poter sostenere gli 
obblighi assunti con le due alleanze. In aprile noi po- 
tremo mettere mezzo milione di soldati in prima linea, 
oltre la riserva e la territoriale. 

11 nostro paese è tranquillo; noi non temiamo i par- 
titi sovversivi. I nostri internazionalisti sono rari e non 
verrebbero mai all'azione. In caso di assalto straniero, 
tutte le classi sociali concorrerebbero alla difesa del 
territorio nazionale. In caso di spedizione all'estero po- 
tremo fare i maggiori sforzi, perchè all'interno non 
avremmo a temere insurrezioni. 

Noi non possiamo dirci disinteressati nella questione 
orientale. Non possiamo permettere che la Russia vada 
a Costantinopoli. La Russia a Costantinopoli sarebbe 
padrona del Mediterraneo; le sarebbe facile valersi dei 
marinai che offre la Grecia, con la quale, pei suoi vin- 
coli religiosi, potrebbe essere d'accordo. 

Io non credo che la Russia diverrebbe più debole, 
prendendo Costantinopoli. Cotesto grande impero, allar- 
gando il suo dominio in Europa, potrebbe farne sua 
base, imperando facilmente sull'Oriente e sull'Europa. 

Ad impedire che ciò avvenga, l'Italia segue la sua 
politica tradizionale. Al 1854 Cavour concorse alla guerra 
in Crimea, unendosi alla Francia ed all'Inghilterra, giu- 
sto a cotesto scopo; ed oggi l'Italia non potrebbe fare 
altrimenti. 



176 



IL PRIMO VIAGGIO A FRIEDRICHSRUH 



Noi comprendiamo i pericoli che minacciano l'Eui- 
ropa, ed a scongiurarli ci siamo opposti a qualunque 
atto, che da parte della Eussia o della Turchia potesse 
produrre la guerra. 

A noi poco importa che in Bulgaria regni Alessandro 
di Battenberg o Ferdinando di Ooburgo. È nostro in- 
teresse soltanto che colà non sia turbata la pace. E la 
pace vi sarebbe turbata, se le grandi Potenze accettas- 
sero la proposta russa di demolire in Bulgaria quello 
che di fatto vi esiste, con l'invio di un luogotenente 
principesco. Il principe Ferdinando non partirebbe di 
buona voglia da Sofìa, e se pur ne partisse i bulgari 
si opporrebbero anche con le armi al Luogotenente russo 
ed al Commissario turco. 

10 non m'illudo sulle condizioni della Turchia. Quel- 
l'Impero è in dissoluzione, e da un momento all'altro può 
darsi che se ne apra la successione. Nei nove anni che 
seguirono al trattato di Berlino, nulla ha fatto il Sul- 
tano per riordinare la sua amministrazione. È un mi- 
racolo, anzi, ch'egli continui a sostenersi, il suo governo 
mancando dell'alimento principale della vita degli Stati, 
cioè delle finanze. L'art. 23 del trattato di Berlino gli 
imponeva di dare alle sue Provincie regolamenti somi- 
glianti a quelli di Creta, ed il Sultano nulla ha fatto 
e le Potenze non lo hanno richiamato allo adempimento 
de' suoi doveri. 

11 disordine attuale della Turchia può giovare alla 
Eussia, che l'agguata, pronta a darle l'ultimo colpo. Ciò 
non può convenire alle grandi Potenze, le quali non 
possono permettere alla Eussia d'impossessarsi di quel 
territorio. 

In tale stato di cose, il dilemma che a noi si pre- 
senta è questo ; o unirci per riordinare l'amministrazione 
della Turchia, difenderla ove ne fosse il caso, impedire 
insomma che essa precipiti, o preparare le basi per un 
governo o più. governi che dovrebbero essere sostituiti 
al turco. 

In questo secondo caso io non vedrei altro di meglio 
che, rispettando le autonomie delle differenti regioni, 
come la Macedonia, l'Albania, la vecchia Serbia, ecc., 
costituirle nel modo istesso, siccome oggi sono la Eu- 
menia, la Bulgaria e gli altri Stati balcanici. 

Il concetto delle autonomie è accettato a Vienna. 



La Germania e la apolitica orientale 



111 



Dai dispacci del nostro Ambasciatore in quella città ri- 
sulta che il conte Kàlnoky vuole il rispetto delle auto- 
nomie locali nella penisola balcanica. Non so come il 
Kàlnoky intenda attuare il suo pensiero, ma a me basta 
constatare che nei principii siamo d'accordo. 

Il Principe allora riprese che egli vedeva di buon 
occhio il grappo delle tre Potenze, e desiderava anzi che 
fosse compatto, e che facesse valere la sua autorità. 

Kella Bulgaria nulla egli ha da vedere. Sarebbe 
stato meglio vi fosse rimasto il principe Alessandro. 
Esso però fu imprudente, ed affrettò la sua fine, vio- 
lando il trattato di Berlino. Fece anche dippiù: oifese 
la suscettibilità dell'Inghilterra co' suoi progetti di ma- 
trimonio. Comunque sia, egli non è più principe. 

La Eussia insiste nelle sue proposte. Bismarck le ap- 
poggerà se verran fatte x>roprie dalla Turchia. È però 
di avviso che non approderanno. Libero però il governo 
italiano di seguire in Oriente la politica sua; la Ger- 
mania sarà sempre d'accordo con PItalia in tutto ciò che 
giovi al mantenimento della pace. Se la X3ace in Oriente 
venisse turbata, la Germania sarà co' suoi alleati, stando 
alla retroguardia. 

Per quanto si riferisce alle cose dell'Oriente — sog- 
giunge il Principe — vedete vela col conte Kàlnoky. 
Combinate tutto con lui, stabilite con lui. Potrà essere 
l'oggetto di un trattato speciale. 

Siprendendo la parola, soggiunsi che la conservazione 
della pace era il mio desiderio ed il mio proponimento. 
Manifestai il mio rincrescimento per le condizioni ecce- 
zionali nelle quali ci troviamo in Massaua. Quella oc- 
cupazione non è un fatto mio : la trovai. È mio dovere 
X3erò, è dovere del governo italiano di riparare all'offesa 
patita. Sarà una guerra di poco momento, alla quale 
siamo obbligati; è una guerra dalla quale non possiamo 
liberarci. 

Io voglio sperare che la Francia sarà tranquilla, ma 
dovrò osservare che i trattati del maggio 1882 e del 
febbraio 1887 sono incompleti. Si previdero le ipotesi 
del concorso reciproco di una delle due Potenze in caso 
di una guerra ; ma non si pensò a fare una convenzione 
militare, la quale io ritengo sia necessaria. 

Mssuno può sapere nè quando nè come scoppierà la 
guerra. Può essere un fatto improvviso; e non si deve 



Crispi, Politica estera. 



12 



178 



IL PRIMO VIAGGIO A FRIEDRICHSRUH 



attenderlo per metterci d'accordo nella parte che cia- 
scuno di noi dovrà prendere alla difesa comune. Giova 
stabilire il più presto possibile un piano di difesa e di 
offesa prevedendo tutte le ipotesi, affinchè, scoppiata la 
guerra, ciascuno di noi sappia quello che deve fare. 

Insomma una convenzione militare è complemento 
ai trattati di alleanza. 

Il Principe rispose che comprendeva la ragionevolezza 
della mia proposta e che Faccettava. Era necessario però 
ch'egli ne parlasse con l'Imperatore e prendesse all'uopo 
gli ordini di S. M. L'Imperatore è il capo dell'esercito. 

Replicai, che ammessa in principio la mia proposta, 
nulla avevo da aggiungere, se non che ad esprimere il 
desiderio che altrettanto si dovesse fare con l'Austria. 

L'Austria — soggiunsi — è quello che è, impero po- 
liglotta, composto di varie nazionalità. Io la rispetto, 
perchè rispetto e dovrò rispettare i trattati. 

Per me l'esistenza dell'Austria è necessaria all'equi- 
librio d'Europa. Lo riconosco, e l'Italia sarà una fedele 
alleata del vicino impero. 

Tengo a dirlo poiché fui suo nemico, e cospirai con- 
tro di esso sino a quando possedette Provincie italiane. 
E perchè sono sincero nelle mie dichiarazioni, dovrò 
pregarvi d'interporvi presso il gabinetto di Vienna in 
una questione la cui soluzione ci interessa tutti, l'Au- 
stria e noi. 

IsTello Stato austriaco vi è una forte popolazione ita- 
liana, una popolazione importante in ogni senso, che 
giova al governo austriaco tenersi amica. 

Io non domando privilegi per la popolazione italiana. 
Domando che sia trattata come tutte le altre nazioni 
dell'Impero. Il governo austriaco ci guadagnerebbe, per- 
chè toglierebbe ogni motivo a lagnanze e se la rende- 
rebbe amica. 

Y. A. non può comprendere qual danno derivi dai 
cattivi trattamenti ed in quale imbarazzo l'Austria metta 
il governo italiano. Tutte le volte che giungono in 
Italia notizie di violenze fatte agli italiani dall'Austria, 
il sentimento nazionale si ridesta ed i partiti politici 
se ne valgono di pretesto per turbare la pace pubblica. 

Del resto, l'Austria non può vivere ed esser forte 
che a condizione di rispettare le varie nazionalità del- 
l' impero. 



La nazionalità italiana in Austria 



179 



Il Principe mi ringraziò di tali dichiarazioni, e pro- 
mise che avrebbe fatto giungere la sua parola a Kàlnoky. 

Dopo ciò riputai necessario di toccare un altro ar- 
gomento, il quale interessa l'Italia e la Germania sol- 
tanto: l'esercizio dei diritti civili degli italiani in Ger- 
mania e dei tedeschi in Italia, sul piede di perfetta 
eguaglianza; lo pregai di affrettare l'attuazione di co- 
desto concetto. 

Il Principe, ricordandosi la promessa fattami in pro- 
posito per mezzo dell'Ambasciata tedesca in Roma, di- 
chiarò che l'affare era allo studio e che l'avrebbe sol- 
lecitato. « Si studia un Codice Civile per tutto l'Impero 
per togliere la molteplicità dei Codici attualmente in 
vigore. Si è dovuto quindi sentire i ministri di Giustizia 
dei varii Stati. Ci vuol tempo, ma si farà presto ». 

Era ormai mezz'ora dopo le 12 meridiane. Il Principe 
mi pregò di sospendere il colloquio, che avremmo ri- 
preso dopo la colazione, e di andare a passeggiare nella 
foresta. 

Lui, io ed Herbert, appoggiati ciascuno al nostro 
bastone — me ne aveva dato uno di quelli che erano 
nell'anticamera — procediamo per un viottolo che si 
apre alla sinistra della casa. Si gira per oltre una mez- 
z'ora e di tanto in tanto il discorso politico è interrotto 
dal Principe con le notizie ch'egli mi dà dei luoghi che 
traversiamo. 

Il Principe mi domanda di Cucchi — un deputato 
italiano che nel 1870, durante la guerra, fu inviato al 
Quartier generale germanico dal Comitato della Sini- 
stra — e vuole che io glielo saluti. Il che dà occasione 
a discorrere della origine dei nostri rapporti anteriori 
alla guerra del 1870, del viaggio di von Holstein a Fi- 
renze, degli aiuti che furon dati alla Prussia impedendo 
l'invio di truppe italiane in Francia. 

Si camminava a passo accelerato. Ricordando il 1870 
e caduto naturalmente il discorso sulla Francia, mi 
venne fatto di avvertire come il Matin avesse esplicato 
il mio viaggio a Friedrichsruh. Il Matin aveva stampato 
che scopo della mia visita era stato la conciliazione col 
Papa. Ed il Principe: 

— Giusto quello di cui non abbiamo parlato. I fran- 
cesi cercano «mezzogiorno a 14 ore». 



180 



IL PRIMO VIAGGIO A PRIEDRICHSRUH 



— E del resto non ve n'era ragione. 

— È una questione che non c'interessa, e della quale 
non dobbiamo occuparci. 

E vi dirò che nessuno dei prelati mi ha parlato del 
potere temporale, prevedendo purtroppo quale sarebbe 
stata la mia risposta. 

Come notizia storica parlai del padre Tosti, del suo 
opuscolo, delle intenzioni del Papa, delle contraddizioni, 
della lettera di Leone XIII e dell'altra di Rampolla, 
che bastarono per obbligarmi a non essere neanco cor- 
tese in alcune materie, nelle quali avremmo potuto con- 
discendere restando nei confini della legge per le gua- 
rentigie pontificie. 

Pochi minuti prima dell'una, siamo già ritornati a 
casa, e si va a far colazione. 

Dopo la colazione si tien circolo in una delle stanze 
attigue alla sala da pranzo. È lì un grande armadio di 
noce x>ieno di carta da scrivere, penne, ecc., regalato 
al Principe da alcuni fabbricanti di oggetti di cancel- 
leria in uno de' suoi anniversarii. « Vi è più di un quin- 
tale di carta », dice ridendo la Principessa. 

La Principessa mi presenta un album veramente albo, 
cioè tutto bianco; e chiede che io pel primo vi scriva 
qualche parola. Scrivo : « In questo asilo del patriottismo, 
dove si veglia al mantenimento della pace di Europa, 
lascio questo mio ricordo — 2 ottobre 1887 — P. Orispi ». 
Il pensiero è molto gradito e il Principe esclama in tono 
solenne : « Vostra Eccellenza ha bene interpretato l'animo 
mio. Io lavoro al mantenimento della pace, non vivo 
che per questo.... Abbiamo fatto abbastanza per la guerra ; 
agiamo ora, e agiamo d'accordo, per la pace ». 

Verso le 3.30 il Principe mi invita a fare una passeg- 
giata in vettura nel parco. Consento. 

La Principessa, temendo che il mio soprabito fosse 
leggiero, mi getta sulle spalle il gran mantello militare 
del marito. 

Si corre traverso la foresta per lungo e per largo. 
Pioviccica un momento, e poscia le nubi si diradano 
per raccogliersi e condensarsi di nuovo, tanto che fa 
d'uopo alzare il mantice della vettura. Finalmente il 



Una Convenzione militare 



181 



cielo ci concede un armistizio, e ci mostra un po' di 
turchino. 

Verso le 5.30 siamo ritornati a casa. 

Nelle due ore di corsa abbiamo ripreso il colloquio 
della mattina, e siamo venuti ad una conclusione. 

Si farebbe la convenzione militare. Presi gli ordini 
dell'Imperatore, il Principe scriverà una lettera pro- 
ponendo la negoziazione e noi risponderemo affermati- 
vamente. 

Alle 6 si va a pranzo : siamo a tavola : i miei segre- 
tari, i due Consiglieri della Cancelleria, Herbert, il 
medico del Principe, la Principessa, il Principe, io. 

Alla fine del pranzo si passa nel salotto. Bismarck 
si adagia nel suo seggiolone e si mette a fumare le sue 
pipe. Gli chiedo quando potrebbero iniziarsi i negoziati. 
Il Principe chiede al figlio quando ritornerà l'Impera- 
tore. E avuta risposta che sarebbe ritornato dopo il 
20 ottobre, dice: «Appena l'Imperatore sia a Berlino, 
farò l'invito». 

La conversazione versò su vari argomenti : su I^apo- 
leone III, sulla guerra del 1859, sulla formazione del 
Eegno d'Italia. Bismarck opinò che I^apoleone III avesse 
cuore, ma difettasse di mente. Eaccontò che l'Imi3era- 
tore gli aveva confidato sin dal 1857 di aver deciso di 
far la guerra all'Austria e che commise a lui di persua- 
dere il Ee di Prussia a essergli alleato. Prometteva in 
premio l'Hannover o qualche altra terra tedesca. Bi- 
smarck aveva risposto che la comunicazione del progetto 
al suo Ee sarebbe stato un errore, perchè il Ee l'avrebbe 
rivelato all'Austria. 

3 ottobre, — Mi alzo alle 6 del mattino. Verso le 7 
viene a trovarmi il conte de Launay, ambasciatore 
d'Italia a Berlino, che metto a giorno delle cose discorse 
col Principe. Egli n'è soddisfatto. 

Mezz'ora dopo mi si annunzia il Principe. Gli dò no- 
tizia dei casi del Marocco, e gli dichiaro qual sarebbe 
il contegno dell'Italia perchè, in caso di morte del Sul- 
tano, al trono sceriffiale non andasse un favorito della 
Erancia e perchè la Erancia non prendesse pretesto di 
quel fatto per estendere le sue frontiere dal lato del 
Marocco. 

Alle 8 ci disponiamo alla partenza. Il Principe e la 



182 



IL PRIMO VIAGGIO A FRIEDRTCHSRUH 



Principessa mi accompagnano sino al vagone. Mentre si 
scambiano gli ultimi saluti e il treno si muove, Bismarck 
dice: «Siamo d'accordo su tutto.... possiamo esser sod- 
disfatti.... abbiamo reso un servigio all'Europa». 

Si arriva alle 11 ad Hannover, dove, prevenuto dal 
Gran Cancelliere, si trova il sig. di Bennigsen, capo del 
partito nazionale-liberale. Si fa colazione insieme, quindi 
ripartiamo. 

Alle 8,30 pom. si giunge a Francoforte sul Meno, 
dove pernottiamo. 

4: ottóbre. — Compio oggi 67 anni. Svegliandomi, uno 
dei miei segretari mi reca il seguente telegramma: 

« Agréez, cher Collègue, de ma part et de celle de ma 
femme nos felicitations les plus empressées à l'occasion 
de Panni versaire de votre jour de naissance, et les voeux 
que nous formons pour votre sauté et pour vos succès 
au service de la patrie. 

VOn BiSMAEOK. » 

All'una del pomeriggio siamo nuovamente in treno 
per ritornare in Italia, via Gottardo. 

5 ottobre. — Alle 7 antimeridiane sono a Monza^ dove 
conferisco col Ee. 

All'una riparto per Milano, dove pernotto. 

6 ottobre. — Alle 10 aut. viene a visitarmi il conte 
Mgra, ambasciatore d'Italia a Vienna. Conferenza sino 
alle 11,30. Il conte Mgra mi comunica una proposta del 
barone di Calice, ambasciatore austriaco a Costantino- 
poli, da servire di base ad un accordo tra l'Italia, l'Au- 
stria e l'Inghilterra nella questione d'Oriente : 

« 1.) Mantenimento della pace — 2.) Status-qiio fondato 
sui trattati. Esclusione di compensi — 3.) Autonomie lo- 
cali — 4.) Indipendenza della Turcliia e degli Stretti, etc, 
da ogni influenza straniera preponderante — 5.) La Porta 
non potrà far cessione dei suoi diritti sulla Bulgaria ad 
altre Potenze — 6.) Associazione della Turchia per gua- 
rentire quanto sopra — 7.) In caso di resistenza della 
Turchia e pretese illegali della Eussia, le tre Potenze si 
concerterebbero per l'appoggio a darle — 8.) In caso di 



Impressioni del viaggio 



183 



connivenza o ijassività della Turchia, le tre Potenze si 
concerterebbero per occupare certi punti a scopo di equi- 
librio. » 

Partiamo per Eoma alle 8,15 pom. 

La visita deiron. Orispi al principe di Bismarck fu commen- 
tata sgarbatamente dai giornali francesi; cui fecero eco i nostri 
giornali radicali; ma nella grande maggioranza Topinione pub- 
blica italiana ne intuì l'importanza, e fu lieta della manifestazione 
di simpatia fatta all'Italia dalla stampa germanica unanime. La 
Norddeutsche AUgemeine Zeitung pubblicò un notevole articolo 
nel quale, dopo aver mostrato come l'analogia dei destini politici 
e la comunanza degli interessi legassero con stretti vincoli fra 
loro, Italia e Germania, costituite entrambe in nome dell'idea 
nazionale, attribuì al convegno di Friedrichsruh il significato di 
un nuovo pegno dei pacifici propositi dei due paesi. La National 
Zeitung notò che l'affermazione dell'accordo dell'Italia con gl'im- 
peri centrali avrebbe giovato " a fortificare gli elementi pacifici 
in Russia e in Francia,,. Anche la clericale Germania osservò 
ohe poiché l'Italia esisteva e Orispi ne dirigeva la politica, era 
confortante il vedere che la forza dell'Italia stava con le Potenze 
ohe si adoperavano al mantenimento della pace. 

Il 25 ottobre all'on. Orispi fu dato a Torino per iniziativa 
degli on. Giolitti, Roux, e pochi altri deputati, ai quali si uni- 
rono poi i personaggi più cospicui del Piemonte, un grande ban- 
chetto al quale intervenne il ministero quasi al completo e aderì 
gran parte dei membri delle due Oamere legislative. In quell'oc- 
casione, memorabile anche per le accoglienze cordialmente festose 
ohe il Piemonte fece al primo meridionale assunto alla direzione 
del governo d'Italia, l'on. Orispi pronunciò importanti dichiara- 
zioni sulla politica estera ohe intendeva seguire. Giova qui ri- 
produrle : 

« Ed eccomi condotto a parlare della politica con cui 
miriamo a mantenerla e a rafforzarla. Argomento deli- 
cato e geloso! poiché la politica estera ha duopo di abili 
fatti, ma di poche parole. Esso è argomento, però, sul 
quale voi vi aspettate che io vi apra Fanimo mio. E 



184 



IL PRIMO VIAGGIO A FRIEDEICHSRUH 



parlerò, schietto e sincero, conforme alle norme della 
moderna diplomazia, la quale disprezza le antiche arti 
dell'inganno e della menzogna. 

La pace ! ecco Pintento supremo che perseguiamo. La 
pace, la quale è così necessaria al nostro progressivo 
sviluppo interno, all'attuazione delle riforme invocate, 
all'impiego utile e fruttifero dei nostri redditi, al com- 
pimento delle opere di pubblico vantaggio che tanta 
parte d'Italia reclama ancora. E in quali modi cerchiamo 
dunque di assicurarla! 

Noi siamo amici di tutte le Potenze, con tutte desi- 
deriamo mantenere i migliori rax)porti. 

Ve ne hanno con le quali quei rapporti sono più. 
intimi. 

Ma se siamo, sul continente, alleati colle Potenze 
centrali, se sui mari procediamo d'accordo con l'Inghil- 
terra, nessun obbiettivo ci proponiamo da cui gii altri 
si debbano sentir minacciati. 

Il mio recente viaggio in Germania inquietò la pub- 
blica opinione in Francia. 

Fortunatamente però non alterò la fiducia di quel 
governo, il quale conosce la lealtà delle mie intenzioni, 
e sa che nulla io vorrò ordire contro il i3opolo vicino^ a 
cui l'Italia è legata per analogia di razza e tradizioni 
di civiltà. Vissi due anni in Francia, dal 1856 al 1858, 
e i figli di quella generosa nazione, coi quali fui intimo 
ed ai quali schiusi il mio cuore, ben sanno quanto io 
ami il loro paese, e come non partirà mai da me alcuna 
provocazione ed alcuna oifesa. Sanno che sarebbe il più 
felice dei miei giorni quello in cui potessi contribuire 
a iDortar la pace nei cuori francesi. 

Una guerra fra i due paesi nessuno potrà desiderarla 
e volerla, imperocché la vittoria o la sconfitta sarebbero 
del pari funeste alla libertà dei due popoli, perniciose 
allo equilibrio europeo. Con tali convinzioni, e per cal- 
colo, noi lavoriamo al mantenimento della pace. 

Il nostro sistema di alleanze è dunque inteso a scopo 
di preservazione, non di offesa; di ordine, non di per- 
turbamento. Esso giova all'Italia, ma giova pure agli 
interessi generali. 

Nè siamo i soli in Europa a volere il progresso nella 
conservazione, il lavoro operoso nella pace. 

La storia del periodo in cui viviamo è dominata da 



Il discorso di Torino 



185 



un nome : quello di un uomo di Stato, pel quale la mia 
ammirazione è antica, come antichi già sono i vincoli 
personali che a lui mi legano; di un uomo il cui pro- 
gramma di governo si distingue per meraviglioso coor- 
dinamento delle varie parti di un medesimo fine : questo 
fine, duplice in apparenza, è uno in fondo : la x)ace e la 
grandezza del suo paese. Quest'uomo da trentanni ha 
lavorato, i)rima a conseguire quel fine, poi, conseguitolo, 
a conservarlo. Quest'uomo, che seppe quel che volle, e 
ciò che volle fortissimamente volle, voi l'avete tutti no- 
minato. Tutti lo conoscono per un grande patriotta, ed 
io aggiungerò che egli è un antico amico dell'Italia, un 
amico della prima ora, un amico dei giorni d'infortunio 
e di servaggio, poiché dal 1857 egli era nel segreto di 
ciò che stava maturando, in mezzo a tante difìicoltà, la 
politica del conte di Cavour, e taceva, ed a chi avrebbe 
potuto parlare imponeva di tacere, ben sapendo quanta 
opposizione il parlare avrebbe suscitato e quanto con- 
venisse al suo proprio paese che i destini d'Italia si 
compissero, poiché Tunità germanica si prei^arava con 
l'unità italiana. 

Xon mi dilungherò sui recenti colloqui avuti con lui. 

Solo dirò che l'accordo di pensieri e di sentimenti 
che tra noi già esisteva, ha persistito attraverso alle 
opposte vicende, e si è affermato nuovamente dacché la 
politica dell'Italia mi è affidata. Si è detto che a Frie- 
drichsruh abbiamo cospirato. E sia pure: a me, vecchio 
cospiratore, la parola non fa paura. Sì, se si vuole ; ab- 
biamo cospirato, ma abbiamo cospirato per la pace, e 
però alla nostra cospirazione tutti coloro che amano 
questo bene supremo possono i3artecipare. Dei detti me- 
morabili uditi, uno solo la discrezione mi permette di 
ricordare innanzi a voi, pronunciato nel momento del 
comiato, e noi tacerò, poiché é in esso la sintesi del 
nostro convegno. — È questo: «Abbiamo reso un ser- 
vigio all'Europa». 

Io vado, ijel mio paese, altero di ricordarlo — |)oiché 
mai, in una unione completa e cordiale come quella 
dell'Italia e dei suoi alleati, é stata tanto rispettata la 
sua dignità, sono stati tanto garantiti i suoi interessi. 

Ma, oltreché con le alleanze, perseguiamo l'intento 
della pace col volere la giustizia. Ciò vi spiega, o signori, 
la nostra politica in Oriente. Ivi ciò che domandiamo 



186 



IL PrjMO VIAGGIO A FEIEDRICHSRUH 



si è il rispetto dei diritti dei popoli, conciliato, in quanto 
è possibile, col rispetto dei trattati che formano il diritto 
pubblico ed enroijeo; ciò che speriamo si è lo sviluppo 
progressivo delle autonomie locali. Si hanno nella peni- 
sola dei Balcani quattro nazionalità distinte, ciascuna 
avente la sua lingua, la sua sede secolare, le sue tradi- 
zioni antichissime, e — ciò che è più — la coscienza 
della propria individualità come nazione e Paspirazione 
all'indipendenza. Ebbene, questi popoli che anelano, come 
ogni ente, a vita libera, aiutiamoli a riprendere possesso 
di loro stessi, senza lotte, senza spargimento di sangue, 
senza nuovi martirii. Non è questa la politica la più 
degna dell'Italia, la più conforme alle sue origini ed ai 
nostri principii ? E riflettete, signori : codesta non è sol- 
tanto politica di principii e di sentimenti : è altresì po- 
litica d'interessi bene intesi. I popoli balcanici, che colà 
rappresentano la giovinezza con le sue inesperienze, ma 
anche l'avvenire con le sue speranze e le sue forze, non 
dimenticheranno l'aiuto disinteressato che l'Italia avrà 
loro prestato. Abbiamo forse, noi, dimenticati i servizi 
disinteressati a noi resi! Ohi proferisce questa bestemmia, 
si rivolga al popolo inglese, a cui ci legano tosto qua- 
rant'anni di amicizia non mai turbata, e saprà da esso 
se nella sua storia abbia mai avuto alleato più fedele, 
amico ijiù sincero del Piemonte dap]3rima e dell'Italia 
oggi giorno. 

E nella stessa Francia vi è forse uomo di senno retto 
e imparziale che sia disposto ad accreditare col suo con- 
senso le accuse d'ingratitudine che spesso da quel suolo, 
così caro ad ogni italiano, contro l'Italia si sono elevate? 

Ma pace senza scambi è pace infeconda, e però, per- 
seguiamo ancora il nostro intento con lo stringere vin- 
coli commerciali con le Potenze vicine. Un trattato era 
stato denunciato. Fu mia cura, ai^pena venuto al potere, 
di fare pratiche per il rinnovamento dei patti e per evi- 
tare, anche per un sol giorno, una guerra di tariffe fra 
due paesi i cui interessi sono così strettamente commisti 
come la Francia e l'Italia. Un altro trattato con un im- 
pero amico ed alleato veniva a scadenza. I^on esitai a 
intavolare negoziati. Avviate a Vienna, le trattative 
continuano a Eoma, ove ho, prima di partire, salutato, 
nella fiducia di un non difficile successo, i negoziatori 
dell'Austria e della Ungheria. 



Il successo del discorso di Torino 



187 



La reciproca tutela della diversa produzione e del 
lavoro diverso, che in tanto combattersi di teorie eco- 
nomiche è la sola guida pratica che si possa ascoltare, 
ci olfre larga base ad equi compensi ed a giusti com- 
promessi. Ed il successo ci sarà tanto più caro, perchè 
i due Stati fra i quali esistono già i vincoli politici leali 
e non oziosi, non conservano di lotte, ormai antiche, 
altra memoria che la stima del reciproco valore.» 

li discorso-programma delFon. Crispi, non solamente ottenne 
un grande successo in Italia, ma fu considerato in tutta l'Europa 
come un avvenimento di notevole importanza per la politica in- 
ternazionale. Dimostrano ciò i documenti e i giudi zii che rife- 
riamo. 

L'Incaricato d'affari italiano a Parigi scrisse il 27 ottobre: 

« NelFudienza che io ebbi ieri presso questo sig. mi- 
nistro degli Affari esteri, gli feci leggere il testo stesso 
quale mi venne telegrafato dall'Eccellenza Vostra, dei 
punti relativi alla politica estera, del discorso da Lei 
pronunciato il giorno innanzi a Torino. Il sig. Flourens 
se ne mostrò soddisfatto, mi disse che il governo fran- 
cese non aveva mai dubitato delle intenzioni di Vostra 
Eccellenza a suo riguardo ; che ciò nondimeno le dichia- 
razioni pacifiche ed amichevoli i3er la Francia, contenute 
in quel discorso, erano tali da produrre un'influenza fa- 
vorevole e benefica sull'opinione pubblica, quantunque 
la prima impressione, seguita alla sorpresa del viaggio 
di Vostra Eccellenza a Friedrichsruh, si fosse già sen- 
sibilmente calmata. Il sig. Flourens non accennò ai punti 
relativi all'Inghilterra ed al principe di Bismarck: non 
poteva lodarli e preferì tacerne. 

Quanto all'accoglienza fatta al discorso da parte della 
stampa parigina, egli è evidente che non potevamo at- 
tendere apprezziazioni favorevoli e spassionate: per i 
francesi noi restiamo gli alleati della Germania ; ai loro 
occhi questo fatto domina qualsiasi altra considerazione. 
« Consentiamo pure, dice il Matin di stamane, a ritenere 
sincere le proteste d'amicizia dell'antico rivoluzionario, 
il quale ricevette durante il suo esilio in Francia la 
cordiale ospitalità di cui non ha perduto il ricordo, ma 
d'altra parte non possiamo non conservare una certa 



188 



IL PRIMO VIAGGIO A FRTEDRICHSRUH 



diffidenza contro Fuomo di Stato il quale corrispose con 
sì viva premura agli inviti del nostro più mortale ne- 
mico ». Tale, in poche parole, è il sentimento reale della 
maggioranza. Il Journal des Déhats, pur accogliendo le 
parole dell'Eccellenza Vostra sull'eventualità di una 
guerra contro la Francia, secondo il sentimento che le 
ha ispirate, si domanda perchè l'Italia, che non è da 
nessuno minacciata, ha creduto di contrarre alleanze che 
possono spingerla, suo malgrado, ad una guerra di cui 
essa ripudia anche il pensiero, e per interessi che non 
sono i suoi? Quel giornale si dichiara perciò preoccupato 
precisamente di ciò che l'Eccellenza Vostra ha taciuto. Il 
Temps, riconoscendo che la nostra professione di simpatia 
per la Erancia non è stata accompagnata da alcuna ri- 
serva, prende atto della dichiarazione che mai da parte 
nostra vi sarà provocazione od offesa. 

Dal complesso di questi commenti si può dedurre che 
il discorso di Torino ha disorientato alcuni fra i più 
malevoli a nostro riguardo. Taluni, in mancanza d'ar- 
gomenti seri, attribuiscono le parole amichevoli dell'Ec- 
cellenza Vostra al desiderio di conchiudere con la Erancia 
un trattato di commercio favorevole ai nostri interessi. 
Altri, avrebbero preferito puramente e semplicemente 
che ella avesse palesate le clausole dei nostri trattati di 
alleanza, e insinuano nuovamente che ve ne hanno di 
offensive. » 

L'Incaricato d'affari a BerHno, avendo comunicato alla Can- 
celleria imperiale il testo del discorso^ riferi quanto segue: 

«Il conte di Bismarck mi fece esprimere oggi il de- 
siderio di vedermi e mi disse che, avendo inviato a 
Eriedrichsruh la copia da me mandatagli del telegramma 
di Vostra Eccellenza, il Principe Cancelliere lo aveva 
incaricato di fare a Lei pervenire, per mezzo mio, i suoi 
migliori ringraziamenti per la fattagli comunicazione ed 
insieme i suoi rallegramenti sinceri per il « bel » discorso. 
Sua Altezza desiderava inoltre che fosse inviata in suo 
nome all'Eccellenza Vostra l'espressione di tutta la sua 
riconoscenza x>cr la parte che lo riguarda personalmente 
nel discorso medesimo. In quanto poi alle varie idee in 
esso sviluppate a proposito della politica estera, il prin- 
cipe di Bismarck fa dire a Vostra Eccellenza che egli le 



Bismarck e il discorso di Torino 



189 



divide interamente, ma che però troverebbe opportuno di 
manifestare un suggerimento circa la frase in cui parlasi 
delle «quattro distinte nazionalità» insediate nella pe- 
nisola balcanica. Egli teme che quella frase possa servire 
di facile pretesto alle Potenze interessate nel contrariare 
l'azione nostra a Costantinopoli, per risvegliare nell'animo 
del Sultano, tanto proclive alla diffidenza, una recrude- 
scenza di sospetti a nostro riguardo. Come rimedio a 
questo pericolo, sarebbe suo avviso che l'Eccellenza Vo- 
stra avesse a dare incarico all'Ambasciatore di S. M. in 
quella residenza di far comprendere come Ella non inten- 
desse far allusione ad altro, colle parole pronunciate, se 
non se allo stato di cose già esistente nella regione dei 
Balcani. Il Cancelliere opina che Vostra Eccellenza po- 
trebbe facilmente conseguire lo scopo, sia collocandosi 
al punto di vista etnografico, vale a dire delle quattro 
nazionalità, rumena, greca, slava ed ottomana, che si 
trovano in quella penisola, sia seguendo la distinzione 
politica dei quattro Stati attuali, Eumania, Serbia, Gre- 
cia e Bulgaria. Sembra a lui che in un modo o nell'al- 
tro si possa ottenere di spuntare, con questo mezzo, 
prima ancora che venga lanciata a pregiudizio degli in- 
teressi comuni, la freccia che certamente si saprebbe 
fabbricare con quella materia.» 

Dei grandi giornali^ il Times così giudicò il discorso di Torino : 

«Ho l'onore di trasmettere qui unita all'Eccellenza 
Vostra la traduzione di un brano di un articolo del 
Times d'oggi circa il discorso pronunziato dall' E. V. in 
Torino. L'apprezzamento è degno di nota e pari alla ri- 
putazione del giornale. Il Times riepiloga maestrevol- 
mente ciò che si pubblica da tutti gli altri giornali del 
Eegno Unito, conservatori e liberali, sull'importanza di 
quel discorso per l'Europa. Gli articoli degli altri gior- 
nali sono così numerosi che sarebbe quasi impossibile 
poterne dare contezza. 

Gradisca, sig. Ministro, l'espressione della mia piiì 
profonda osservanza. 

T. Catalaot:. » 



190 



IL PRIMO VIAGGIO A FRIEDRICHSRUH 



Articolo di fondo del Times del 3 novembre 1887. 

" Poohi statisti hanno avuto la sorte di raccogliere l'approva- 
zione universale ch'è stata ottenuta dal discorso pronunziato dal 
signor Crispi in Torino, or è poco più di una settimana. Quel 
discorso fu salutato a Berlino come prova conclusiva dell'esi- 
stenza di un'alleanza fra l'Italia e le Potenze Germaniche, mentre 
esso non fu accolto con minor soddisfazione a Parigi per cagione 
della simpatia verso il popolo francese manifestata dal Ministro 
italiano. Il discorso non fu meno gradito ai connazionali del 
signor Crispi, il quale ha avuto l'onore di ricevere le congratu- 
lazioni del re Umberto. Risulta che il principe di Bismarck ha 
dichiarato di essere in grado di sottoscrivere ogni dichiarazione 
fatta dal signor Crispi circa gli affari esteri, sanzione tanto più 
notevole in quanto che noi sappiamo che, sopra taluni punti, 
il discorso di Torino andò considerabilmente più avanti di ciò- 
che la Germania ha mai detto in termini espressi. Nel trat- 
tare la questione Bulgara, per esempio, il signor Crispi sposò la 
causa delle autonomie locali nei Balcani con un calore che in 
apparenza fa contrasto colle ripetute dichiarazioni d'indifferenza 
della Germania. Ma benché il principe di Bismarck abbia dimo- 
strato ai Bulgari un aspetto piuttosto severo, ed all'occasione li 
abbia ripresi con un tono alquanto aspro, la politica della Ger- 
mania è stata, in tutto questo tempo, essenzialmente favorevole 
alle libertà bulgare, perchè sempre scrupolosamente memore dei 
trattati, ohe mettendo la Bulgaria sotto la tutela dell'Europa, 
l'allontanano dal sindacato esclusivo di una sola Potenza. Il signor 
Crispi, mentre parlò con calda simpatia della lotta dei Bulgari 
per la libertà e rammentò i sentimenti con cui gli Italiani guar- 
dano coloro che stesero una mano amica al Piemonte, non ebbe 
minor cura del principe di Bismarck a far notare che i trattati 
debbono essere strettamente e scrupolosamente osservati. In tal 
guisa l'adesione del principe di Bismarck alle dichiarazioni del 
signor Crispi, fornisce gradita prova dell'esistenza di un accordo 
ben chiaro fra l'Italia e le Potenze Germaniche sopra una base 
che tutti possono apprezzare e che esclude gli elementi di ca- 
priccio e di disegni segreti. Il principe di Bismarck ed il signor 
Crispi s'incontrano sul programma dell'inviolabilità degli ac- 



Giudizi inglesi 



191 



cordi formalmente sanzionati dall'Europa, mentre l'Inghilterra, i 
cui interessi sono tutti legati alla pace ed allo svolgimento or- 
dinato delle cose, mette la sua preponderanza dal lato di questa 
combinazione eminentemente conservatrice. „ 

Ed ecco i giudizii di due dei più autorevoli giornali ger- 
manici : 

Articolo del giornale Die Post,, N. 297. 30 ottobre 1887. 
Il discorso di Torino. 

" Il 25 ha avuto luogo a Torino il banchetto che i cittadini 
di quella città tutt'ora cosi importante, la quale gettò le fonda- 
menta della nuova Italia, già da tempo avevano preparato pel 
Ministro Presidente Orispi, un italiano del Mezzogiorno. La festa 
era stata originariamente ideata come dimostrazione della piena 
fusione del Settentrione col Mezzogiorno d'Italia, e della rinuncia 
cho la culla della nuova Italia aveva fatto ai suoi antichi diritti, 
con lieto animo per amore della fausta unità. In quel mentre 
accadde che poche settimane prima della festa, l'uomo che si 
voleva festeggiare ricevette l'invito di recarsi a Priedrichsrah, 
ed il risultato di quella visita, felicemente conseguito, fu accolto 
subito in tutt'Italia con gioia, come conferma ed indizio della cre- 
sciuta importanza dello Stato, quale non si sarebbe potuta deside- 
rare più manifesta. Così la festa assunse un nuovo carattere. Si era 
ottenuto il frutto di un lungo lavoro giacché l'Italia compariva 
davanti all'Europa come una indiscutibile grande Potenza ; frutto 
che racchiudeva inoltre in sè l'aspettativa di un avvenire ancor 
più bello. E cosi invece di un allegro banchetto si ebbe un atta 
solenne. Tutti i Ministri erano presenti, eccettuato quello della 
Guerra, il quale doveva dar mano agli ultimi preparativi per la 
spedizione abissina. Il numero dei Deputati, Senatori ed alti im- 
piegati convenuti, ammontava a circa 600. Dopo che il Presi- 
dente dell'adunanza ebbe salutato il festeggiato, non ci fu durante 
la serata alcun altro discorso da quello di Crispi all'infuori. Di 
questo discorso non possediamo ancora il testo integrale, ma gli 
estratti telegrafici contengono certamente i passi essenziali. Il 
discorso si diffuse egualmente sopra la politica interna ed estera. 

Il passo eccezionalmente importante circa il principe di Bis- 



192 



IL PKIMO VIAGGIO A FRIEDRICHSEUH 



marok ed il convegno di Priedriohsruh viene (la alcuni giorni 
commentato in tutta Europa; eppure, caso singolare, esso non 
rivela nulla affatto dei risultati del convegno, da quello in fuori 
ohe tutti già sapevano, o s'immaginavano. Un uomo d'ingegno 
può tacere tutto e nondimeno soddisfar tutti. Crispi si è mostrato 
maestro in quest'arte. Certamente fu convenuto in Friedrichs- 
ruh che toccava ai signor Orispi di dire pubblicamente la prima 
parola sopra il convegno. E colà furono anche tracciati i confini 
del tacere e del parlare. Il Cancelliere tedesco è indifferente 
all'enunciare cose grandi colla propria bocca, e questa volta do- 
veva tanto più volentieri cedere il passo all'uomo di Stato amico, 
perchè la politica vien fatta in Italia in altro modo che da noi. 
In Italia bisogna toccar la corda dell'ani ma. Che cosa ha dunque 
detto l'oratore? Affermò che si pretendeva essersi cospirato a 
Friedrichsruh. Il rimprovero non tangere lui, vecchio cospira- 
tore ; però, non essersi cospirato colà che per la pace, ed ognuno 
poter partecipare alla congiura. Ciò è detto ingegnosamente, ed 
è efficace; ma i curiosi non ne saranno contenti, giacché questi 
vorrebbero sapere quali provvedimenti in quel convegno si siano 
presi per assicurare la pace e da qual parte siano da temerne 
le perturbazioni. Senza tal timore non sarebbe necessario di co- 
spirare. Qualche volta si parla di un silenzio eloquente: qui ci 
fu una eloquenza silenziosa, e noi che giudichiamo la situazione 
politica dal punto di vista tedesco, ne siamo contenti, e stimiamo 
l'uomo di Stato ohe s'è mostrato così perito in quest'arte. 

Ma entriamo nell'esame dei passi del discorso che contengono 
qualcosa di più d'un'ingegnosa parafrasi del silenzio. Questi sono 
ben importanti. L'oratore osservò: l'Italia non aver mai stretto 
un'alleanza cosi piena e cordiale; la dignità sua non esser mai 
stata cosi rispettata, nè mai cosi garantiti i suoi diritti e bisogni, 
sono parole dietro le quali si può cercar tutto, ma però bisogna 
collegarle con le altre: essersi cospirato solo per la pace. Il modo 
di conciliare queste e quelle fu indicato dalla Norddeutsche Ali- 
gemeine Zeitung nel suo numero del 6 ottobre, nel quale notò 
che la visita del signor Crispi aveva provato l'accordo pieno dei 
due uomini di Stato nella loro risolutezza d'impedire, in unione 
all' Austria-Ungheria, una guerra europea, per quanto è possibile 
e, in caso di necessità, in unione, di difendersi. Stando a ciò, i 
due uomini di Stato si saranno accordati circa il modo di re- 



Giudizi germanici 



193 



spingere Tattaoco, e in ciò starebbe l'importanza capitale ed anche 
il segreto del convegno. 

Ora, poiché noi crediamo fuor di luogo ogni tentativo di pe- 
netrare il segreto, dobbiamo aggiungere un'altra osservazione. Il 
Ministro Presidente annunciò davanti ad una adunanza nume- 
rosa di uomini politici del suo paese che l'Italia non strinse mai 
un'alleanza cosi piena e cordiale. Un atto tanto importante per 
le sorti d'Italia fu compiuto dal Re e dal Ministro, da soli. Nes- 
suno ha protestato, e tuttavia l'Italia è tenuta in conto di uno 
dei paesi più liberi. E noi crediamo ch'essa giustamente venga 
tenuta in tal conto, e che però meriti tal libertà molto più di 
altri paesi. Nessun Ministro avrebbe potuto stringere una tale 
alleanza in un altro paese retto a sistema parlamentare : nessuno nè 
in Inghilterra, nè in Francia. In Francia, forse nel solo caso in cui 
tutti i partiti fossero convinti che nel segreto stesse nascosta la 
rivincita. — In Inghilterra fu un tempo in cui i Ministri pote- 
vano talvolta compier qualcosa di somigliante. Siccome nella 
politica estera i partiti di governo erano concordi nel fondo, cia- 
scun partito poteva ritenersi sicuro che i successori eseguireb- 
bero gli impegni assunti dal governo precedente. Eppure di rado 
s'usò anche allora di quella facoltà. Del resto, era necessario di 
usarne, poiché al tempo delle grandi guerre un uomo solo fu 
alla testa degli affari in Inghilterra e vi restò fino alla morte, 
Guglielmo Pitt, e non ebbe necessità di segreti di fronte al Par- 
lamento, a causa della chiarezza della situazione e dello stato 
esistente di aperta guerra. Oggi ciò riesoirebbe impossibile in 
Inghilterra. Ma il dominio mondiale di essa va tramontando. Un 
popolo, però, il quale é in grado di riporre piena fiducia nella 
volontà di un sol uomo quando ciò è necessario, e di dargli un 
mandato illimitato rinunciando ad ogni tentativo di sollevargli 
•delle difficoltà, dimostra di essere degno della libertà, appunto 
perchè sa a tempo opportuno deporre le armi, di cui è fornito 
a difesa di essa. „ 

Articolo della Kólnisclie Zeitimg N. 300 
(Morgen Ausgabe) 29 ottobre 1887. 

" Quantunque noi non possediamo ancora il testo del discorso 
di Torino tenuto da Crispi, oggetto di tanti commenti, pure 
l'estratto telegrafico autentico conferma, in ogni punto, quanto 

Crispi, Politica estera. 13 



194 



IL PRIMO VIAGGIO A FEIEDRICHSRUH 



da buona sorgente già era trapelato intorno all'Alleanza stipulata? 
nella primavera scorsa e intorno al consolidamento della stessa 
in faccia all'estero mediante il convegno di Friedrichsruh. Crispi 
ha. negato anzitutto espressamente il carattere offensivo della al- 
leanza. Egli ha fatto risaltare che ogni Governo potrebbe far suoi 
gli scopi pacifici dell'unione. Egli ha inoltre accennato ben chia- 
ramente che l'accordo esiste da tempo e che la visita sua lo ha 
soltanto messo in luce. A tal proposito vogliamo ricordare che 
la Norddeutsche Allgemeine Zeitung ristampa oggi senza com- 
menti un articolo d'un giornale italiano nel quale si dice che in 
Friedrichsruh non fu stretto nessun nuovo trattato. Anche a 
proposito dei rapporti coll'Inghilterra vanno in giro tutto dì 
delle opinioni erronee. Come fu già osservato^ non esistono patti 
formali coll'Inghilterra, nò sul Continente nò sui mari. Ciò che 
Crispi disse circa l'intesa coll'Inghilterra concorda quasi letteral- 
mente con quanto fu detto più d'una volta in questo stesso gior- 
nale, come a mo' d'esempio il 1.° ed il 15 marzo, subito dopo la 
conclusione dell'alleanza. Già venne annunziato e confermato che 
delle stipulazioni conchiuse fra i tre, una riguarda l'Austria, ed 
ha per iscopo l'equilibrio del Mediterraneo, col consenso e d'ac- 
cordo coll'Inghilterra e che questa appunto era la base più larga 
che l'Italia aveva posto per condizione del rinnovamento dell'Al- 
leanza. 

Quantunque pertanto, per quel che si sa da fonte degna di 
fede, un patto formale coll'Inghilterra, per le ragioni già note, 
non abbia avuto luogo, l'intesa suaccennata servirà tuttavia di 
norma anche per gli eventuali eredi dell'attuale Ministero inglese, 
pel solo fatto della comunanza degli interessi, e contribuirà come 
gli altri patti al mantenimento della pace. „ 



Capitolo Settimo. 

La rottura delle relazioni commerciali con la Francia. 

Negoziati per la rinnovazione del trattato di commercio italo-francese. Una 
missione officiosa dell'on. Boselli a Parigi : sue lettere a Crispi. Ragioni poli- 
tiche ed economiche che condussero alla guerra di tariffe. - Dal Diario di 
Crispi, ottobre-dicembre 1887: questioni internazionali - colloquio tra lo Czar 
e il principe di Bismarck - documenti falsi - l'incidente consolare di Firenze. 

Il trattato di oommeroio italo-francese del 3 novembre 1881 
fu denunziato dal governo italiano il 15 dicembre 1886 per voto 
del Parlamento e dopo maturo esame, contemporaneamente al 
trattato italo-austriaco. All'atto della denuncia il ministro degli 
Affari esteri, conte Robilant, dichiarò esser sua intenzione di aprire 
negoziati per un nuovo trattato più rispondente ai bisogni nuovi 
o meglio accertati dell'Italia; ma la stampa francese considerò 
la denunzia come una rappresaglia pel rigetto, fatto pochi mesi 
prima dalla Camera dei deputati di Francia, della Convenzione 
di navigazione tra i due paesi già approvata dal Parlamento 
italiano. 

L'opinione pubblica in Francia, mal disposta verso di noi 
sin dal 1882 per la nostra adesioae all'alleanza austro-germanica, 
non faceva presagire nulla di buono circa il risultato dei nego- 
ziati per il nuovo trattato di commercio. Questi non erano ancora 
stati intavolati, quando, l'8 agosto 1887, l'on. Crispi assunse la 
direzione degli Affari esteri. Dopo pochi giorni, il 12 agosto, egli 
scriveva all'ambasciata d'Italia a Parigi esser 

« nostra speranza che si giunga alla stipulazione di 
un trattato di commercio. Non sapremmo intanto dis- 



196 LA ROTTURA. DELLE RELAZIONI COMMERCIALI CON LA FRANCIA 



simulare che un nuovo insuccesso nella Camera francese 
farebbe in Italia la più spiacevole impressione, al mo- 
mento stesso in cui desideriamo vivamente di vedere 
raffermarsi l'amicizia tra i due popoli. J^oi siamo riso- 
luti a fare i primi passi, bene inteso però nel caso in 
€ui il ministero francese si dichiari previamente pronto 
a corrispondere alla nostra iniziativa e vi sia possibilità 
di accordo. » 

Il 21 agosto Ton. Orispi, non avendo ricevuto assicurazioni 
sufficienti dal presidente del Consiglio dei ministri di Francia, 
signor Rouvier, soggiungeva: 

« .... Ma poiché sembra che il signor Eouvier non si 
creda in grado di poterci dare quanto all'atteggiamento 
del Parlamento francese riguardo al futuro trattato , 
quella malleveria ch'io non esito, dal canto mio, a dargli 
per il nostro Parlamento, preferirei di non esporre i 
due paesi agli attriti che sarebbero evidentemente la 
conseguenza di un terzo rigetto da parte delle Camere 
francesi. » 

Non di meno, poiché il Rouvier suggeriva ohe le nostre do- 
mande gli fossero notificate in via preliminare ed ufficiosa, sia 
per mezzo di persone di fiducia del governo italiano, che per 
mezzo dell'Ambasciata, Fon. Crispi affidò la missione di esplorare 
le vere intenzioni dello stesso Rouvier alFon. deputato Paolo Bo- 
selli, che aveva, come negoziatore della Convenzione di naviga- 
zione, conosciuto il ministro francese e stretto buone relazioni 
personali con lui. 

Dalle lettere scritte dalFon. Boselli a Crispi il 5, il 7 e il 10 
settembre, stralciamo i brani più interessanti. 

" In sostanza il signor Rouvier non può far previsioni positive 
e sicure circa Fesito che un nuovo trattato avrà nel Parlamento 
Francese, se prima non conosce, almeno per sommi capi, le do- 
mande, le concessioni, le intenzioni del Governo italiano, il quale 
avendo esso denunziato il trattato, pare a lui debba esporre pel 
primo i desideri!, almeno fondamentali, dei nuovi patti commer- 
ciali e marittimi. Già fin da ora però egli può affermare che non 
sarebbe approvato dal Parlamento Francese un trattato la cui 



Missione Boselli 



197 



durata oltrepassasse Fanno 1892, epoca in cui scadono i trattati 
che la Francia ha con altri paesi. Nè spera, come pure vorrebbe 
poter fare, che sia possibile ottenere Tapprovazione di un trat- 
tato più liberale di quello da noi denunziato. Privo di qualsiasi 
altra notizia in proposito del Governo italiano, "vide solamente 
due articoli, che a lui furono segnalati come scritti per ispira- 
zione dei nostri on. negoziatori Ellena e Luzzatti, uno dei quali 
trattava del dazio sul bestiame e nell'altro era espresso il desi- 
derio di ridurre il nuovo trattato a poche voci. A lui non sembra 
nè agevole, nè probabile il soddisfare questo desiderio; per contro 
invece egli sarebbe disposto, fermo Fattuale dazio, a vincolare 
la voce relativa al bestiame, ma trovò opposizione nel Ministero 
delF Agricoltura e prevede che la troverebbe anche maggiore 
nel Parlamento. 

Il Sig. Rouvier, reputando impossibile conchiudere un nuova 
trattato di commercio e farlo approvare dai due Parlamenti (il 
Parlamento francese dovrà prorogarsi al 15 dicembre per le ele- 
zioni senatoriali) in tempo perchè possa andare in vigore il 1.° gen- 
naio 1888, e parendogli che si debba evitare sia per ragioni eco- 
nomiche, sia per ragioni politiche, Fapplicazione delle rispettive 
tariffe generali fra i due paesi, crede opportuna una proroga del 
trattato attuale per un anno, o almeno per sei mesi, cominciando 
intanto i negoziati. 

Il Sig. Rouvier comprende come debba evitarsi assolutamente 
un terzo rigetto da parte del Parlamento francese, ma soggiunge 
che, conosciute, anche ufficiosamente, le domande del Governo 
italiano, potrà fare al riguardo fondati presagi dimostrando, coi 
calcoli numerici già a Lei noti, come, se le domande stesse sa- 
ranno tali da non urtare con certe idee che sono invincibili nel 
Parlamento francese, si potrà conseguire un voto d'approvazione. 
Come Ella vede, i propositi e le intenzioni del Rouvier sono ec- 
cellenti, ma per poter sapere qualche cosa di concreto è mestieri 
che si esca dalle dichiarazioni generiche e che gli si facciano co- 
noscere, in modo ufficioso e preliminare, e sia pure sommario, 
ma determinato, le nostre domande, cosa ohe può essere fatta 
opportunamente per mezzo dell'Ambasciata, ma che penso non 
possa esser fatta se non sentiti i nostri negoziatori. 

Il Sig. Rouvier si rende perfettamente ragione del pessima 
effetto che, anche politicamente, il rigetto della convenzione ma- 



198 LA ROTTURA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI CON LA FRANCIA 



rittima deve aver fatto al nostro paese e attribuisce il rigetto 
stesso all'opposizione dei courtlers marittimi e alla fiducia che il 
Presidente del Consiglio di allora aveva nell'approvazione della 
convenzione stessa, cui però non diede tutta la dovuta im- 
portanza. 

La guerra che oggi si muove in Francia ai nostri operai fu 
oggetto di vive e ripetute osservazioni da parte mia. Il Sig. Rouvier 
cercò di attenuarne la gravità, non ristandosi però dal deplorare 
esplicitamente quanto oggi accade.... 

Egli ignora che il Governo francese abbia banditi gli operai 
italiani dalle costruzioni di opere pubbliche e da altri servizi 
dipendenti da pubbliche amministrazioni e si riservò di prender 
notizie e darmi spiegazioni in proposito. Si mostrò però deciso 
sinceramente a fare quanto più gli è possibile per arrestare 
questa corrente di idee contrarie agli operai italiani ohe io gli 
dissi esser cagione di vivo e ragionevole risentimento nel nostro 
paese. L'eccitai a darci qualche solenne soddisfazione, manife- 
stando in modo pubblico, p. es. con circolare ai Prefetti, il pen- 
siero del Governo. Ma egli mi rispose che nei luoghi dove gli 
animi sono eccitati, l'intervento palese del Governo potrebbe 
rendere maggiore l'agitazione e che si potrà invece procedere 
più utilmente dando ai Prefetti istruzioni riservate. (Non prese 
però ancora positivo impegno). 

Da alcuni giorni varii giornali autorevoli trattano la questione 
in un senso giusto e liberale; però io esortai il Sig. Rouvier a 
far si che i giornali governativi più diffusi e popolari anche in 
provincia si adoperino a far argine alle idee ed alle passioni ohe 
accennano, checché egli ne dica, a prendere larga estensione. Del 
resto il signor Rouvier ammette che il trattato nostro ancora in 
vigore e il trattato tra la Francia e la Spagna ci danno il di- 
ritto di reclamare contro ogni offesa alla libertà del lavoro dei 
nostri operai in Francia e dichiara che è deciso a far rispettare 
il nostro diritto. Questo argomento, tanto interessante, sarà an- 
cora uno dei principali oggetti delle nostre successive conversa- 
zioni. Politicamente le franche parole d'una voce amicai trovarono 
eco nell'animo del Sig. Rouvier, ma mi rispose osservandomi 
come si debba constatare con reciproco rincrescimento che i fatti 
non si sono svolti sempre conformemente ai nostri comuni voti. 
Riservandomi di meglio riferire a voce la conversazione già avuta 



Dichiarazioni di Rouvier 



199 



e quelle che avrò ancora al riguardo col Sig. Rouvier, mi limito 
qui a riassumere alcuni dei discorsi fatti oggi con lui. 

Riconosce la verità dei concetti che gli ho esposti, seguendo 
^le ispirazioni della S. V., ma afferma che l'accordo tra la Francia 
e la Russia, circa le questioni dell'Egitto, fecero credere che le 
relazioni fra i due paesi siano più intime di quanto effettivamente 
esse sono, poiché non havvi fra loro nulla di scritto, mentre 
qualche cosa di scritto esiste fra l'Italia e la Germania. Egli sa 
che i nostri impegni con la Germania riguardano il caso di una 
guerra difensiva per la Germania, guerra, egli soggiunse, che 
non avrà luogo, perchè la Francia non farà la guerra alla Ger- 
mania (parole che vanno naturalmente intese come si devono 
intendere simili parole). Il partito, cosi detto, della revanche e 
'della guerra alla Germania è, secondo il Rouvier, una ristretta 
minoranza in Francia, e quanto all'Italia, egli dice che nessuno, 
o ben pochi in Francia desiderano o promuoverebbero una guerra 
col nostro paese. Egli non crede che il generale Boulanger possa 
esercitare influenza sui destini del suo paese; fu un fuoco d'ar- 
tifizio che va estinguendosi; fu opera ardua e di molta energia 
l'averlo allontanato ora dal governo ; il Presidente Grévy non 
consentirebbe al suo ritorno e non avendo egli qualità solide, 
nè mezzi proprii e permanenti d'influenza, non è a prevedersi 
possa ritornarvi. 

Il Rouvier desidera schiettamente ohe fra l'Italia e la Francia 
si entri in un nuovo periodo di miglior entente, e da parte sua 
si adopererà all'uopo, con tutto l'animo e con larghi propositi. „ 

"Le lunghe e quotidiane conversazioni che io ho, in modo 
del tutto amichevole, col Sig. Rouvier valgono a darmi un con- 
cetto adeguato della situazione. Lo vidi oggi, dopo che egli aveva 
inteso dal cav. Ressman le comunicazioni concernenti i negoziati 
per i trattati di commercio. Egli ammette volentieri, riservan- 
dosi però di parlarne co' suoi colleghi, che precedano ai negoziati 
ufficiali negoziati preliminari ufficiosi e segreti; non crede però 
possibile che questi seguano in luogo intermedio fra i due paesi, 
anche perchè troverebbe difficoltà nello scegliere da parte sua 
persona cui affidarli e crede preferibile, per il buon successo della 
cosa, occuparsene egli stesso; e quanto alla sede dei negoziati 
ufficiali, contrappone alla nostra domanda le opposizioni che fa 



200 LA ROTTURA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI CON LA FRANCIA 



ad essa il suo ministro degli Affari esteri. Di tutto, però, con- 
ferirà co' suoi colleglli e si adopererà affinchè ogni cosa riesca 
con reciproca soddisfazione. 

Quanto all'avviare questi primi negoziati segreti pel tramite 
deir Ambasciata, la cosa potrebbe riuscire opportuna, ove il Go- 
verno italiano non persista nel volere che si svolgano in altro 
luogo; ma quanto alla parte ohe mi riguarderebbe io gli risposi 
immediatamente come non mi sarebbe possibile assumerla, sia 
per i miei propositi già a lui noti, sia per riguardo ai nostri 
negoziatori, egregi colleghi ed amici miei. Ed anzi a prevenire 
che la mia prolungata permanenza in Parigi possa dare occasione 
a qualsiasi mahnteso al riguardo e che essa finisca per far cre- 
dere che in qualche modo si iniziino a Parigi quei negoziati pre- 
liminari ohe il Governo italiano desidera abbiano luogo altrove,, 
io stimo conveniente di lasciare fra quattro o cinque giorni 
questa città. 

Il Sig. Rouvier mi chiese se è intenzione del Governo italiano' 
che il trattato di navigazione vada congiunto al trattato di com- 
mercio, dal quale egli per avventura inclinerebbe a tenerlo se- 
parato. 

Rispetto ai nostri operai, il Sig. Rouvier mi ha ripetuto che- 
è assoluto proposito suo di far rispettare i diritti che sono ad 
essi garentiti dai patti internazionali vigenti e che a lui non 
consta che, da parte di amministrazioni governative, siasi ordi- 
nata Tesclusione di operai italiani dall'esecuzione di pubblici la- 
vori. Quanto alle amministrazioni comunali e dipartimentali non 
avere egli alcun mezzo legale contro le deliberazioni che per av- 
ventura abbiano emesso nel senso di obbligare gli intraprendi*, ori 
a valersi unicamente di operai nazionali. 

Insistendo io circa talune disposizioni che si affermano inse- 
rite nei quaderni d'oneri formulati da amministrazioni governative- 
per talune imprese, egli si riservò ancora di riesaminare la cosa 
e darmi ulteriore risposta. Ove si riesca a trovare il modo di 
darci qualche esplicita soddisfazione o guarentigia, il Governo 
italiano potrà reclamare in forma ufficiale, provocando quelle 
dichiarazioni che verranno preventivamente concordate. Ma in- 
torno a ciò, nò il Sig. Rouvier ancora mi diede, né io ^ono an- 
cora in grado di scriverle alcuna positiva assicurazione. Il si- 
gnor Rouvier però non tralascia di ripetermi che egli ritiene. 



Circa i negoziati pel ìiuovo trattato 



201 



l'attuale moyimento avverso gli operai stranieri essere un vero 
traviamento di idee contrario ai grandi principii della rivoluzione 
francese. 

Passando ad altro argomento le dico che il Sig. Rouvier molto 
ragionevolmente si rende ragione delle difficoltà trovate pel con- 
corso dell'Italia all'Esposizione del 1889, dopo che se ne fecero 
promotori taluni radicali italiani e che egli vagheggerebbe un'al- 
leanza del'e nazioni latine da sostituirsi ad altre combinazioni 
internazionali oggi inevitabili. 

Poiché bisogna essere con ^?/a?c?/??o ammerte che alla Francia 
è mestieri essere in buon accordo colla Russia, ma non gli pare 
che nella questione bulgara sia realmente in causa il principia 
delle nazionalità, e quanto alla questione d'Egitto gli pare che 
uguale sia l'interesse della Francia e quello dell'Italia : che suc- 
ceda cioè alla occupazione inglese il potere di un Viceré indi- 
pendente che governi di concerto coi Consoli delle grandi Po- 
tenze, e che si dia a quel paese un carattt^re come a dire di 
neutralità. (Tali le idee del Rouvier, ma il vero concetto de; la 
politica francese. Ella lo conosce meglio di me, è quello di sta- 
bilire, esclusa l'Inghilterra, la preponderanza francese in Egitto: 
ma io riferisco e per ora non commento.) ., 

Ella riceverà, per mezzo dell'Ambasciata, le risposte del 
Sig. Rouvier alle tre comunicazioni. 

Posso intanto dirle quali saranno. 

Il Sig. Rouvier consultati i suoi colleghi, risponde: 

Nulla in contrario a che precedano negoziati ufficiosi e se- 
greti, ma questi abbiano luogo a Parigi. Xon ha persona da 
inviare all'uopo altrove; inviando a ciò una persona apposita 
e not^a cesserebbero di esser segreti; desidera farli egli stessa 
personalmente nell'utilità stessa della cosa. 

Circa alla sede dei negoziati definitivi, non ha potuto per- 
suadere il ministro degli Affari esteri e non può prendere alcun 
impegno che si facciano a Roma. Si vedrà in seguito. i nego- 
ziati preliminari a nulla conducono, ed è una questione inutile» 
nei negoziati preliminari si va d'accordo sopra i punti sostan- 
ziali e cosi che non rimangano a definirsi che dei particolari e 
non vi sarà nessuna difficoltà a che l'ambasciata francese a Roma,, 
insieme p. e. coi due Direttori Generali delle Dogane e del Com- 



202 LA ROTTURA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI CON LA FRANCIA 



meroio estero inviati appositamente nella nostra capitale, sia 
incaricata dei negoziati ufficiali e li porti a termine. sarà 
mestieri anche nei negoziati ufficiali dibattere punti importanti 
ed allora tornano in campo le prime obbiezioni: il Rouvier non 
saprebbe chi mandare alPuopo in Italia, e dovrebbero anche 
tali negoziati aver luogo in Parigi. 

Intanto egli crede che nei negoziati ufficiosi preliminari ap- 
parirà la necessità di una proroga. 

10 gli osservai che tali risposte saranno di troppo poca sod- 
disfazione in Italia; che ammessa pure l'opportunità ohe i nego- 
ziati ufficiosi siano fatti direttamente con lui, dovrebbesi ad un 
tempo e subito stabilire ohe i negoziati ufficiali abbiano luogo 
a Roma, ed ho soggiunto, sorridendo, ohe se io fossi incaricato 
di trattare con lui sopra questo punto non cederei quanto alla 
sede dei negoziati ufficiosi, condotti nel modo da lui divisato, 
se non a condizione di fissare contemporaneamente la sede a 
Roma dei negoziati definitivi. 

Ma egli ha persistito nelle sue dichiarazioni, che allo stato 
delle cose non gli è possibile prendere impegno; e che la que- 
stione della sede dipenderà da quella della sostanza, cioè da ciò 
che resterà a fare nei negoziati ufficiali — perchè s'egli fa ob- 
biezioni e per gli uni e per gli altri a Roma, non è per alcuna 
ragione politica o di Stato, ma unicamente perchè non sa chi 
mandare a Roma, attese le difficoltà della cosa e la condizione 
degli animi in Francia: un protezionista rovinerebbe tutto, un 
libero-cambista 'pregiudicherebbe il risultato di fronte alla corrente 
contraria — perciò è mestieri ch'egli personalmente intervenga 
e del resto egli solo può fare i presagi desiderati. 

11 Sig. Rouvier mi diceva tutto ciò ieri. Oggi egli lascia Pa- 
rigi per una breve gita in campagna ed oggi io prenderò da lui 
commiato, e partirò doman l'altro, 12, da Parigi tornando per la 
via della Svizzera a Cumiana, donde verrò sollecitamente a Roma. 

L'impressione ch'io reco dal mio soggiorno in Parigi è con- 
forme alle dichiarazioni del Rouvier: 

La Francia, nella sua grandissima maggioranza, non vuole 
la guerra, non ha la febbre della revanche, e non è a prevedere 
ch'essa sia per attaccare la Germania : al contrario essa resisterà, 
finché le sarà possibile, a tutti gli eccitamenti ad attaccarla; 

rispetto all'Italia, ben pochi vagheggiano di farci guerra; 



Impressioni deìVon. Boselli 



203 



i più temono che noi siamo per cader addosso alla Francia in- 
sieme colla Germania e ci ammoniscono intorno ai pericoli che 
a noi pure deriverebbero dalla distruzione della Francia; 

il prestigio del regno d'Italia e del suo governo è qui 
grande ; 

la stessa questione cattolica è qui molto attenuata e non vi 
sarebbe che un piccolo numero di persone desideroso d'ingerirsi 
in difesa del potere temporale ; 

il Rouvier, che è certo che la politica italiana sotto la di lei 
mano energica e mossa dal di lei pensiero prenderà una parte 
più viva nelle questioni internazionali, fu lietissimo di appren- 
dere dalle mie amichevoli assicurazioni quali sono i di lei sen- 
timenti, nei quali confida pei migliori rapporti dei due paesi; 

fra le altre coso il Rouvier mi assicurò che rispetto all'I- 
talia tutti i jpiani di battaglia preparati in Francia sono tutti 
sulla base di una guerra difensiva; 

la questione operaia, egli efferma essere questione di con- 
correnza nel salario, non di antipatia nazionale anti-italiana. 

Ma di tutto ciò meglio a voce. Solo le dirò ancora che in 
complesso le mie conversazioni col Rouvier furono opportune; 
e che avranno seguito in ulteriori corrispondenze delle quali egli 
stesso mi dimostrò il desiderio. „ 

Convenuto per l'insistenza di Orispi ohe le preliminari ed offi- 
ciose trattative avessero luogo a Parigi e le ufficiali a Roma, i 
delegati italiani, on. Luzzatti, Ellena e Branca, giunsero nella ca- 
pitale francese il 28 settembre. Però sin dal primo momento il 
Governo francese pretese che base dei negoziati fosse non la nostra 
tariffa generale, come era ovvio, ma il trattato denunciato. Il 6 
di ottobre i delegati italiani, prima di ripartire per Roma, tele- 
grafavano all'on. Crispi ohe i delegati tecnici francesi non erano 
preparati sui punti più importanti del negoziato, ohe le disposi- 
zioni del Governo francese erano meno buone che nei primi adorni. 
Il 2 novembre l'ambasciatore Menabrea scriveva : " Mi sono in- 
trattenuto ieri sera col signor Rouvier a proposito del nostro 
trattato di commercio. Egli non si dissimula le difficoltà che esso 
sarà per incontrare nel Parlamento „. 

Ai primi di dicembre l'ambasciatore de Moiiy chiese all'on. 
€rispi una proroga del trattato che spirava alla fine di quel 



204 LA EOTTDRA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI CON LA FRANCIA 



mese: Fon. Crispi rispose che non avrebbe potuto consentire a 
questa domanda se non vi fosse stata fondata speranza di giun- 
gere ad un accordo, e se i delegati francesi non venissero a Roma.. 
Alla fine del mese i negoziatori Teisserenc de Bort e Marie ar- 
rivaronO; e la scadenza del trattato fu prorogata di due mesi; 
ma le disposizioni ostili della Camera francese erano rese evidenti 
dalla legge votata, su proposta della Commissione delle dogane, 
il 15 dicembre, secondo la quale il Governo era autorizzato ad 
applicare ai prodotti italiani la tariffa generale, con un aumento 
che poteva elevarsi al cento per cento. 

Le conferenze tra i negoziatori italiani e francesi furono su- 
bito interrotte dopo la prima, e il 5 gennaio, annunziando questa 
interruzione che gli era di cattivo augurio, Fon. Crispi telegra- 
fava all'ambasciatore a Parigi: 

« Eimpiango tanto più vivamente questo indugio 
che eravamo e siamo tuttora animati dalle migliori in- 
tenzioni di condurre presto a termine il negoziato in 
uno spirito di conciliazione. Non voglio poi neppure 
supporre che la Francia abbia voluto ottenere una pro- 
roga delPantico trattato, e nient'altro. » 

Riprese dopo qualche giorno, le sedute furono nuovamente 
interrotte sulla domanda dei delegati francesi, i quali lasciarono 
Roma, promettendo di ritornare presto. Il 24 gennaio Famba- 
sciatore Menabrea telegrafava: 

" In una lettera direttami dal signor Flourens su altro argo- 
mento, rilevo questa frase : " Mi sono reso esatto conto dello 
stato degli animi in entrambe le nostre Camere. Se FItalia non 
crede poterci fare nuove concessioni, considero lo scacco dei nostri 
negoziati commerciali come certo „. 

Tutti i tentativi fatti dalFon. Crispi per indurre il Governo 
francese a condurre le trattative con propositi concilianti, fal- 
lirono. Il 6 febbraio il senatore Teisserenc de Bort, commissario 
francese, congedandosi dalFon. Ellena gli disse : ^' Finché sarete^ 
nella Triplice non sarà possibile un accordo commerciale tra 
FItalia e la Francia „. E il ministro Flourens oppose che il mas- 
simo che avrebbe potuto ottenere dallo spirito di protezione che 
regnava nelle Camere francesi, era la rinnovazione del trattato' 



Perchè fallirono i negoziati 



205 



del 1881. Questo Ton. Crispi non poteva concedere^ senza andar 
contro alla volontà del Parlamento, che quel trattato aveva vo- 
luto denunciato. E del resto, il Plourens forse s'ingannava e ci 
avrebbe esposto ad un nuovo rigetto del Parlamento francese. 
L'eminente economista Léon Say, scrivendo ad un amico italiano 
in una lettera privata del 21 gennaio 1888, ammetteva che la 
Camera francese avrebbe appena potuto accettare una proroga : 

" La Chambre frangaise avait pris le parti de denoncer Tan- 
oien traitó avec Fltalie avant votre denonciation à vous. Elle a 
indiqué formellement son opinion dans la discussion et a sursis 
à voter sur la domande du ministre des affaires étrangères. Le 
lendemain votre denonciation ótait oonnue. 

La Chambre frangaise est dono autorisée à considerer qu'elle 
a emis préalablement à tout le reste, Favis qu'elle ne voulait 
plus du dernier traitó, paroequ'elle le trouvait dófavorable. 

C'eùt été se casser la téte contro un mur, que de lui deman- 
dar d'accepter autre chose qu'une prorogation pure et simple „. 

Quel che avvenne dipoi, l'applicazione delle tariffe generali e 
differenziali e perciò la guerra economica, fu posto a carico delFon. 
Crispi. Si affermò ohe il di lui viaggio in Germania avesse deter- 
minato in Francia le correnti ostili che si concretarono nella 
rottura delle relazioni commerciali. Quanto quei giudizii fossero 
arbitrarli, si desume dalla narrazione documentata che precede. 
I negoziati e le domande di concessioni furono posteriori al viaggio, 
e nonostante questo la Francia avrebbe fatto il trattato se avesse 
potuto ottenere i vantaggi ohe pretendeva. 

La politica certamente rese più facile la vittoria dei prote- 
zionisti. Ma quei deputati francesi che si dichiararono contrarli 
ad un accordo commerciale con l'alleata della Germania, erano 
avversi all'Italia non per il viaggio a Friedrichsruh, che non 
mutò e non poteva mutare la situazione, ma per l'alleanza stessa, 
e questa non era opera dell'on. Crispi. 

Fu merito, invece, dell'on. Crispi l'avere reso più intima quella 
alleanza e più utile all'Italia, cosi che, quando la Boranola ci chiuse 
le sue frontiere, noi trovammo nella coscienza di non esser isolati 
i conforti necessarii e la forza per superare la crisi, la quale non 
fu priva di vantaggi se temprò alla lotta il commercio italiano 
e gli fece trovare nuovi mercati. 



206 



LA ROTTURA DELLE RELAZIONI COM^òERCIALI CON LA FRANCIA 



Dal Diario „ di Feancesco Crispi. 

6 ottóbre 1887, — Questione balcanica; in seguito alla 
Nota del segretario di Stato da Berlino, Kàlnoky, cli'era 
favorevole alla istituzione degli Stati balcanici auto- 
nomi, consente a stabilire le basi di un accordo con 
ritalia. 

— Bulgaria: la Russia insiste sulla missione di Ek- 
renroth, cui vorrebbe dare la durata di sei mesi, ed 
esige che sia la Turchia a proporla. È però contraria 
a misure coercitive. 

16 ottobre, — I francesi si agitano e vorrebbero su- 
scitare disordini nel Marocco. Il ministro degli Affari 
esteri di Spagna, Moret, vorrebbe una Conferenza eu- 
ropea pel Marocco. 

— Notizie da Londra : Francia e Inghilterra trattano 
per una Convenzione internazionale circa la libertà del 
canale di Suez. 

22 ottobre, — Il ministro di Spagna viene a parlarmi 
delle idee del suo governo e dei propositi di esso per 
le cose del Marocco. È una conferma di quello che ci fu 
telegrafato dal nostro ministro Maffei. Il ministro spa- 
gnuolo degli Affari esteri, Moret, ha comunicato a Pa- 
rigi una Nota del Sultano, dell'agosto, per una Con- 
ferenza. 

23 ottobre, — L'ambasciatore d'Austria è venuto a 
parlarmi di un colloquio del ministro di Spagna a Vienna 
col conte Kàlnoky sulle cose del Marocco. Kàlnoky 
avrebbe consigliato un accordo tra la Spagna e la Francia. 

28 ottobre, — L'incaricato di affari di Francia, Gé- 
rard, mi felicita pel discorso di Torino e mi ringrazia 
per le mie parole benevole verso la Francia. Parliamo 
del passato. 

31 ottóbre. — Visita del conte Solms, ambasciatore di 
Germania. Convenzione militare : l'Imperatore accolse la 
mia idea; Moltke lavora. 

Gli otto punti dell'accordo per gli affari d'Oriente^. 



Dal '^Diario,, di Crismi 



207 



come redatti — comunicati a me ed a Salisbury da 
Kàlnoky. — Salisbury li accettò in massima, salvo il 
Consiglio dei ministridi giovedì. Io ne detti conoscenza 
alPAmbasciata a Londra per cooperarci presso Salisbury, 
dopo aver conosciuto la parte presa da Bismarck. Solms 
crede che Bismarck presso Salisbury abbia minore in- 
fluenza di me. 

Marocco: La Conferenza accettata da noi a condi- 
zione che tratti e risolva tutte le questioni. Sui tre punti 
comunicati dalla Francia sono favorevole. 

Convenzione pel canale di Suez : non ancora firmata ^ 
scambio d'idee fra le tre Potenze. 

1 noveììibre. — Visita delP ambasciatore d'Austria, 
de Bruck-Pellegrini : dimostrazioni cattoliche — Notizie 
di Costantinopoli e della Bulgaria — Maggiorati napo- 
letani, per la contessa di Trani, sorella dell'Imperatrice 
— Convenzione per Suez. 

2 nove/nibre, — Visita dell'Incaricato di Francia — 
Trattato di commercio — Capitolazioni a Massaua; il 
greco condannato; protezione greca; ordinanza del ge- 
nerale Saletta per la liberazione del greco, suo signi- 
ficato. Mie riserve: non capitolazioni, ma stato di guerra. 
I francesi stanno alla tesi delle capitolazioni; io no. Il 
trattato pel Canale di Suez firmato il 24 ottobre; co- 
municazione alla Turchia. 

3 novembre. — Visita del ministro di Spagna, conte 
Rascon. 

Marocco: proposta di riparto con la Francia ; sospetti 
dell'Inghilterra, che sta per la neutralizzazione. Il mi- 
nistro degli Affari esteri di Francia, Flourens, accetta 
la Conferenza a condizione che tra Spagna e Francia 
se ne fissi prima il programma. 

Pellegrini spagnuoli — Toson d'oro pel principe Ame- 
deo. — Canovas del Castillo : suo discorso nel Club con- 
servatore contro il governo; non occuparsene. 

— Visita del ministro di Grecia. Mi lagno dell'affare 
delle protezioni francesi, e minaccio rigori contro gli 
stranieri. 

6 novembre, — Nuova visita del ministro di Spagna. 



208 LA ROTTURA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI CON LA FRANCIA 



Giunse a Madrid il 4 uq dispaccio del ministro spa- 
gnuolo a Pietroburgo. Il gabinetto russo con molta cor- 
tesia consiglia il governo madrileno di mettersi d'ac- 
cordo con la Francia nelle cose del Marocco. Questa 
dichiarazione ha grave importanza. Conviene attendere 
il risultato delle pratiche con la Francia. È chiaro un 
accordo franco-russo nella questione marocchina, che 
potrebbe mandare a monte la progettata Conferenza. 

10 novembre, — Visita del conte Solms. Mi parla della 
malattia del principe di Bisuiarck, del viaggio dello 
Czar ; dell'irritazione dell'Imperatore. Condotta dei russi 
contro i tedeschi. Eccitazione di animi. 

— Ministro di Spagna. Mi i^orta notizie della visita 
dei giornalisti italiani. Desiderio di una dimostrazione 
— Gran Croce d'Isabella all'on. Bonghi ; in corrispettivo 
quella della Corona d'Italia al signor Caspar Mugnoz 
de Arce. Convenzione pel Canale di Suez; la Spagna 
attende la nostra risoluzione. 

— Visita dell'ambasciatore d'Inghilterra. Dolorose 
notizie del Principe imperiale — Convenzione di Suez; 
mutamenti; contemporanea presentazione della Francia 
e dell'Inghilterra. Per incarico della Regina il duca 
di Norfolk verrà a Eoma, per ringraziare il Papa di 
aver mandato Euifo-Scilla pel suo giubileo, e per con- 
gratularsi pel giubileo di Sua Santità. Verranno altri 
lords e deputati cattolici verso il 10 gennaio prossimo. 

11 novembre, — Il conte Solms viene a informarmi 
della missione di Radovitz presso il Sultano allo scopo 
di dissuaderlo della pessima opinione che aveva di me. 
Gli avevano fatto credere che io volessi la costituzione 
di uno Stato albano-macedone. La missione del Radovitz 
è riuscita. 

Francesi contro italiani in Tunisia. Il Cardinale La- 
vigerie, con l'ausilio del suo Governo, è divenuto pre- 
potente ed ha attirato a sè anche i maltesi. 

Egitto: tribunali della Riforma. 

Mi annunzia che il Consiglio di guerra in Francia ha 
respinto il progetto di costituzione delle truppe alpine. 

Marocco: minacce della Francia al Sultano, che 
avrebbe rifiutato una indennità richiesta per la morte 
del Capitano Smith — Mi parla della necessità della 



Giudizi di Qrévy 



209 



neutralizzazione del Marocco : questo argomento dovrebbe 
essere l'oggetto della Conferenza di Madrid. 

13 novembre, — Visita alPambasciatore d'Austria e 
alla baronessa sua consorte. La Baronessa è assente. 

De Bruck mi dà lettura di una Nota dell'ambascia- 
tore austriaco a Parigi, nella quale riferisce una con- 
versazione avuta col presidente della Repubblica, Grévy. 
Questi parlò delle cose di Bulgaria e dell'inchiesta par- 
lamentare in Francia. Grévy avrebbe espresso l'opinione 
che l'elezione del Ooburgo era legale e che la missione 
Ehrenroth non sarebbe riuscita più efficace di quella del 
Kaulbars ; che in Bulgaria non vi sarebbe altro di meglio 
a fare che lasciar le cose come sono. Parlando dell'in- 
chiesta disse che ne era addolorato. Egli però non si 
sarebbe dimesso; e tale sua risoluzione era presa per 
sentimento di patriottismo. La sua presenza al governo 
importava il mantenimento della pace e della tranquil- 
lità. La Francia andrebbe coinvolta in gravi disordini 
ov'egli non rimanesse al suo posto. 

14 novembre, — Viene il conte Solms. 

Finanze turche; mia proposta. Crede che ci distrar- 
rebbe l'animo del Sultano. Rispondo che io non aveva 
fatto una proposta formale. L'idea, intanto, di un rior- 
dinamento delle finanze turche era venuta da Costanti- 
nopoli, in seguito a colloqui degli ambasciatori dei tre 
governi alleati. 

Il Solms mi chiede se avessi avuto notizie delle pra- 
tiche della Francia presso il Vaticano. La Francia avrebbe 
promesso al Papa qualunque appoggio. 

— L'Incaricato d'aifari di Francia, signor Gerard, 
viene verso le 4 pom. al Palazzo Braschi. 

Mi dice di essere stato incaricato dal suo Governo 
di comunicarmi il progetto di Convenzione pel Canale 
di Suez concordato con l'Inghilterra, insieme ad una 
lettera circolare del signor Flourens e ad un'altra let- 
tera del Salisbury. A proposito del trattato di commer- 
cio, esprime la fiducia che lui ed il suo governo hanno 
in me per un buon risultato. 

Espulsione del greco Mcopoulo; se ne dichiara do- 
lente. 

Rispondo che il Nicopoulo doveva essere soddisfatto 



Crispi, Politica estera. 



14 



210 - LA ROTTURA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI CON LA FRANCIA 



di essere stato liberato dal carcere. Gli stranieri in ge- 
nere — ciò avviene anche in Francia — vengono espulsi 
dopo avere espiato la pena. 

17 novembre. — All'Incaricato di affari di Francia ho 
detto che l'Inghilterra mi aveva comunicata la Conven- 
zione pel Canale di Suez. Aspettavo qualche altro do- 
cumento prima di dare una risposta definitiva, ma in 
massima sono favorevole e mi adopererò presso i go- 
verni amici perchè accettino anch'essi. 

— Il conte Solms mi legge una lettera del signor 
de Holstein, scritta a nome del principe di Bismarck, 
nella quale è detto che il Principe mi ringrazia delle 
comunicazioni a lui fatte e del contegno tenuto ìd tutti 
gli affari trattati fra i due governi. Prego il Solms di 
ricambiare i ringraziamenti al Principe, che mi troverà 
sempre benevolo e desideroso di essere semiire d'accordo 
con lui. 

Una Nota da Berlino dell'll novembre dà notizie 
della questione marocchina. È contrario il Bismarck ad 
una Conferenza euroj^ea pel solo argomento della pro- 
tezione degl'indigeni. Parrebbe necessaria la neutraliz- 
zione del Marocco. Féraud, ministro francese, è ritornato 
a Tangeri per agire nell'interesse francese. Moret resiste 
alle esigenze della Francia. Fu presentato un progetto 
di divisione del Marocco, ma la Eegina Reggente è di 
opinione contraria, anzi manifestò le sue meraviglie. 

18 novembre. — L'Incaricato d'affari di Francia si 
presenta per dirmi che ieri aveva telegrafato al suo 
governo la mia risposta favorevole per la Convenzione 
del Canale di Suez, e la mia promessa di adoperarmi 
presso i governi amici. Il signor Flourens mi ringrazia 
per esser stato il primo e per la promessa fatta. Avver- 
tenza mia contro gl'intrighi dei monarchici. Consiglio 
a sorvegliarli per evitare sorprese. L'Italia è interessata 
al mantenimento della Repubblica, la quale è elemento 
di pace. Che il Grévy resti al suo posto. 

— Il conte Rascon è venuto a dirmi che l'ambascia- 
tore di Francia gli dette comunicazione della Conven- 
zione per Suez — Chiede se l'Italia accetta, e se con- 
siglia la Spagna di accettarla. Rispondo che l'Italia in 
genere è favorevole. Però non avendo ricevuto tutti i 



Lo Czar a Berlino 



211 



documenti non ho dato la mia risposta definitiva. Prego 
di aspettare sino a martedì. 

19 novembre. — L'ambasciatore d'Inghilterra mi porta 
a leggere la lettera del 4 novembre con la quale Salis- 
bury lo incaricava di comunicarmi la Convenzione per 
Suez e i documenti che vi si riferiscono. 

20 novembre, — Il conte Solms mi comunica il se- 
guente telegramma del principe di Bismarck: 

« Sua Maestà V Imperatore Alessandro , trovandosi 
alla corte di Berlino, ha manifestato nella maniera più. 
positiva a S. M. l'Imperatore e in una lunghissima udienza 
accordata a me, i suoi sentimenti pacifici e la sua ri- 
soluzione di non impegnarsi in alcuna coalizione aggres- 
siva e di non attaccare mai la Germania. Vedremo se 
i sentimenti di S. M. avranno un'influenza calmante sul- 
l'attitudine della stampa russa, su quella degli impiegati 
e degli ambasciatori, e sopratutto dell'ambasciatore a 
Parigi. 

Non abbiamo mai creduto che l'Imperatore personal- 
mente avesse ora e per un certo tempo l'intenzione di 
assalirci. 

Ohe un attacco della Russia contro l'Austria ci ob- 
bligherebbe, conformemente ai trattati, a prestare soc- 
corso a questa ultima, è noto all'Imperatore Alessandro 
in seguito alle nostre comunicazioni ufficiali, e gli è 
stato ricordato nuovamente ieri nella nostra conver- 
sazione. 

D'altro canto l'Imperatore è informato che l'avvenire 
della Bulgaria non sarebbe giammai per noi una ra- 
gione per uscire dalla neutralità, e che la nostra atti- 
tudine diplomatica relativamente alla questione bulgara 
sarà regolata come in passato dalle stipulazioni del trat- 
tato di Berlino. 

I due monarchi non hanno preso impegni. L'avvenire 
dimostrerà se saremo liberati daJla preoccupazione che 
l'agitazione in Russia e in Francia aumenti ogni giorno 
per la passività del governo russo dinanzi alle provo- 
cazioni dei suoi organi e dei suoi impiegati, e se alla 
fine cotesta agitazione minaccerà la pace in un avve- 
nire più o meno prossimo, ovvero se dopo il suo ritorno 
in Russia l'imperatore Alessandro vi porterà rimedio. » 



212 LA ROTTURA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI CON LA FRANCIA 



21 novembre. — Visita del barone de Bruck. 

Mi parla delle dichiarazioni pacifiche dello Czar a 
Bismarck. Esse collimano con quelle comunicatemi ieri 
da Solms. 

Fa cenno al diritto dei Borboni alla restituzione dei 
beni di diritto privato, e vorrebbe una dichiarazione di 
j)rincipio come quella fatta da Lamarmora alla Spagna 
quando questa riconobbe il regno d'Italia. Rispondo che 
bisogna esaminare il caso speciale se esistano ancora 
beni privati dei Borboni nel regno. Prometto di studiare 
la questione, appena me ne saranno dati gli elementi. 

— Visita dell'ambasciatore di Francia, conte di Moiìy, 
di ritorno dalle vacanze. 

Si parla della crisi francese; egli non ha una sicura 
opinione sul risultato della medesima. Mi narra che 
vide a Parigi l'on. Villa, Presidente del Comitato Ita- 
liano per la Esposizione universale del 1889, e che si 
adoperò per contentarlo; agli italiani fu concessa una 
speciale località che desideravano. 

Il de Moiiy mi ringrazia della mia adesione alla Con- 
venzione pel canale di Suez. Eispondo che in massima 
accetto la Convenzione, ma che non potrò dare una ri- 
sposta ufficiale finché non avrò ricevuto e letto tutti i 
documenti che si riferiscono a codesto grave argomento. 
Negli articoli V e Vili della Convenzione trovo quello 
che l'Italia aveva domandato. 

Il viaggio di Friedrichsruh è anch'esso tema della 
nostra conversazione. L'impressione in Francia non po- 
teva essere gradita, ma fortunatamente si va dissipando. 
Alla mia osservazione che a Friedrichsruh nulla fu 
stabilito contro la Francia e che i discorsi furono tutti 
di pace, egli oppose che io non avrei avuto bisogno di 
fare un così lungo viaggio per così poco. Ricordai i pro- 
positi di Gambetta al 1877 e la necessità d'intendersi 
fra i due paesi. Secondo lui può combinarsi un modus 
mvendi tra la Francia e la Germania; ma finché esiste 
la questione dell'Alsazia e della Lorena non é possibile 
un accordo. La Francia vuole la pace — egli soggiunse 
— e ne ha bisogno; essa, quantunque abbia un esercito 
formidabile, non si lascia tentare a far la guerra. Crede 
quindi strano che le altre Potenze costituiscano delle 
alleanze per conservare una pace che la Francia non 
vorrà mai turbare. 



Rilievi di de Moiiy 



213 



Il signor de Moiiy mi parla del trattato di commercio. 
Ho osservato che il governo francese non ha mandato 
che due sole note e con quella in risposta alle nostre 
domande ha chiesto cose impossibili ; ed ho soggiunto 
che cotesta è una prova dì non voler stipulare trattato 
alcuno. Egli si difese attaccandoci. Per lui il trattato è 
più utile a noi che alla Francia. A questa gioverebbe 
il regime comune delle tarilfe. Gli ricordai che dopo il 
1878 siamo rimasti sette od otto mesi sotto il regime 
delle tariffe. Egli riprese ricordandomi che noi diamo 
alla Francia meno di quello che prendiamo, e che le 
esportazioni e le importazioni si bilanciano con moneta 
a favor nostro. Concluse per una proroga del trattato 
attuale. 

22 novenibre. — Il conte Solms mi parla degli intrighi 
presso il Sultano. La Eussia vi lavora più di tutti e 
incute paura a quel principe. Pericoli corsi dal gran 
visir Kiamil-pascià di essere supplantato da un parti- 
giano della Eussia. 

Marocco : quell'Imperatore invitò i notabili a delibe- 
rare circa le concessioni che potrebbero esser fatte alle 
Potenze straniere. Cotesto sarebbe un preliminare della 
Conferenza. 

25 noverìibre. — Visita del conte Eascon. 

Convenzione pel canale di Suez. 

Elevazione della Legazione ad Ambasciata. La Spa- 
gna, avendo una Ambasciata presso il Vaticano, la vor- 
rebbe anche presso il Quirinale; naturalmente P Italia 
dovrebbe far lo stesso. 11 governo spagnuolo avrebbe 
fatto l'identica proi)osta a Berlino e a Vienna. Eispondo 
che consento in massima e che ne parlerò coi miei col- 
leghi e prenderò gli ordini di S. M. 

27 noverìibre. — Il conte Solms viene ad annunziarmi 
che l'Inghilterra accetta che la Conferenza pel Marocco 
avvenga sull'argomento della protezione. I rappresentanti 
delle Potenze a Tangeri dovrebbero riunirsi per inten- 
dersi sulle altre questioni. La Francia accetta che la 
Conferenza si occupi di tutte le questioni che possano 
interessare il Marocco. Il Moret vorrebbe spedire subito 
le lettere d'invito. 



2.4 



LA ROTTURA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI CON LA FRANCIA 



Da Berlino si scrive che dopo i colloqui di Friedricbs- 
ruh, nella Tripolitania si sarebbero prese delle precau- 
zioni. Adombra il Sultano anche il riordinamento delle 
scuole italiane in Tripoli. Pure a Tunisi s'intriga contro 
di noi. 

Il Solms chiede se io abbia notizia dei documenti 
che diconsi falsificati e dei quali parla la Kolnisclie Zeitung. 
Egli dà importanza a quel giornale per le sue relazioni 
col Gran Cancelliere. Eispondo non avere altre notizie 
che quelle dei giornali; anche S. M. me ne aveva do- 
mandato. Quei documenti, rimasti in potere dello Czar, 
non furono veduti da alcuno. Il principe di Eeuss, del 
quale si era detto che avesse scritto una delle lettere, 
si rivolse al principe Ferdinando per avere una spiega- 
zione. Il suo cugino gli rispose non aver ricevuto mai 
alcuna lettera da lui, e di ignorare l'esistenza di quella 
che gli si attribuiva. 

L'ambasciatore mi parla dell'alta posizione raggiunta 
a Costantinopoli dal barone Blanc, secondo le informa- 
zioni della Cancelleria germanica. 

Circa i documenti ai quali accennava il conte Solms, Ton. 
Crispi ricevette in dicembre le informazioni seguenti: 

«Vienna i8 dicembre 1887. 

I documenti falsificati di cui parlò la Gazzetta di Colonia, e 
che furono mandati a Oopenaga a S. M. l'imperatore di Russia 
poco prima della sua partenza dalla Danimarca, sono in numero 
di quattro. 

1. Una lettera del principe Ferdinando di Ooburgo a S. A. R. 
la Contessa di Fiandra in data del 27 agosto 1887; 

2. Una nota che il principe di Reuss, ambasciatore germa- 
nico in Vienna, avrebbe rimesso al principe Ferdinando di Co- 
burgo e ohe è annessa alla lettera precedente. 

3. Una seconda lettera del principe Ferdinando alla Con- 
tessa di Fiandra in data del 16 settembre 1887. 

4. Una nota riassuntiva che da Brusselle sarebbe stata man- 
data al principe Ferdinando e che porta la data del 28 ot- 
tobre 1887. 

Questi documenti furono fatti pervenire (cfedesi per mezzo di 



Documenti apocrifi 



215 



un certo signor Hansen) da Parigi a Copenaga, dove furono 
messi sotto gli occhi dell'imperatore Alessandro; una copia di 
essi fu inviata contemporaneamente a Pietroburgo al signor de 
Giers. Questi; scrivendone all'imperatore Alessandro, espresse l'av- 
viso che i documenti non fossero autentici. Ma la loro falsità 
non diventò evidente agli occhi dello Czar se non dopo il collo- 
quio che S. M. I> ebbe a Berlino col principe di Bismarok e 
dopoché lo stesso principe di Reuss li smenti con una lettera 
ohe fu messa sotto gli occhi della predetta S. M. I.^^ mentre 
d'altra parte S. A. R. la contessa di Fiandra faceva dichiarare 
che non aveva mai ricevuto le lettere attribuite al principe Fer- 
dinando. I quattro documenti furono compilati nell'unico intento 
di dimostrare all'imperatore Alessandro come il principe di Bis- 
marok, mentre pubblicamente e ufficialmente si disinteressava 
degli affari di Bulgaria e anzi favoriva la politica russa in questa 
questione, sotto mano invece appoggiava la candidatura e poi la 
consolidazione del principe Ferdinando sul trono di Bulgaria. 

Chi sia l'autore del falso non è ancora noto. 

Si sospetta però che sia di origine russa e che dimori o al- 
meno dimorasse in Francia. La falsità dei documenti risulta ab- 
bastanza chiara da tutto il loro contenuto e anche dalla loro 
forma. I documenti sono dichiarati traduzioni (in francese) dal 
tedesco. Ma sembra evidente che furono redatti in francese. Essi 
tradiscono nell'autore una persona accostumata a leggere docu- 
menti diplomatici e una penna solita a scriverne. Ma in pari 
tempo vi si incontrano apprezzamenti molto inesatti su uomini 
e cose e anche errori di fatto. Cosi per esempio nella prima let- 
tera il principe Ferdinando farebbe allusione al suo incontro 
€olla contessa di Fiandra a Ischi, nel quale luogo quella princi- 
pessa non pose mai il piede. 

Nell'ultimo degli accennati documenti è detto, fra altre cose, 
che nel colloquio tra Vostra Eccellenza ed il principe di Bis- 
niarck fu discussa e regolata la quistione bulgara in un senso 
favorevole al mantenimento del principe Ferdinando sul trono 
di Sofia. 

Pare che il principe di Bismarck desideri che oramai que- 
st'affare non abbia seguito ulteriore. Tuttavia si crede che con- 
tinueranno le ricerche per lo scoprimento dell'autore. „ 



216 LA ROTTUKA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI CON LA FRANCIA 



28 novembre. — Il conte de Moiiy mi rimette una 
Nota del 25 corrente che contiene le proposte della 
Francia circa le seterie, in previsione della stipulazione 
del nuovo trattato. Egli desidera un accordo, affinchè 
tra i due paesi non si innalzi la muraglia chinese delle 
tariffe. Anch'io desidero un accordo; bisogna che si tro- 
vino i termini di una transazione. 

Notizie di Francia : il de Moiiy crede probabile l'ele- 
zione di Freycinet a presidente della Eepubblica. Ne 
sarebbe contento perchè da lui ebbe il posto di amba- 
sciatore. Eispondo che anch'io riterrei quella elezione 
come un gran bene per la Francia, della quale lodo la 
calma. Se i radicali non commetteranno degli eccessi e 
avranno patriottismo, le sorti della Francia saranno 
assicurate. Il de Moiiy è dolente degli indugi, e spera 
in una buona soluzione. 

29 novenibre, — I due governi di Berlino e di Vienna 
stabilirono di accordo di comunicarmi il trattato segreto 
del 1879 tra l'Austria e la Germania. Essi sono d'avviso 
che nulla debba esser nascosto all'Italia. Con lettera di 
Bismarck del 20 volgente e con altra di Kàlnoky del 24, 
i due ambasciatori sono stati incaricati di recarsi da 
me, per darmi copia del trattato. Il primo a giungere 
fu de Bruck ; dopo venne de Solms. I due ambasciatori 
fecero rilevare l'importanza dell'atto, come dimostrazione 
di grande fiducia in me dei due gabinetti. Eingraziando^ 
dissi di meritarla. 

1 dicembre. — Armamenti nella Tripolitania. Ho dato 
a Solms due mie Note di reclami contro gl'intrighi 
francesi in quella regione. 

L'ambasciatore di Eussia, barone di UxkuU, mi af- 
ferma che lo Czar fu contentissimo della sua gita a Ber- 
lino ; ma non muta parere sulla questione bulgara, quan- 
tunque oggi essa sia posta a tacere. Mi chiede se il 
conte Greppi, già ambasciatore a Pietroburgo, sarebbe 
tornato al suo posto. Eispondo che non vi sarebbe tor- 
nato, ma che il suo successore era un personaggio che 
gode le simpatie dello Czar. 

— Il ministro di Spagna mi riparla della progettata 
Conferenza pel Marocco. Gli Agenti locali si metteranno 
d'accordo. Si aspetta una risposta della Francia ad una 



La lingua italiana nella corrispondenza diplomatica 



217 



Nota spagnuola. La Eussia non ha interesse diretto, ma 
è pronta a partecipare alla Conferenza se le altre Po- 
tenze vi j)arteciperanno. 

— Visita del conte de Moiiy. Mi parla di varie cose 
e anclie di una « Société d^histoire diplomatique », della 
quale fanno parte varii diplomatici. Chiede la mia ade- 
sione. Avevano pregato la Eegina che consentisse ad 
essere inscritta fra i soci, ma poi per un articolo poco 
conveniente contro l'Italia, dovettero rinunziarvi. 

Fa pure qualche osservazione sulla circolare con la 
quale ho ordinato che da ora innanzi si corrisponda in 
lingua italiana con quelle Potenze che scriveranno nella 
loro lingua. Crede che questa innovazione sia fatta per 
la Francia; di che lo dissuado. 

12 dicenihre, — Visita dell'ambasciatore Solms. 

Atkinoff, capo dei Cosacchi, a Parigi ; non volle an- 
dare all'Ambasciata russa. Armamenti russi; pericoli. 

Il Ee: Bismarck crede che il Ee si occupi poco del- 
l'esercito. Disinganno il Solms. Il Ee oggi prende parte 
principale agli interessi dell'esercito ed ai nostri rap- 
porti internazionali. 

— Viene Bavier, ministro della Svizzera. Si discorre 
del trattato di commercio. Gli dico che non posso ac- 
cettare una proroga pura e semplice del trattato che 
sta per scadere ; mi indichi gli articoli sui quali bisogna 
discutere, e son pronto a negoziare. Ho domandato al 
Parlamento le facoltà per concludere e mettere in ese- 
cuzione anche il trattato italo-svizzero. Bavier risponde 
che chiederà al Consiglio Federale che indichi codesti 
articoli. Mi dice che l'opinione pubblica in Svizzera è 
commossa per le nostre tariffe. Eagione di più — ri- 
spondo — per fare il trattato. Se lo volete provvisorio^ 
teniamoci a poche voci; se lo volete definitivo, discu- 
tiamo e trattiamo su tutte le voci che il Consiglio Fe- 
derale crederà doverci indicare. Si conclude che il Ba- 
vier telegraferà a Berna i)er l'invio dei delegati tecnici. 

— Il conte Eascon viene a domandarmi se può annun- 
ziare come conclusa la Convenzione per la cessione alla 
Spagna di un terreno in Assab per deposito di carboni, 
dovendo il ministro Moret parlarne in Parlamento. Ei- 
spondo che può telegrafare a Madrid che ritengano la 
Convenzione come firmata. 



218 LA ROTTURA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI CON LA FRANCIA 



— Con l'ambasciatore d'Austria-Ungheria parliamo 
degli armamenti russi. Notizie non allarmanti. L'Austria 
Ila 150 a 200 mila uomini in Gallizia, le ferrovie sono 
in condizione di poter trasportare subito altre truppe 
nei luoghi minacciati. 

Mi lascia una Memoria circa i beni dei Borboni. 

— Anche col ministro di Eumania parliamo degli 
armamenti russi. I^otizie di pace, ma non conviene fi- 
darsene troppo. 

16 dicembre. — Photiadès-pascià, ambasciatore di Tur- 
chia, mi dà lettura di una Nota di Said, nella quale si 
parla della rettificazione della frontiera tripolina. Il 
Ministro turco assicura che nulla fu innovato e che è 
inesatto quanto fu scritto nel « Bulletin de la Société 
de Géographie ». 

M'informa pure del pranzo dato dal Sultano all'am- 
basciatore d'Italia, barone Blanc e alla di lui signora, 
e degli onori resi loro. 

18 diceììibre. — 11 conte Rascon viene ad informarmi 
avere il suo ministro, Moret, scritto al rappresentante 
della Spagna a Tangeri di fare un rapporto che serva 
di base per la Conferenza marocchina. Rascon chiede 
che sia dato lo stesso incarico al Console italiano; il 
rapporto dovrebbe trattare della questione delle prote- 
zioni e di quanto ad essa si rannoda. 

Tra giorni verranno i poteri per la proroga del trat- 
tato di commercio. 

— De Moiiy viene a parlarmi ancora del trattato, 
chiedendomi una proroga di quello vigente. Mi rifiuto. 
La proroga oggi, dopo il voto del Parlamento francese 
(che autorizza l'applicazione alle merci italiane della ta- 
riffa generale aggravata di tariffe differenziali del 100 
j)er 100) sarebbe per l'Italia una viltà. 

Yoi — dissi — ci mettete un dilemma nel quale, 
per un governo che sente la sua dignità, non vi può 
esser scelta. Ci minacciate la guerra nel caso che non 
accettiamo la proroga pura e semplice del trattato at- 
tuale. Del resto, io non ho la facoltà di prorogare pu- 
ramente e semplicemente il trattato. La legge mi auto- 
rizza soltanto a stipulare un trattato provvisorio. 

Il de Moiiy mi chiede una proroga che ci dia il tempo 



Dimostrazioni clericali in Austria 



219 



per intenderci. Il governo francese, col protezionismo 
che spira, stentò ad aver la legge com'è; difficilmente 
potrebbe aver altro. Rispondo che non è colpa mia. 
Dissi già parecchi mesi or sono che avrei accordata una 
proroga durante le negoziazioni, ma senza speranza di 
un nuovo trattato è impossibile. Il governo francese 
mandi uno o più delegati a trattare; provatemi che vo- 
lete negoziare per raggiungere lo scopo, ed allora ac- 
corderò la proroga. Il de Moliy osserva che il tempo 
stringe e che difficilmente potremo in questo mese com- 
binare qualche cosa. Eeplico che vi è ancora tempo per 
una dimostrazione di buon volere. Son pronto anche a 
prorogare il trattato con un decreto reale, ma ho biso- 
gno che i vostri delegati siano qui e mi offrano con la 
loro presenza un motivo legittimo per giustificarmi di- 
nanzi al Parlamento. 

Il de Moiiy promette di scriver subito a Parigi af- 
finchè mandino i delegati. Eaccomando che si tenga il 
segreto su quanto gli ho detto. Se i giornali parleranno, 
rompo i miei impegni e non accorderò la i)roroga. Così 
si resta intesi. 

Mentre era per andarsene mi chiede se della nostra 
conversazione avrebbe dovuto parlarne col Ee: rispondo 
negativamente. 

21 dicefìibre. — Il conte Solms mi ha dato a leggere una 
I^ota del 15 corrente del conte di Bismarck. Il Conte 
aveva fatto rimostranze a Vienna contro le dimostrazioni 
clericali. Il Kàlnoky faceva promessa che avrebbe invi- 
gilato affinchè in altre occasioni i funzionarli pubblici 
non vi prendano parte. Nella lettera è detto che nella 
riunione di Linz il governatore, barone Weber, vi si 
trovò per caso. Egli sarebbe un liberale. 

Un'altra Nota si occupa dell'affare di Tripoli. Eado- 
vitz ne avrebbe parlato col Gran Visir, il quale avrebbe 
smentito che siasi pattuita alcuna convenzione con la 
Francia per la rettificazione della frontiera tunisina. 
Il Gran Visir avrebbe inoltre ordinato al governatore di 
Tripoli di non aver contatto coi francesi. 

Il Solms mi chiede in qual modo siasi fatta alla Spa- 
gna la cessione di un terreno in Assab. Eispondo es- 
sersi seguite le stesse forme del contratto per Fer- 
nando Po. 



220 LA ROTTUEA DELLE RELAZIONI COMMERCIALI CON LA FRANCIA 



Mi legge una Nota nella quale si dice che in Francia 
si dà grande importanza alla marina italiana. 

A Costantinopoli la Eussia ha ripreso le domande 
pel pagamento della indennità di guerra. La Porta avendo 
obbiettato di non poter pagare per le condizioni cattive 
delle sue finanze, la Eussia ha risposto che il Sultano 
aveva speso molti milioni per la compera dei nuovi 
fucili, e che avrebbe fatto meglio a i)agare i suoi debiti. 

24: dicembre, — De Moliy viene ad informarmi del 
prossimo arrivo del negoziatore francese pel nuovo trat- 
tato di commercio, e dell'invio dei pieni poteri per la 
proroga del trattato vigente. 

Mi parla di un fatto avvenuto a Firenze a danno di 
quel Console francese. Il pretore si sarebbe recato al 
Consolato, avrebbe forzato le porte, violato gli archivi 
e messo i suggelli ad alcune carte degli archivi. 

Eispondo che ignoravo il fatto, e che ne avrei presa 
conto. 

27 dicembre, — Il conte Eascon viene a darmi rav- 
viso ufficiale del gradimento del governo spagnuolo per 
la nomina del conte Tornielli a Madrid. 

29 dicembre, — Photiadès: Yernone, confine tripolino. 

1 francesi avendo proposto di delimitare il confine, 
hanno agito profittando del silenzio della Porta. Il Gran 
Visir, Said, diede al Vernone la dichiarazione di non 
aver ricevuto alcuna proposta. La Sublime Porta non fu 
mai consultata. 

— Il Ministro di Olanda viene a dirmi che il suo Ee 
manda al Papa un ciambellano pel giubileo, e che è 
incaricato di dirmi che a cotesta missione il governa 
olandese non dà alcun significato politico, essendo un 
atto di mera cortesia. 

Sul reclamo per Finoidente di Firenze, al quale si accenna 
qui innanzi, Ton. Crispi ordinò immediatamente due inchieste, 
una giudiziaria, e Tal tra amministrativa j quindi, prima di pren- 
dere una decisione, interpellò due volte il Consiglio del Conten- 
zioso diplomatico. 

Con un primo parere sull'operato del Pretore, il quale aveva^ 



L'incidente consolare di Firenze 



221 



usando la forza, portato ad esecuzione nella residenza del Console 
di Francia, una sentenza del Tribunale, il Consiglio ritenne che 
esso "fu corretto dal punto di vista strettamente giuridico, ma 
troppo rigido, perchè, nell'applicazione della legge, non tenne 
conto di quei riguardi che la legge stessa gli consentiva, e che 
sarebbero stati tanto più desiderabili verso una nazione amica,,. 

Questo parere era fondato su l'ipotesi che alla successione del 
suddito tunisino in questione fossero applicabili le norme della 
Convenzione consolare in vigore tra l'Italia e la Francia; Fon. 
Crispi dubitò che quella Convenzione, trattandosi della eredità 
di un suddito non francese, fosse applicabile al caso, e provocò 
un nuovo parere del Consiglio sulla posizione giuridica dei tu- 
nisini in Italia, sulla validità del trattato italo-tunisino del 1868, 
e, nel caso speciale, sulla ingerenza avutavi dal Console di 
Francia. 

Il responso del Consiglio non poteva esser dubbio : nonostante 
Toccupazione francese della Tunisia, la condizione giuridica dei 
tunisini in Italia non era cambiata, e il trattato del 1868 era 
in pieno vigore; l'azione spiegata dal Console di Francia a Fi- 
renze era quindi illegittima e illegale. 

Sicuro di essere assistito dalla ragione. Fon. Crispi resistette 
alle domande di soddisfazione del Governo francese sinché questo 
non volle riconoscere il torto del suo Console; e difese con fer- 
mezza in tale circostanza i superstiti diritti dell'Italia in Tunisia. 

La discussione diplomatica alla quale questo incidente dette 
luogo, fu naturalmente giudicata in Francia con le consuete pre- 
venzioni contro l'on. Crispi. 



Capitolo Ottavo. 



Dal ''Diario,, di Grispi: Ricevimenti diplomatici 
dal gennaio a tutto giugno 1888. 

Germania e Russia in un colloquio del principe di Bismarck. - La pubblicazione 
del trattato austro-germanico del 1879. - Italia e Russia in un colloquio tra Grispi 
e l'ambasciatore Uxkull. - Flourens vuole evitare l'alleanza franco-russa. - In- 
formazioni sulla situazione interna della Francia. - Preparativi militari in Fran- 
cia. - Il principe imperiale di Germania in Liguria. - Morte di Guglielmo I. - 
Le squadre italiana e austriaca a Barcellona. - Cordialità tra Grispi e Bismarck. 
- Un aspro colloquio tra il conte Bismarck e l'ambasciatore Herbette. - Morte 
di Federico ìli. - Re Umberto esprime il desiderio di recarsi a Berlino. 



3 gennaio 1888. — Il conte Eascon mi dà copia delle 
lettere credenziali clie lo accreditano quale ambasciatore 
di Spagna presso il Ee d'Italia. 

9 gennaio. — Il conte Solms mi legge una ISlot^ nella 
quale è detto che le solite influenze vogliono dare a 
credere al Sultano che l'Austria e l'Italia siano unite 
per togliergli la Macedonia e la Tripolitania. Mi parla 
altresì, sulla base di una lettera del console tedesco a 
Tripoli, delle minacele alla frontiera tunisina. 

Il Sultano, nello scopo di rendersi amici i Principi 
degli Stati balcanici, ha mandato al Ee dei greci il gran 
cordone. 

A Pietroburgo sono lietissimi del nuovo ambasciatore 
italiano Marocchetti. 

Dalla Bulgaria buone notizie. Il Sultano sarebbe in 
buoni rapporti col governo bulgaro. 



224 DAL "diario,, di crispi: ricevimenti diplomatici, genn.-giugno 1888 



18 gennaio, — Solms ha ricevuto una Nota nella quale 
parla della missione Portai. ^) Nulla di nuovo ; le cose 

ivi dette ci sono note per i rapporti recentemente rice- 
vuti. Il Negus non vuole che gli italiani restino negli 
attuali possedimenti ; nè a Massaua, nè a Sahati. I mis- 
sionari francesi si prestano come spie in favore degli 
abissini. 

In Costantinopoli si lavora dall'ambasciatore italiano 
barone Blanc a x)atrocinare gPinteressi cattolici. Una 
Memoria ha dovuto essere spedita da lui al Ministero 
degli Affari esteri su cotesto argomento. La Francia re- 
siste, e l'Austria anch'essa aspira al primato. L'unico 
rimedio sarebbe che il Papa inviasse un nunzio aposto- 
lico a Costantinopoli. 

La questione del Marocco è risollevata. A Tangeri vi 
è eccitazione contro i francesi. 

Il barone Calice, ambasciatore austriaco, ebbe una 
lunga conferenza con Said sulla banda di Lobanoff nella 
Bulgaria. Fu scoperto che il console russo a Burgas 
aveva quarantamila lire turche, e di queste spese una 
minima parte per sussidi alle chiese bulgare, e il rima- 
nente per la tentata e non riuscita insurrezione. 

19 gennaio. — Conte Solms: Churchill in Russia; 
l'Inghilterra non vuole la guerra contro la Russia. 

In seguito ad una comunicazione ufficiale del go- 
verno spagnuolo, la Francia è ritornata di un tratto alla 
sua antica domanda che la conferenza di Madrid si li- 
miti alla discussione della questione delle protezioni. 
Inoltre la Francia desidera un accordo preventivo con 
la Spagna sulla questione Schaar-al-Abel, che non cono- 
sciamo. Sembra quindi che la Francia voglia impedire 
la discussione sulla neutralità. E poiché questa ultima 
questione interessa meno la Germania che l'Inghilterra 
e l'Italia, il conte Solms mi chiede di conoscere il mio 
avviso circa l'esclusione del tema della neutralità dal 
programma della Conferenza. 

27 gennaio. — Il sig. Stourdza, ministro dell'istruzione 

i) Si accenna alla missione inviata nel novembre del 1887 dal Governo in- 
glese al Negus Giovanni e afìfìdata al signor Gerald Portai, segretario dell'Agente 
diplomatico della Gran Brettagna al Cairo, sir Evelyn Baring. (N. d. C.) 



Il principe di Bismarck e la Russia 



225 



pubblica in Rumania, trovandosi a Berlino ha espresso 
il desiderio di abboccarsi col Gran Cancelliere, che l'ha 
invitato a Friedrichsruh il 22 corrente. 

Il Principe gli ha fatto le seguenti dichiarazioni po- 
litiche : 

«Io desidero il mantenimento della pace. Debbo ciò 
all'Imperatore, troppo anziano per lanciarsi in una grande 
impresa; lo debbo al Principe Imperiale, colpito da un 
male misterioso e più malato che non si creda general- 
mente ; lo debbo al mio paese, che non avrebbe niente 
a guadagnare da una campagna vittoriosa contro la 
Eussia. 

In verità la Germania, le cui frontiere sono assai 
bene stabilite, non ha nulla da prendere a' suoi vicini 
dell'est. Qual territorio potrebbe ella annettersi? Essa 
ha di già una parte sufficiente della Polonia. Cercando 
nuove conquiste, l'Impero germanico si esporrebbe a 
guerre senza fine con la Eussia e con la Francia, la 
quale non attende che una occasione per rivendicare 
l'Alsazia-Lorena. In queste condizioni, i progetti bellicosi, 
da qualunque parte vengano, non entrano nelle mie ve- 
dute ». 

Il Principe aggiunse che, d'altronde, la guerra non 
potrebbe avvenire per fatto delle Potenze alleate. Nè 
la Germania, nè l'Austria attaccheranno la Eussia. L'ag- 
gressione non potrebbe venire che dai russi. Ed esami- 
nando la questione, se la Eussia possa passare all'oiien- 
siva, disse che fino a quando l'imperatore Alessandro e 
il signor de Giers domineranno la situazione, egli non 
credeva che avrebbero messo il fuoco alle polveri. Però 
esiste in cotesto paese un sordo malcontento, una agi- 
tazione i3anslavista che potrebbe esplodere e forzare la 
mano allo Czar. In vista di questa eventualità, gli al- 
leati debbono proseguire i loro armamenti e tenersi 
pronti. Per ciò che concerne la Germania, essa è già in 
istato di difesa. «Io son pronto e non temo niente. In 
attesa, non posso far mia l'opinione di chi pretende che 
sarebbe preferibile sin da oggi prendere l'iniziativa della 
guerra, per il fatto che questa potrebbe esserci dichiarata 
domani ». 

Parlando con un uomo di Stato rumeno, si comprende 
come il principe di Bismarck abbia principalmente por- 
tata la sua attenzione sopra le relazioni con la Eussia. 



Crispi, Politica estera. 



15 



226 DAL "diario,, di crispi: ricevimenti diplomatici, genn.-giugno 1888 



Eisulta dalle sue parole che se la guerra non sembra 
vicina, il mantenimento della pace esige un vigilanza 
continua. 

31 gennaio. — Gli ambasciatori di Germania e d'Au- 
stria- Ungheria vengono a parteciparmi che i loro governi 
Jianno riconosciuto Popport unità di rendere pubblico il 
testo del trattato segreto austro-germanico del 7 otto- 
bre 1879, come salutare avvertimento alla Russia a non 
turbare la pace. E chiedono il mio parere. Rispondo che 
i governi di Germania e d'Austria-Ungheria sono i mi- 
gliori giudici in un affare che li riguarda direttamente, 
e ringrazio della cortese domanda. 

Il trattato fu pubblicato il 3 febbraio contemporaneamente a 
Vienna (nella Wiener Abendpost) e a Berlino (nel Beichsanzeiger) 
insieme a questa nota: 

" I governi della monarchia austro-ungarica e della Germania, 
hanno ritenuto conveniente di pubblicare il trattato di alleanza 
concluso tra loro il 7 ottobre 1879 per fare cessare i dubbi che 
da parti diverse si sollevavano sullo scopo assolutamente difensivo 
di cotesto accordo, dubbi che sono stati variamente sfruttati. I 
due governi alleati sono guidati nella loro politica dal desiderio 
del mantenimento della pace e lavorano quanto è in loro affinchè 
questa non sia turbata. Essi hanno la convinzione che la cono- 
scenza del testo del loro trattato di alleanza farà scomparire tutti 
i dubbi esistenti a tale proposito, e per questo motivo si sono 
risoluti a pubblicarlo „. 

Questa pubblicazione dimostrò — secondo il conte Nigra — 
" che la situazione era tutt'altro che rassicurante e che il prin- 
cipe di Bismarck, il quale ne aveva preso l'iniziativa, non era 
riuscito fino allora ad avere dalla Russia le guarentigie di pace 
cui aspirava ,,. E V impressione che produsse fu grande ; non sui 
governi, che non ignoravano l'esistenza di quel trattato — lo 
Czar ne conosceva da sei mesi anche il testo — ma nella stampa 
e quindi neiropinione pubblica europea. Il Times scrisse che era 
una grave offesa {a slap in the face) che le due potenze ave- 
vano dovuto infliggere alla Russia per non essere accusate di 
aver celato ciò che avrebbe potuto evitar la guerra. In Russia, 
, il partito della guerra non fu lieto della diffida, e uno dei più 



La pubblicazione del trattato segreto austro-germanico 227 



autorevoli giornali, il Novoie Wremia, non potendo dire ohe non 
desiderava la pace, disse che non la desideravano i due alleati; 
un altro giornale, anch'esso importante, andò più in là, consi- 
derando l'alleanza austro-germanica come la pietra fondamentale 
dell'egemonia germanica, e la pubblicazione del trattato come un 
espediente per allontanare dalle due potenze alleate la respon- 
sabilità della guerra che avevano risoluto di fare. E concludeva 
che quella pubblicazione aveva sancito la tacita alleanza tra la 
Russia e la Francia. 

3 febbraio. — Solms: circa le agitazioni dei partiti 
nella Eiimania, le notizie ricevute da Solms sono iden- 
tiche alle mie. 

Una lettera fu trovata sul cadavere di IS'abukoff, stata 
indirizzata a costui da Ignatieff, fratello del ministro. 
In essa è pur compromesso il ministro di Eussia a Bii- 
karest (Hitrovo). In Rumania è lui, Ritrovo, che alimenta 
le cospirazioni contro la Bulgaria. È con la Eussia il 
partito locale d'opposizione, il quale tiene pronto un 
pretendente al trono, che sarebbe il principe Bibesco, 
cui Hitrovo rende gli onori reali quando va alla Lega- 
zione russa. Il Bibesco ha fatto educare i suoi figli a 
Parigi. 

Continuano le trattative per il canale di Suez. Il 
Sultano vorrebbe anche per questa via riprendere almeno 
moralmente il suo alto dominio in Egitto. 

Ismail-pascià è andato a Costantinopoli allo scopo di 
agire per poter ritornare in Egitto. Egli mandò dieci 
cavalli inglesi al Sultano, che li rifiutò. Il Sultano è 
esitante, però non vuole mettersi contro la Francia, 
della quale rispetta la suscettibilità. 

Il ministro Moret si trova imbarazzato per la Con- 
ferenza relativa al Marocco. È interessato perchè sia 
tenuta, anche per scopi parlamentari. 

5 febbraio. — Visita di Bavier, ministro di Svizzera. 

Trattato di commercio. Nego ogni proroga del pre- 
cedente. Siamo pronti a negoziare il nuovo e vi mette- 
remo tutta la buona volontà. Il Bavier dice che sarebbe 
dolente di una guerra di tariffe, anche nell'interesse 
morale dei due paesi. Eispondo che siamo amici della 
Svizzera nostra vicina, e vogliamo continuare ad esserlo. 



228 DAL "diario,, di CRISPI : RICEVIMENTI DIPLOMATICI, GENN.-GIUONO 1888 



Faremo tutte le concessioni possibili, ma vogliamo un 
trattato. Nel caso contrario, il primo marzo avremo la 
tariffa generale. 

— Solms: Flourens irritato per la pubblicazione del 
trattato. 

Pel Marocco gii Agenti di Francia e di Spagna a 
Tangeri avevano combinato il programma della Confe- 
renza. Flourens sconfessò il suo Agente. 

— Uxkull: quale l'impressione della pubblicazione 
del trattato austro-germanico ? Dico che essa non lia po- 
tuto avere altro scopo che quello di togliere il dubbio sulla 
sua portata. La nota che accompagna la pubblicazione 
spiega che le due Potenze alleate non hanno alcuna 
tendenza aggressiva, e questo deve far piacere alla Eus- 
sia. «Non ne avevamo bisogno, mi risponde. Noi cono- 
scevamo da sei anni addietro il trattato. E il vostro? 
Yoi avete fatto adesione a codesto trattato». — «Noi 
non abbiamo che vedervi. L'Italia e la Eussia sono lon- 
tane Funa dall'altra, e tra loro non può esservi alcun 
conflitto d'interessi». — «Benissimo. Ma allora perchè 
vi siete alleati !» — « Il nostro trattato nulla ha da fare 
con quello pubblicato. Del resto, anche il nostro è un 
trattato difensivo». — «Ma noi non attaccheremo, e se 
dovessimo fare la guerra, manderemmo altrove le nostre 
truppe. Noi ci difenderemo se saremo attaccati». — «Ma 
chi volete che vi attacchi? La Eussia non può temere 
una guerra aggressiva. È difesa dal suo clima e da' suoi 
soldati. Napoleone I, che volle invadere il vostro paese, 
dovette pentirsene. E se la Eussia non vuole la guerra, 
perchè non si accorda con l'Europa per sciogliere la que- 
stione orientale?» — «Credete anche voi nella favola 
del testamento di Pietro il Grande? Noi non vogliamo 
che la libertà degli Stretti». — «E allora perchè non 
proporre un accomodamento ?» — « E a chi dareste Co- 
stantinopoli ? » — «Si determinerebbe». — «Noi soste- 
niamo la Turchia e la sostenete anche voi». — «Non 
se ne può fare a meno. Però voi l'avete assalita più 
volte, e avete dichiarato che non può reggersi e deve 
finire». — «Ebbene, lasciamola vivere». 

7 febbraio. — Solms, incaricato dal principe di Bis- 
marck, viene a domandarmi scusa per aver egli nel suo 
discorso di ieri commesso una étoiirderie, col parlare del 



Giudizii di Tirar d sulla stampa francese 



229 



trattato di alleanza con PItalia senza avermene chiesto 
il permesso. Il Principe si dichiara dolentissimo di ciò. 
Rispondo che dò al principe l'assoluzione papale. Del 
resto, il silenzio non avrebbe giovato a nulla : tutti sanno 
delFesistenza del trattato italo-tedesco. Lo informo del 
colloquio avuto il 5 corrente colPambasciatore di Russia. 

— Il ministro della marina mi avverte che due uffi- 
ciali francesi, sotto la veste di pittori, furono in questi 
giorni alla Spezia, e che abbiamo quest'anno in Italia 
molti sedicenti artisti francesi. Anche il giubileo ha fa- 
cilitato questa calata di ufficiali. 

10 febbraio, — Ressman, Incaricato d'afifari a Parigi, 
mi fa sapere che il signor Flourens ha compreso la ne- 
cessità di dare un successore al signor de Moiiy e fatto 
analoga promessa ; ma che gli sembra di non poter fare 
immediatamente tale richiamo, perchè molto lo imba- 
razza la scelta di un nuovo ambasciatore. Anche l'am- 
basciatore Menabrea aveva insistito presso il Flourens 
perchè fosse dato, sino al suo definitivo richiamo, almeno 
un pronto congedo a quel diplomatico, senza aspettare 
un nuovo incidente di Firenze. 

11 ministro francese desidera un accordo sulla situa- 
zione dei sudditi tunisini dimoranti in Italia, rispetto 
agli Agenti del governo francese, e sull'interpretazione 
del trattato italo-tunisino del 1868. Il Flourens accolse 
con premura la proposta di uno scambio di note o di- 
chiarazioni X3er definire l'inviolabilità degli archivi con- 
solari. 

Alle osservazioni sul contegno di una parte dei gior- 
nali francesi, fatte al signor Flourens e al signor Tirard, 
i due ministri risposero di esservi estranei; il Tirard si 
dichiarò pronto a pubblicare qualunque dichiarazione 
che ci potesse convenire per ripudiare gli attacchi mossi 
contro il governo italiano e il suo capo. 

Sembra che gli attacchi perfidi del Figaro contro di 
me siano inspirati dal Vaticano, del quale sarebbe porta- 
voce Mgr. Galimberti. 

11 febbraio, — Solms: l'arrivo della flotta inglese della 
Manica nel Mediterraneo ha suscitato i sospetti della 
Francia. 



230 DAL "diario,, di CRISPI : RICEVIMENTI DIPLOMATICI, GENN.-GIUGNO 1888 



Si è detto da alcuni giornali che l'imperatore di Ger- 
mania avrebbe scritto al I^egus. Ootesta notizia è falsa. 

La restituzione di Zeìla al Sultano non si farà più. 
I colleghi di Salisbury furono anche contrari che fosse 
data all'Italia per timore di complicazioni con la Francia. 
Said-pascià è favorevole che Zeila resti agli inglesi per 
timore che vi vadano i francesi. 

Prestiti russi: alFAja, di 300 milioni col Comptoir 
ePescompte, Banca di Parigi, Banca dei Paesi Bassi. 

12 febbraio. — Visita dell'ambasciatore turco : mi parla 
del conflitto di Beyrouth tra cristiani e mussulmani. 

Presenta una protesta per la cessione di Assab. Ei- 
spondo che non ne prendo atto; l'acquisto nostro fu 
legittimo. 

— Eascon, ministro di Spagna: 

Mi annunzia che sono giunti i delegati spagnuoli 
per il trattato di commercio. Li vedrò domani al palazzo 
Braschi. 

Voci di guerra. Pessime impressioni a Madrid. La 
guerra sarebbe minacciata dalla Francia. Gli spagnuoli 
metterebbero un corpo di truppe dinanzi Perpignano, ed 
un altro dinanzi Baiona. 

M febbraio. — Apprendo che il ministro Flourens ha 
detto all'ambasciatore britannico a Parigi, lord Lytton, 
che il trattato di alleanza tra la Germania, l'Austria e 
l'Italia metteva la Francia in una situazione penosa. 
Cotesto trattato forzerebbe la Francia a gettarsi nelle 
braccia della Eussia. Per evitar ciò Flourens ha proposto 
un trattato segreto tra la Francia, l'Inghilterra e le altre 
Potenze interessate al mantenimento dello statu-qiio nel 
Mediterraneo. 

20 febbraio. — Il conte Solms è venuto ad informarmi 
delle comunicazioni fatte dall'ambasciatore russo a Ber- 
lino al Gran Cancelliere per la questione bulgara. Il 
conte Schouvalow con sua lettera del 13 corrente chie- 
deva al principe di Bismarck di associarsi alla Eussia 
allo scopo di persuadere la Turchia a voler dichiarare 
la illegalità del soggiorno del j)rincipe Ferdinando in 
Bulgaria. A questa lettera erano aggiunti due documenti, 
uno senza data e senza firma, nel quale si spiegavano 



Flourens contrario aW alleanza franco-russa 



231 



le intenzioni del Gran Cancelliere, ed un altro del 31 di- 
cembre 1887, iìrmato Giers, nel quale si spiegavano gli 
scopi del gabinetto di Pietroburgo. Bismarck crede che 
quella dichiarazione soddisferebbe Pamor proprio dello 
Czar e che noi dovremmo adoperarci a farla ottenere. 
Eispondo quello che ho già detto ad TJxkull; dubito 
delle conseguenze di quella dichiarazione, le quali non 
potrebbero essere benigne. 

Il Solms mi parla della impressione fatta sull'animo 
del Sultano dalla pubblicazione di sir Elliot. Il Sultano 
sarebbe inquieto contro Kiamil pascià, Gran Visir, che 
ritiene partigiano della Gran Brettagna; egli teme al- 
tresì che si attenti alla sua vita. Si è stentato molto a 
fargli riacquistare la calma. 

L'affare di Damasco non suscita più i malumori della 
Erancia, la quale, considerata la loro poca importanza, 
non pensa più ad agire. 

La Francia si oppone all'intervento della Turchia alla 
Conferenza pel Marocco. La Turchia non prese parte al 
trattato del 1880 e non ha interesse nel territorio ma- 
rocchino. Il signor Moret, invece, sarebbe favorevole a 
cotesto intervento. 

23 febbraio. — Il signor Flourens si è lagnato con 
l'ambasciatore d'Inghilterra a Parigi dell'Italia e di me, 
che accusa di un contegno ostile e provocatore. Cotesta 
imputazione è formulata troppo vagamente per avere un 
valore. La tendenza del governo francese è di posare a 
vittima. Se si esamineranno i miei atti uno ad uno, si 
troverà che in ogni occasione ho spinto la condiscen- 
denza sino agli estremi limiti. 

Sulla situazione politica della Francia Fon. Crispi ricevette 
nei primi giorni di febbraio le seguenti informazioni: 

« Il governo apjjare ogni giorno più debole di fronte 
alle esigenze che intorno a lui si accampano. Una mi- 
noranza audace e irresponsabile gli forza continuamente 
la mano, senza che gli elementi d'ordine ancora nume- 
rosi, nella provincia specialmente, valgano a controbi- 
lanciare tale azione. Speculatori intelligenti e spregiudi- 
cati, molti dei quali forestieri, che al primo pericolo 
scomparirebbero, prezzolano una stampa senza convin- 



232 DAL "diario,, di crispi: ricevimenti diplomatici, genn.-giugno 1888 



zioni che crea tali correnti di opinione nel pubblico, le 
quali porranno il governo in balìa della piazza. 

Sullo scorcio del 1887 il governo non era fortissimo, 
ma resisteva. Il vecchio presidente Grévy era un ele- 
mento pacifico e moderatore, e il Ministero abbastanza 
buono, sbarazzato di persone comi)romettenti come il 
generale Boulanger e Pammiraglio Aube. Ma appunto 
per questo era inviso alla piazza, la quale andava la- 
gnandosi che il presidente parteggiasse per Popportu- 
nismo. I radicali decisero perciò di muovergli guerra, e 
profittarono della condotta scorretta del genero del pre- 
sidente, il deputato Wilson, affarista noto già da anni 
nei circoli parlamentari. Lo scandalo appassionò l'opi- 
nione pubblica, e il presidente Grévy fu costretto a di- 
mettersi. 

Nella confusione, che regnò durante i giorni della 
crisi presidenziale, i radicali cambiarono parte. Spaven- 
tati dalla possibilità di cadere da Grévy a Ferry, si pro- 
varono a rimontare Fopinione pubblica per la rielezione 
di Grévy e ad ogni modo minacciavano le barricate a 
Parigi se Ferry fosse stato eletto presidente. Una forte 
corrente moveva l'assemblea diVersailles a dare il voto a 
Giulio Ferry, ritenuto come Puomo di Stato più energica 
e di maggior valore dei concorrenti; ma, in verità, la 
Francia e Parigi stessa assistevano indifierenti alla so- 
luzione di quella crisi strana e improvvisa. I radicali 
soli si agitavano, i parigini sopra tutti, e nelFassemblea 
trovarono alleata una frazione della destra, la quale, 
odiando la repubblica, la desidera debole e perfino co- 
munarda, per potersene sbarazzare più presto. 

Mentre il Congresso sedeva a Versailles, tutte le 
misure erano state prese dalla maggioranza radicale del 
Consiglio municipale per proclamare un governo prov- 
visorio nel caso che il signor Ferry avesse riunito sul 
suo nome la maggioranza dei voti. I consiglieri muni- 
cipali si erano dichiarati in seduta permanente e avevano 
chiamato alVHótel de ville parecchi delegati del Comitato 
rivoluzionario centrale, per poter disporre, occorrendo, 
del loro concorso. Avevano anche cercato di ottenere 
dal prefetto della Senna le chiavi delle porte che chiu- 
devano i corridoi sotterranei per i quali VHótel de ville 
era messo in comunicazione con altri edifici, specialmente 
con le caserme « Lobau » e « Napoleone ». Il prefetto della 



Come divenne ministro il generale Logerot 



233 



Senna avendo rifiutato di consentire alla predetta do- 
manda, i consiglieri municipali avevano sbarrato il pas- 
saggio con una catena di ferro per impedire che per 
quella via si potesse penetrare neìVHótel de ville. 

Le minacele dei radicali portarono frutto : la mag- 
gioranza, sempre timida, se ne commosse, e credendo 
prossimo un gran pericolo abbandonò il Ferry ed elesse 
il signor Sadi-Oarnot, senza partito e senza amici. 

Tutti ormai sanno che, se fosse stato eletto Ferry, 
qualche migliaio di arruffoni sarebbe sceso da Mont- 
martre e da Belleville. Il governatore militare di Parigi, 
generale Saussier, che aveva accresciuto il presidio della 
capitale e di Versailles e prese misure energiche, era 
preparato agli eventi, e sarebbe stato gran ventura lo 
sbarazzarsi in una volta di una caterva di soiUeneurs, 
ladri e assassini che insozzano la capitale, e di sottrarre 
il governo alla tirannia dell'estrema sinistra che lo pa- 
ralizza. 

La crisi presidenziale si mutò in crisi ministeriale, 
che finì con la formazione di un gabinetto senza forza. 
A dare un saggio delle difitìcoltà che si dovettero supe- 
rare per comporre il gabinetto, basti ricordare in qual 
modo divenne ministro il generale Logerot. Quel porta- 
foglio, offerto a molti che lo rifiutarono, era rimasto 
vacante, quando il presidente del Consiglio, Tirard, si 
presentò all'Eliseo per annunziare la composizione del 
suo Ministero. Il Tirard, riferiti i passi inutilmente fatti 
per trovare un ministro della guerra, opinava per Pan- 
nunzio della composizione ministeriale senza il titolare 
del Ministero della guerra; ma la proposta non garbò 
al signor Carnot. Cercando come uscire d'imbarazzo, il 
Presidente si sovvenne di avere udito presso Bigione, 
dove possiede una terra, ma non ricordava da chi, forse 
da un guarda-caccia o da un giardiniere, che il generale 
comandante della guarnigione era un brav'uomo. IS'on 
ne sapeva il nome. Un ufficiale d'ordinanza, interrogato, 
rispose che il corpo d'armata di Bigione era l'ottavo, e 
che il suo comandante si chiamava Logerot. Il signor 
Tirard ebbe ordine di telegrafargli subito per proporgli 
il portafoglio della guerra. Logerot rispose: «Arriverò 
domani ore 9 aut.». Queste parole furono interpretate 
come un consenso, e il Journal officiel si attrettò a dar 
l'annunzio del nuovo Ministero, compreso Logerot alla 



234 DAL "diario,, di CRISPI : RICEVIMENTI DIPLOMATICI, GENN.-GIUGNO 1888 



guerra. Quando questi arrivò alle 9 per scusarsi, la cosa 
era fatta, e lo persuasero a star tranquillo per non met- 
tere il governo in imbarazzo e, peggio, in ridicolo. 

Questo gabinetto ebbe così poca vitalità sin da prin- 
cipio che, appena insediato, non essendo ancora discusso 
il bilancio per il 1888, la Camera non volle accordargli 
che tre dodicesimi provvisori, ed i profeti di crisi mini- 
steriali ne proclamano la fine ad ogni ei3Ìsodio parla- 
mentare. 

Ma se esso pare debole all'interno, dimostra qualche 
energia all'estero, resistendo alle seduzioni russe. Da 
molto tempo la Eussia semina in Francia, e se ne ve- 
dono già i frutti. Gran duchi e granduchesse vengono, 
vanno, cercando simpatie nella grande società. Lette- 
rati francesi più o meno convinti, e probabilmente ben 
pagati, traducono le novelle e i romanzi russi, pieni 
d'ingenuità grossolane e barbare, come di nomi strani 
che li rendono originali. Il giornalismo chiama la Eus- 
sia «la nation soeur». Il x)opolo francese si abitua così 
a considerare la Eussia come un'alleata; non sono man- 
cate neppure manifestazioni di militari, certi passi del 
generale Boulanger, un discorso del generale Saussier, 
molti discorsi dell'addetto militare russo. Ma il go- 
verno sembra sinora non esser vinto da questa cor- 
rente, forse perchè sa di potervisi abbandonare quando 
vorrà, e malgrado che l'ambasciatore di Eussia, barone 
di Mohrenheim, non tralasci occasione per accarezzare 
la Eepubblica. 

In una delle ultime crisi ministeriali pareva che il 
solo Floquet potesse formare un gabinetto, ma la sua 
candidatura venne scartata per non dispiacere allo Czar 
che ricordava il grido di « Vive la Pologne, monsieur », 
lanciato dal Floquet nel 1867 allo czar Alessandro. Un 
anno fa il Floquet era studiosamente evitato da tutti i 
russi. Un giorno il barone di Mohrenheim trovandosi 
in visita dalla marchesa Menabrea, era seduto presso alla 
signora Floquet, e senza conoscerla conversò con essa, 
trovandola amabile e spiritosa. Quando essa uscì dal sa- 
lone, il barone domandò chi fosse, e, saputolo, scattò 
come una molla, esclamando un «bigre» che stupì tutti 
1 presenti, ai quali non dissimulò il suo dispiacere. Pochi 
mesi son passati, e due o tre giorni sono il signor di 
Mohrenheim si è fatto presentare dal ministro degli 



Preparativi guerreschi della Francia 



235 



esteri, in un ricevimento del ministro del commercio, al 
presidente della Camera, signor Floquet. 

Per l'appunto un gabinetto Floquet si disegna al- 
l'orizzonte in caso di crisi, e questo passo delPambascia- 
tore russo sembra diretto a far comprendere che la 
Eussia è disposta ad assolvere il signor Floquet per 
amore della Eepubblica. » 

Il 21 gennaio l'agenzia telegrafica Reuter comunicava che 
una grande attività era notata nell'arsenale di Tolone. Si pre- 
parava una squadra di corazzate e d'incrociatori, e si facevano 
esperimenti di mobilitazione. Le maestranze dell'arsenale lavo- 
ravano oltre il consueto. 11 Petit Journal, il più diffuso foglio della 
Francia, spiegava quell'insolita attività con l'irritazione prodotta 
dall'incidente di Firenze. 

In febbraio e in marzo a Modano erano giunti un vagone di 
dinamite e grande quantità di munizioni; i forti di Esseillon, 
Braman, Sassey e Replaton erano stati rinforzati di mille uo- 
mini di fanteria, artiglieria e genio. 

Il primo febbraio l'ambasciatore Menabrea telegrafava: 

« Debbo prevenire V. E. che qui all'Ambasciata di 
Germania si è molto preoccupati della mobilitazione e 
concentramento Mediterraneo della maggior parte della 
flotta francese. Il Prefetto Marittimo di Tolone ha ri- 
cevuto l'ordine di allestire la squadra d'evoluzione e 
quella di riserva, in tutto quattordici corazzate che deb- 
bono essere pronte in pochi giorni. Inoltre debbono poter 
entrare in servizio entro due o tre settimane, altre otto 
corazzate. ì^^ella Manica non resterebbero che quattro o 
cinque corazzate, oltre qualche guarda-coste non desti- 
nate all'alto mare. Sarebbe utile conoscere che cosa pen- 
sino di questo concentramento l'Inghilterra e la Ger- 
mania. » 

Pochi giorni dopo era annunziato l'arrivo nel Mediterraneo 
della squadra inglese della Manica. 

Nel campo finanziario le ostilità della Francia erano principiate 
mentre si negoziava per la rinnovazione del trattato di commer- 
cio. Tutti i titoli italiani furono artificiosamente deprezzati da 



236 DAL "diario,, di crispi : ricevimenti diplomatici, genn.-giugno 1888 



un'acerba campagna della stampa^ a cominciare dal Consolidato, 
che i giornali, nei bollettini della borsa, indicavano col dispregia- 
tivo di " macaroni „ ; il piccolo risparmio francese, che lo predili- 
geva e ne possedeva grandi quantità, fu consigliato a disfarsene. 

La finanza germanica, per i buoni uffici del principe di Bis- 
marck, fece quanto potè per attenuare i danni di questa guerra, 
e opporre una diga alla discesa dei corsi della rendita italiana, 
sia acquistandone sul mercato di Parigi, sia scontando gli effetti 
cambiari del nostro commercio e mostrandoci quella fiducia che 
la Francia ci negava. 

Nella tornata del 5 marzo della Camera dei Deputati, Ton. Sen- 
nino propose con elevate parole rinvio di un telegramma di 
auguri al Principe Imperiale di Germania, venuto a chiedere 
salute al mite clima della nostra Liguria. L'accoglienza che la 
Camera fece a quella proposta, appoggiata calorosamente dal- 
Ton. Crispi, fece la migliore impressione. Il principe di Bismarck 
ringraziò l'assemblea italiana della " nobile manifestazione „ , la 
quale provava che l'amicizia dei due paesi, oltre che sulla iden- 
tità dei loro interessi, era fondata sulla base solida e durevole 
dell'aspirazione comune al mantenimento della pace. 

Ma il soggiorno in Liguria di Federico Guglielmo ebbe breve 
durata. Il 7 marzo l'ambasciatore germanico comunicava a Crispi 
questo telegramma del principe di Bismarck: 

« Je prie Votre Excellence de communiquer confìden- 
tiellement à Monsieur Crispi que depuis quelques jours 
Tetat de santé de S. M. PEmpereur est devenu inqiiie- 
tant. Sa Majesté n'a pas pii recevoir des Communications 
et malheureusement pas non plus celle de P imposante 
manifestation au Parlament Italien. J'avais Plntention 
de prendre des ordres de Sa Majesté qui m'auraient 
autorisé à une reponse destinée à Sa Majesté le Eoi 
Humbert. L'état de PEmpereur ne le permet pas. JSTous 
sommes depuis ce matin très-alarmés. 

BiSMAECK. » 

• Dopo due giorni l'imperatore Guglielmo I moriva e il Gran 
Cancelliere rispondeva nei seguenti termini alle condoglianze di 
Crispi : 



Un autografo delVimperatore Federico III 



237 



« Le télégramme que Votre Excellence vient de m^a- 
dresser prouve qu'elle comi)reiid la profonde douleur dans 
laquelle m'a plongé la mort du Souverain que j'ai eu le 
bonheur de servir jusqu'à la dernière heure de sa vie. 
Je remercie Votre Excellence de ce temoignage de sym- 
pathie. Il m'a apportò une grande consolati on en ce 
moment d'épreuves et m^a profondément touché. O'est 
dans la certitude de voir notre deuil partage par tous 
les hommes de bien dans ce monde, qu'avec Faide de 
Dieu je puise la force dont j^ai besoin pour remplir la 
tàche qui m'incombe. 



Federico III dovette partire subito per recarsi ad assumere 
r Impero e a rendere al Padre gli estremi onori. Re Umberto volle 
fare personalmente al suo augusto amico gli augurii in terra 
italiana, e giunse alla stazione di Sampierdarena mentre dalla 
riviera di ponente vi giungeva il convoglio germanico. In quella 
piovosa e fredda mattina del 10 marzo l'incontro dei due So- 
vrani fu molto trisfce. L'Imperatore chiuso nella sua vettura, 
ricevette commosso il Re e Orispi. Non poteva parlare: ascol- 
tava e dava risposta scritta sui fogli del suo taccuino. A Orispi 
porse un foglietto sul quale erano queste parole : " J'ai été bien 
touché des paroles prononcées dans les deux Chambres „. 



Von BiSMAKOK. 




È ignorato che durante il soggiorno di Federico Guglielmo in 
Liguria gli anarchici avevano deciso un attentato contro di lui. 
Un rapporto su questo argomento dava le seguenti notizie: 



238 DAL "diario,, di CRISPI : RICEVIMENTI DIPLOMATICI, GENN.-GIUGNO 1888 



" Nei conciliaboli già segnalati era stato dapprima deciso che 
l'assassinio del Principe imperiale sarebbe stato tentato per mezzo 
di bombe cariche di dinamite, in occasione del viaggio a San RemO' 
di S. M. il Re d'Italia, che sarebbe stato ucciso insieme al Prin- 
cipe. Il Re non avendo fatto quel viaggio, l'esecuzione del delitto 
è stata aggiornata. 

Una nuova riunione ha avuto luogo recentemente a Nizza, e 
in essa si sarebbe deciso che l'esecuzione del Principe imperiale 
solo avesse luogo in quella stessa settimana. L'individuo incari- 
cato del delitto sarebbe un certo G. A., garzone di cucina a 
Montone. 

Gli anarchici sanno benissimo che il successo dell'attentato non 
potrebbe avere nessuna conseguenza politica favorevole alla loro 
causa; essi vogliono solamente affermare pubblicamente la po- 
tenza del loro partito con un gran fatto. 

Dal Diario: 

27 marzo. — Il conte Solms mi annunzia che Moret 
ha ritirato l'invito mandato alla Porta per intervenire 
alla Conferenza sul Marocco. Chiede il mio parere, ed 

10 gli dichiaro di esser contrario e di essermi manifestato 
in tal senso col conte Eascon. Ho telegrafato a Londra 
per conoscere Popinione di lord Salisbmy. Il Solms mi 
previene che l'Austria ha risposto che avrebbe seguita 

11 parere delle Potenze mediterranee. 

27 marzo. — In seguito ad una lettera particolare 
deir ambasciatore d'Italia a Madrid, conte Tornielli, nella 
quale si partecipava la speranza del ministro Moret che 
l'Italia volesse fare una dimostrazione di simpatia alla 
Spagna, inaugurandosi nel prossimo maggio dalla Regina 
Reggente l'Esposizione di Barcellona, telegrafo al conte 
Mgra, a Vienna: 

«Mi risulta che il governo spagnuolo vedrebbe con 
viva soddisfazione che la nostra squadra, sotto il co- 
mando del duca di Genova, si trovasse a Barcellona alla 
metà del mese di maggio, cioè per l'arrivo colà della 
Eegina Reggente. Questa dimostrazione di simpatia, la 
quale gioverebbe a rafforzare il principio monarchico in. 
Ispagna in un momento in cui la Francia cerca d'inde- 



Dimostrazione italo-austriaca a Barcellona 



239 



bolirlo, e ad affermare l'intesa dei due paesi, potrebbe 
acquistare una significazione politica d'importanza anche 
maggiore se la squadra austro-ungarica si unisse alla 
nostra. Farmi che cotesto governo non possa non essere 
favorevole a tale progetto. Voglia parlarne a Kàlnoky 
e telegrafarmi se l'idea è da lui bene accolta.» 

29 marzo. — Eisposta di Mgra: 

« Kàlnoky mi dice che divide il parere di V. E. circa 
la convenienza dell'invio delle squadre a Barcellona du- 
rante il soggiorno colà della Eegina Eeggente, ma che 
deve informarne l'Imperatore e prendere i suoi ordini. 
Egli si riserva di far conoscere la decisione di S. M. 
a V. E.» 

(f) aprile, — L'ambasciatore d'Austria-Ungheria mi co- 
munica il seguente telegramma di Kàlnoky: 

«Vogliate dire a S. E. il signor presidente del Con- 
siglio che noi ci associamo con grande soddisfazione al 
progetto di riunire le squadre dei due Stati per salutar© 
S. M. la Eegina Eeggente di Spagna a Barcellona, e che 
diamo un gran valore all'incontro e alla riunione delle 
squadre che mostreranno così unite le due bandiere 
delle due Potenze alleate. S. M. l'Imperatore e Ee ha 
consentito col più grande piacere a questa idea e ha già 
dato gli ordini necessari al Comando della marina.» 

6 maggio. — Avendo proposto al conte Kàlnoky che 
le squadre italiane e austro-ungarica giungessero a Bar- 
cellona simultaneamente a quella inglese, l'ambasciatore 
Mgra mi comunica che la squadra imperiale è partita 
ieri per Barcellona, dove arriverà l'il maggio. Le due 
squadre potrebbero partire insieme da Barcellona. 

30 marzo. — Ambasciatore di Spagna: gli dico di non 
opporsi all'intervento della Turchia alla Conferenza sul 
Marocco. La Spagna avendo fatto l'invito, non può ri- 
tirarlo. 

1.^ aprile. — Telegrafo al principe di Bismarck : « Prego 
V. A. di gradire nel giorno anniversario della sua na- 
scita i miei voti più sinceri. Confrontando la Germania 
di oggi, ch'è in gran parte opera vostra, con la Ger- 



240 DAL "diario,, di CRISPI : RICEVIMENTI DIPLOMATICI, GENN.- GIUGNO 1888 



mania del 1815 che vi vide nascere, ammiro la grandezza 
del vostro genio e la potenza della vostra volontà ; sono 
orgoglioso dei buoni rapporti che intercedono tra noi e 
mi conforta che il mio paese proceda di conserva nella 
storia della nostra epoca con quello di cui Y. A. con 
mano sicura e ferma guida i destini». 

— I] conte di Launay mi telegrafa di essersi recato 
a far visita al Gran Cancelliere. «Egli mi ha detto — 
così il Launay — di essere stato commosso del tele- 
gramma grazioso in ogni modo che in occasione del suo 
giorno natalizio gii ha indirizzato V. E. Il Principe non 
potrebbe essere più soddisfatto dell'amicizia che regna 
tra i due governi. Una perfetta intesa è tanto più ne- 
necessaria dinanzi all'avvenire incerto. I^essuno può 
prevedere ciò che avverrà in Francia, dove i partiti 
estremi prevalgono sugli elementi moderati. ì^oì non 
attaccheremo perchè non vogliamo rappresentare la parte 
di provocatori. Il vostro governo evita saggiamente tutto 
ciò che possa aver l'aria di una provocazione. Ma se 
malgrado questa attitudine, la guerra dovesse scoppiare, 
noi siamo in condizione di affrontare la sorte con suc- 
cesso. Ho approfittato di questa occasione per ringra- 
ziare il Cancelliere dell'appoggio che continua a darci 
per impedire il deprezzamento della nostra rendita. S. A. 
mi ha risposto che faceva questo di gran cuore. Sono 
questi i servizi che si debbono rendere gli amici». 

3 aprile, — Solms mi dà lettura di una Kota colla 
quale si risponde ad un mio telegramma diretto ad ot- 
tenere che il principe di Bismarck volesse persuadere Sa- 
lisbury a permettere alle nostre truppe di Massaua, che 
soffrono per il gran caldo in quel porto del Mar Eosso, 
di passare l'estate in Egitto. Il governo inglese ci ha, 
invece, offerto l'isola di Cipro, ed ho risposto che tanto 
valeva ritirare le truppe in Italia. 

4 aprile. — Il conte Eascon viene a parlarmi dell'in 
tervento turco nell'affare del Marocco. Il Marocco rifiuta 
tale intervento. 

13 aprile. — Solms mi dà notizia di una ^5'ota di Ea- 
dowitz da Costantinopoli, secondo la quale i francesi 
avrebbero dato a credere al Sultano che noi abbiamo 



Per le truppe italiane in Egitto 



241 



mandato da Massaua ottomila soldati a Suez, con animo 
di occupare l'Egitto. 

La sera del 10 Kadowitz ha pranzato a Yldiz-Kiosque. 
Poco avanti il pranzo, il Gran Visir gli ha comunicato 
la notizia ricevuta dall'Ambasciata di Francia relativa 
all'invio delle nostre truppe a Suez, soggiungendo con- 
fidenzialmente che il conte di Montebello aveva offerto 
alla Turchia tutto l'appoggio della Francia per quelle 
misure che giudicasse necessario prendere in vista di 
un tal fatto. Era cotesta una maniera di spingere la 
Porta a una decisione irriflessiva. Il Gran Visir dubi- 
tava egli stesso dell'esattezza di tale notizia; ma non 
poteva non esserne preoccupato. Il Sultano pareva allar- 
matissimo, e durante il pranzo ha jjarlato continua- 
mente con l'Ambasciatore di Germania. Eadowitz non 
ha mancato di fargli osservare che la notizia, venendo 
da fonte che non offre garanzie d'imparzialità, non po- 
teva essere accettata senza controllo, e che prima di 
emettere un giudizio qualunque bisognava assicurarsi 
della sua esattezza ; in ogni caso la sua opinione perso- 
nale era che la politica italiana escludeva qualsiasi at- 
tentato all'integrità dell'Impero Ottomano e ai diritti 
del Sultano. Goteste parole hanno contribuito a calmare 
lo spirito di Sua Maestà. 

lò aprile. — Photiadès-pascià m'informa di essere 
stato interpellato da Costantinopoli circa l'invio a Suez 
di ottomila soldati nostri sotto il comando del generale 
Saletta. Egli avrebbe smentito la notizia soggiungendo 
che si tratta del ritorno delle truppe da Massaua. L'in- 
sinuazione sarebbe stata fatta dal vice-console francese 
a Massaua. 

3 giugno. — Il conte Solms m'informa di un collo- 
quio tra il conte di Bismarck e l'ambasciatore di Francia 
a Berlino, signor Herbette. Eispondendo alla domanda 
che la Germania concorra alla sola esposizione di belle 
arti del 1889, il Conte si sarebbe rifiutato con parole 
assai vive. Egli avrebbe detto che il governo francese 
sarebbe impotente a tutelare l'ospitalità dovuta ai tede- 
schi. Se i francesi li oltraggiassero e maltrattassero le 
loro opere d'arte, il governo francese si troverebbe in 
una posizione difficile, e siccome la Germania vuole con- 



Crispi, Politica estera. 



242 DAL "diario,, di crispi: ricevimenti diplomatici, genn.-giuqno 1888 



servare lo stato di pace tra le due nazioni, è meglio evi- 
tare ogni occasione di dissidio. Dopo i casi di Belfort, 
i tedeschi non sono punto sicuri in Francia e fauna 
male ad andarvi; si troverebbero più sicuri ed incon- 
trerebbero minori pericoli nel fondo dell'Africa. 

Herbette restò scosso da coteste parole ed esclamò; 
« O'est que vous étes les vainqueurs et nous les vaincus. » 

Il Bismarck rispose che vi erano state altre guerre 
tra i due paesi, e qualche volta furono vinti i tedeschi ; 
ma non avvenne mai quello che è avvenuto dopo il 1870, 
cioè che gli spiriti in Francia fossero rimasti così in- 
quieti e molesti da rendere difficili le relazioni che sono 
necessarie tra popoli civili. 

L'Herbette osservò che in Francia vi sono trentamila 
tedeschi che vi fanno affari. 

— Ye n'erano più di trecento mila prima del 1870, — 
replicò il Bismarck, — e tutta cotesta massa di nostri con- 
cittadini dovette ritirarsi. Desidererei che tra la Francia 
e la Germania vi fosse una muraglia chinese e nessuna 
ragione di rapporti e di dissidi. 

Herbette espresse l'avviso che francesi e tedeschi 
avvicinandosi e frequentandosi, finirebbero per cono- 
scersi e stimarsi. Così solo potrebbero cessare i rancori. 
Ma il conte di Bismarck non nutre la stessa speranza. 

Così il colloquio terminò. 

Il Solms torna a parlarmi della favola che le flotte 
unite di Italia, Austria e Inghilterra sarebbero andate 
a Costantinopoli per fare una dimostrazione. Il Ea- 
dowitz assicura che la notizia a Costantinopoli sia stata 
mandata da Photiadès-pascià. Costui sarebbe l'organo, 
volontario o involontario, delle due legazioni di Francia 
e di Russia presso il Quirinale. Gerard e Paparigopoulo 
sarebbero l'anima di cotesto intrigo. 

15 giugno. — Il re Umberto riceve il seguente te- 
legramma : 

« Accablé de douleur je fais part de la mort de mon 
pére bien aimé Empereur et Eoi Frédéric III. Il s'est 
éteint doucement ce matin à onze heures et quart. 



Guillaume. » 



Moì'te di Federico HI. - Re Umberto a Berlino? 243 



— Eicevo dal Re questo telegramma: 

« La morte dell'Imperatore di Germania mi impone il 
doloroso obbligo di richiamare la di Lei attenzione sui 
provvedimenti che si debbono prendere per questo triste 
avvenimento. 

Ella avrà notato che in varj giornali e ad epoche 
diverse si è accennato alla probabilità della mia gita a 
Berlino per porgere ancora una prova di amicizia al- 
l'Augusto infermo. 

Ciò che io non avrei creduto opportuno vivente l'Im- 
peratore, diverrà invece conveniente ed utile dopo la 
sua morte? 

Certo risponderebbe ai sentimenti del mio cuore e 
forse al delicato sentire del Popolo Italiano, che io ren- 
dessi questo estremo onore a chi fu per lunghi anni il 
migliore amico mio e dell'Italia. 

Ma poiché il sentimento non dev'essere la sola e 
precipua guida delle decisioni di Stato, è dovere nostro 
di ponderare se le considerazioni politiche conducono 
alla stessa risoluzione. 

l^on nascondo che non mi sentirei molto propenso 
a far il primo la visita al nuovo Imperatore, che è più 
giovane di me e che non ha ancora avuto occasione di 
compiere atti dai quali tragga speciale autorità. 

D'altra parte, però, non mi rifiuterei al sacrifizio di 
un viaggio a Berlino, se con questo avessimo la cer- 
tezza di raggiungere lo scopo di rendere saldi ed intimi 
i nostri rapporti anche col nuovo Imperatore e di dargli 
nel tempo stesso occasione di ricambiarci la visita in 
Roma nell'epoca che Ella preventivamente stabilirà col 
P.p® di Bismarck. 

Questo scopo è di fronte alle Potenze Europee pie- 
namente coperto dalla nota mia amicizia con Federico 
Guglielmo e dalla mia intimità colla sua famiglia. 

La prego di considerare tutto ciò e di telegrafarmi 
se Ella crede necessario il mio viaggio nell' interesse 
del Paese; ed in caso affermativo, se Ella pensi di poter 
stabilire preventivi accordi col principe di Bismarck. 

In qualunque ipotesi Le sarò grato se vorrà solleci- 
tamente telegrafarmi le sue proposte. 

Ho telegrafato direttamente all'Imperatore di Ger- 
mania le mie condoglianze. 



244 DAL "diario,, di CRlSPi: RICEVIMENTI DIPLOMATICI, GENN.-GIUGNO 1888 



La prego, malgrado ciò, di volere esprimere in nome 
mio i sentimenti di rammarico all'ambasciatore conte 
Solms. 

Le stringo ]a mano 

Umbekto ». 



— Mia risposta al Ee: 

« Il consiglio dei ministri esprime la sua ammirazione 
per lo slancio generoso del cuore di V. M. Il Consiglio 
però fu unanime nell'avviso che politicamente non con- 
venga che il Re d'Italia vada a Berlino, sopratutto per- 
chè i funerali dell'imperatore Federico, per espressa vo- 
lontà del defunto, saranno fatti in forma privata, senza 
l'intervento di principi esteri o di missioni speciali. 

Una visita a Berlino sarà argomento da trattarsi a 
tempo debito e quando le convenienze delle due Corti 
e dei due paesi permetteranno». 

— Telegrafo al principe di Bismarck: 

« Le malheur qui frappe votre pays plonge aussi l'I- 
talie dans le deuil. 

Quoique prévue et redoutée depuis long temps, cette 
fin tragiquement simple et grandiose est un coup cruel 
pour nos souverains qui perdent un ami éprouvé, pour 
la nation italienne qui voyait en Frédéric III la person- 
nifìcation sympathique et venèree de la glorieuse na- 
tion allemande, sa fìdèle alliée. Le Gouvernement du Eoi 
transmet, par mon entremise, à Yotre Altesse et au 
Gouvernement Imperiai et Eoyal les expressions d'une 
douleur profonde et les voeux les plus ardents pour la 
prospérité du nouveau Eègne. Je prie Votre Altesse de 
recevoir personnellement l'assurance de la part très-sin- 
cère et très-large qui je prends à sa douleur. Il faut 
tonte la force d'àme dont Votre Altesse a donne tant 
de preuves pour supporter avec fermeté des pertes si 
rapprochées et si douleureuses. » 

16 giugno, — Eicevo questa risposta: 

«En ces temps de douleureuses épreuves que tra- 
verse l'Allemagne, les paroles si sympathiques que Votre 
Excellence vient de me transmettre et que j'ai fait con- 



Per la morte di Federico III 



245 



naitre aux membres du gouvernement Imperiai, ont ap- 
porté des consolati ons qui nous aident à supporter les 
grandes douleurs qui depuis trois mois se sont appe- 
santi sur PAllemagne. Les sentiments du noble peuple 
italien qui se confondent en ce moment avec les notres 
dans le mémes regrets et les mémes espérances, trouve- 
ront un echo reconnaissant dans tous les coeurs alle- 
mandes ; les condoléances que votre Excellence m'adresse 
personnellement m^ont profondément touché. Elle voudra 
bien ne pas en douter et croire à la sincérité de ma 
gratitude et de mon affection. 

De Bismaeck. » 

— Visita di Solms: Eingraz lamenti per le parole 
pronunziate alla Camera e al Senato per la morte del- 
Flmperatore Federico. Il Solms fa gli elogi del nuovo 
Imperatore. 

In conseguenza della rottura di relazioni dell'Italia 
col Sultano di Zanzibar, il conte di Bismarck ha sospeso 
rinvio a quel Sultano della decorazione decretatagli. 
Aspetterà l'accordo. 

17 giugno, — L'ambasciatore Eascon mi partecipa la 
costituzione del nuovo ministero spagnuolo. Moret ha 
il portafoglio delPinterno, e il marchese de la Yega 
quello dell'estero. Il gabinetto ha un colore più demo- 
cratico. 

24: giugno. — Visita di de Moiiy : mi parla delle tasse 
a Massaua, e gli rispondo sostenendo il nostro diritto, 
non vigendo più colà le Capitolazioni pel fatto della no- 
stra conquista. Sostenni questa tesi col Gérard Pestate 
scorsa, a proposito del giudizio contro un greco. 



Capitolo Nono. 

Dn altro incidente franco-italiano. 

La questione con la Francia per le tasse di Massaua : tre Note diplomatiche 
di Crispi sui diritti dell'Italia e sulle vessazioni francesi. - Le Potenze danno 
causa vinta all'Italia. - Dal Diario di Crispi: Spagna e Vaticano. - Un al- 
larme del re Luigi di Portogallo pel viaggio dei Sovrani italiani in Romagna. 
- Seconda visita di Crispi al principe di Bismarck. - Il Gran Cancelliere au- 
striaco incontra Crispi a Eger. 

La questione accennata dal de Moiiy e sollevata poi dal go- 
verno francese per l'applicazione a Massaua delle tasse munici- 
pali a tutti i suoi abitanti, italiani e stranieri, offrì un'altra 
prova della tendenza della Francia a cercare pretesti di litigi 
coli' Italia. 

Crispi fu accusato di essere un provocatore, di obbedire così 
agendo alla volontà del principe di Bismarck che voleva la 
guerra, di dare alla triplice alleanza un atteggiamento inquie- 
tante. Per molti anni la stampa francese e quella parte della 
stampa italiana che le faceva eco, hanno ricamato su cotesto 
tema, e si continua ancora in pubblicazioni recentissime a dipin- 
gere un Crispi di maniera, arrogante, dalle passioni autoritarie, 
precipitoso nei giudizi^). 

Quanta giustizia contenessero tali accuse, può rilevarsi dal- 
l' incidente per le tasse di Massaua. 

Il fatto ohe vi dette occasione e gli argomenti messi in campo 

t) Cfr. Coimte Charles de Mouy, Souvenirs et causeries d'un diplomate. 
Paris, librairie Plon, 1909. Pag. 256. 



248 



UN ALTRO INCIDENTE FRANCO-ITALIANO 



dal ministro Goblet, succeduto al Flourens, per contrastare Vo- 
Bercizio della sovranità dell'Italia su quella terra già bagnata 
da tanto sangue italiano, si desumono dai documenti che rife- 
riamo. 

In tre Note, due del 25 e una del 31 luglio, dirette agli am- 
basciatori per essere comunicate alle Cancellerie delle grandi 
Potenze, Crispi combatteva le obiezioni francesi. Le riassumiamo : 

« Il generale comandante superiore a Massaua, per 
sopperire in parte alle spese d'igiene, illuminazione, ecc., 
ha imposto il 30 maggio scorso, a tutti i proprietari di 
immobili e a tutti i commercianti della città, nazionali 
e stranieri, una tassa variante da 2 a 7 lire al mese. 
Un'altra ordinanza, data con lo stesso scopo il 1 giugno, 
ha sottoposto ad una tassa di patente le rivendite di 
bibite, di commestibili, ecc. Ventitré commercianti, tra 
i quali, oltre due francesi, uno svizzero e venti greci 
che nell'assenza di un console della loro nazione godono 
della protezione del vice-console di Francia, solo Agente 
straniero che vi sia a Massaua (tale è lo stato delle 
cose da noi trovato al momento della nostra occupa- 
zione), hanno rifiutato di pagare. 

Il governo francese sostiene i loro reclami e ci con- 
testa il diritto d' imporre tasse sui suoi nazionali e pro- 
tetti, invocando le capitolazioni esistenti a Massaua. 

Data e non concessa l'ipotesi dei nostri avversari, 
che a Massaua Vigano le capitolazioni, saremmo obbligati 
a non sottoporre ad una tassa, di natura municipale, i 
soggetti e i protetti stranieri senza il consenso dei loro 
governi 1 

Tediamo quello che avviene a questo proposito nelle 
antiche provincie ottomane, sebbene esse si trovino giu- 
ridicamente in condizioni ben diverse da Massaua, e 
anche nei paesi di capitolazioni. Nella Bosnia-Erzego- 
vina tutti i privilegi fiscali e comunali in favore degli 
stranieri sono scomparsi al momento dell'occupazione 
austro-ungarica. A Cipro la facoltà d' imporre tasse sugli 
stranieri è limitata dai trattati di commercio con la 
Turchia e non dalle capitolazioni. La Bulgaria, che ha 
ora creato i municipii, ha dovuto imporre tasse comu- 
nali, contro le quali le Potenze europee non hanno fatto 
obiezioni. 



Le tre Noie per Massaua 



249 



L'Egitto ha promulgato una legge che sottopone 
tutti gli stranieri ad una tassa di patente, e sinora nes- 
sun governo ha fatto rimostranze al Cairo. La Sublime 
Porta ha tentato di applicare cotesta tassa di patente 
nel territorio dell' impero ; i rappresentanti delle grandi 
Potenze, pure riconoscendo la violazione delle capitola- 
zioni, non hanno fatto opposizioni di principio e si sono 
limitati a volerne regolata l'applicazione. A Tunisi il 
Municipio, creazione francese, percepisce le tasse. 

Ma l'ipotesi che a Massaua Vigano le capitolazioni 
non regge. Innanzi tutto la Turchia non ha mai eser- 
citato a Massaua un'autorità incontestata, e i tribunali 
ottomani non vi hanno mai funzionato; ma se pure vi 
fossero esistite, esse sono venute meno dopo l'occupa- 
zione italiana. Allorquando una nazione cristiana am- 
ministra un paese musulmano, le capitolazioni non 
hanno più ragion d'essere. Le capitolazioni sono possi- 
bili quando tra due popoli, dei quali l'uno si è stabilito 
nel territorio dell'altro per esercitarvi la sua attività 
commerciale, esiste una grande differenza di religione, 
di costumi, di leggi e di consuetudini. Senza garenzie 
eccezionali, a cominciare dall'introduzione della giusti- 
zia nazionale, non vi sarebbe per gli stranieri alcuna 
sicurezza nè per le persone, nè per i beni. Or questa 
non è certamente la condizione delle cose a Massaua 
dove un'amministrazione regolare, la quale presenta 
tutte le desiderabili garenzie d'ordine e d'imparzialità, 
funziona da quasi tre anni. Inoltre a Massaua abbiamo 
stabilito tasse di natura fiscale, come quelle marittime, 
di porto, di dogana, che sono state pagate da tutti in- 
distintamente e senza reclami. Ed è avvenuto questa 
fatto singolare, che i greci i quali ora, per pressioni 
e istigazioni che non vogliamo qualificare, si rifiutano 
di pagare tasse d'interesse locale, hanno tutti ricorso 
in questi ultimi tempi alla giustizia italiana, ovvero ne 
hanno, senza obiezioni, accettato le sentenze. 

Non è, infine, inutile rilevare che il governo ellenico,, 
prima di essere stato dalla Francia attirato alla sua 
tesi, non aveva invocato le capitolazioni, ma l'art. 2 del 
trattato di commercio del 1877 tra l'Italia eia Grecia, 
dove è stabilito che « i cittadini dei due Stati saranno 
perfettamente assimilati ai nazionali nel pagamento 
delle imposte ». Le tasse in questione, colpendo egual- 



250 



UN ALTRO INCIDENTE FRANCO-ITALIANO 



mente gl'italiani e i greci residenti in Massaua, la 
Orecia Ea dovuto ammettere il nostro diritto. 

Abbiamo seguito i nostri avversarli sul terreno da 
loro stessi scelto, e confutato i loro argomenti; ma la 
discussione è ormai inutile per noi, giacché la sovra- 
nità dell'Italia su Massaua è effettiva e incontestabile. 

L' Italia occupò Massaua il 5 febbraio 1885 in circo- 
stanze che meritano di essere ricordate. 

Dinanzi ai progressi minacciosi dell'insurrezione mah- 
dista, V Egitto concentrava le sue forze e richiamava le 
guarnigioni lontane. Massaua posta al di là della linea 
di difesa adottata dal governo Kediviale, doveva essere 
evacuata. Invitata ad occuparla, la Turchia si rifiutò, e 
con tale rifiuto rinunciava implicitamente ai diritti, 
molto incerti del resto, che si era attribuiti su quel 
punto importante del mar Eosso. 

Massaua, così abbandonata, stava per essere esposta 
al doppio pericolo di cadere in balìa dell'insurrezione 
mahdista o nell'anarchia. IN^ell' interesse generale biso- 
gnava che una Potenza occupasse quella città e la di- 
fendesse, occorrendo. L' Italia era pronta ; ella possedeva 
uno stabilimento coloniale non lontano di là, che po- 
teva essere a sua volta minacciato. Gli Stati amici 
vedevano senza dispiacere e gelosia, anzi forse con sod- 
disfazione, estendersi la sua autorità sulle rive del mar 
Eosso. L'occupazione di Massaua fu decisa.... 

L' Italia non solamente occupò Massaua quando, pel 
ritiro degli egiziani e per l'abbandono della Porta, ogni 
autorità vi cessava, ma cominciò subito a esercitarvi i 
diritti afferenti alla sovranità. Dieci mesi non erano 
trascorsi che tutti i servizi pubblici si trovavano nelle 
nostre mani e scomparivano le ultime tracce dell'occu- 
pazione precedente.... L'occupazione di Massaua fu por- 
tata alla conoscenza delle grandi Potenze da due tele- 
grammi del 9 e del 13 febbraio 1885.... 

D'altronde i reclami non ci vengono dalla Turchia, 
la quale, dopo aver fatto per un momento delle riserve, 
si adattò al fatto compiuto. Non vogliamo citare di 
questo altra prova che il testo, emendato dalla Porta, 
delia Convenzione pel Canale di Suez dove, all'art. 10, 
è riconosciuto che la Turchia non ha nel mar Eosso 
altre possessioni che sulla costa orientale. 

Le obiezioni, ci vengono, come sempre, dalla Fran- 



Il contegno degli Agenti francesi a Massaua 



251 



eia, che lia saputo attrarre la Grecia nell'orbita dei 
suoi reclami, dalla Francia, alla quale i progressi paci- 
fici della nazione italiana sembrano una diminuzione 
della sua propria potenza ed autorità, come se il conti- 
nente africano non offrisse sufficiente posto alPattività 
e alla legittima ambizione civilizzatrice di tutte le Po- 
tenze che ne occupano i confini. 

31 luglio. — Col dispaccio che ho indirizzato a V. E. 
il 13 corrente, e cogli altri due successivi del giorno 25, 
dei quali l'ho autorizzata a dar lettura e lasciar copia 
a codesto ministro degli affari esteri, parmi aver dimo- 
strato all'evidenza il buon diritto dell' Italia su Massaua, 
e come la Francia, senza alcun plausibile motivo, avesse 
tentato di sollevare contro noi la questione delle capi- 
tolazioni, le quali in quel territorio posseduto da Po- 
tenza cristiana e civile non possono essere invocate. 

Eimane ora a far conoscere quale sia stato costan- 
temente il contegno degli agenti francesi a Massaua 
fino dai primi giorni della nostra occupazione, poiché 
è da quel contegno che si originarono le presenti dif- 
ficoltà. 

Gioverà premettere che la Francia è la sola Potenza 
che mantenga una rappresentanza a Massaua, benché 
non abbia colà interessi commerciali, e solo due sudditi 
francesi vi si trovino da pochi mesi esercitandovi il 
piccolo commercio. 

La sua rappresentanza non ha dunque evidentemente 
che uno scopo politico. Vuoisi che essa si colleghi ad 
una missione di lazzaristi residenti in Abissinia, ma il 
contegno dei suoi agenti lascia pur troppo supporre che 
ben diverso e più vasto ne sia l'obbiettivo. 

Al momento della nostra occupazione noi non ab- 
biamo trovato a Massaua alcun agente consolare fran- 
cese, e solo otto mesi dopo, e propriamente il 20 otto- 
bre 1885, quando gli egiziani, abbandonando quella 
località, ce ne lasciavano il pieno dominio, giunse colà 
un signor Soumagne, il quale si disse vice-console di 
Francia. 

Scambiate le visite colle nostre autorità, piii che di 
mantenere con esse quei rapporti di cordiale amicizia 
che avrebbero dovuto essere scopo precipuo della sua 
presenza a Massaua, pare egli si preoccupasse di strin- 



252 



UN ALTRO INCIDENTE PKANCO-ITALIANO 



gere legami colPAbissinia. Lo vediamo infatti recarsi 
nella primavera seguente ad Adigrat, dove si incontra 
con Eas Aliila, e pochi mesi dopo, nell'agosto del 1886^ 
ad Adua per ossequiarvi il re Giovanni. 

E de' suoi intimi rapporti col ì^^egus egli stesso te- 
neva discorso col Comandante superiore delle nostre 
truppe, al quale confessava di aver proposto al Ee di 
stringere colla Francia formale trattato ; del quale trat- 
tato la clausola più importante, come si venne poi a 
conoscere da altra fonte, sarebbe stata la protezione 
della Francia, accordata alFAbissinia contro qualsiasi 
Potenza. 

Questi segreti rapporti e maneggi del rappresentante 
di Francia col Negus e con Eas Alula autorizzarono 
il sospetto che egli intrigasse contro di noi, sicché 
quando per motivi di salute, ottenuto un congedo, la- 
sciava Massaua, nel marzo del 1887, quelle autorità eb- 
bero a rallegrarsene come dell'allontanamento di persona 
non amica. 

Ma pur troppo dalla sua non dissimile doveva es- 
sere la condotta del suo successore, certo signor Mer- 
cinier, commesso del consolato francese in Alessandria, 
che il signor Soumagne prima di partire presentava al 
Comandante in capo come incaricato di reggere prov- 
visoriamente il vice-consolato di Francia. 

Anzi da quell'epoca ebbe principio una serie non 
interrotta di reclami e di difficoltà sollevate dal nuovo 
rappresentante francese, il quale non perdeva occasione 
di ingerirsi inconsultamente anche negli affari che non 
lo riguardavano. Così egli teneva nel suo uiOficio un 
registro aperto a tutti coloro che volevano farsi inscri- 
vere tra i protetti, ed aveva rilasciato patenti di pro- 
tezione, non solo a Greci, ma anche a Persiani, Turchi, 
Svizzeri e x>erfìno ad un cittadino nord-americano, e 
quella protezione pareva accordasse x)iù. segnatamente 
a tutti coloro che avevano relazioni coi nostri nemici. 

Inutile qui far menzione dei reclami e delle proteste 
elevate sistematicamente dal signor Mercinier contro 
pressoché tutti i provvedimenti adottati dalle autorità 
italiane di Massaua, fino a minacciare che userebbe la 
forza contro le nostre autorità e ad istigare alla resi- 
stenza ed all'aperta ribellione, come ha fatto ultima- 
mente in occasione delle tasse municipali alle quali 



Goblet giudicato da de Moiiy 253 



erano stati sottoposti tutti, senza distinzione di nazio- 
nalità, gii abitanti del paese. Inutile pure far parole 
degli abusi di autorità da lui commessi, abusi che giun- 
sero fino a minacciare d'infliggere multe ed anche di 
espellere da Massaua coloro fra i protetti che non aves- 
sero obbedito ai suoi ordini ed avessero pagate le tasse 
suddette. 

Questo contegno continuamente ed apertamente ostile 
degli agenti francesi, e la necessità di mantenere Por- 
dine in una piazza forte ed in un territorio dove vige 
tuttora lo stato di guerra, in faccia ad indigeni che 
dobbiamo amministrare ed a stranieri che vi frequen- 
tano, ci hanno costretti a non tollerare più oltre il 
signor Mercinier nella assunta sua qualità di reggente il 
vice-consolato di Francia. Non potendo esser questione 
di ritirare Vezequatar a un funzionario il quale provvi- 
soriamente suppliva ad un vice-console che non ne era 
munito dal regio governo, il generale Baldissera do- 
vette naturalmente limitarsi a fargli noto (il 23 luglio) 
ohe non avrebbe più avuto relazioni con lui. 

Appena occorre, poi, avvertire che al signor Merci- 
nier, tornato così privato cittadino, non poteva essere 
consentito di corrispondere in cifra col suo governo, 
questo metodo di corrispondenza essendo vietato a Mas- 
saua a qualsiasi privato. 

Ho stimato opportuno d'informare di questi fatti 
Y. E., affinchè ne possa trarre norma di linguaggio 
nelle sue eventuali conversazioni, su tale argomento, con 
codesto ministro degli Alfari esteri. » 

E naturale che il ministro Goblet ^) non si arrendesse alle 
argomentazioni del governo italiano e che sulFon. Crispi si ro- 

i) Nel citato volume, a pagg. 257-258, il conte de Moùy fa questo ritratto 
del Goblet : « L'accession de M. Goblet au Ministère des AÉfaires étrangères 
avait soulevé dans les journaux frangais des objections serieuses : on disait 
avec raison que cet homme politique, estimé d'ailleurs, orateur disert, logicien 
exercé, était mal préparé, par son caractère raide et irascible, au maniement 
des choses diplomatiques qu'il traitait pour la première fois: on lui reprochait 
ses opinions anguleuses et son style peu engageant. Je n etais pas, à cet égard, 
sans quelque souci, et je regrettais leloignement de M. Flourens dont j'ap- 
préciais vivement la connaissance parfaite de notre situation delicate à Rome, 
la douceur et l'abile sagesse. » ^yV. C.J 



254 



TJN ALTRO INCIDENTE PRANCO-ITALTANO 



vesciasse Tira della stampa francese. Ma Orispi fu inflessibile. 
Aggredito, difese la posizione senza eccessi verbali, ma energi- 
camente. Portò la contesa dinanzi alle Cancellerie europee ; 
dimostrò che la Francia sosteneva una tesi sbagliata e ohe, non 
questioni di principio o di dignità la movevano, ma bensì il 
dispetto per lo spirito d'indipendenza che animava la politica 
italiana. 

Come risulta dai documenti che seguono, l'Europa dette ra- 
gione a Crispi, il quale, dopo ottenuto tale consenso, chiuse la 
vertenza dichiarando che non avrebbe più risposto al signor 
Goblet. 

« Parigi, 25 luglio 88. 

Oggi Goblet si lamentò con me perchè V. E. non 
aveva potuto ricevere ancora il signor Gérard e perchè 
il comandante militare di Massaua aveva dichiarato al 
signor Mercinier di cessare di considerarlo come rappre- 
sentante della Francia, non essendo egli provveduto 
d'alcun exeqiiatur regolare. Mi parve venuto il momento 
di dare al signor Goblet conoscenza della sostanza dei 
due ultimi telegrammi di Y. E. relativi alFincidente di 
Massaua, ma le buone ragioni svolte dalFE. Y. non val- 
sero a rimuovere Goblet dalle sue prime idee. Egli per- 
siste ad invocare le capitolazioni che noi non ricono- 
sciamo, ed a pretendere che ogni atto coattivo per far 
pagare la tassa doveva cessare dopo la protesta inoltrata 
contro la medesima ; mentre noi riteniamo che anzitutto 
si doveva obbedire alle autorità governative, salvo ad 
esaminare dopo le proteste. Goblet si animava sempre 
più, mentre io prontamente dichiarava che, visto asso- 
luta divergenza sui due punti capitali anzi accennati^ 
io non poteva continuare la discussione, che avrebbe 
finito per sviare. Goblet fra altre cose mi disse che la 
Francia era disposta condiscendere ai nostri desideri in 
cambio di qualche concessione per parte nostra. Non mi 
disse quale, ma suppongo che alludesse alla Tunisia, 
giacché questo ambasciatore d' Austria- Ungheria che 
aveva avuto una conversazione in proposito, mi disse 
riservatamente che Goblet aveva nel suo discorso, par- 
lando di Massaua, fatto anche allusione alla Tunisia^ 

Mi si assicura che a questo Ministero degli Affari 



Le capitolazioni a Massaua e le Potenze 



255 



esteri si è alquanto preoccupati del contegno della Gre- 
cia, dalla quale da più giorni non si hanno comunica- 
zioni.... 

Menabrea. » 

« Londra, 26 luglio. 

Salisbury m'ha detto aver già dichiarato all'amba- 
sciatore di Francia e quindi all'ambasciatore di Ger- 
mania, che, secondo il governo inglese, allorquando un 
paese musulmano è amminisfcrato da una nazione cri- 
stiana civile, le capitolazioni non hanno più ragione 
d'essere. Avendo proposto a Salisbury di firmare sul 
momento un documento analogo a quello tra l'Inghil- 
terra e l'Austria-Ungheria, Sua Signoria mi manifestò 
la fiducia che l'E. V. sarebbe senz'altro soddisfatta della 
dichiarazione chiara ed esplicita che mi aveva fatto. 

Catalani. » 

Lettera di lord Salisbury al comm. Catalani, del 29 lu- 
glio 1883: 

« Ella mi chiese l'opinione del governo della Eegina 
risì)etto l'obbligo delle capitolazioni nei territori i quali,, 
come Massaua, sono stati sotfco un'amministrazione mu- 
sulmana, ma che più non vi sono sottoposti. La mia ri- 
sposta è la seguente. L'opinione del governo della Ee- 
gina è contraria alla validità delle capitolazioni in tal 
caso. Le capitolazioni debbono la loro origine alla dif- 
ficoltà di adattare le singolarità della legge e dell'am- 
ministrazione musulmana ai negozianti che fanno il 
commercio coi paesi cristiani; quindi nei territori che 
sono giunti ad esser sottoposti all'amministrazione di 
un governo cristiano, come quello d'Italia, le capitola- 
zioni cessano d'essere applicabili e perdono la ragione 
d'essere. » 

« Roma, 1 agosto. 

A S. E. il Cav. Nigra, 

Signor Ambasciatore, V. E. mi ha fatto conoscere 
che S. E. il conte Kàlnoky, in risposta alla domanda 
che gli ha indirizzata in nome del governo del Ee, ha 



256 



UN ALTRO INCIDENTE FRANCO-ITALIANO 



dichiarato che il governo I. e E. Austro-Ungarico ri- 
tiene le capitolazioni inapplicabili aMassaua e che per 
conseguenza i sudditi austro-ungarici dovranno sotto- 
mettersi alla legislazione ivi vigente. 

Invito y. E. a informare il governo I. e R. Austro- 
Ungarico che il governo del Ee prende atto di codesta 
dichiarazione, e la prego di volerne ringraziare S. E. il 
conte Kàlnoky. 

Oeispi. » 

Infine, i tentativi fatti dalla Francia per indurre la Turchia 
a protestare contro l'Italia, fallirono. Il signor di Radowitz te- 
legrafava il 6 agosto aver l'impressione ohe la Porta non si sa- 
rebbe fatta influenzare dalla Francia, e ohe egli aveva dichia- 
rato al Sultano che se avesse servito la politica della Francia 
e della Russia, non poteva nello stesso tempo rimanere amico 
dalla Triplice. 

Dal Diario: 

11 luglio. — Visita del conte Solms: questione dei 
passaporti per i missionari in Cina. La Germania segue 
la nostra politica. Ha prevenuto il governo del Celeste 
Impero affinchè non permetta che i cattolici tedeschi 
vi siano ricevuti con passaporti non tedeschi. 

Durante la visita delle squadre a Barcellona, fu te- 
nuto un banchetto, al quale intervennero Fambasciatore 
d'Italia, Tornielli, e Fambasciatore di Francia, Oambon. 
Facendo un brindisi, il ministro spagnuolo non ricordò 
la Francia. Si alzò il Tornielli e riparò all'omissione. 
Dopo questo brindisi avvenne il riavvicinamento delle 
squadre italiana e francese. 

28 luglio. — Solms: esprime la speranza che la que- 
stione con lo Zanzibar sia risoluta amichevolmente. La 
Germania non fa obbiezioni che l'Italia acquisti colà 
dei terreni. Eicordo il contegno seguito dal Oecchi, le 
scuse del Sultano, e manifesto la speranza di un ami- 
chevole componimento. 

Massaua. La Germania compromessa nella questione 
di diritto, avendo sostenuto la tesi contraria alla nostra. 



Un giudizio spagnuolo sul Vaticano 



257 



Pronta a rinunziare alle capitolazioni, finché gPitaliani 
«iano a Massaua. 

3 agosto, — L'ambasciatore a Madrid, conte Tornielli, 
ha conferito col ministro de la Vega de Armijo sulla 
Circolare Rampolla relativa alla cosidetta Conciliazione 
tra FItalia e il Vaticano. « Appena il I^unzio Mons. di 
Pietro entrò nell'argomento lo interruppi — gli ha rife- 
rito il Ministro — dicendogli: 

« Non venga, Mgre, a parlarmi della necessità in cui 
si troverà il Papa di andar via da Eoma. Vi sono due 
cose ugualmente impossibili, la partenza del Papa dal 
Vaticano e la sortita degli Italiani dalla loro Capitale. 
Gl'incidenti che possono creare qualche difficoltà, non 
renderanno mai possibili le cose impossibili. Miglior 
consiglio sarebbe acconciarsi in pace ai fatti compiuti. » 
Poi, soggi unsemi il Mse de la Vega de Armijo, la con- 
versazione fu da lui portata sovra le j)rovocazioni che 
negli ultimi tempi non erano mancate per parte della 
Santa Sede e che doveano necessariamente aver prodotto 
qualche risentimento nell'opinione pubblica in Italia. 
Prima di lagnarsi della sua situazione, la Santa Sede 
avrebbe dovuto evitarsi il rimprovero di aver eccitato 
il clero alla resistenza circa l'applicazione della legge 
sulle decime, e nella sua condotta politica il Vaticano 
avrebbe potuto evitare il dispetto provato dell'amicizia 
intima stabilitasi fra l'Italia e la Germania. Pare che il 
Nunzio, il quale in verità non suole mettere insistenza 
molta in sifiatte comunicazioni, lasciasse tosto cadere il 
discorso e che più non abbia tentato di ripigliarlo in 
altro giorno. 

6 agosto. — Solms mi comunica che il console tedesco 
a Zanzibar ha annunziato essere quel Sultano pronto a 
recarsi al Consolato italiano ed anche a bordo dell' J-r- 
cliìmede per offrire le sue scuse al governo italiano. Av- 
verto il Conte che l'affare sta per essere composto. 

S agosto, — Solms mi legge un telegramma di ier sera 
del principe di Bismarck. Il Principe accoglierà con gioia 
una mia visita a Priedrichsruh. Egli non può muoversi 
da quella sua residenza, e quest'anno non potrebbe re- 
carsi a Kissingen. 



Crispi, Polìtica estera. 



17 



258 



UN ALTRO INCIDENTE FRANCO-ITALIANO 



Mi legge un dispaccio della Cancelleria sulla visita 
dell'imperatore Guglielmo a Peterhof. La visita avrebbe 
tolto ogni dubbio e resa più cordiale ed intima l'ami- 
cizia dei due Sovrani. Non si sarebbe parlato di politica, 
ma confermata l'opinione che la pace sarà conservata. 
L'imperatore Guglielmo ritornò soddisfatto della visita. 

Alla vigilia del viaggio dei Sovrani italiani in Romagna, 
dove non si erano mai recati pel pregiudizio ohe quella regione 
fosse pericolosa e inospitale per i principii repubblicani che vi 
erano largamente diffusi, Fon. Crispi, che quel viaggio aveva con- 
sigliato sfidando gli asseriti pericoli, ebbe dal re Luigi di Por- 
togallo, padre dell'infelice re Carlo, l'avviso che un attentato 
anarchico minacciava la vita di Umberto : 

«Berlino, 12/8/88. 

Ho visto or ora il Ee di Portogallo che aveva pre- 
mura incontrarsi con me, per dirmi sapere egli da « fonte 
certa che in occasione del prossimo viaggio del nostro 
augusto sovrano nelle Eomagne si stava preparando un 
attentato a Bologna o altrove.» Profittando del mo- 
mento in cui la folla circonderebbe gli equipaggi reali, 
i congiurati farebbero risuonare in mezzo alle acclama- 
zioni il «viva la repubblica, abbasso il Ee» e farebbero 
uso del revolver contro S. M. Sarebbe in qualche modo 
un'edizione riveduta e corretta, e meglio calcolata del- 
l'attentato di Passanante a Napoli. Chiesi al Ee di Porto- 
gallo se era in grado di tornirmi particolari ancora piii 
precisi e sopratutto di dirmi onde gli era venuto un 
simile avviso. S. M., senza spiegarsi altrimenti, ripete- 
vami tenere la cosa da « fonte certa », aggiungendo che 
si doveva comprendere il suo vivo desiderio che l'av- 
vertimento ne fosse dato a chi di ragione. Il Ee era 
assai commosso nel parlarmi. Io non lo sono meno nel 
comunicare quanto precede a Y. E. come ho promesso 
di farlo, affinchè tutte le precauzioni siano prese a tempo 
per scongiurare il complotto e preservare una esistenza 
altrettanto preziosa quanto necessaria per l'Italia. 

Launay ». 



Un preteso complotto anarchico 



269 



« 13/8/88. 

Launay, ambasciatore d'Italia^ 

Berlino. 

Ee Luigi avrebbe fatto cosa utile se invece di i^arlare 
dei modi con cui il complotto dovrebbe effettuarsi, avesse 
rivelato la « fonte certa » donde gli venne la notizia. Il 
mistero nel quale si è avvolto mette il dubbio negli 
animi, ma non dà le fila per giungere alla scoperta del 
supposto reato. 

Il governo ha già preso tutte le precauzioni perchè 
tutto proceda regolarmente. 

Grispi. » 



«Berlino, i3/8/88. 

Ee di Portogallo, cui feci oggi di nuovo visita per 
ottenere maggiori schiarimenti, mi disse di non poterne 
dare essendo legato dal vincolo del secreto da chi te- 
neva le notizie del complotto; ma che nel nostro primo 
incontro aveva già dato tutti i ragguagli, tali quali li 
aveva saputi da i^ersona meritevole di ogni fede. 

Quella persona gli riferì quanto venne a sua cono- 
scenza dopo aver i)reso lettura di lettere indirizzate 
forse da Parigi da capi socialisti a comitati rivoluzionari 
delle Romagne. S. M. ebbe in altre circostanze e dalla 
stessa persona avvisi preventivi sopra movimenti che 
si preparavano in Spagna e che si verificarono esatta- 
mente. Il Ee Don Luigi ha aggiunto che la fonte può 
dunque dirsi sicura e che egli adempiva affettuoso do- 
vere nel dare quell'avvertimento. 

Lauxay. » 



« 13/8/88. 

Conte Nigra amloascìatore cPItalia^ 

Vienna. 

(Personale riservato). — Il Ee di Portogallo parlò mi- 
steriosamente a Launay a Berlino di una cospirazione 
contro la vita del nostro augusto sovrano che si spie- 



260 



UN ALTRO INCIDENTE FRANCO-ITALIANO 



gherebbe in Bologna od in altra città in occasione delle 
prossime manovre militari nelle Eomagne. 

Ho ragione di credere e i miei agenti me lo confer- 
mano, che nulla abbia a temersi per la nostra gloriosa 
e patriottica dinastia. 

Prego in ogni modo V. E. voler avvicinare Ke Luigi 
e stringerlo a rivelarci la fonte dalla quale ebbe la no- 
tizia, cosicché io possa giudicare della sua attendibilità, 
e fare le necessarie indagini per giungere anche, ove 
ne sia il caso, a scoprirne gli autori. 

Il silenzio da parte di S. M. Portoghese non sarebbe 
scusabile. Poiché ha gettato il dubbio nelPanima nostra, 
ci apra la porta alla scoperta della verità. 

Ceispi. » 



«Vienna, i3/8/88. 

(Confidensiale-riservatissimo), — Il Ee di Portogallo 
deve essere in Vienna soltanto il 18 corrente. Mi troverò 
alla stazione, domanderò udienza e farò a Sua Maestà 
Fedelissima la commissione di cui Y. E. mi ha incari- 
cato. Intanto V. E. prenderà senza fallo ogni debita 
precauzione, ma deve sapere che il Re Luigi é pieno di 
misteri che spesso non esistono. 

NiaEA. » 



« 13/8/88. 

R. Ambasciata Italiana, 
Parigi. 

Per rivelazioni di un alto personaggio sappiamo es- 
sersi combinato da alcuni socialisti francesi, d'accordo 
con quelli delle Eomagne, un complotto contro la vita 
del Ee in occasione delle prossime manovre militari e 
della visita reale in alcune città di quelle provincie. 

Siccome le cose inverosimili sono anch'esse possibili, 
la incarico a fare per mezzo dei nostri agenti le in- 
dagini opportune per scoprire l'attendibilità di tale no- 
tizia. 

Le nostre relazioni colla Francia non permettendoci 



Un reclamo francese a Berlino contro Crismi 



261 



di ricorrere a cotesta polizia, anzi potendo questa es- 
serci nemica, voglia Ella servirsi di mezzi interamente 
italiani nella delicata missione. 
M'informi di tutto. 

Orispi. » 



« Vienna, 21/8/88. 

Ho chiesto al Ee di Portogallo d'indicarmi le fonti 
e i particolari della cospirazione di cui parlò a Launay. 
S. M. mi disse che non poteva svelare quella sorgente 
che al nostro Ee in persona e che S. M. la Eegina Maria 
Pia aveva scritto tutto al suo augusto fratello. 

Benché io abbia vivamente insistito, non ho potuto 
ottenere dal Ee Luigi altra notizia che quella che la 
sorgente procede dai socialisti di Ginevra e Zurigo. 

NiGEA. » 

M agosto. — Solms mi dà notizia di un colloquio che 
il^signor Eaindre, Incaricato d'affari di Francia a Ber- 
lino, ha avuto col conte di Bismarck. 

Il signor Eaindre si è lagnato della diffidenza mo- 
strata dal signor Orispi verso la Francia pei suoi re- 
clami contro le tasse municipali in Massaua. La Francia 
non vuole suscitare ostacoli, ma desidera soltanto di 
veder sciogliere una questione di principii. 

Il Bismarck difese la condotta del governo italiano 
e diede ragione della sua diffidenza. Invocò la calma e 
pregò il governo francese di non ingrossare una que- 
stione che per sè stessa era piccola e di poca importanza^ 
Soggiunse che aveva raccomandato la calma anche a 
Eoma. 

Il signor Eaindre soggiunse che il governo francese 
era pronto a riconoscere le pretese dell'Italia su Mas- 
saua ; chiedeva, però, che in corrispettivo l'Italia cedesse 
i suoi diritti su Tunisi. 

Il Conte rispose che non potevano confondersi le due 
questioni, non essendo identiche le posizioni dei due 
governi a Tunisi ed a Massaua. Non identiche perchè 
a Tunisi v'è ancora un Sovrano musulmano, e perchè 
la Tunisia è un gran territorio, mentre Massaua è una 



262 



UN ALTRO INCIDENTE FRANCO-ITALIANO 



piccola terra. Concluse, rinnovando consigli di prudenza 
e avvertendo che se sorgesse un vero dissidio la Ger- 
mania sarebbe costretta a mettersi dal lato dell'Italia. 

Il Raindre ricordò che le piccole questioni surte 
sulla frontiera tedesca furono facilmente risolute dalle 
due Potenze. Se l'Italia usasse la stessa condiscendenza 
della Germania, potrebbero amichevolmente risolversi 
le questioni tra essa e la Francia. Al che il Bismarck 
obbiettò che la questione di Firenze e altre di minore 
importanza erano state composte. 

Il conte Solms mi conferma che Kédnóky accetta il 
principio che le Capitolazioni non possono essere appli- 
cate a Massaua e che gl'italiani hanno diritto ad eser- 
citarvi la loro giurisdizione. 

Salisbury avrebbe scritto all'Incaricato d'Affari della 
Gran Brettagna in Atene che consigli il gabinetto greco 
a non insistere nella sua attitudine e ad accettare per 
le Capitolazioni a Massaua il parere del gabinetto bri- 
tannico. 

Il direttore del Ministero degli affari esteri di Francia, 
signor Charmes, avrebbe detto a Miinster che la Francia 
vedrebbe di buon occhio che l'Italia occupi Tripoli. 
L'ambasciatore di Germania avrebbe risposto che la 
Francia dà quello che non è suo e permette agli italiani 
ciò che non può proibire. 

16 agosto. — Il signor de Meyendorf mi legge una 
Kota del signor Giers in data del 9 agosto (28 luglio, 
stile russo). 

Il sig. Giers ha ricevuto le due I^ote italiane del 
25 luglio. Sulla questione delle Capitolazioni non ha da 
pronunziarsi. Egli non contrasta che l'amministrazione 
italiana sia migliore della musulmana, l^on crede però 
«he le Capitolazioni siano venute meno pel fatto solo 
della occupazione italiana in Massaua. Il signor Giers 
ricorda che al 1885 Mancini dichiarò alle Potenze che 
l'Italia era andata in quel territorio a scopo d'ordine e 
di sicurezza e per salvarlo dai mahdisti. 

17 agosto 1888. — Alle 9,45 partenza da Roma. 

18 agosto. — Arrivo alle 7,40 pom. a Sant'Anna di 
Valdieri per conferire col Ee che mi attende sulla ter- 



Secondo viaggio a Friedrichsruh 



263 



razza della Casina Eeale. Si va a pranzo, quindi dalle 
9,40 alle 11 e un quarto il Ee mi dà udienza. 

19 agosto, — Mi alzo alle 4,30; non è ancora Falba. 
Po toletta, esco e non trovo anima viva. Il cielo è di 
un puro azzurro. Alle 7 il Re scende sulla terrazza; 
alle 7,15 ant. riparto. Giungo alle 8,40 a Cuneo. La 
<3ittà è migliorata di molto dal 1849, l'ultima volta che 
la visitai. 

Giungo a mezzogiorno a Torino; alle 5,30 a Milano; 
alle 8,15 partenza pel Gottardo. 

20 agosto, — Alle 8,30 del mattino a Basilea; alle 4 
pom. a Francoforte sul Meno. 

21 agosto. — Alle 9,5 ant. da Francoforte, per Han- 
nover a Friedrichsruh. A Biichen si trova l'espresso, al 
quale viene attaccato il mio vagone. 

Alle 9,30 si giunge a Friedrichsruh. Gli urrah an- 
nunziano che il Principe è alla stazione ad attendermi. 
Scendo, gli dò il braccio e saliamo nella vettura che ci 
trasporta in pochi momenti all'abitazione del Principe. 
X/a molta gente raccolta ci accompagna con applausi e 
grida «Viva l'Italia». 

La principessa è ai bagni di Homburg. Fa gli onori 
di casa la contessa di Eantzau, figlia del Principe, in- 
sieme al marito. I tre bambini Eantzau ci danno il ben- 
venuto in italiano. 

Si prende il thè, quindi si vanno a vedere i fuochi 
d'artifizio preparati in mio onore ^). Si ritorna in salotto 
s> conversare. Si parla della guerra del 1870, del trat- 
tato di pace, di Mzza, di Garibaldi, dell'imperatrice 
Eugenia. Il pericolo della restaurazione dell' Impero 
affrettò la firma del trattato. Thiers fu minacciato e il 
piccolo Lulù sarebbe rientrato a Parigi alla testa dei 
duecentomila uomini prigionieri della Germania. 

Alle 11 e un quarto andiamo a coricarci. 

i) I fuochi erano preparati al di là del cancello che chiudeva la proprietà 
Bismarck. Il Principe, recandosi in mezzo alla folla plaudente venuta in gran 
parte da Amburgo, la invitò a gridare « Viva Crispi ». La folla ripetè tre volte 
l'acclamazione, stando il Principe a capo scoperto. fN. d. C) 



264 



UN ALTRO INCIDENTE FRANCO-ITALIANO 



22 agosto. — Sono in piedi alle 6 e mezza. Alle 11 e 
un quarto il Principe viene nella mia camera. Ha con 
sè parecchi documenti. 

Impegna subito il discorso su Massaua, e spiegando 
una carta chiede di conoscere il luogo dove avvenne 
l'ultimo fatto d'armi. Egli desidererebbe che l'Italia 
non s'impegnasse molto in quelle località, ma si limi- 
tasse ai punti fortificati. Dò notizie del fatto di Saga- 
neiti, ed egli conviene che non sia stato menomato il 
prestigio delle nostre armi. Dice che anche l'Austria 
teme che ci compromettiamo in Africa. 

Inghilterra: necessità di tenercela amica. Anch'essa 
I)erò ha bisogno di migliorare i suoi armamenti per terra 
e per mare. 

Per lo Zanzibar si conchiude che scriverà a Londra 
perchè Salisbury sciolga lui la questione, o ci lasci le 
mani libere. 

Turchia. Convenienza di non distrarre da noi il Sul- 
tano e di trattarlo benevolmente. 

Ritorna al suo antico concetto che la Eussia in Co- 
stantinopoli sarebbe più debole. Nei Balcani sarebbe 
attaccabile e potrebbe esservi schiacciata. Non sarebbe 
lo stesso entro le attuali frontiere. 

Francia. Boulanger. Non teme la guerra, ma prefe^ 
risce la pace. 

Papa. Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa. La guerra 
all' Italia gioverebbe a quest'ultima. Partenza del Papa 
da Roma: andrebbe temporaneamente in un convento» 
della Svizzera. Cardinale Schiafiini. 

Agenzie telegrafiche. 

Gli ultimi giorni dell'imperatore Federico — uomo 
debole ■— si lasciava dominare dalla moglie, la quale^ 
subiva alla sua volta il dominio della madre: voleva 
britannizzare tutto. Un giorno ragionava coli' Impera- 
tore ; eran d'accordo. Giunge la moglie ; si manifesta di 
contrario avviso; S. M. volta la testa. 

Alle 9 di sera, dopo pranzo, circolo. Vari aneddoti: 
la guerra del '66 — l' Italia debole — il Re vuole an- 
dare a Vienna, poscia in Ungheria : Bismarck si oppone.. 
Questioni e rimproveri. Egli non volle prendere Pro- 
vincie all'Austria, perchè non volle umiliarla. Nè umi- 



Colloquio Crispi-Bismarck 



265- 



liata in Italia, grazie a ì^apoleone III, né umiliata in 
Germania, grazie a Bismarck. 

23 agosto. — Alle 8,30 il Principe viene a visitarmi. 
Mi annunzia di aver telegrafato a Londra; teme che 
lord Salisbury non vi sia. Parliamo nuovamente dello 
Zanzibar. Gli manifesto che farebbe buona impressione 
in Italia se egli accompagnasse a Eoma P Imperatore. 
Risponde esponendomi le ragioni che si opponevano al 
suo viaggio. « Se V Imperatore mi volesse, andrei con 
lui; ma bisogna che lui mi domandi. Sarei andato in 
Eussia ; egli non lo chiese. In verità, il giovane Impera- 
tore se la fa meglio con Herbert ». 

Alle 9,15 il colloquio ha termine. 

Oi disponiamo alla partenza. Commiato cordialissimo. 
Il Principe, la figlia, il genero, i bimbi, sono tutti di- 
nanzi alla casa, dove mi attende la vettura. « Arrivederci 
l'anno venturo». Si parte alle 9,30. 

Alle 5,40 pom. siamo a Lipsia. 

24 agosto. — Da Lipsia alle 8,40 per Dresda a Karlsbad. 



«Vienna, 21 agosto 1888. 

Kàlnoky ha espresso più di una volta il desiderio^ 
di incontrarsi con V. E. Declinare questo desiderio non 
mi sembra conveniente. Ad ogni modo se Ella non crede 
utile il convegno, voglia incaricarmi di dirne qualche 
motivo a Kàlnoky. 

KlGRA. » 



«Vienna, 23 agosto 1888. 

Kàlnoky crede Karlsbad pericoloso perchè vi sono 
troppe conoscenze. Propone a Y. E. convegno a Eger, 
che è vicino e là attenderebbe sabato 25 dalle 7 del 
mattino per tutta la giornata all'albergo Wenzel. È ur- 
gente che y. E. mandi risposta subito. 

IsTiGRA. » 



:266 



UN ALTRO INCIDENTE FRANCO-ITALIAXO 



« Lipsia, 23 agosto. 

Conte Nigra, Aìiibasciatore d'Italia, 

Vienna. 

Karlsbad vale Eger. Dovunque avvenga il convegno 
sarà certamente subito conosciuto. Comunque sia, ac- 
cetto proposta. Mi fermerò sabato 25 a Eger e scenderò 
albergo Wenzel. 

Oeispi. » 

« Wittenberga, 23 agosto, 

A Sua Maestà il Re, 

Milano. 

Eitorno da Friedrichsruh dove sono rimasto dalla 
sera del 21 sino alle 9 di stamane. Il Principe mi ha 
incaricato dei suoi omaggi per Y. M. Bismarck ed io 
siamo stati d'accordo in tutte le questioni. Ho trovato 
in lui non solo il primo ministro di un potente e sicuro 
alleato di Y. M., ma un amico nostro fedele e devoto. 
Sempre agli ordini di Y. M. 

Oeispi. » 

24 agosto. — Eispondendo ai miei ringraziamenti per 
l'accoglienza fattami, il principe di Bismarck mi tele- 
grafa per confermarmi « les sentiments d'amitié person- 
nelle et politique pour vous et pour la grande nation 
dont le gouvernement vous est confìé par la haute sa- 
gesse de votre souverain et dont Falliance avec nous 
donne une des garanties les plus solides de la paix de 
V Europe ». 

25 agosto. — Partenza da Karlsbad alle 8,30 ant. 
Arrivo ad Eger alle 10,10. Alla stazione il Cancelliere 
austro-ungarico conte Kàlnoky cortesemente mi attende. 
Andiamo alP hotel Wenzel dove ci tratteniamo a con- 
ferire su tutte le questioni del giorno. Bulgaria, Tuni- 
sia. Turchia ; situazione finanziaria di essa, che la tiene 
sotto tutela. Il Sultano, fra i due gruppi se la cava; 
sua abilità. 



Colloquio Crispi-Kdlnoky 



267 



Eussia: ha la stessa opinione di Bismarck che s'in- 
debolirebbe se andasse a Costantinopoli. Al 1877 non 
poteva più continuare la guerra. Difficile ricostruire la 
flotta nel mar Nero ; deficienza di personale. Condizioni 
interne deplorevoli: in Eussia tutti rubano. Il re di 
Grecia si dichiarò anti-russo; è il suo interesse, non è 
la politica del suo governo. Tricupis liberale; educato 
alle idee inglesi. 

Germania: l'Alsazia si germanizzerà; non così la Lo- 
rena; gli alsaziani in Francia. Danni alle fabbriche ed 
^i commerci. L'ultima legge draconiana, ma necessaria. 
Manteuffel li trattava bene, ma in 18 anni non si è 
riusciti a germanizzarli, e si è dovuto cangiar metodo — 
L'imperatore Federico debole di carattere. 

Diftìcoltà di governo in Austria in conseguenza delle 
diverse nazionalità. Confederazione. Due milioni di ru- 
meni — La Eumania non russa ; il partito d'opposizione 
si atteggia a russofilo, ma giungendo al jjotere opere- 
rebbe con spirito nazionale — Ee Milano intelligente. 
Kàlnoky gli ha consigliato, di pacificarsi con la moglie. 
Forse il Concistoro non ammetterà il divorzio; se l'am- 
mettesse, molte le questioni. Natalia dovrebbe prendere 
r iniziativa. 

Necessità della nostra unione. Beneficio di essa nelle 
quistioni europee — Il Papa : querimonie ; Galimberti — 
Nel 1849 l'Austria era disposta a cedere la Lombardia a 
Carlo Alberto, prima della battaglia di Custoza, ma non 
la Venezia, i3erchè riteneva che essa avrebbe trascinata 
la Dalmazia, dove lingua e tradizioni sono italiane. 

Alle 2,45 pom. dopo cordiale commiato da Kàlnoky, 
riparto per l'Italia. 

Lungo la via, da Eatisbona, spedisco il seguente te- 
legramma al Ee: 

« Ho passato quattro ore ad Eger col conte Kàlnoky 
venuto appositamente da Vienna, e sono assai soddi- 
sfatto del colloquio avuto. Sempre agii ordini, ecc. 

Crispi ». 



26 agosto. — Alle 3,45 pom. a Milano; alle 0,30 a 
Monza dal Ee, cui fo relazione dei colloqui con Bismarck 
e Kàlnoky; quindi di nuovo a Milano. 



268 



UN ALTRO INCIDENTE FRANCO-ITALIANO 



28 agosto, — Telegrafo alPambasciatore a Berlino: 
« Parlai col Principe della necessità di associare le^ 
Agenzie telegrafiche italiana^ germanica ed austriaca 
allo scopo di stabilire un servizio in tutta Europa. Il 
Principe accolse V idea con entusiasmo. Ho parlato oggi 
a Nigra perchè si adoperi in Vienna a fare riuscire^ 
tale associazione. Egli pure riguarda l'attuazione del 
progetto come altamente desiderabile e non mancherà 
di fare quanto occorre. Sarà però bene che il Principe^ 
avvisi il principe di Reuss acciocché questi coox)eri con 
Mgra al successo di questo affare ». 

La stampa germanica e austriaca rilevò l'importanza della 
visita dell'on. Orispi a Friedrichsruh. Meritano speciale menzione 
le considerazioni fatte dalla National Zeitung nel suo numero del 
23 agosto. Dopo aver constatato che Grispi si era recato a visi- 
tare di nuovo il principe di Bismarck prima ohe il termine dì 
un anno dalla prima visita fosse spirato, Tarticolo esprimeva 
ravviso che fra le tre Potenze alleate, l'Italia si trovava allora 
nella posizione più esposta. " L'Austria ha da fare con una po- 
tenza la cui politica estera è diretta da diplomatici di carriera 
che non si lasciano troppo sopraffare dalle passioni popolari e che 
danno fondate speranze di saper tutelare gli interessi dell'Im- 
pero degli Czar senza trascurare i necessari riguardi verso gli 
interessi vitali del paese vicino. In Francia il governo trovasi^ 
invece, in mano di uomini come Ploquet e Goblet, il cui sovrano 
è r " aura popolaris „ , di semplici tribuni privi di sangue fredda 
e di moderazione, e assolutamente dipendenti dal favore di un 
popolo cosi vano, ardente, bellicoso, quale il francese. E un si- 
mile stato di cose non potrebbe che peggiorare in seguito ad un 
cambiamento di governo, che mettesse la cosa pubblica nelle 
mani del generale Boulanger. Per quante dichiarazioni pacifiche 
egli abbia fatte recentemente, il suo passato e l'appoggio degli 
chauvins più accaniti lo costringerebbero ad assumere un'attitu- 
dine provocatrice, sia che egli diriga lo sguardo verso l'Alsazia- 
Lorena, sia che aspiri a ricuperare la perduta preponderanza 
nel Mediterraneo. Nei due casi l'Italia sarebbe complicata in 
una guerra colla Francia o a fianco della Germania, o a fianco 
dell'Inghilterra. I disgraziati combattimenti in Africa sembra 
abbiano risvegliato le speranze dei politicanti della Senna, i 



Giudizi suìV incontro dei ministri della Triplice 269 



«quali credono pure che Falleanza italo-tedesoa assicuri all'Italia 
l'aiuto della Germania solo nel caso di un'invasione francese 
nella penisola^ e calcolano sulla possibile astensione della Ger- 
mania nel caso che l'Italia dichiarasse guerra alla Francia in 
seguito ad una occupazione di Tripoli da parte di quest'ultima. 
Nè minore sarebbe il pericolo per- l'Italia ove di nuovo sorgesse 
la questione egiziana, nella quale i suoi legittimi interessi le 
impongono di sostenere energicamente l'Inghilterra contro le 
pretensioni francesi. Date queste circostanze, così conchiude l'ar- 
ticolo, il convegno tra i due uomini di Stato che dirigono la 
politica della Germania e dell' Italia avrà un fondo essenzialmente 
positivo. Non già che catastrofi sieno imminenti o addirittura 
inevitabili; la solidità della lega dell'Europa centrale, la gloria 
che circonda l'esercito germanico e il timore che esso inspira 
sono eccellenti istrumenti di propaganda per la pace dei popoli; 
ma le condizioni in Francia si sono dal 1.^ ottobre 1887 in poi, 
avvicinate di alcuni gradi al punto nel quale il caos comincia 
e l'avvenire più prossimo diventa imprevedibile. Quando il signor 
Orispi venne a Friedrichsruh l'anno scorso dominava un apprez- 
.zamento relativamente ottimista della situazione in Francia. II 
ministero Goblet-Boulanger era caduto, e il ministero moderato 
Rouvier dirigeva gli affari della Repubblica francese. Le persone 
ragionevoli non vedono anche ora alcun fantasma, ma si dicono 
tuttavia, ohe ci avviciniamo all'esplosione a Parigi e che nessuno 
è in grado di dire fin dove si sperderanno le rovine o le scintille. 
Per il momento il viaggio del Presidente del Consiglio italiano 
avrà un buon effetto sugli animi irrequieti della Senna. L'al- 
leanza tra la Germania e l'Italia presa astrattamente, esercita 
sul francese del volgo il suo giusto effetto di intimidazione, sol- 
tanto quando appare ai suoi occhi sotto una forma sensibile e 
palpabile. „ 

3 settembre. — Il signor Goedel, Incaricato d'affari 
d' Austria-Ungheria, mi dà lettura di una Nota nella 
quale è riferita una conversazione del conte Kàlnoky 
con l'Incaricato d'affari di Francia. La Nota è del 29 
agosto. Il rappresentante francese voleva conoscere l'o- 
pinione del conte Kàlnoky sull'ultima Nota francese e 
sulla Nota turca per Massaua. Il ministro austro-unga- 
rico diede consigli di prudenza. Disse cke non conve- 



270 



UN ALTRO INCIDENTE FRANCO-ITALIANO 



uiva dare imi)ortaiiza alla questione e die bisognava 
lasciarla cadere. Dal colloquio di Eger egli aveva por- 
tato la convinzione che il ministro Orispi non se ne 
sarebbe occupato ulteriormente. Il Kàlnoky consigliava 
sopratutto a localizzare il dibattito e a non portarlo 
dal mar Rosso nel Mediterraneo. Le Potenze non per- 
metterebbero che fosse turbato lo statu-qiio nel Medi- 
terraneo. 

Circa la protesta turca il Conte manifestò il pensiero- 
che non convenisse darvi gran peso, e che si dovesse 
lasciar da parte anche la interpretazione dell'articolo X 
della convenzione pel canale di Suez. Non esser equo 
per la Francia dare appoggio alla Turchia. Del resto la 
Erancia non avrà dimenticato la protesta fatta dal 
Sultano al 1881 per Poccupazione della Tunisia. Certa- 
mente la protesta del 1881 per la Tunisia non può avere 
un valore minore di quella fatta ora per Massaua. Se 
la Erancia non dette importanza alla prima, non può 
darne alla seconda. 

L'Incaricato francese non seppe che cosa rispondere 
a questa ultima argomentazione. Disse che il governo 
francese riterrebbe chiuso l'incidente dopo l'ultima Nota 
di Gobi et. Teme che non faccia altrettanto l'Italia, la 
quale mandando la sua flotta in Oriente potrebbe avere 
velleità bellicose. Il conte Kàlnoky assicurò che la flotta 
italiana era andata in Oriente per i consueti esercizi 
annuali. 

— Il conte di Goltz è venuto a leggermi un tele- 
gramma ricevuto ieri sera da Berlino. Il conte Hatzfeldt 
avrebbe scritto al principe di Bismarck la risposta di 
lord Salisbury per l'affare di Kisimayo. Sua Signoria 
desidera che il governo italiano voglia attendere per 
la concessione di un territorio, garantendo che Kisi- 
mayo non sarà conceduto ad alcuno. L'Inghilterra si 
adoprerà affinchè l'Italia abbia quanto chiede. Lord 
Salisbury intanto chiede che gli siano mandati i ter- 
mini della promessa fatta all' Italia dal defunto Sultano 
dello Zanzibar. 

Ho risposto al conte Goltz che attenderò l'opera 
dell'Inghilterra e manderò intanto a lord Salisbury 
copia dell'atto di concessione. Prego il Goltz di ringra- 
ziare il Principe per l'interesse da lui preso in questo 
affare. 



Simpatie russe per VAbissinia 



271 



4 settemhre. — Il signor di Goedel è venuto a dichia- 
rarmi che il conte Kàlnoky, dividendo pienamente le 
nostre opinioni, si rifiuta di aderire alla domanda del 
governo dei Paesi Bassi per la modificazione dell'arti 
colo IX della convenzione per la libertà del canale di 
Suez. 

lo settembre. — Il signor di Goedel per incarico del 
conte Kàlnoky, è venuto a riferirmi le istruzioni date 
al suo Incaricato d'alFari a Costantinopoli circa talune 
domande fattegli da Sadullah- pascià. L'ambasciatore 
turco avrebbe chiesto se nel colloquio di Eger il Orispi 
aveva manifestato i suoi concetti intorno alle intenzioni 
del governo italiano in Africa, e se si era convenuto 
qualche cosa per la Bulgaria. Il Kàlnoky rispose che la 
questione di Massaua è cessata. Il ministro Orispi non 
intende farne argomento di ulteriori discussioni; ad 
Eger manifestò sentimenti pacifici, e non è suo inte- 
resse dar seguito ad un dibattimento ormai esaurito. 
Conviene però che la Francia non risusciti il conflitto 
con pretese nel Mediterraneo. Allora l'aifare potrebbe 
attirare l'attenzione delle Potenze che hanno interesse 
al mantenimento dello statu-quo. Per la Bulgaria il go- 
verno italiano è concorde con l'austriaco circa la con- 
venienza di lasciare al tempo la soluzione del problema. 
Nulla sarà fatto per ridestare questioni ormai sopite e 
]3er richiamare l'attenzione dell'Europa su di un popolo 
che fa bene i suoi atì'ari. L'Italia e l'Austria si adopre- 
ranno in ogni occasione perchè la pace non sia turbata 
nei Balcani. 

24 settembre. — Il conte di Goltz, venuto in ISTapoli, 
mi ha parlato di vari argomenti, tutti di qualche im- 
portanza. 

La missione dei preti abissini presso il governo russo 
non ebbe successo. Gli abissini offrivano allo Czar un' i- 
sola nel mar Rosso; ma l'offerta, dubbia in sè stessa 
perchè manca l' isola, non invogliò il sovrano. Giers non 
celò che nella Eussia vi sono simpatie per l'Abissinia, 
per motivi religiosi. 

Missionari tedeschi in Cina: ottennero quanto chie- 
devano dall' Imperatore del Celeste Impero, e il governo 
di Berlino domanda se abbiamo ottenuto altrettanto^ 



^72 



UN ALTRO INCIDENTE FRANCO-ITALIANO 



essendo suo desiderio che l' Italia abbia gli stessi bene- 
fìci. I missionari tedeschi che si recassero in Cina con 
passaporto non germanico, non otterrebbero il visto. 
Ho ripetuto la risposta fatta all'Incaricato d'affari ita- 
liano a Berlino. Il ministro di Germania a Pechino ap- 
poggerà le domande del governo italiano. 

In Eussia si attendeva che la Bulgaria il 18 corrente 
a.vesse proclamata la sua indipendenza. Erano voci di 
giornali; tutto passò tranquillamente. 



Capitolo Decimo. 



Il terzo incidente con la Francia. 

Una lettera apocrifa di Felice Pyat. - Guglielmo II a Roma. - Colloqui di 
Crispi col conte Erberto di Bismarck. - Storia documentata dell'incidente per 
le scuole italiane in Tunisia. - Dal Diario di Crispi. - La situazione in Fran- 
cia alla fine del 1888. 



Nei primi del settembre Fon. Crispi ricevette questa lettera: 

« Parigi, 7 settembre 1888. 

Mon cìier Crispi, 

J'attendais des paroles pacifiques de vous avant de 
vous écrire. Le reportage vous a chargé, tous ces jours-ci, 
de tant de projets sinistres que ceux qui vous connaissent 
en ont été, eux mémes, déconcertés. La vérité se fait 
jour enfìn: vous n'avez jamais song'é à allumer une 
guerre entre nos deux nations. 

Ceux qu'anime l'amour du Progrès et de la Démo- 
cratie soulfrent de cette tension de rapports qui existent 
entre nos deux grandes et généreuses nations. Ì^Tous 
sommes faits pour nous entendre et nous aimer: vous 
le pensiez, du moins. Oomment donc ne trouvez vous 
aucune parole pour faire tomber de ridicules préven- 
tions I 

Je vous assure, mon cher Orispi, que notre Démo- 
cratie sympathise avec l'Italie, la noble contrée des Arts 
et de la Liberté. 

Des hommes comme moi, qui vous sont attachés, sont 
désespérés de ce qui se passe. Faites un effort de votre 



Crispi, Politica estera. 



18 



274 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



coté. Ne vous décidez pas, au nom de la civilisation, à 
rompre tout rapport avec nous. Floquet a fait les pre- 
miers pas à Toulon ; vous devez faire le reste. Le monde 
vous applaudirait. 

Agréez, mon clier Crispi, avec l'assurance de ma vieille 
amitié pour vous, mes voeux les plus sincères. 

Félix Pyat. » 

Crispi, anziché rispondere direttamente al Pyat, telegrafò al- 
FAmbasoiata a Parigi nei seguenti termini: 

Torino, 11/9/88. 

M. Aììibasciata Italiana^ 

Parigi. 

Eicevo da costì una lettera di Felice Pyat che mi 
prega ed esorta di fare quanto dipende da me per ri- 
condurre i buoni rapporti tra la Francia e Pltalia. ISTon 
gli rispondo direttamente perchè non voglio impegnare 
alcuna polemica. Prego invece la S. V. di recarsi da lui 
e di dirgli che i miei sentimenti verso la Francia sono 
i medesimi di quelli che io nutriva 32 anni addietro^ 
quando eravamo esuli a Londra. Io mi sono difeso contro 
provocazioni diplomatiche che non mi sarei aspettate 
dal governo francese. La politica nostra è difensiva, non 
offensiva, e giammai da parte nostra sarà mossa guerra 
alla Francia. Io desidero le più cordiali relazioni col po- 
polo vicino, ma i francesi sono talmente ingannati dalla 
stampa locale che le mie speranze di un accordo fra i 
due paesi comincia a languire. Ora, se Félix Pyat si 
sente le forze di persuadere i suoi concittadini in nostro 
favore sciogliendo l'inganno in cui essi si trovano, io ne 
sarei lietissimo, ed Ella può assicurare Pamico Pyat che 
Pltalia non mancherebbe di fare il debito suo. 

Okispi. » 

Ma la lettera del Pyat era apocrifa: 

(( Da Parigi, 14 settembre 1888. 

(Personale), — La lettera direttale con la firma Felice 
Pyat è un falso. Pyat mi ha assicurato or ora che egli 
non ne fu l'autore, nè l'ispiratore, e che non ne ebbe co- 



Una lettera ajgocrifa di Felix Pyat 



noscenza alcuna. Siccome però egli in questa occasione 
mi fece le più ardenti proteste di simpatia per P Italia 
che nella sua bocca sono sincere, gli dissi che mi era caro 
di potergli dare una prova dei sentimenti personali di 
Y. E., e gli diedi lettura del suo telegramma dell'undici. 
Egli se ne mostrò lietissimo, assolvendo il falsario che 
aveva provocato tali dichiarazioni. Promise di fare per 
parte sua tutto il possibile per rendere i suoi concitta- 
dini più benevoli e meno ingiusti verso l'Italia e verso 
Lei e dichiarò che quando se ne verrà alla revisione, 
farà con i suoi colleghi uno sforzo supremo per lìnirla 
con quella perenne provocazione all'Italia che è il man- 
tenere un rappresentante della Repubblica presso la 
Santa Sede. Inveì poi contro il presidente della Camera 
dei deputati e col governo repubblicano che ha alla sua 
testa un Re e plaudì a Lei che negava l'elezione del 
proprio sindaco ai Comuni piccoli e meno colti, lascian- 
dola ai maggiori più illuminati, mentre qui si continua 
a negarla al Comune più colto della Francia, a Parigi. 
Ricordò come a Marsiglia le sue esortazioni per una 
cordiale convivenza con l'Italia siano state accolte con 
entusiasmo e disse che continuerà a seminare colà, ove 
fra giorni ritorna. Mi domandò infine se volessi lasciargli 
la traduzione del telegramma di V. E. impegnandosi a 
non servirsene se non d'accordo con Lei e con me. Io 
risposi che non lo potrei senza interpellarla, giacché in 
fatto V. E. non ]3oteva rispondere a lui per lettera da 
lui non scritta, e che io soltanto confidenzialmente aveva 
potuto mostrargli il suo telegramma. Voglia darmi su ciò 
le sue istruzioni. Alcune parole pacifiche e benevoli alla 
Francia, pronunziate ieri da S. M. il Re nell'udienza 
data ai francesi invitati dal principe ìsTapoleone, produs- 
sero qui una eccellente impressione. 

Ressman. » 



rri 5/9/88. 

Leggo nel Journal des Déhats d'oggi : « Si rimarcò ieri 
nei corridoi della Camera la presenza del signor Ressman, 
Incaricato d'affari d'Italia, che venne a conferire con il 
signor Felice Pyat». Fu infatti alla Camera che Pyat, 
venuto nel pomeriggio a Parigi, mi aveva dato convegno. 
Si direbbe che noi torniamo agli usi della Serenissima 



276 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



di Venezia, giacché se questa in sè così insignificante 
notizia non vuole essere una insinuazione, essa prova per 
lo meno con quale pavida diffidenza sia qui sorvegliato 
ogni nostro passo. Crederei però prudente al momento 
opportuno di dire nella udienza ordinaria del prossimo 
mercoledì una parola al signor Goblet per renderlo con- 
sapevole della ragione del mio colloquio col Pyat, porgen- 
domi occasione di leggergli il sì conciliante telegramma 
di V. E., che è una prova di più de' suoi personali sen- 
timenti. Prego telegrafarmi se ella mi vi autorizza. 

Eessman » 

Naturalmente^ l'on. Orispi dette Fautorizzazione richiestagli, 
e il Goblet ebbe una prova di più della lealtà del ministro italiano. 

Le eccellenti relazioni esistenti tra l'Italia e la Germania eb- 
bero nell'ottobre di quell'anno una solenne affermazione: l'Im- 
peratore Guglielmo decise di visitare Re Umberto nella Capitale 
del Regno. Era il primo sovrano di una grande Potenza che ve- 
niva a Roma e le accoglienze che vi ebbe furono grandiose. 

In tale circostanza vi fu tra Orispi e Bismarok, tra il Re e 
l'Imperatore, questo scambio di telegrammi: 

<( Roma, 11/10/88. 

Au milieu de l'enthousiasme qui a accueilli et qui 
entoure, dans la capitale de l'Italie, votre auguste Sou- 
verain, l'ami de notre Eoi et le chef de la grande Ì^Tation 
alliée de notre pays, ma pensée émue se reporte vers 
Votre Altesse. Je voudrais que l'écho des vivats dont 
Rome retentit arrive jusqu'à vous et vous dise combien 
le ijeuple italien alme l'Allemagne et apprécie l'amitié 
de ce pays devenu, par les conseils de Yotre Altesse, si 
glorieux et si grand. Que notre union soit toujours aussi 
cordiale et aussi intime pour la gioire des deux dynas- 
ties, le bonheur des deux peuples et la paix de l'Eu- 
rope ! 

Crispi. » 



Guglielmo II a Roma 



277 



« Flriedrìchsruh, 11/10/88. 

Je remercie Votre Excellence de tout mon coeur 
d'avoir bien voulu penser à moi au moment où vous 
assistiez à cette entrevue de nos Souverains qui est 
Pexpression solennelle de Pamitìé cordiale de deux gran- 
des nations. 

La conscience d'avoir travaillé en commun à conso- 
lider cette amitié mutuelle de nos Souverains et de nos 
pays, et notre ferme volonté de la maintenir en la ren- 
dant plus intime, forment un trait d'union, cher a mon 
coeur, entre les fétes brillantes qui se célèbrent à Eome 
et la forét solitaire que Votre Excellence m'a fait l'a- 
mitie de parcourir avec moi, il y a deux mois. 

Von BiSMAECK. » 



«Ala-Roma, 20/10/88. 

Il me tiens à coeur de te répéter en quittant ton 
beau pays si hospitalier, combien j'ai eté heureux en 
Italie, et à quel point je suis sensible à l'amitie que tu 
m'as montrée. Je te prie de croire que je te la rends 
bien sincèrement et que je n'oublierai jamais la magni- 
fìque reception que tu m'as faite dans ta capitale. Je 
Sembrasse de grand coeur et je baise les mains à Sa 
Majesté la Eeine. 

Guillaume. » 



« Roma- Ala, 20/10/88. 

Avant que tu quitte l'Italie je veux t'exprimer encore 
une fois ma reconnaissance pour ta chère visite et mon 
profond regret pour ton départ. 

ì^ons n'oublierons jamais, l'Italie et moi, la preuve 
éclatante que tu nous a donnée de ton amitié. Tu as 
entendu la voix d'un peuple entier saluer en toi l'ami 
sur et désiré, l'allié fìdèle, l'interprète Auguste de ta 
noble et grande Nation. 

ì^os voeux te suivent dans ton voyage; ils t'accom- 



278 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



pagneront incessamment dans toute ta vie que nous te 
souhaitons remplie de gioire et de bonlieur. La Eeine 
et mon fìls veulent étre rappelés à ton souvenir et 
s'associent à moi pour te prier de déposer nos hommages 
aiix pieds de S. M. l'Imperatrice ton Auguste Epouse. 

HUMBERT. » 



L'Imperatore fu accompagnato a Roma dal conte Erberto di 
Bismarck, col quale Crispi ebbe due colloqui: 

19 ottobre 1888 - 6 Va i>o>??. — Visita di Bismarck Er- 
berto. 

Mi fa una relazione del colloquio con lo Czar del 
j)rincipe di Bismarck. — Truppe russe alle frontiere (500 
a 600 mila) ; lo Czar non sapeva darne conto. — Influenze 
danesi sullo Czar. Tutte le principesse, compresa la Ee- 
gina, contrarie al governo imperiale tedesco. Queste 
donne influiscono sullo Czar e gli han dato a credere 
che la Germania vorrebbe attaccarlo. — Bismarck fece 
il possibile per dissuaderlo, assicurando che la triplice 
alleanza ha uno scopo puramente difensivo. Dopo la pub- 
blicazione del trattato di alleanza austro-germanico, nulla 
v'è di segreto. Le due Potenze non hanno mire aggres- 
sive. Se la Russia attaccasse l'Austria, la Germania è 
chiamata a difenderla. 

La posizione della Germania e dell'Italia è identica. 
Bisogna che la Erancia attacchi una delle due Potenze 
alleate, perchè l'aggredita possa invocare il casus foederis. 
Del resto ciò avverrebbe anche se non ci fosse trattato. 
La Germania non potrebbe lasciare aggredire l'Italia 
senza muoversi a sua difesa. Lo stesso farebbe l'Italia 
verso la Germania se la Erancia tentasse di passare il 
Reno. Si è convinti che ove la Erancia vincesse la Ger- 
mania, si rivolgerebbe subito contro l'Italia per ab- 
batterla e riprendere in Euroija quella egemonia alla 
quale aspira. Earebbe lo stesso con la Germania nel caso 
che l'Italia fosse vinta per la prima. 

La triplice alleanza non ha alcun interesse a trarre 
con sè la Turchia. Se questo i}rox)osito fosse in lei, si 
saprebbe subito, il Sultano non essendo un principe che 
sappia mantenere il segreto. La Turchia ha buone truppe, 



Colloqui Crispi-Bisìnarc le 



279 



ma esse non hanno potenza che in una guerra difensiva. 
È assurdo quindi il presumere che si voglia trarla nella 
triplice; non vi sarebbe scopo. 

Questo linguaggio crudo, ma leale del principe di 
Bismarclv, fece impressione sullo Czar, il quale partì da 
Berlino convinto delle buone intenzioni del governo te- 
desco. 

Lo Czar invitò l'imperatore Guglielmo alle grandi 
manovre militari che nelFestate venturo saranno tenute 
in Eussia. La convinzione delPimperatore Guglielmo e 
del principe di Bismarck è che per un anno almeno è 
assicurata la pace. 

Il giudizio su Alessandro III è ch'egli ami e desideri 
la pace. Le sue abitudini, i suoi studi, la nessuna espe- 
rienza di governo, la nessuna cura per l'esercito, il suo 
fisico stesso lo fanno bramoso di calma. Egli però è cir- 
condato da qualche generale di cui il Princijje teme e 
che può influire sull'animo suo. Kon andrebbero meglio 
le cose col suo successore, giovine ancora e non abba- 
stanza educato alle arti del governo. 

20 ottobre - 1 pom. — Secondo colloquio con Erberto 
Bismarck. 

Ho esposto come l'Austria sia sempre la stessa nei 
suoi metodi di governo. Costituita come essa è da varie 
genti, con lingue e civiltà diverse, non può esser salda, 
nè sperare che non si disfaccia che ad una sola condi- 
zione, cioè che rispetti tutte le nazionalità. Orbene, nel- 
l'Impero, meno l'Ungheria, la quale, avendo un governo 
autonomo, e grazie al buon senso di Tisza, si regge si- 
cura, nell'Austria il governo favorisce l'elemento slavo, 
vive con esso a danno delle popolazioni tedesche e ita- 
liane. Or questo è male, e a noi crea imbarazzi. Se gli 
italiani fossero ben trattati, se la loro autonomia fosse 
rispettata, gl'italiani del Eegno non avrebbero ragione 
a doglianze e mancherebbe il pretesto all'irredentismo. 

Le durezze usate a Trieste sono inopportune, non gio- 
vano all'Impero e nuocciono a noi. Aggiungete gl'indugi 
nel compimento dei processi. Il processo di Ulmann si 
protrae da oltre cinque mesi ; era meglio non lo avessero 
fatto, ma ora è opportuno che lo conducano a termine 
rapidamente. 

Il conte di Bismarck, rispondendo, consente nelle mie 



280 



IL TEKZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



idee. Egli incolpa il Taaffe, il quale per rimanere al go- 
verno non guarda al modo. L'Imperatore ha fiducia nel 
suo ministro, e fa male. Brberto mi afferma di aver di 
ciò scritto a suo padre afiìnchè ne parli al Kàlnoky, il 
quale fra giorni si recherà a Friedrichsruh. 

L'argomento è di una grande importanza, io replicai. 
L'Austria non è amata in Italia, essa non ha saputo far 
obliare il suo dominio sulle terre italiane, anzi lo ricorda 
pel modo come si regola a Trieste. ^N'oi dobbiamo tenerci 
stretti all'Impero austriaco. L'Italia non può avere due 
nemici, l'uno a destra e l'altro a sinistra delle sue fron- 
tiere. L'Austria deve però considerare che anche la no- 
stra alleanza è a lei di vantaggio. Il Bismarck fece eco 
a queste mie considerazioni ed io soggiunsi: 

— Non vi nasconderò che l'alleanza più simpatica 
all'Italia è quella con la Germania. Io non so se il Prin- 
cipe vostro padre vi abbia mai parlato dei nostri colloqui 
a Gastein nel 1877. Allora io non aveva altro desiderio 
che quello di congiungere in stretto vincolo l'Italia e la 
Germania, anche in previsione di ostilità che ci potessero 
venire dall'Austria. Il Principe in quel tempo preparava 
con Andràssy l'alleanza dei due Imperi, e vedeva lon- 
tana l'ipotesi che l'Austria, la quale ha in Polonia inte- 
ressi opposti ai vostri, potesse divenirvi nemica. Allora 
contrastai che l'Austria ottenesse la Bosnia e l'Erzego- 
vina. È vero che vostro padre proponeva di dare all'Italia 
compensi territoriali che non ebbe, ma il fatto provò che 
l'Austria uscì dal Congresso di Berlino più forte nel- 
l'Adriatico di quello che era prima, e le mie speranze 
andarono deluse. 

— Yoi avete ragione! ma al 1878 non eravate più 
al governo, e le sorti d'Italia erano afifidate ad un mi- 
nistro il quale amoreggiava con la Francia. 

— Su questo non ho che dirvi. Ma la Francia an- 
ch'essa fu aiutata e le fu permesso di occupare a tempo 
opportuno la Tunisia. 

— Mio padre credeva che aiutando la Francia in 
Africa, avrebbe potuto distrarla dall'Europa. 

— Comprendo. È storia passata, e non la ricorderemo 
che per trarne insegnamento per l'avvenire. Il certo si 
è che l'Italia non ha frontiere sicure, e che alla prima 
occasione bisognerà che la Germania ci aiuti a ricupe- 
rarle. Per ora teniamoci uniti; teniamo per quanto è 



Scuole e associazioni italiane in Tunisia 281' 



possibile stretta l'alleanza delle tre monarchie e non 
avremo nulla a temere. 

— Le tre monarchie unite basteranno a mantenere 
la pace. Bisognerà però non distrarci Pamicizia del go- 
verno inglese, le cui forze sono tanto necessarie a voi 
nel Mediterraneo. 

— Per parte mia ho fatto quanto potevo per coltivare 
Pamicizia di lord Salisbury. 

— E vi siete riuscito. Non sarò indiscreto rivelan- 
dovi le cose dette da lord Salisbury all'Imperatore nel- 
l'ultimo viaggio di questi in Inghilterra. Salisbury di- 
chiarò che nel Mediterraneo egli agirà d'accordo col 
governo italiano. Soggiunse che in conseguenza Sua Si- 
gnoria aveva dato speciali istruzioni al comandante della 
flotta inglese nelle vostre acque. 

A questo punto il colloquio è interrotto dall'arrivo 
del Ee e dell'Imj)eratore. 

Le leggi suirinsegnamento e sulle associazioni in Tunisia 
promulgate il 15 settembre 1888 da Ali Bey, " possessore del 
reame di Tunisi ,„ furono un tentativo di rivincita del Goblet 
per lo scacco subito nella questione delle tasse a Massaua. Quelle 
leggi, sebbene sotto una forma generale, non riguardavano che 
le associazioni e le scuole italiane. Un giornale ufficioso della 
Residenza francese, il Petit lunisien^ lo diceva esplicitamente. 

Allorché la Francia impose il suo protettorato al Bey di Tu- 
nisi, nel trattato di Oasr-el-Saì'd si dichiarò che il governo della 
Repubblica francese garentiva l'esecuzione dei trattati esistenti 
tra il governo della Reggenza e i diversi Stati europei. Il trattato 
deirS settembre 1868 tra ITtalia e la Tunisia stabiliva alFart. 1 
ohe tutti i diritti, privilegi e immunità „ conferiti agli italiani 
nella Reggenza dagli usi e dai trattati erano confermati. Il go- 
verno della Repubblica, quindi, si rendeva garante dei diritti 
derivanti dalle Capitolazioni e acquisiti in favore degli italiani. 

È ben vero che nel 1884 i gabinetti di Parigi e di Roma 
presero degli accordi per regolare Tesercizio della giurisdizione 
a Tunisi, e il gabinetto di Roma consenti la sospensione della 
giurisdizione consolare italiana, ma fu espressamente convenuto 
nel protocollo relativo (25 gennaio 1884) che tutte le altre im- 
munità, vantaggi e garenzie assicurate dalle Capitolazioni, dagli 
usi e dai trattati rimanessero in vigore. 



282 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



Data cotesta situazione di diritto non poteva non sembrare 
strano all'on. Crispi che il Bey avesse promulgato le suddette 
leggij e che esse portassero anche la firma del rappresentante del 
governo della Repubblica. 

La legge, la quale voleva: sottoporre le scuole italiane all'i- 
spezione del direttore deirinsegnamento pubblico nella Reggenza 
dei suoi delegati, — tare di costui il giudice della validità dei 
diplomi, — rendere obbligatorio l'insegnamento della lingua fran- 
cese, — imporre condizioni arbitrarie all'istitutore italiano che 
volesse aprire una scuola privata, — proporre pane ed ammende, 
— era evidentemente un attentato alle nostre prerogative e le- 
deva i nostri diritti. Altrettanto deve dirsi dell'altra legge ohe pre- 
tendeva imporre condizioni agl'italiani che volessero riunirsi in 
associazione, sciogliere le associazioni esistenti, ecc. Infatti nelle 
" immunità vantaggi e garenzie „ che ci erano assicurati dalle 
Capitolazioni, dagli usi e dai trattati con la Reggenza, erano: 
1.°) l'immunità delle associazioni e delle scuole italiane in Tu- 
nisia di non dipendere che dal diritto italiano: 2.°) il vantaggio 
per i nostri connazionali di fare educare ed istruire i loro figli 
nelle istituzioni italiane o regolate dalle nostre leggi, — quello 
di associarsi, come si erano sempre associati, con fini di solidarietà, 
di beneficenza, di mutuo soccorso, ecc.; 3.°) la garanzia che lo 
statu-quo non sarebbe stato turbato durante i trattati esistenti. 

Le proteste di Crispi e la questione che ne segui sono chia- 
rite dai documenti che qui sotto riassumiamo : ^) 

22 settembre 1888, 

Da Tunisi (Berio, Console generale d' Italia). — Av- 
verte che una legge del Bey, ispirata a concetti annes- 
sionisti, sottomette tutte le scuole all'ispezione francese. 

1) Il conte de Moùy nei suoi Souvemrs (pagg. 264-266) riconosce che il 
Goblet cercò, col creare la questione della quale ci occupiamo, una rivincita 
dello scacco subito per le tasse di Massaua, ma riferisce molto inesattamente 
lo svolgimento di essa. Egli afferma che Fon. Crispi « avait un esprit trop fin 
et trop pratique pour soulever la moindre objection (!) ». I documenti che pub- 
blichiamo dimostrano quante e quali obiezioni sollevasse Fon. Crispi, e come 
riuscisse a vincere il punto. Deve avvertirsi,., a spiegazione dell'errore del 
de Moùy, che egli non era più a Roma quando F incidente delle scuole delia 
Tunisia si svolse. (N. d. C.) 



Proteste di Crispi contro i decreti-legge 



283 



Un'altra legge proibisce le associazioni non autorizzate. 
Entrambe le leggi sono evidentemente fatte contro i soli 
istituti italiani. 

23 settembre. 

Crispi, a Berlino, Vienna, Londra. — Segnala il fatto ; 
ritiene le nuove leggi del Bey non applicabili agli ita- 
liani, 1.) per il diritto che viene loro dalle Capitola- 
zioni (art. 2 del Prot. 25 gennaio 1884 ) ; 2.) per l'art. 14 
del Trattato colla Tunisia deir8 sett. 1868. Si prega av- 
vertirne il governo locale, osservando che dette leggi 
sono un avviamento ad una celata annessione ed una 
risposta agli ultimi eventi di Massaua. 

24 settembre. 

Da Parigi (Ressman). — UHavas pubblica che i decreti 
sulle scuole e sulle associazioni hanno un carattere per- 
manente e furono resi dal Bey nei limiti de' suoi diritti 
alto-sovrani. Goblet fece dire indirettamente a Eessman 
che nell'applicazione di quei decreti sarà usata la mas- 
sima arrendevolezza e prudenza a nostro riguardo. 

28 settembre. 

Crispi, a Parigi. — Eipete che i decreti tunisini vio- 
lano le Capitolazioni riconosciute dal Bey e dalla Francia. 
« Se il Bey di Tunisi fosse indipendente — telegrafa 
Crispi — saprei come provvedere. Ma essendo sotto la 
protezione francese, quasi pupillo sotto tutela, sono co- 
stretto a rivolgermi alla Potenza protettrice affinchè 
voglia spiegarsi in così grave ques(3Ìone. Abbiamo in Tu- 
nisi 28 mila italiani.... Non possiamo rinunciare alle 
nostre prerogative.... Non bisogna dimenticare che la 
giurisdizione consolare in Tunisi è sospesa, non sop- 
I)ressa.... » 

29 settembre. 

Crispi, al Console italiano a Tunisi. — Ebbe per le 
vie di Parigi il testo delle leggi tunisine. Il governo 
beylicale ha il diritto di riordinare le scuole pubbliche, 



284 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



ma i suoi poteri si fermano alla soglia delle scuole isti- 
tuite da privati o da società straniere. Spera che le leggi 
in questione rispetteranno i diritti acquisiti e ricono- 
sciutici esplicitamente. Osserva che esse definiscono come 
delitti certi atti i cui autori dovrebbero essere tradotti 
innanzi ai tribunali. La giurisdizione consolare non è 
soppressa, ma solamente sospesa. Incarica Berlo di pre- 
sentare queste osservazioni al ministro residente di Fran- 
cia, affinchè il nostro silenzio non s'interpreti come ac- 
quiescenza. 

29 settembre. 

Da Parigi (Eessman). — Ebbe un colloquio con Goblet 
che rimproverò di essersi deciso a simili atti senza previa 
amichevole intelligenza col governo italiano. Goblet ri- 
spose che Paffare di Massaua avevalo scoraggito: so- 
stenne che i decreti beylicali non potevano dirsi lesivi 
nè delle Capitolazioni nè di alcun diritto acquisito, tutto 
dipendendo dalla loro applicazione. Goblet aveva dato 
istruzioni a Massicault perchè nulla facesse per la ese- 
cuzione dei decreti senza chiedere il consenso e il con- 
corso del R. Console. J^on pare a Goblet che si possa 
da noi contestare la legittimità di un ispettorato delle 
scuole, puramente igienico, ch'egli del resto ammette- 
rebbe che fosse esercitato anche da noi, in Italia, sovra 
istituti francesi. Protesta di voler evitare ogni questione 
e rispettare le Capitolazioni e i nostri diritti ; esige però 
che dal nostro canto si riconosca alla Potenza protet- 
trice il dovere e il diritto di guidare nelle vie della ci- 
viltà il popolo protetto. Goblet trovò strano la nostra 
suscettibilità, mentre annunciamo di voler creare in 
Tunisia un ispettorato nostro e una direzione delle scuole. 
In conclusione dice « aspettate l'applicazione de' decreti : 
o non saranno applicati o lo saranno nella misura con- 
veniente d'accordo tra noi e il vostro console. » Eessman 
avverte che si prevede la caduta del Ministero e che 
forse sarà più facile intendersi col successore, il quale 
sentirà meno dolorosamente le ferite di Massaua e Zula. 

30 settembre. 

Da Parigi (Eessman). — UHavas j)ubblicò il sunto del 
colloquio fra Eessman e Goblet. Le polemiche si riac- 



Pubblicità dei colloqui dijylomatici 



285 



ceserò. Ci accusano di voler dare il fuoco alle polveri. 
Goblet è assente. Ressman chiede istruzioni pel pros- 
simo colloquio elle dovrà avere con lui. 

1 ottobre. 

Orispi, a Parigi. — « Un governo serio quando tratta 
con altro governo si astiene dal dare pubblicità ai col- 
loqui che avvengono tra esso e i ministri stranieri. Di 
simile pubblicità si fa uso soltanto quando non si vuole 
comporre amichevolmente un dissidio. Noi non possiamo 
nè direttamente nè indirettamente ammettere il diritto 
nel Bey di decretare discipline per l'esercizio dell'inse- 
gnamento privato de' nostri concittadini in istituti ita- 
liani in Tunisia. Eipeto quanto già dissi. Se siffatto diritto 
fosse ammesso e l'Europa lo acconsentisse, noi ci senti- 
remmo in dovere di applicare analoghi decreti qui in 
Eoma a tutti gli istituti e corporazioni straniere, la mag- 
gior parte de' quali è francese. Se avessimo voluto solle- 
vare una questione internazionale col nostro reclamo, non 
vi avremmo telegrafato come già fecimo. Senonchè il 
signor Goblet pare animato da ìben altri sentimenti. In 
conclusione noi non possiamo accontentarci delle assi- 
curazioni dateci circa il modo di applicazione dei decreti 
ai nostri istituti. Sono i decreti stessi che respingiamo 
in jjrincipio come illegali, violatori de' nostri diritti, con- 
trari alle Capitolazioni e ai trattati vigenti.... » 

1 ottobre. 

Da Parigi (Ressman). — Tornerà nel prossimo col- 
loquio con Goblet a parlare dei decreti tunisini. Goblet 
per dimostrare i riguardi che ci voleva usare, disse di 
aver prescritto a Massicault di nominare membro del 
Consiglio d'istruzione pubblica da istituirsi nella Reg- 
genza anche un direttore delle scuole italiane. 

3 ottobre. 

Da Parigi (Ressman). — Ha una intervista con Goblet 
che gli ripete tutti gli argomenti delle antecedenti in- 
terviste. Ressman gli dichiara che noi respingiamo i 
decreti. Goblet risponde che non ci ha mai domandato 



286 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRAlsCIA 



di accettarli: da parte sua, egli mantiene che il Bey o 
il protettorato avevano il diritto di emanarli, perchè 
fatti a scopo di buona amministrazione e di civiltà. 
Goblet non ci chiede che di riservare il nostro giudizio 
per il caso in cui si venisse ad una applicazione che 
senza il concorso del Console italiano a Tunisi non sarà 
tentata. 

7 ottobre. 

Da Tunisi (Berio). — Conferì con Massicault : questi 
X3ropone di escludere l'autorizzazione obbligatoria per 
le scuole già esistenti e di mettere la più gran cortesia 
nelle ispezioni che avverranno, prevenutone il Console 
del Ee ed in presenza del Console. Esige però autoriz- 
zazione per le scuole da creare e diritto di sorveglianza. 
Massicault non crede che le Capitolazioni ci diano di- 
ritto a tale riguardo. Berio propone a Massicault (ad 
referendum) di comunicargli una o due volte alPanno 
la statistica particolareggiata delle nostre scuole con 
la situazione materiale e morale di esse. Massicault ac- 
cetta la x)roposta e ne informerà Goblet. 

9 ottobre. 

Da Berlino (Eiva, Incaricato d'Aifari d'Italia). — 
L'Ambasciatore di Germania a Parigi informò il go- 
verno della Eepubblica essere desiderio del Gabinetto 
di Berlino che la questione si mettesse in via diploma 
tica e non in via amministrativa. Fece insieme com- 
prendere che il testo delle Capitolazioni non era in fa- 
vore de' nuovi decreti tunisini. Ciò parrebbe sufficiente 
per far capire al governo francese che, come avvenne 
per la questione di Massaua, la Francia, qualora persi- 
stesse nell'atteggiamento assunto, si troverebbe di fronte 
anche la Germania. 

11 ottobre. 

Da Parigi (Eessman). — Miinster (ambasciatore ger- 
manico) gli lesse una nota di Bismarck in cui sono 
date istruzioni all'ambasciatore di Germania a Parigi 
analoghe a quanto è contenuto nel documento pre- 
cedente. 



La Germania appoggia la tesi italiana 



287 



12 ottobre. 

Da Parigi (Eessman). — Le dichiarazioni di Goblet 
a Miinster furono estremamente concilianti e pacifìclie. 
La Francia trovarsi nella necessità di evitare compli- 
cazioni : volersi rispettare assolatamente le nostre scuole 
esistenti : neppure l'ispezione si farebbe senza Pintervento 
del Console italiano. Lord Salisbury aveva dal canto 
suo dichiarato che non vedeva obbiezioni contro Pap- 
jplicazione dei decreti beylicali alle scuole inglesi di Tu- 
nisia. Goblet soggiunse che le minacele di una nostra 
rappresaglia rispetto le scuole francesi a Eoma, non 
tornerebbe sgradita ai radicali francesi, essendo quelle 
scuole, in generale, clericali. Goblet ripetè più volte a 
Miinster che intendeva rispettare integralmente i nostri 
diritti e le Capitolazioni. 



16 ottobre. 

Crispi, a Parigi. — Ressman dovrà dichiarare a Goblet 
che i due decreti beylicali sulle scuole e sulle associa- 
zioni non sono applicabili ai cittadini italiani residenti 
nella Reggenza. Miinster parlerà nello stesso senso. 
Crispi desidera comporre amichevolmente la vertenza. 

19 ottobre. 

Crispi, a Berlino, Vienna, Londra. — Di fronte ai 
decreti beylicali, l'Italia trovasi in una posizione diversa 
da quella in cui si trovano le altre Potenze le quali 
non hanno scuole od associazioni a Tunisi. Per essi è 
questione di solo principio: per noi di principio e di 
fatto. È probabile che alla ripresa dei lavori parlamen- 
tari, si facciano interpellanze su ciò. Occorre quindi di 
sistemare la questione. 

19 ottobre, 

Crispi, a Parigi. — A Berlino fu risposto all'amba- 
sciatore francese, Herbette, che la Germania ci appog- 
gerà essendosi i giureconsulti dell'Impero dichiarati 
favorevoli alla nostra tesi, nella questione di diritto. A 



288 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



noi può bastare che Goblet faccia dichiarare da Mas- 
sicault a Berio che i decreti non saranno applicati ai 
nostri istituti. 

21 Ottobre. 

Orispi, a Parigi. — «In verità il signor Goblet vuol 
ripetere la favola del lupo e delFagnello, ed io non in- 
tendo prestarmi a far la parte dell'agnello. Noi recla- 
miamo contro i decreti beylicali del 15 settembre dai 
quali siamo stati offesi e si vorrebbe dare a credere che 
il nostro reclamo sia una provocazione. Il provocatore è 
colui che ci ha offesi, e noi siamo i provocati. La posi- 
zione nostra in Tunisia è singolare, e nessuna Potenza 
d'Europa si trova colà nelle nostre condizioni. Nessuna 
Potenza vi ha scuole e nessuna Potenza ha nella Eeg- 
genza una colonia popolare come la nostra ed alla cui 
educazione ed al cui insegnamento bisogna provvedere. 
Se le altre Potenze accettano i decreti beylicali e non 
reclamano, nulla danno alla Francia perchè non è leso 
alcun loro diritto. Per esse non sarebbe che una que- 
stione di principio. Abolendo dar prova di moderazione, 
dissi al conte di Bismarck che non tenevo si pubbli- 
casse un nuovo decreto che revocasse quello del 15 set- 
tembre. A me bastava che il sig. Massicault dichiarasse 
al console Berio che le nuove disposizioni legislative 
non sono applicabili alle nostre scuole ed alle nostre as- 
sociazioni in Tunisi e che nel fatto non venissero ap- 
plicate. Il conte di Bismarck deve avere telegrafato in 
questo senso al conte Miinster e ve ne informo acciocché 
sappiate essere nostre e non di Berlino le proposte con- 
cilianti per la soluzione della questione. Sappiate ancora, 
e ciò confidenzialmente, che cinque giorni addietro fu 
telegrafato da codesta Nunziatura al Vaticano che Go- 
blet era perplesso sul partito a prendere e che era di- 
sposto a dar ragione all'Italia: vorrebbe però salva la 
sua dignità. Ora io non tengo alla forma, ma alla so- 
stanza, e la soluzione da me proposta, appoggiata dalla 
Germania, converrebbe alle due parti. In tale stato di 
cose, dipende dal contegno di codesta Ambasciata otte- 
nere giustizia. » 



La favola del lupo e deW agnello 



289 



21 ottobre. 

Da Vienna (Avarna, Incaricato d'Affari d'Italia). — 
Kàlnoky riconosce il buon diritto dell'Italia nella qui- 
stione. L' Austria-Ungheria non ha però negli affari tu- 
nisini, come in quelli egiziani, alcun interesse speciale. 

21 ottobre. 

Da Londra (Catalani, Incaricato d'Affari d'Italia). — 
Il Foreign Office domandò il parere dei consulenti legali 
della Corona esprimendo intanto l'opinione 1.^) che la 
Francia non aveva diritto a far emanare dal Bey un 
decreto che quest'ultimo non avrebbe avuto diritto di 
emanare prima dell'occupazione francese; 2.") che l'In- 
ghilterra, consentendo all'abolizione delle Capitolazioni 
per ciò che concerne l'amministrazione della giustizia, 
non concesse alla Francia alcun potere su ciò che ri- 
guarda le scuole inglesi. 

22 ottobre. 

Da Parigi (Menabrea). — Miinster informò Menabrea 
delle conversazioni di Crispi con Erberto Bismarck, re- 
lativamente ai decreti beylicali sulle scuole ed associa- 
zioni. Menabrea si recò da Goblet a presentargli la pro- 
posta conciliante di Crispi. Goblet rispose aver dato 
istruzioni a Massicault di trattare la questione con Berlo 
e quindi non volerne discutere con Menabrea. Questi 
chiese quali istruzioni erano state date al Residente fran- 
cese. Goblet rispose che « nulla sarebbe mutato alle cose 
esistenti e che il decreto non verrebbe applicato alle no- 
stre scuole ed associazioni esistenti se non col consenso 
del nostro Console », al che Menabrea replicò che non 
si trattava soltanto del presente e che il governo del Ee 
non acconsentirebbe a che il decreto minacciasse le isti- 
tuzioni future. « Pregai Goblet — scrive Menabrea — di 
ben considerare le conseguenze di un conflitto qualora il 
R. Governo rifiutasse, in tal caso, di permettere l'ispezione. 
G oblet si mantenne ostinato nella sua prima risposta senza 
accettare alcuna osservazione, interi)retando a suo modo 
e il nostro trattato e il protocollo del 25 gennaio 1884, 



Crispi, Politica estera. 



19 



290 



IL TERZO mCIDBKTE CON LA FRANCIA 



il cui secondo articolo è abbastanza esplicito. Non potei 
trattenermi dal dirgli che trattandosi di un decreto che 
muta sostanzialmente le condizioni di istituzioni della 
colonia europea più antica e più numerosa di Tunisi, 
mentre i francesi non sono che 3000, sarebbe stato op- 
portuno di presentire l'opinione dell'Italia. Al che Go- 
blet rispose : « Noi abbiamo le nostre truppe che pro- 
teggono i vostri interessi italiani. » — Allora andai sulle 
furie dicendogli che sapevo come le truppe francesi erano 
entrate in Tunisia e che l'Italia non aveva bisogno della 
protezione francese : era buona a proteggersi da sè, come 
si era protetta prima dell'entrata de' francesi in Tunisia, 
della quale non avemmo mai a lagnarci. L'Italia, d'al- 
tronde, ha diritto di essere rispettata, il che non si sente 
abbastanza in Francia. Nel mettere fine a questa spia- 
cevole conversazione con un uomo impetuoso e cavilloso, 
io gli posi Vultimatiim conciliativo indicato da Y. E. 
Egli non l'accettò e mi ritirai lasciandogli la responsa- 
bilità di tutte le conseguenze del suo rifiuto. Si vede 
ch'egli vuole lasciare la porta aperta a nuove ghermi- 
nelle, quando verrà il momento di creare nuove istitu- 
zioni italiane in Tunisia. Mi pare che a Berlo si potrebbe 
dare il mandato di mantenere fermo j)resso Massicault 
la proposta di V. E. Prima di recarmi da Goblet presi 
conoscenza de' suoi precedenti colloquii con Eessman, 
di cui ammiro la fermezza e la prudenza per aver po- 
tuto per tanfco tempo sopportare i ragionamenti del suo 
interlocutore. » 



23 ottobre. 

Da Berlino (Riva). — Conferì con Holstein rimetten- 
dogli un promemoria. Holstein riconosce il favorevole 
cangiamento del Gabinetto inglese, dovuto agli uffìcii 
della Germania; buon sintomo la preoccupazione del- 
l'Inghilterra per le scuole maltesi in Tunisia. Nell'in- 
teresse della pace, è d'avviso di evitare tutto ciò che 
possa rappresentare pel governo francese una umilia- 
zione esplicita. L'Italia potrebbe acconciarsi ad una so- 
luzione meramente pratica della vertenza, limitarsi, cioè, 
a conseguire una tacita rinunzia all'applicazione dei de- 
creti, riservandosi a segnalare e contestare gli atti che 
implicassero violazione di quella rinunzia. 



Anche V Inghilterra è d'accordo con V Italia 



291 



23 ottobre. 

Orispi, a Tunisi. — Si limiti il Console a dichiarare 
l'inapplicabilità de' decreti. Il Ministero ha deciso di trat- 
tare la questione esclusivamente a Parigi. Non si com- 
IH'ometta il Console col Residente francese. 

20 ottobre. 

Crispi, a Parigi. — Si approva la condotta di Menabrea. 
La questione non può essere trattata che a Parigi. Berio 
ebbe solo istruzione di dichiarare che i decreti sono 
nulli ai nostri occhi. Goblet ha dato prova di non ap- 
prezzare la moderazione con cui ci siamo condotti. Me- 
nabrea può fare un ultimo tentativo con Goblet dopo 
di essersi inteso con Miinster. Se fallirà, provvederassi 
al da fare. Si loda il contegno di Ressman. 

24 ottobre. 

Da Parigi (Menabrea). — Conferì con Goblet. La 
conversazione fu meno tempestosa della precedente. Si 
ripeterono da una parte e dall'altra le argomentazioni 
dell'antecedente colloquio. Menabrea notò che il Bey 
con quei decreti aveva proceduto ad un atto che il Sul- 
tano, suo alto sovrano, non avrebbe osato di fare nel- 
l' impero ottomano ed al quale i francesi stessi si sareb- 
bero opposti. I tre ambasciatori di Germania, Italia e 
Inghilterra si trovarono in quel dì (24) riuniti al Mi- 
nistero degli Affari esteri. Miinster aveva già esortato 
Goblet ad una attitudine conciliante. Lord Lytton di- 
videndo perfettamente la nostra opinione, aveva detto 
a Menabrea non essere esatto — come asseriva Goblet 
— che Salisbury accettasse i decreti, ma che la que- 
stione era stata sottoposta ai giureconsulti della Corona. 
Benché Goblet non abbia accettato per ora la proposta 
di Crispi, parve alquanto scosso e si sarà forse convinto 
che il meglio a fare per lui sarà di arrendersi quando 
Berio avrà fatto le note dichiarazioni. 



292 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



26 Ottobre. 

Da Vienna (Avarna). — Ebbe udienza da Kàlnoky. 
Questi è lieto di riconoscere la moderazione mostrata 
da Orispi nella questione. L'Austria, quantunque non 
abbia diretto interesse nella questione stessa, ne aveva 
degli indiretti e principalissimo quello che la pace non 
fosse turbata, e T Italia sua alleata non si trovasse 
complicata in un conflitto. Kàlnoky sa dei consigli per- 
venuti a Parigi da Londra e da Berlino : tenere quindi 
fiducia che la Francia avrebbe cercato di evitare qual- 
siasi conflitto. 

26 ottobre. 

Orispi, a Parigi, Vienna, Berlino. — (Confidenziale), 
— Avverte come sia informato che lord Salisbury di- 
scorrendo col E. Incaricato d'affari a Londra circa i 
decreti beylicali abbia detto di essersi già pronunziato 
sui medesimi dal punto di vista politico, facendo sapere 
a Goblet che li riteneva come un atto insensato ed 
inopportuno. 

26 ottobre. 

Orispi, a Tunisi. — « Gli argomenti contenuti nella 
nota di Massicault (comunicata da Berlo) sono senza 
valore. Tunisi è per noi paese a Oapitolazioni, i)erchè 
sottoposto a Potenza musulmana e in virtù del diritto 
incontestato di cui P Italia godette da tempo immemo- 
rabile. Questo diritto è ricordato dall'art. 1 del Trat- 
tato in vigore col Bey e fu riconosciuto dalla Francia 
nel protocollo del 25 gennaio 1884. Secondo le Oapito- 
lazioni tutto quanto concerne la vita intellettuale, mo- 
rale, giuridica della colonia italiana è sottratto all'au- 
torità del governo beylicale. Gli articoli 15 e 18 sono 
erroneamente invocati, perchè relativi alla vita materiale 
ed economica, e non potrebbero essere applicati alle 
scuole ed alle associazioni non industriali: di più, co- 
stituiscono una eccezione, e in diritto l'eccezione non 
ammette interpretazione estensiva. Quanto alla conven- 
zione dell' 8 giugno 1883 fra Tunisi e la Francia, non 



Inapiilicahilità presente e futura dei decreti 



293 



potrebbe evidentemente alterare le stipulazioni fra il 
Bey e le terze Potenze. È inoltre anteriore al protocollo 
del 25 gennaio 1884 fra noi e la Francia, dove è espres- 
samente stipulato che ogni immunità e vantaggio ac- 
cordati dalle Capitolazioni, dagli usi, dai trattati, reste- 
rebbe in vigore. In altre parole il Bey, prima del 
protettorato non avrebbe avuto il diritto di emettere 
tali decreti non più della Turchia per quanto concerne 
l'impero ottomano, e se la Turchia ne emanasse, la 
Francia si opporrebbe. Ora il protettorato non saprebbe 
modificare lo stato giuridico esistente di faccia ai terzi : 
1.°) perchè stabilito senza il loro consenso; 2.^) perchè 
pel trattato del Bardo i diritti delle terze Potenze fu- 
rono dichiarati inalterabili; 3.°) perchè i nostri diritti, 
immunità, privilegi ci furono riconosciuti e garantiti 
dalla stessa Potenza protettrice. Il Bey si trova di fronte 
alla Francia in condizioni di vassallaggio tali che noi 
non potremmo impiegare contro di lui i mezzi che im- 
piegheremmo verso un sovrano indipendente. Oltrecciò 
i decreti, essendo stati redatti a Parigi e solamente 
pro-forma rivestiti della firma del Bey, è a Parigi che 
la soluzione dev'essere concordata. Limitatevi quindi a 
dichiarare che, secondo il governo italiano e per le ra- 
gioni suddette, i decreti non sono applicabili e non 
dovranno essere applicati ai nostri istituti ed alle nostre 
associazioni presenti o future, e domandate che di queste 
dichiarazioni vi sia dato atto formale. Se il ministro 
residente si rifiuta, voi potete dichiarare che vi è inter- 
detta ogni discussione ulteriore. » 

27 ottobre. 

Da Parigi (Menabrea) — Partecipò a Goblet il tele- 
gramma mandato da Orispi a Berlo (v. doc. 26 ott.), 
dichiarando i decreti non applicabili e non da applicarsi 
mai ai nostri istituti (scuole ed associazioni) i^resenti e 
future in Tunisia. 

Pregò Goblet di prendere atto della dichiarazione. 
Goblet ne prese atto, dichiarando alla sua volta che 
manteneva la precedente interpretazione. 



294 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



24 ottobre, 2, 7 e 14 novembre. 

Da Tunisi. — (Rapporti), — Berio (contrariameli te 
alle istruzioni ministeriali) entrò in discussione con Mas- 
sicault. Ne' suoi rapporti si diffonde in particolari, rife- 
rendo i colloqui avuti col Eesidente francese. Da se- 
gnalarsi il solo rapporto in cui Berio dà conto delle 
probabilità che avrebbero le pratiche, suggeritegli dal 
Ministero, per trarre nella discussione il Console bri- 
tannico e per mezzo suo il direttore del Collegio inglese 
della società per gli ebrei in Tunisi. Questo direttore, 
certo Perpetuo di Livorno, uomo ambizioso e senza ca- 
rattere, benché d'ingegno e di studi, erasi accostato 
alla Residenza francese : era quindi diffìcile di gio- 
varsene. 



4 novembre. 

Crispi, al Console a Tunisi. — « ISTon vi siete confor- 
mato alle mie istruzioni del 26 ottobre. Dovevate chie- 
dere che il governo del Bey prendesse formalmente atto 
delle nostre dichiarazioni, che i decreti tunisini non 
sono applicabili e non saranno applicati alle nostre 
istituzioni e associazioni presenti e future. Se il governo 
del Bey rifìutavasi a prendere atto di ciò, dovevate 
dichiarare che ogni ulteriore discussione vi era inter- 
detta. Voi dovevate quindi ricusare di ricevere anche 
ad referendum le nuove i)roposte di Massicault. Il go- 
verno del Ee ha una posizione inespugnabile in diritto 
e vuol mantenervisi. Dite al signor Massicault che voi 
avete sorpassato i vostri poteri accettando ad referen- 
dum le proposte ch'egli vi ha fatto e che il governo 
del Re si rifiuta d'esaminare. Il governo del Bey non 
deve che dare atto della vostra dichiarazione. Se lo 
nega, è a Parigi che intendiamo portare il dibattito. » 

il novembre. 

Da Tunisi (Berio). — Riferisce di avere nel corso di 
una conversazione con Massicault parlato del mezzo di 
giungere ad un accordo; non ha però x)resi impegni. 



Crispi riprende il Console italiano 



295 



3i dicembre. 

Da Parigi (Menabrea). — Goblet intrattenne Menabrea 
di un equivoco nato tra Massicault e Berio, sulla fa- 
coltà di trattare, fra essi e sul luogo, la questione dei 
decreti. Menabrea aveva ricevuto istruzioni perchè fosse 
discussa esclusivamente a Parigi. Goblet vorrebbe trat- 
tarla a Tunisi. 

1 gennaio 1889. 

Orispi all'ambasciatore a Parigi. — Sin dal principio 
eransi date istruzioni a Berlo di astenersi da qualsiasi 
trattativa sulla questione delle scuole. Intanto il signor 
Massicault, sia direttamente, sia jyev mezzo del signor 
Benoit segretario della Residenza, tentò indurre Berlo 
ad accettare alcune condizioni che avrebbero potuto 
compromettere le ragioni di diritto da noi sostenute 
presso il governo della Repubblica, che cioè i decreti 
beylicali non erano applicabili nè pel presente, nè pel 
futuro alle nostre scuole ed associazioni. Berlo avendoci 
riferito delle proposte di Massicault, gli fu proibito re- 
cisamente di accogliere quelle pregiudicanti i nostri 
diritti e di limitarsi a redigere da lui solo e mandare 
a Roma un progetto d'accordo perchè si potesse stu- 
diarlo e deliberare sul medesimo interdicendogli, in ogni 
caso, qualunque negoziazione colla Residenza. Crispi 
non può quindi che confermare a Menabrea le prece- 
denti istruzioni perchè la questione si tratti a Parigi e 
non altrove. 

18 gennaio. 

Da Tunisi (Berlo). — Massicault gli ha detto che la 
questione delle scuole si è composta a Roma e a Parigi. 
Le basi sarebbero queste; le scuole esistenti rimarreb- 
bero sotto il regime dello statu-quo; le scuole future 
verrebbero sottoposte al decreto beylicale. 

19 gennaio. 

Orispi, a Tunisi. — La notizia data da Massicault a 
Berlo è inesatta. Nessun accordo avvenne. Il governo 



296 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



italiano si rifiuterà sempre a riconoscere validi i decreti 
beylicali, anche per le scuole future. 

16 gennaio. 

Da Tunisi (Berlo). — Trasmette copia di una ì^ota, da 
lui diretta a Massicault per stabilire: 1.° che le tratta- 
tive erano state iniziate non da lui (Berlo) ma dal Re- 
sidente; 2.0 che Berlo ha fatto proposizioni ad refe- 
rendum e come sue emanazioni personali. 

3o ottobre 1890. 

Da Parigi (Menabrea). — Nel convegno ebdomadario 
Ribot ricordò incidentalmente a Menabrea le discussioni 
che ebbero luogo con Goblet relativamente alla crea- 
zione in Tunisia di nuove scuole italiane che si vole- 
vano sottoporre ad una preventiva autorizzazione. La 
questione rimase sospesa perchè il governo italiano 
aveva finito col dichiarare che in quel momento non 
si trattava di istituire nuove scuole, ma solo di mante- 
nere le esistenti come erano. Ora, vista la creazione 
iniziata di nuovi istituti, Ribot domanda se il R. Go- 
verno è semj^re della stessa opinione intorno ai propri 
diritti, e se non avrebbe, non volendo chiedere qualche 
autorizzazione , almeno informato V autorità beylicale 
delle sue intenzioni in proposito. Menabrea rispose di 
non aver pel momento incarico di trattare siffatto ar- 
gomento, ma che teneva per fermo che il governo del 
Re non avrebbe receduto da ciò ch'egli crede suo diritto, 
poiché nello stesso modo che nel rimanente dell' Impero 
turco si riconosceva all'Italia la facoltà di stabilire le 
sue scuole come le convenisse meglio, essa manteneva 
i suoi diritti nella Reggenza, la quale, malgrado il pro- 
tettorato francese, non cessa di essere considerata come 
facente parte dell' Impero ottomano, per cui manteniamo 
tuttora i diritti derivanti dalle Capitolazioni, eccetto in 
quelle parti alle quali abbiamo subordinatamente e 
provvisoriamente rinunciato e che si riferiscono all' im- 
pianto de' tribunali. Ribot non insistette, esprimendo 
solo la speranza che il governo italiano l'avrebbe in- 
formato della creazione di nuove sòuole e pregò Mena- 
brea d'interpellare su ciò il Ministero. 



Partita finta 



297 



i novembre. 

Orispi, a Parigi. — Si approva il linguaggio di Me- 
li abrea. Non si crede però di acconsentire a promettere 
al governo della Eeggenza anche la semplice parteci- 
pazione dell'apertura di nuove scuole in Tunisia. Del 
resto è questione oggi oziosa, non essendosi aperta colà 
alcuna nuova scuola, nè intendendosi aprirne. 

Come è manifesto, i diritti dell'Italia rimasero impregiudicati. 
Il governo francese era dalla parte del torto, e tacitamente lo 
riconobbe. 

Crispi avrebbe potuto denunziare il protocollo del 1884 e 
riattivare la giurisdizione consolare italiana a Tunisi, ch'era stata 
solamente sospesa ; ma non volle. Della sua moderazione, però, 
nessuno in Francia gli tenne conto. 

Dal Diario: 

22 ottóbre. — Solms mi legge una Nota nella quale 
si raccomanda al governo italiano il Sultano dello Zan- 
zibar. La posizione di costui è abbastanza scossa e bi- 
sogna aiutarlo a consolidarsi. 

Mi ricorda quanto fu convenuto col conte Erberto 
Bismarck circa un'azione comune per impedire la tratta 
degli schiavi. 

Il Sultano del Marocco non va più a Tangeri; egli 
avrebbe paura della Spagna. La conferenza per gli affari 
di quel paese dovrebbe occuparsi a render possibile la 
stipulazione di un trattato di commercio per rendere 
facili le relazioni coi vari Stati di Europa. Dovrebbe 
inoltre determinare le norme per i tribunali misti, e de- 
finire la sorte dei protetti e i limiti dell'autorità conso- 
lare verso i medesimi, e infine assicurare la tutela degli 
stranieri. 

Il viaggio dei gran duchi Sergio e Paolo di Eussia 
a Costantinopoli non ebbe intenti politici. Essi furono 
a visitare il patriarca di Costantinopoli, il quale parlò loro 
della grande Chiesa ortodossa, e domandò il patrocinio 
dello Czar. Il lavoro e l'influenza della Chiesa ortodossa 
sembrano divenire importanti ed estendersi in Oriente 
a danno della Chiesa latina. 



-298 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



« 25 ottobre. 

Son JExcellence Momieur de Giers, 

Ministre des aifaires etrangères. S. Pétersbourg. 

Oe jour marque un jalon mémorable dans la carrière 
vsi meritante de Y. E. à qui cinquante ans de services 
lìdèles et dévoués constituent le titre le plus enviable 
il la reconnaissance de Son Auguste Souverain et à 
l'admiration des gens de bien. 

Permettez-moi de Yous felici ter au nom du Gouver- 
nement du Eoi d'Italie et en mon nom personnel. Nous 
j)oursuivons avec le méme zèle un but identique; le 
maintien de l'ordre. O'est donc aussi comme collabora- 
teur que j 'exprime à Y. E. le souhait le plus sincère que 
ses sages conseils soient longtemps conservés à la Eussie 
et à l'Europe, comme un gage précieux de conservation 
et de paix. 

Orispi. » 

A Monsieur Crispi, 

Ministre des affaires étrangères d'Italie. 

Je prie Yotre Excellence d'agréer mes très sincères 
remercìments pour les félicitations et les sentiments 
qu'elle à bien voulu m'exprimer à Poccasion de mon 
j ubile. Yeuillez croire que j'y attaché beaucoup de prix. 

GlEES. » 

27 ottóbre, — Il conte Solms mi parla del nuovo am- 
basciatore di Francia signor Mariani, conciliante, souple, 
autorevole in materia di commercio. ^) 

China — passaporti — non sono vistati quelli dei 
sudditi tedeschi non provenienti dalla Germania. Ein- 
graziamenti alla Francia per la protezione sinora prestata. 
L'Italia farà lo stesso. Solms mi chiede copia della nota 
che invieremo alla Francia su questo argomento. 



i) Il signor Mariani, durante la sua breve missione (mori in Roma nel 
gennaio 1890) non modificò, naturalmente, la politica francese verso l'Italia, 
ma si fece apprezzare per l'animo sereno e la leale condotta. 



X'O. S. dell'Annunziata al conte Kàlnoky 



299 



9 novembre. — Solms: mi dà un lavoro su Biserta. 

Mi parla del nuovo ambasciatore che il ministro Vega 
de Armijo vuol mandare a Eoma. Il Yega è puro cat- 
tolico e sarebbe lieto di poter rendere qualche servizio 
al Papa. Si conserverà amico delle tre Potenze, senza 
mostrarsi ostile alla Francia. 

I francesi studiano una ferrovia da Oran a Figuig. 
Sarebbe una ferrovia militare. 

Da una jSTota del 19 risulta che il Sultano fa l'amore 
ora col gruppo franco-russo, ora con la triplice. Al Sul- 
tano non converrebbe allearsi con le tre Potenze. Vor- 
rebbe conoscere Fautore della celebre lettera della Corre- 
sjmndance de VEst. 

20 novembre, — Il conte Kàlnoky, al quale Sua Maestà 
ha conferito POrdine supremo della Ss. Annunziata, mi 
scrive dicendosi vivamente commosso di cotesta manife- 
stazione di alto favore e dell'approvazione che il Re ac- 
corda alla linea politica che seguiamo, e mi esprime sen- 
timenti di sincera cordialità. 

L'alta onorificenza conferita al conte Kàlnoky attestò i buoni 
rapporti stabiliti fra l'Italia e l'Austria. L'imperatore Francesco 
Giuseppe aveva sin dal giugno manifestato la sua soddisfazione 
per i buoni risultati ottenuti dalla politica di Crispi. In una let- 
tera privata del 2 giugno il conte Nigra scriveva: 

« Il conte Kàlnoky mi disse confidenzialmente che 
S. M. l'Imperatore desiderava testimoniare a Y. E. la sua 
particolare stima e benevolenza, conferendole il Gran 
Cordone di Santo Stefano, che è l'Ordine più elevato che 
si conferisca qui ai non-sudditi austriaci (il Toson d'Oro 
essendo riservato ai nazionali e ai principi e sovrani 
esteri.) » 

27 novembre. — De Bruck. È venuto a manifestarmi 
i timori di Kàlnoky sulle cose tunisine. Gli sarebbe stato 
scritto che i rapporti tra Berlo e Massicault sono tesi e 
che da un momento all'altro potrebbe esservi rottura. 
Il Kàlnoky non vorrebbe che la guerra scoppiasse in 
Africa. 

Ho risposto che nulla v'è da temere. Berlo ebbe or- 
dine di non trattare la questione delle Scuole, dovendo 



300 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



(li essa occuparsi il nostro Ambasciatore a Parigi, dove 
la questione dev'essere risoluta. 

A Bukarest le tre Potenze sono d'accordo. 

3 dicenibre. — Visita di de Bruck. Boulanger dichiara di 
volere una repubblica tollerante, aperta a tutti. Qualcuno 
crede che egli sarà un secondo Monk. Audilfret-Pasquier 
in Senato ha dichiarato che si emancipa da' suoi amici 
della Camera. Alle prossime elezioni generali i conser- 
vatori voteranno per i loro e faranno tutto il possibile 
per vincere. I^^^on potendolo, voteranno per Boulanger. 

Il Boulanger lavora con fortuna a preparare le ele- 
zioni. I radicali contano sugli opportunisti per combat- 
tere i boulangisti e la destra. Il presidente Oarnot non 
darà a Floquet il diritto di sciogliere la Camera, riser- 
bandolo ad un nuovo ministero Freycinet. 

Nei primi di dicembre Fon. Crispi riceveva sulla situazione 
interna della Francia le seguenti informazioni: 

«Attraversiamo una quindicina che non fu priva di 
incidenti ed emozioni ; essa principiò con l'annunzio fatto 
da parecchi giornali di un colpo di Stato, ordito dal mi- 
nistero Floquet contro il generale Boulanger ed i suoi 
aderenti, e si entrava in alcuni particolari circa le misure 
prese per compierlo, che al primo momento davano 
un'apparenza di verità a quella notizia ; ma tosto si vide 
che essa non era che una finzione per dare luogo ad una 
interpellanza alla Camera e costringere il Ministero a 
spiegarsi sui progetti che gli erano attribuiti e smentire, 
in conseguenza, le supposte misure dichiarandole con- 
trarie alle leggi e legandosi con ciò stesso in un certo 
modo. Benché l'annunziato colpo di Stato sia stato una 
finzione, tuttavia non vi ha dubbio che si sia studiato 
e sì pensi tuttora al modo di liberarsi dal generale Bou- 
langer, la cui influenza, anziché diminuire, tende ad 
aumentare e che si teme di più in più, a misura del- 
l'approssimarsi delle nuove elezioni, che debbono aver 
luogo nel venturo anno. 

La grande dimostrazione del 2 dicembre ultimo, sulla 
quale si faceva assegnamento, da una parte, per provo- 
care manifestazioni contro Boulanger, mentre dall'altra 



La situazione in Francia 



301 



il municipio, che gli è ostile, sperava crearsi un piedi- 
stallo per coronare i suoi tentativi di assumere la su- 
prema autorità sulla città di Parigi, quella dimostrazione, 
dico, andò fallita. Al contrario, in quella simultanea di 
ì^'evers il generale Boulanger ebbe occasione di racco- 
gliere intorno a sè le opinioni diverse, ma tutte concordi 
per mettere fine al sistema attuale di governo, per il 
quale la considerazione pubblica va ogni giorno mag- 
giormente scemando, in seguito agli scandali che succe- 
dono fra i membri del Parlamento, i quali si accusano 
a vicenda di corruzione pecuniaria e si abbandonano, 
nelle sedute pubbliche, ad eccessi contrari ad ogni prin- 
cipio di vivere civile. Così il Boulanger ha bel giuoco e 
benché non si veda quale sia il suo scopo finale, se però 
ne ha uno, egli evita intanto di compromettere la sua 
posizione rispetto all'opinione pubblica, dichiarando che 
tutta la sua operosità ha per oggetto di conservare la 
Eepubblica, minacciata e compromessa dai disordini di 
ogni specie che si rimproverano al sistema attuale. 

Quale sarà la repubblica di Boulanger se egli giunge 
ad esserne il capo? I due partiti orleanista e bonapar- 
tista sperano ognuno di usufruttarlo per proprio conto ; 
ma non è improbabile che fra i due litiganti, il popolo 
esitando sulla scelta da fare, il generale Boulanger 
prenda il partito di mezzo e rimanga lui stesso capo 
della Repubblica che avrà ricostruito, la quale può, sotto 
lo stesso nome, prendere varie forme, anche quella di 
un impero, come accadde con Napoleone I, sulle cui 
prime monete si legge ancora, da una parte, Eépublique 
frangaise, e dall'altra Napoléon emiìereiir, È dubbio assai 
che il Boulanger x^ossa giungere sino a questo punto; 
ma è pure inutile di pronosticare sull'avvenire, impe- 
rocché in questo paese, più che in ogni altro, dell'indo- 
mani si è sempre incerti. 

Di questo stato di confusione d'idee in cui si trova 
attualmente la Francia si accagiona la libertà illimitata 
di cui abusa la stampa ; i primi a protestare contro di essa 
sono quelli stessi che, altre volte, la propugnarono con 
convinzione, ed uno di questi è l'ex-presidente Giulio 
Grévy, che si confessava una volta di avere errato nel 
sostenere nel Parlamento la legge sulla stampa. Fra i 
punti che danno luogo ad attacchi contro il governo, 
uno dei principali é il disordine finanziario dello Stato 



302 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



che trascina dietro sè, da un esercizio a un altro, un 
disavanzo che cresce sempre e che tosto raggiungerà il 
miliardo, senza che si veda ancora il modo di coprirlo. 
Si è proposto a tale effetto una tassa sulla rendita, ma 
questa venne or ora respinta quasi all'unanimità dalla 
Commissione della Camera; per cui, a meno che il Mi- 
nistero ritiri il disegno di legge, questo provocherà, di 
certo, una discussione vivissima in cui esso avrà proba- 
bilmente la peggio. Ad ogni modo la questione finan- 
ziaria sarà quella che darà luogo alla battaglia dei par- 
titi contro il Ministero, gli uni per rovesciarlo, gli altri 
per trasformarlo in senso ancora più radicale. 

In mezzo a questi intrighi ed agitazioni parlamentari 
il ministro che sembra avere preso la x)osizione la più 
solida e più rispettata è quello della guerra, il signor di 
Freycinet, che, nel disimpegno delle sue importanti fun- 
zioni, dimostra attitudini veramente speciali, per cui 
benché non sia militare, egli ha saputo guadagnarsi la 
fiducia delPesercito, rimanendo nei limiti delle sue spe- 
cialità ed occupandosi di perfezionare, sotto il doppio 
riguardo morale e materiale, il potente strumento che 
gli uomini di guerra dovranno maneggiare. Egli si studia 
di migliorare la condizione dei soldati e degli ufiìciali; 
cerca di fare sparire quelle rivalità che furono così fu- 
neste alla Francia; attende a specializzare le attribu- 
zioni dei vari elementi che costituiscono l'esercito, fa in 
modo di porre un freno a quelle supremazie colle quali 
alcune armi, alcuni corpi tentano sempre d'imporsi; ep- 
perciò stabilisce che tutte le armi siano ugualmente 
trattate e fa in modo che le attribuzioni dei singoli 
elementi dell'esercito siano ben definite, afiìnchè ognuno 
concorra con tutta la propria energia, allo scopo co- 
mune. Nella sua qualità di distintissimo ingegnere egli 
si preoccupa dell'ordinamento delle ferrovie, afiìnchè la 
mobilitazione, i concentramenti si effettuino colla mas- 
sima rapidità, e per secondare i movimenti che possano 
accadere nello attacco come nella difesa. 

L'ordinamento delle opere di fortificazioni per met- 
tere in grado di resistere ai potenti mezzi di attacco 
testé introdotti negli eserciti, è oggetto della sua parti- 
colare attenzione. Questa si rivolge più specialmente alla 
fabbricazione delle nuove armi adatte alle potenti ma- 
terie esplosive recentemente scoperte ; si lavora con feb- 



L^opera di Freycinet come ministro della Guerra 303 



brile attività per dotare l'esercito di tali nuovi strumenti 
da guerra, affinchè esso ne sia interamente provveduto 
nella prima metà del venturo anno. Si ha luogo di pensare 
che la Francia, in questo momento specialmente per le 
materie esplosive, è più avanti di tutte le altre nazioni, 
ed è su questa prevalenza che si fa assegnamento per 
ottenere il vantaggio nell'attacco come nella difesa. I 
mezzi di cui questo esercito sarà tosto i^rovveduto sono 
tali che una nuova tattica ne sarà una conseguenza ne- 
cessaria; ed è perciò che si sta ora pensando ad elabo- 
rare una tale tattica, che, non avendo ancora alcun pre- 
cedente, resta tuttora alquanto incerta. La superiorità 
che la Francia ha acquistato e che finora si mantiene 
nelle confezioni delle materie esplosive è dovuta a che 
quella parte del servizio di guerra è affidato ad un corpo 
di ingegneri speciale, distinto da quello di artiglieria ed 
interamente dedicato agli studi che si riferiscono a quella 
importante materia. Le ricerche che hanno condotto agli 
esplosivi ora adottati vennero eseguite nello stabilimento 
centrale delle polveri in vicinanza di Parigi, e furono 
sussidiate dal concorso dei più eminenti scienziati del- 
l'Istituto di Francia, fra i quali il signor Berthelot, ex- 
ministro della pubblica istruzione ed autore di un trattato 
classico sulle materie esplosive. La composizione chimica 
di queste nuove polveri è sufficientemente conosciuta 
dopo che parecchie Potenze, fra le quali la Germania, 
ne poterono avere alcuni saggi ; ma ciò che non si cono- 
sce bene ancora è la loro manipolazione. Intanto, finché 
non si siano potuti raggiungere i risultati ottenuti dalla 
Francia, è opportuno di badare alla superiorità che sotto 
quel riguardo possiede tuttora l'esercito francese. Un 
ufficiale delle armi speciali, che ha assistito alle espe- 
rienze fatte in proposito, mi narrava, non ha guari, che 
restò meravigliato degli effetti di proiezioni della pol- 
vere. Essa non dà quasi fumo, il rumore di esplosione 
del fucile rassomiglia a quello di una capsula ordinaria ; 
la traiettoria è talmente tesa che, sino a 500 metri, il 
cambiamento dell'alzo è inutile e la forza di penetrazione 
col fucile Lebel è tale che a quella distanza le palle 
possono attraversare lo spessore di carte rilegate in libri 
da sette a otto centimetri. Si conoscono già gli effetti 
prodotti dall'esplosione dei proiettili delle bocche da 
fuoco ; ma un risultato da notare è che i gaz sviluppati 



304 



IL TERZO INCIDENTE CON LA FRANCIA 



in queste esplosioni sono estremamente tossici. Dò termine 
a questa digressione militare col dire che fra i ministri 
attuali, quello che ha preso la posizione più solida è, 
come dissi, il signor Freycinet; egli si trova alPinfuori 
delle dispute politiche, è tutto dedito al suo presente 
ufficio, si riserva per l'avvenire. 

Mi rimane a parlare dei rapporti apparenti attuali 
della Francia colla Eussia. È da notare che molti Prin- 
cipi della famiglia imperiale russa fanno da qualche 
tempo soggiorni prolungati in Francia come a Biarritz, 
e specialmente a Parigi, dove trovano una festosa ac- 
coglienza dalla popolazione e dal rappresentante stesso 
dello Stato, il presidente della Eepubblica. In questo 
momento la Russia è considerata quasi come un'alleata ; 
il prestito di 500 milioni, testé da essa conchiuso con una 
delle principali Banche di Parigi, è il legame che unisce 
i due paesi, per cui tutti gli sforzi degli speculatori sono 
rivolti a fare riuscire l'imprestito a detrimento degli 
altri valori, e specialmente degli italiani, che si tenta di 
deprimere in tutti i modi col rappresentare il nostro 
paese come rovinato per effetto della denunzia del no- 
stro trattato di commercio colla Francia, l^on passa 
giorno senza che nei giornali anche più seri vi sia qual- 
che articolo di fondo sulla nostra condizione finanziaria 
per indurre i portatori dei nostri titoli a liberarsene per 
investire il loro denaro nei nuovi fondi russi. Però, a 
quanto pare, i detentori di fondi italiani non si lasciano 
facilmente sedurre, e quantunque il nostro paese sia di- 
pinto sotto i più. cupi colori, qui si sente che l'Italia 
è tuttora considerata come la Frugum alma ]9aTemj sa- 
turnia telluSf e che se vi manca un po' di moneta per gli 
scambi, vi si produce sempre abbastanza da campare lar- 
gamente sia per il vivere, sia per il conforto della vita. 

L'irritazione contro l'Italia, benché vada scemando, 
è lungi però dall'essere sul punto di sparire ; essa é man- 
tenuta dallo spirito di cliauvinisme che domina anche 
nelle menti più sane, e benché grande sia in molti il 
desiderio di un sincero e duraturo riavvicinamento con 
l'Italia, questo popolo non può ancora assuefarsi a che 
l'Italia, nel costituire la sua unità, sia sfuggita a quel 
protettorato, almeno morale, che la Francia intendeva 
esercitare sulla nostra nazione. Fra i più tenaci cTiauvins 
non é cancellata la speranza di uno sfasciamento del- 



I rapporti franco-italiani 



305 



l'Italia ; ed ò perciò che i lamenti del Papa i)er la i)er- 
dita del potere temporale trovano la i)iìi rumorosa eco, 
non solo nel clero, ma anche nei laici francesi, perfino 
in quelli che sono i meno praticanti ed anche liberi i)en- 
satori. Credo adunque che il nostro governo^ mantenendo 
ognora fermi i principi d'indipendenza e di unità coi 
quali si è ricostituita la nazione, riuscirà — mostrandosi, 
d'altra parte, arrendevole nelle cose meno importanti che 
non compromettono quei principi — credo, dico, riuscirà 
a persuadere gli stranieri che siamo oramai una rispet- 
tabile nazione, mentre si dissiperanno quelle nubi che 
rendono tuttora difficili assai i nostri rapporti con questo 
paese, rapporti che abbiamo pure grande interesse a man- 
tener buoni. » 



Crispi, Politica estera. 



20 



Capitolo Undecimo. 



1889. 

Il suicidio dell'arciduca Rodolfo di Asburgo. - La Federazione balcanica e una 
iniziativa di Crispi. - L'inaugurazione dell'Esposizione di Parigi. - Il pericolo 
di guerra con la Francia: missione del cardinale Hohenlohe presso Leone XIII; 
missione del deputato Cucchi presso il principe di Bismarck. - Italiani a Pa- 
rigi. - L'abolizione delle tariffe differenziali e l'ostilità della Francia. - Giudizii 
di Spuller sulla stampa francese. 

Il 1889 fu nella politica internazionale un anno di gravi preoc- 
cupazioni e di dolorosi avvenimenti. 

Grincidenti di Firenze, di Massaua e di Tunisi avevano esa- 
sperato Topinione pubblica in Francia, tantoché quel governo 
fu tentato di risolvere a suo vantaggio la contesa circa le scuole 
italiane in Tunisia con l'annessione della Reggenza, e, a un dato 
momento, la guerra parvo imminente. L'alleanza franco-russa 
fortunatamente era ancora in fieri; chè anche in Russia l'irrita- 
zione era grande per la perduta influenza in Bulgaria e in Ru- 
mania. La triplice alleanza " costeggiata „ cautamente dall'In- 
ghilterra, dette allora la misura della sua forza fronteggiando e 
risolvendo man mano tutte le difficoltà, mostrandosi concorde e 
decisa, ma tenendosi sempre sulla difensiva. Leggendo i docu- 
menti si ha la spiegazione dell'ansietà che dominò in quell'epoca 
nelle Cancellerie d'Europa, e si giustificano altresì le accuse ohe 
allora si movevano alla Francia e alla Russia di essere esse la 
causa di tutte le inquietudini e degli enormi armamenti. 

L'amicizia e la reciproca fiducia del principe di Bismarck e 



308 



1889 



dell'ori. Crispi si orano saldate al fuoco della lotta quotidiana. 

L'Italia era senza restrizioni per la Germania, convinta che la 

politica di questa sinceramente tendeva alla pace; la Germania, 
[ sicura dell'Italia, ne sosteneva dovunque il prestigio e gl'interessi, 

oltre la parola del trattato di alleanza. Dai brani del Diario 

che precedono ciò risulta luminosamente, 
i A capo d'anno vi fu tra i due uomini di Stato questo scambio 

di augudi: 

Friedrichsruh, 3i/i2/i888. 

Jejprie Y. E. vouloir bien agréer les voeux qu'avec 
ma femme je forme pour sa sante et pour son bonheur 
et de me conserver son amitié personnelle et les sym- 
pathies politiques qui nous nniront à Ta venir comme 
dans le^passé. 

BiSMARCK. 



Roma, 1/1/1889. 

Je remerete Votre Altesse de m'avoir si aimablement 
devancé. Les voeux que Yotre Altesse et Madame la 
Princesse de Bismarck veulent bien m'exprimer sont 
ceux que je forme de grand coeur à leur endroit. Mes 
sentiments personnels sont trop connus de Votre Al- 
tesse pour que j'aie à lui dire combien profondes et 
sincères sont mon amitié et mon admiration pour elle. 
Je:souhaite que nos sympathies politiques soient éga- 
lement inaltérables, car de méme que nous avons les 
amis communs, nos ennemis sont les vótres. 

Orispt. 



Alla fine di gennaio, la Casa imperiale d'Austria-Ungheria 
fu colpita da una grave sciagura, il suicidio del principe ere- 
ditario Rodolfo. 

Su questi avvenimenti l'on. Crispi ebbe da fonte attendibile 
le informazioni che seguono: le quali -pubblichiamo per contri- 
buire a distruggere le varie leggende che vorrebbero gettare 
una peggior luce sull'infelice Arciduca: 



Il suicidio dell' ai' ciduca Rodolfo 



309 



«Vienna, 6 febbraio 1889. 

Il mattino di mercoledì 30 gennaio scorso, PArciduca 
fu trovato nel suo letto a Mayerling, ucciso da palla 
alle tempia. Giaceva sullo stesso letto vicino a lui il 
cadavere, parimente traforato da palla alla testa, della 
signorina Maria Wetcliera, figlia della vedova Baronessa 
e del fu barone Wetchera, già Agente austro-ungarico 
in Egitto, giovanetta diciottenne assai nota nella società 
di Vienna per la sua avvenenza. 

Si tratterebbe quindi d'un doppio suicidio. 

L'autopsia del cadavere della ragazza avrebbe rive- 
lato che non era intatta, ma che non era incinta, come 
era stato supposto. 

Sembra che l'Arciduca avesse visto per la prima volta 
la giovane Wetchera alle corse del Derby di Vienna in 
primavera e fosse stato vivamente colpito dalla di lei 
bellezza. ]!^on era mistero in Vienna che l'Arciduca non 
viveva in grande armonia colla consorte, arciduchessa 
Stefania, e che in realtà i due sposi da molto tempo 
non avevano più intimità. L'Arciduca non poteva più 
sopportare la convivenza colla moglie, e si assicurava 
perfino che avesse chiesto all'Imperatore di poter divor- 
ziare, per sposare la signorina Wetchera, e che ne avesse 
ricevuto, come ben si può sui)porre, un rifiuto accom- 
pagnato da rimproveri. La baronessa Wetchera madre, 
che non ignorava le attenzioni dell'Arciduca verso sua 
figlia, ma che si assicura avere ignorato fino a qual 
punto queste attenzioni fossero intime, aveva passato 
colla figlia qualche tempo a Londra, durante la stagione 
estiva, in giugno e in luglio; poi passò il resto dell'e- 
state a Eeichnau, non lungi da Vienna. L'intimità fra 
la giovane e l'Arciduca, favorita, dicesi, dalla compia- 
cenza d'una signora, amica della casa Wetchera, e dal 
comprato silenzio della domesticità, avrebbe cominciato 
nello scorso ottobre e avrebbe continuato fino al mo- 
mento della catastrofe. I luoghi di convegno sarebbero 
stati il Prater, il giardino ed il palazzo di Modena, 
appartenenti all'arciduca Francesco d'Austria-Este, la 
casa stessa della baronessa Wetchera, in di lei assenza, 
e la casa dell'arciduca a Mayerling. Questa casa, o me- 
glio l'agglomerato di case di Mayerling, antico convento. 



310 



1889 



poi residenza di campagna, era divenuto da qualche 
anno proprietà dell'Arciduca, che ne aveva fatto una 
residenza di caccia ; ed è situato in una valle, fiancheg- 
giata da boschi, che si dirama dalla Helenenthal, valle 
principale di Baden presso Vienna. 

Domenica 27 gennaio scorso, Parciduca Rodolfo as- 
sistette insieme coli' Imperatore, con varii Arciduchi e 
Arciduchesse, e colParciduchessa Stefania, sua moglie, 
ad una serata presso il principe e la principessa di 
Eeuss. A questa serata, a cui assisteva tutto il Corpo 
Diplomatico estero e tutta Palta società di Vienna, c'era 
pure la baronessa Wetchera colla figlia. Parlai, io stesso, 
alla prima e stetti qualche tempo vicino alla seconda, 
non senza notare che i di lei occhi erano costantemente 
fìssi sul Principe Imperiale. Mi si dice che questi le 
parlò. Io non lo vidi. Ma sembra certo che, sia di viva 
voce, durante quella serata, sia, come pure si dice, con 
un biglietto mandato l'indomani, la signorina avvertì 
il Principe che sarebbe andata a raggiungerlo a Ma- 
yerling. 

Il lunedì 28 gennaio, nel pomeriggio, l'Arciduca si 
recò a Mayerling e invitò a una partita di caccia, per 
l'indomani mattina, suo cognato il duca Filippo dì Sas- 
sonia Goburgo ed il conte Hoyos, suo famigliare. 

La signorina Wetchera, nel pomeriggio dello stesso 
giorno di lunedì 28 gennaio, eludendo la sorveglianza 
della dama di compagnia che era entrata per qualche 
istante nel magazzino di Rodek al Kohlmarkt, si mise 
in un fiaccherò e pervenne, la sera stessa, alla casa di 
caccia di Mayerling. La madre, inquieta di questa fuga, 
si sarebbe diretta, per avere notizie della figlia, alla 
polizia, che non seppe o non volle dargliene. Fatto è che 
la ragazza passò la notte del 28 al 29 gennaio coli' Ar- 
ciduca e nella di lui camera. Il martedì mattina, 29 gen- 
naio, l'Arciduca non prese i^arte alla caccia e fece dire 
al duca Filippo di Ooburgo e al conte Hoyos che aves- 
sero a cacciare senza di lui. Dopo la caccia, nel pome- 
riggio, l'Arciduca, che avrebbe dovuto far ritorno a 
Vienna per assistere ad un pranzo di famiglia, pregò il 
duca Filippo di Coburgo, che doveva assistere allo stesso 
IDranzo, di scusarlo presso l' Imperatore e P Imperatrice, 
e telegrafò pure all'arciduchessa Stefania per iscusarsi, 
allegando una leggiera indisposizione. 



La causa misteriosa 



311 



Il conte Hoyos rimase a Mayerling. La caccia do- 
veva ricominciare di buon'ora il mattino seguente, mer- 
coledì 30 gennaio. 

L'Arciduca passò ancora quella notte colla signorina 
Wetchera. Il fiaccheraio delF Arciduca, Bratflsch, fu am- 
messo, dicesi a tarda sera, alla presenza delP Arciduca 
e della giovane e cantò per divertirli. 

B qui si passò nelle prime ore del mattino del 30, 
la tragedia del doppio suicidio. 

La giovane parrebbe essere stata uccisa la prima di 
mano delF Arciduca, in seguito a risoluzione presa da 
entrambi di morire insieme; ma è anche possibile che 
essa si sia uccisa di propria mano. Pare certo però che 
sia morta per la prima, perchè fu trovata ben composta 
nel letto colle mani incrociate. L'Arciduca invece pen- 
deva dalla parte superiore del corpo un po' fuori del 
letto, col braccio penzoloni, e con spruzzi di sangue 
sul petto, gettati a quanto pare dalla ferita della gio- 
vane morta. 

Queste sono le supposizioni fondate sulF ispezione 
dei cadaveri, ^on hanno tuttavia il carattere di certezza. 
Le circostanze immediate e concomitanti della doppia 
uccisione non ebbero testimoni. Per quale straordinaria 
eccitazione d'animo e di sensi, per quale reciproca esal- 
tazione di spirito in delirio, o per quale follia dell'uno 
o dell'altra o d'entrambi, tale catastrofe sia accaduta, 
è un segreto che starà probabilmente sepolto nelle due 
tombe, nella modesta fossa di Heiligenkreuz e nell'arca 
della Chiesa dei Cappuccini di Vienna. 

Come la notizia sia stata portata a Vienna dal conte 
Hoyos, come sia stata inviata sul luogo una Commis- 
sione imperiale di cui facevano parte il prof. Wiederho- 
fer, medico della Corte e il Cappellano della corte, e 
come il corpo del defunto Arciduca sia stato traspor- 
tato a Vienna nella notte dal 30 al 31 gennaio, fu 
raccontato, fin dai primi giorni, dalla stampa ufficiale 
viennese. 

Il cadavere della giovane, dopo fatta l'autopsia, fu 
sepolto colla maggior possibile secretezza, ma coll'assi- 
stenza della madre nel cimitero di Heiligenkreuz, vicino 
circa quattro chilometri a Mayerling. 

Come lugubre episodio del dramma, il cacciatore 
dell'Arciduca, confidente o per lo meno conscio di questi 



312 



1889 



amori, si sarebbe pur egii suicidato. Il di lui corpo sa- 
rebbe stato seppellito a Baden; la circostanza avrebbe 
contribuito ad accreditare la versione, corsa nei primi 
momenti, che l'Arciduca fosse stato ucciso da un guar- 
da-caccia o guarda-foreste. 

La lettera delP Arciduca al sig. De Szogyeny, resa 
ora pubblica nella sua sostanza per mezzo dei giornali, 
nella quale è annunziato il proponimento del suicidio 
del Principe, è stata scritta nel mattino del 30 gennaio, 
e quindi immediatamente prima, forse pochi minuti 
prima del colpo. Ma rimane incerto, per ora almeno, se 
sia stata scritta prima delle due morti, ovvero nell'in- 
tervallo fra runa e l'altra ». 

«Vienna, 14 febbraio 1889. 

Aggiungo alcuni nuovi particolari, appresi da fonte 
autorevole, intorno alla morte dell'arciduca Kodolfo. Il 
lunedì 28 gennaio, nel pomeriggio, la giovane Maria 
Vetsera (così deve essere scritto questo nome), uscì di 
casa in compagnia della contessa Maria Larich, nata 
von Wallersee (figlia di S. A. E. il duca Lodovico di 
Baviera). I^^^ella via del Kohlmarkt, la contessa Larisch 
entrò nel magazzino dei fratelli Eodeck. Maria Vetsera 
colse questo momento per fuggire, e si recò, come narrai 
precedentemente, a Mayerling, dove l'Arciduca si era 
recato nello stesso giorno. La ragazza portò con sè il 
revolver, col quale fu poi compiuto il doppio suicidio. 
La madre, baronessa Yetsera nata Baltazzi, avvertita 
della disparizione della figlia e presumendo dove essa 
doveva trovarsi, si recò nella stessa sera presso il diret- 
tore di polizia, barone Francesco von Krauss, e l' indo- 
mani presso il Ministro dell' Interno , che l' avrebbe 
rassicurata, dicendole che l'Arciduca doveva venire il 
giorno stesso a pranzo dall' Imperatore, che gli avrebbe 
parlato in proposito e che intanto non conveniva fare 
scandali. Il 30, nel mattino, la madre vieppiù inquieta 
si recò alla Burg e chiese dell' Imperatrice. Sua Maestà 
che aveva di già appresa la notizia della doppia morte, 
volle dare ella stessa alla baronessa Vetsera la dolorosa 
notizia, e appena questa introdotta in di Lei presenza, 
le disse piangendo : « I nostri poveri figli sono morti ». 

Nessuno sa, è bene ripeterlo, come la catastrofe sia 



Le iyoiesi 



813 



accaduta. Ma è certo che il revolver fu portato dalla 
ragazza e che questa morì per la prima. Si deve sup- 
porre, che essa, o in seguito ad un rilìuto delP Arciduca, 
d'accondiscendere ad una proposta di fuga e di vita 
comune, o per disperazione in previsione d'un abban- 
dono più o meno prossimo, o per sovreccitazione d'uno 
spirito dominato da preijotente i}assione, si tirò alle 
tempia il colpo di revolver che l'uccise. Se questa ipo- 
tesi che sembra probabile è vera, si spiega facilmente 
come l'Arciduca, che non aveva con sè nessun revolver^ 
che pareva lieto, che aveva fatto inviti a eaccia per 
quel giorno e per l'indomani, che s'era divertito nella 
prima parte della notte a sentire cantare il fiaccheraio 
Bratfisch, trovandosi, ad un tratto, in presenza del ca- 
davere d'una ragazza di buona famiglia, che s'era uc- 
cisa per amor suo e nel suo letto, e prevedendo le 
conseguenze d'una tale catastrofe per la sua fama, per 
il suo avvenire e per l'onore della sua Casa, sia stato 
condotto al proposito d'uccidersi anch'esso. Sembra che 
un certo tempo sia difatti trascorso fra la morte della 
ragazza e quella dell'Arciduca. Nel frattempo questi 
avrebbe scritto le lettere da lui lasciate e segnatamente 
quella al sig. de Szògyeny. 

L' ipotesi che l'Arciduca e la ragazza si siano uccisi 
per accordo deliberato insieme non sembra ammissibile. 

L'Arciduca aveva notoriamente altre relazioni simul- 
tanee, il che escluderebbe in lui l'esistenza d'una pas- 
sione prepotente e furiosa. È i)iù verosimile che l'Ar- 
ciduca abbia considerato le sue relazioni colla giovane 
Vetsera nello stesso modo che quelle che aveva avuto 
e aveva con altre donne, e che abbia preso l'amore di 
questa ragazza per lui con eguale leggerezza o indif- 
ferenza. Invece si sarebbe a un tratto trovato in pre- 
senza d'una passione violenta che l'avrebbe spaventato 
o annojato, e alla quale avrebbe voluto sottrarsi. II 
convegno di Mayerling, se pure vi fu convegno e non 
sorpresa, sarebbe stato non chiesto, ma subito dall'Ar- 
ciduca; e la ragazza vi si sarebbe recata, munita di 
revolver da lei procuratosi in Vienna, come fu accer- 
tato, colla determinazione di uccidersi se avesse avuto 
la certezza di un prossimo abbandono. Questa, ripeto^ 
è pura ipotesi, ma fra tutte quelle imaginate finora è 
la più fondata. 



314 



1889 



Contrariamente a quanto fu narrato in sulle prime, 
la madre, baronessa Vetsera, non fu lasciata andare a 
Mayerling. Ci andarono invece, avvertiti appositamente 
dalla polizia, un fratello di lei, sig. Baltazzi e suo co- 
gnato barone di Stockau, e ciò nella sera del 30. Nel 
pomeriggio di quel giorno la Commissione Imperiale 
recatasi a Mayerling fece trasportare il cadavere della 
ragazza, avvolto in un lenzuolo, in una camera vicina, 
che fu chiusa e sigillata. Poi fu fatta la ricognizione 
del cadavere dell'Arciduca e questo fu trasportato nella 
notte a Vienna. In quella medesima notte il sig. Bal- 
tazzi e il barone di Stockau furono autorizzati a portare 
con sè il cadavere della propria nipote, ma secretamente, 
nella propria carrozza. Essi difatti trasportarono il ca- 
davere fino al Convento di Heiligenkreuz, dove, chiuso 
in una cassa, fu provvisoriamente seppellito nel cimi- 
tero. La madre ebbe poi il permesso di far trasportare, 
quando vorrà, in altro luogo, la cassa, che intanto sta 
nel cimitero di Heiligenkreuz. » 

L'idea di cercare la soluzione della questione d'Oriente in 
una Federazione dei gruppi nazionali della penisola balcanica è 
antica. 

L'on. Crispi, il quale da lungo tempo l'apprezzava, anche in 
omaggio al principio di nazionalità che aveva trionfato nel Ri- 
sorgimento italiano, prese l'iniziativa di tradurla in atto. Ne 
parlò dapprima a Bismarok e a Kalnoky ; e l'intento immediato 
essendo quello di opporre una diga all'invadenza della Russia, 
e di rajfforzare la Triplice in Oriente, ebbe i due Cancellieri con- 
senzienti. 

In aprile 1889, Cri spi propose, come avviamento alla Fede- 
razione, una lega militare tra Rumenia, Bulgaria e Serbia. Ed 
ecco in quali circostanze. 

Il Re Carlo e i liberali rumeni, offesi per Tingratitudiue con 
la quale la Russia, annettendosi la Bessarabia, aveva compensato 
il valido concorso dell'esercito rumeno nella guerra del 1877, 
ostacolavano l'influenza russa nel loro paese, e costruivano forti- 
ficazioni lungo il Seret per precludere ai russi la miglior via 
d'invasione nei Balcani. 

Il ministro rumeno a Pietroburgo presentando, nei primi di 
aprile di quell'anno, le sue credenziali allo Czar, questi gli disse 



La Federazione balcanica 



315 



che " la Rumania non comprendeva affatto i propri interessi „ ; 
e si espresse in termini vivi " contro la dinastia colà re- 
gnante di principi stranieri „. E anche il ministro degli Affari 
esteri, Giers, parlando in quei giorni coU'ambasciatore d'Italia, 
Marocchetti, deplorò " i continui errori della politica rumena „ 
e osservò che " l'attuale dinastia non essendo ortodossa, non cor- 
risponde ai veri interessi del paese „. 

Andato al potere, per le esigenze della situazione parlamentare 
rumena il partito conservatore, amico della Russia, il signor La- 
soar Gatargi che lo presiedeva fece le seguenti dichiarazioni: 

"La politica estera che il signor Carp voleva seguire è tal- 
mente antinazionale, ohe se egli osasse confessarla non potrebbe 
probabilmente continuare a vivere in questo paese. 

Il Ministero Rossetti-Carp, al pari del Governo di Bratiano, 
è stato un governo personale del Re. — E dovere del Parla- 
mento accusare qualsiasi governo personale, e se il paese vuole 
che il Re non possa più fare una politica personale, deve esso 
abbattere tutti i governi di questo genere. Non aggiustate il 
manico alla falce. „ 

L'irriverenza di siffatto linguaggio e l'esplicito biasimo in- 
flitto alla politica estera inaugurata dal Bratiano ed accettata 
dal Carp, indisposero tutta la stampa liberale. Anche l'Inghilterra 
60 ne preoccupò e lord Salisbury si affrettò a far pratiche attive 
per incoraggiare il re Carlo a non lasciarsi sopraffare dalla 
Russia. 

L'on. Crispi, il 15 aprile, telegrafava agli ambasciatori italiani 
a Vienna e a Berlino. 

« Dalle nostre informazioni risulta che il linguaggio 
tenuto dal sig. Oatargi in Parlamento sarebbe assai 
poco rassicurante in quanto che costituirebbe una vera 
requisitoria contro la politica estera del Gabinetto ca- 
duto e sarebbe irriverente per il Ee che accusa di avere 
voluto avere un governo x3ersonale. Questo contegno 
del primo Ministro rivela una situazione grave sulla 
quale crederei superfluo richiamare l'attenzione di co- 
desto Governo se non mi sembrasse opportuno ed ur- 
gente stabilire una comune linea d'azione in vista di 
possibili rivolgimenti in Rumania» 

Voglia esprimere la mia preoccupazione e riferire. » 



316 



1889 



Il 18 aprile Orispi telegrafava airAmbasciatore a Berlino : 

Apprendo da Pietroburgo che il Governo russo to- 
togliendo pretesto dalla espulsione di alcuni sudditi russi 
dalla Eumania, ha ordinato al suo Ministro a Bukarest 
di chiedere: 

1. ) Inchiesta severa; 

2. ) Punizione dei funzionari che hanno espulso; 

3. ) Indennità pecuniaria. 

È chiaro che tali domande conducono ad una di 
queste due conseguenze: o far cedere il Governo ru- 
meno in una questione d'ordine interno e di polizia, 
nella quale è solo giudice competente; o se il Governo 
non cede, far seguire le accennate intimazioni da una 
azione che comprometta l'autonomia rumena. 

Ho messo in avviso i Gabinetti di Vienna e di Lon- 
dra. Credo opportuno far notare anche a Berlino che 
una guerra in Oriente potendo avere eco sul Eeno, sa- 
rebbe bene che codesto Gabinetto s' interessasse attiva- 
mente di quanto avviene in Rumania. 

Da Berlino fu risposto che il Governo germanico divideva 
gli apprezzamenti di Crispi, ma che non avendo la Germania 
interessi vitali in Rumania, spettava più specialmente all'Austria 
di vigilare verso i paesi danubiani. Il conte di Bismarck opinava 
ohe per ristabilire una comune linea di azione in vista di even- 
tuali rivolgimenti in Rumania, sarebbe stato bene che Orispi si 
rivolgesse allAustria e all'Inghilterra "spiegando i motivi della 
sua provvida iniziativa „. 

Il conte Kàlnoky, invece^ rispose di essere preoccupato della 
situazione, ma che credeva il ministero rumeno poco vitale e 
la Russia aliena dalla guerra; una intesa sarebbe stata allora 
prematura. 

Il 20 aprile Orispi spediva i seguenti telegrammi: 

B. uimhasciata Italiana, 

Vienna. 

(Riservatissimo). — Mi asterrò dall'apprezzare le opi- 
nioni del conte Kàlnoky riassunte nel suo telegramma 
di ieri. La situazione a noi pare più seria che a codesto 
Governo, e sebbene esso sia più direttamente interes- 



Per una lega militare 



317 



sato di noi nella questione, sento il dovere di conside- 
rare certe possibilità, forse probabili eventualità. iSTon 
insista per un'intesa poiché il conte Kàlnoky non crede 
giunto il momento, ma mostri la convenienza di pro- 
muovere fra la Serbia, la Eumania e la Bulgaria, in 
previsione di una guerra, un patto militare federale 
affinchè, scoppiando le ostilità, le loro forze dipendano 
da un solo capo e procedano con un piano unico. Ho 
motivo di credere che questo concetto sorriderebbe a 
Oristic e che il re Carlo non sarebbe contrario ad unirsi 
agli altri Stati Balcanici, egli che tempo fa manifestava 
r intenzione di stringere accordi doganali con la Bul- 
garia. Qualora il conte Kàlnokj^ convenisse nell' idea, si 
combinerebbe il modo per procedere d'accordo verso i 
Governi interessati. 



E. Legazione Italiana, Agenzia Italiana, 
Belgrado. Sofia. 

(Eiservatissimo). — Desidero sapere se il concetto di 
una federazione militare, che in caso di guerra nella 
Penisola balcanica porrebbe gli eserciti Serbo, Bulgaro 
e Rumeno sotto un unico capo e ne col legherebbe i 
movimenti con un unico piano, troverebbe favorevole 
accoglienza presso codesto Governo. Metta avanti V idea 
<3on somma prudenza, facendone vedere i vantaggi, 
senza alcuna proposta. Tastato così il terreno, riferisca. 

Ma la proposta non incontrò il gradimento di Kàlnoky. 

« Riferii a Kàlnoky — telegrafava V ambasciatore 
Mgra il 23 aprile — la opinione di Vostra Eccellenza 
su di un patto militare tra gii Stati Balcanici. Kàlnoky 
mi ha risposto che non domanderebbe di meglio, ma 
crede: 1.) che la cosa non ha ora alcuna probabilità; 

2. ) che non avrebbe probabilità se non nel caso di ne- 
cessità e quando gli eventi fossero prossimi. Ciò è ovvio; 

3. ) che lo Czar non ha nessuna intenzione di guerra e 
che le Potenze alleate non devono fornirgli alcun pre- 
testo per cambiare attitudine, provocando una lega mi- 
litare nei Balcani. » 



318 



1889 



Alle quali argomentazioni rispondeva Fon. Crispi: 

Per quanto riguarda una federazione balcanica sono 
d'avviso che bisogna prepararla in tempo di calma e 
non quando gli avvenimenti siano per precipitare. Ho 
ragione di pensare che l'idea di simile confederazione 
non sia mal veduta a Berlino, e son certo che a Bel- 
grado si sia molto propensi ad attuarla. Proponendo un 
accordo a questo riguardo tra le Potenze alleate, non 
dicevo che esso dovesse esplicarsi in modo violento e 
subitaneo, bensì con la necessaria prudenza, affinchè 
non sorgessero sospetti atti ad ottenere un effetto con- 
trario a quello cui mirerebbe Paccordo. Comunque sia 
non turberò la calma del conte Kàlnoky, nella speranza 
che le Potenze non abbiano a pentirsi dell'indugio. 

E il 25 aprile, in seguito a nuove notizie allarmanti circa 
le intenzioni del governo russo verso laKumania, soggiungeva: 

Quest'ultimo concetto di federazione militare bal- 
canica non può e non deve, naturalmente, attuarsi che 
per via di consigli, acciocché paia spontaneamente vo- 
luta dai tre governi, non da altri suggerita, molto meno 
imposta. Nè credo si debba attendere l'ultimo momento 
per procurare quell'accordo. Ove la guerra scoppi non 
è più luogo a federazione, ma ad alleanze, e queste si 
stringono secondo l'interesse del momento, l^on divido 
gli apprezzamenti ottimisti del conte Kàlnoky, al quale 
auguro, come a noi pure, che la Eussia si conduca con 
calma nella questione che pare voler suscitare in Ru- 
mania. 

Nella tornata del 3 maggio della Camera dei deputati l'ono- 
revole Crispi, interpellato e biasimato da alcuni deputati dell'E- 
strema sinistra per un congedo accordato airAmbasciatore d'Italia 
presso il governo francese alla vigilia dell'inaugurazione dell'Espo- 
sizione di Parigi, rispose : ^) 

« Il governo della Repubblica francese per la solen- 
nità del centenario del 5 maggio e per l' inaugurazione 
dell'Esposizione universale, non invitò il corpo diplo- 



i) Cfr. Atti parlamentari. 



U Esposizione di Parigi 



319 



matico: quindi da parte nostra non ci potevano essere 
rifiuti. (Si ride a destra, — Eumori alV estrema sinistra). 

Il congedo dell'onorevole generale Menabrea non fu 
nè imposto, nè consigliato da me. Sin dal 3 aprile, il 
nostro Ambasciatore chiese al Ministro degli esteri di per- 
mettergli di venire in Italia, e il permesso subito gli fu 
concesso. (Interruzioni alVestrema sinistra). 

Presidente. — Non interrompano, onorevoli colle- 
ghi, li prego! 

Oeispi, presidente del Consiglio. — Ciò posto cadona 
tutti i ragionamenti politici, tutte le narrazioni dei 
nostri onorevoli colleghi dell'estrema sinistra; e potrei 
qui terminare. 

Io non ho nulla a cangiare alle cose dette il 25 
giugno 1887 quando risposi all'onorevole deputato Ca- 
vallotti. 

ì^on ho da difendermi dalle accuse di debolezza o di 
mancanza a doveri internazionali, poiché questi nou 
sono in questione ; non ho neanche bisogno di dire alla 
Camera come intenda governare il paese, imperocché 
essa, dopo due anni da che sono al potere, ha potuto sa- 
pere e sa come mi conduco all'interno, come mi sono 
condotto o mi conduco all'estero. 

Duolmi soltanto che il deputato Ferrari, dopo aver 
combattuto i vivi, abbia ricordata la tomba di un prin- 
cipe, la quale è circondata dalla pietosa simpatia di 
tutto il mondo. (Benissimo! Bravo!) 

Lasciamo, signori, l'oratoria e le frasi grosse e grasse l 
{Ilarità), Giudichiamo il mondo quale è; non é neces- 
sario che si facciano professioni di fede: siamo tutti 
figli della rivoluzione; e qual maggiore rivoluzione, o 
signori, di quella per cui noi siamo qui! (Benissimo!) 

Ogni paese ha le sue date illustri, ed i nostri col- 
leghi ricordando quella del 5 maggio 1789, credo non 
abbiano ricordata la migliore della rivoluzione francese. 

Avrei capito che avessero ricordata la notte dal 4 al 
5 agosto 1789, quando furono aboliti i privilegi, e fu 
fatta la celebre dichiarazione dei diritti dell'uomo e del 
cittadino. Del resto, noi abbiamo qualche data migliore, 
quella del 20 settembre 1870 (Bene a destra e al centro) 
la quale, abolendo l'ultimo avanzo del feudalismo poli- 
tico, dette ai popoli completa ed intera la libertà di co- 
scienza. {Scoppio di applausi da tutte le parti della Camera.) 



320 



1889 



Noi non abbiamo mai domandato agii altri clie que- 
sta data festeggiassero, perchè ogni paese festeggia le 
sue, e non so perchè si abbia tanta fretta, tanta solle- 
citudine, tanto desiderio di festeggiare le date celebri 
delle altre nazioni, quando abbiamo le nostre che sono 
così gloriose. (Bratto ! — Applausi prolungati) ». 

Realmente, l'ambasciatore Menabrea aveva chiesto il congedo 
-con una lettera del 3 aprile che cominciava con queste parole: 
" Avvicinandosi le feste Pasquali, mi rivolgo alla cortesia di 
V. E. col pregarla di darmi l'autorizzazione di recarmi per quel- 
l'epoca in Roma, come son solito a farlo ogni anno, per conferire 
con l'È. V. sulle cose che interessano i rapporti dell'Italia colla 
Francia. „ 

L'on. Orispi non aveva motivo di negare il congedo, poiché 
sapeva ohe tutti gli ambasciatori accreditati presso il governo 
francese avevano ordine dai rispettivi governi di non intervenire 
alla inaugurazione dell'Esposizione e si disponevano, ad assen- 
tarsi da Parigi. Quello che in Italia parve un gesto ostile di 
Orispi verso la Francia, era una decisione di tutta l'Europa 
monarchica, compresa la Russia. 

Il 20 aprile fu tenuta una riunione degli ambasciatori presenti, a 
Parigi. L'Incaricato d'Affari Ressman, il quale rappresentava il 
Menabrea assente, informava l'on. Crispi ohe qualcuno degli in- 
tervenuti negavii anche di far intervenire alla cerimonia gl'In- 
caricati d'Affari; però tale intervento poi fu deciso, ma ufficioso 
soltanto, COSI ohe gli Incaricati non dovevano indossare uniforme, 
né seguire il Presidente delia Repubblica nel giro d'inaugura- 
zione. Prevedendo — scriveva il Ressman — la resistenza d'una 
parte del Corpo diplomatico, il governo francese già da tempo 
dichiarò che per ben distinguere ogni commemorazione politica 
da una festa d'indole puramente industriale, egli celebrerebbe 
in Versaglia il centenario della riunione degli Stati Generali, il 
dì 5 maggio, e non vi chiederebbe l'intervento dei Rappresen- 
tanti esteri, ma Inviterebbe bensì il corpo diplomatico alla ceri- 
monia non politica del G maggio in Parigi. Gli ambasciatori non 
ammettono questa distinzione, né credono che la festa di Ver- 
saglia possa, più di quella seguente del 6 maggio, considerarsi 
come un omaggio alla rivoluzione. E in questo ordine d'idee, 



Per la difesa nazionale 



321 



-essi già convennero che sarà loro ugualmente impossibile d'in- 
tervenire al banchetto che la municipalità di Parigi darà il dì 
11 maggio e cui annunzia di voler convitare tutto il Corpo di- 
plomatico, oppure alla rivista ed alle feste del 14 luglio pros- 
.simo, centenario della presa della Bastiglia. „ 

Per una doverosa riserva, l'on. Crispi affermando alla Ca- 
mera che il Corpo diplomatico non era stato invitato, ne tacque 
i motivi, ma egli non prese alcuna iniziativa e non si dimostrò 
in quella circostanza, meno del Gran Cancelliere russo, amico 
della Francia. 

L'orizzonte politico non era sereno ; le condizioni interne della 
Francia e il linguaggio aggressivo de' suoi giornali destavano 
gravi preoccupazioni. Crispi da tempo si era dedicato a raffor- 
zare la difesa nazionale. Le seguenti lettere al ministro della 
<juerra, generale Bertolè, esprimono le sue ansie: 

« Roma, 19 aprile 1889. 

Caro Bertolè, 

Il 1889 è un anno di preparazione. A tale scopo ab- 
biamo proposto alla Camera ed abbiamo ottenuto, dopo 
lunga e viva discussione, la legge del 30 dicembre 1888. 

Siamo al quarto mese dell'anno e temo, almeno mi 
si dà a credere, che tanto per la fabbricazione delle armi, 
quanto per la difesa delle coste, i forti di sbarramento 
e la difesa della Spezia, il lavoro sia appena cominciato 
o non lo sia ancora. 

Voi comprenderete, amico carissimo, che la vostra e 
la mia responsabilità sono gravi e se scoppiasse la guerra 
e non fossimo pronti, potremmo, voi ed io, sentire le 
conseguenze di un disastro, del quale veramente non sa- 
rebbe giusto che a me fosse data anche in piccola parte 
la colpa. 

Sento quindi il bisogno di pregarvi a voler provve- 
dere con la massima sollecitudine perchè la legge del 
30 dicembre 1888 abbia la sua esecuzione. Vi prevengo, 
che Pugnale preghiera ho dato ai nostri colleghi della 
marina e dei lavori pubblici: al primo per le fortifica- 
zioni della Maddalena e per quelle opere che da lui di- 
pendono per la difesa delle coste, ed al secondo per la 
<iostruzione dei binari e per Pingrandimento delle sta- 



Cmsn, Politica estera. 



21 



322 



1889 



zioni, gli uni e l'altro tanto necessarii in caso di movi- 
mento di truppe. 

E poiché ho ricordato le truppe, permettete che io 
richiami la vostra attenzione sul sistema di mobilitazione 
che la sola Italia, fra tutte le grandi Potenze, continua 
a praticare e il quale è costoso e lento, e in caso di 
guerra può essere pericoloso. 

Ne parlai al generale Oialdini, il quale si disse fa- 
vorevole al metodo prussiano e ])ev lo meno accette- 
rebbe il metodo francese, il quale è una via di mezzo 
tra il nostro ed il prussiano. Il generale Cialdini fece 
una sola osservazione ed è quella della convenienza po- 
litica della quale lasciò a me il giudizio. 

Dopo 29 anni ch'esiste il regno d'Italia mi sembra 
strano, pur troppo strano, che si possa dubitare del no- 
stro paese. Il sentimento nazionale è profondo in tutte 
le classi della popolazione e con le 29 leve si è talmente 
rimescolata cotesta popolazione che la fusione è compiuta. 

Aggiungete che la formazione dei corpi locali avrebbe 
il vantaggio che viene dal pungolo dell'emulazione. Il 
Borbone aveva i reggimenti siciliani costituiti con Far- 
ruolamento dei volontari, e nessuno dubitò mai del loro 
valore e della loro energia. A Ourtatone uno di cotesti 
reggimenti fu alla prova del fuoco e lasciò memorie 
gloriose sul campo di battaglia. 

L'impero austriaco è composto di parecchie naziona- 
lità e quei governanti i quali dovrebbero diffidare della 
divisione delle razze e della varietà delle genti, non 
sempre amiche e spesso rivali, adottarono il sistema ter- 
ritoriale. Grazie a Dio! l'Italia è tutta di un pezzo e 
sono italiani tutti quelli che abitano la penisola. 

Il sistema territoriale nell' esercito porterebbe un 
grande discentramento dell'amministrazione militare e 
grandissime economie nella medesima.... 

Del resto il sistema territoriale esiste nell'artiglieria 
e negli alpini, ed a nessuno venne mai in mente che 
cotesti corpi siano animati meno degli altri dello spirito 
nazionale e possano alla prima occorrenza mancare ai 
loro doveri. 

Coraggio, adunque, e sia vostra la gloria della ri- 
forma, della quale vi ho parlato e della quale molti sono 
i partigiani nel nostro esercito. 

Conchiudo dopo ciò sintetizzando i concetti della mia 



Raccomandazioni al ministro della Guerra 



323 



lettera: affrettate le opere della difesa nazionale e tra- 
sformate, migliorandolo, il metodo della mobilitazione 
delle nostre truppe. 

]^on vi è tempo da perdere. 

L'aff.mo Vostro 

F. Ceispi. 



Roma, il 10 luglio 1889. 

Mio caro Bertolè, 

(Riservata). — Richiamo la vostra attenzione sulle 
continue diserzioni, le quali avvengono nel Corpo degli 
Alpini. Esse indicano un male cronico che bisogna cu- 
rare con energia e presto.... 

Prendo questa occasione per farvi riflettere che i 
grandi comandi del nostro Esercito non sono tutti bene 
affidati. Bisogna svecchiare il corpo dei nostri Generali 
e questo il più presto possibile. 

La Germania ha compiuto cotesta opera, tanto ge- 
losa quanto necessaria alla difesa dello Stato. Ed in 
Germania gli ufficiali avevano l'aureola delle grandi 
vittorie, la quale manca intieramente ai nostri. 

Non tralascierò, scrivendovi, di raccomandarvi la mag- 
giore sollecitudine e le maggiori cure nella fabbrica delle 
armi, la quale, a quanto io ne so, va molto a rilento. 

L'Europa al presente è un vulcano, che può da un 
momento all'altro erompere, e bisogna trovarsi pronti. 
Ogni giorno ci svegliamo col pericolo che scoppi la 
guerra. 

I grandi Stati afl'rettano gli armamenti con cura feb- 
brile. Noi sventuratamente siamo indietro a tutti e siamo 
i primi esposti agli attacchi nemici. 

La vicina Repubblica ha preparato, in mare e per 
terra, quanto occorre per assalirci. Grande è la respon- 
sabilità che pesa sul Ministero, e voi, al quale è affidata 
la difesa nazionale, dovete comprenderlo meglio di tutti. 

Ne ho parlato al Ee ed ho fatto comprendere a S. M. 
essere suo diritto e dovere l'occuparsene. 

La prossima guerra non può essere ristretta nelle 
proporzioni di quelle del 1859 e del 1866, e le ire ed i 
risentimenti son tali — e gli strumenti della lotta sono 
così potenti, che qualunque ne sia l'esito, sarà una ca- 
tastrofe. 



324 



1889 



Eicordatevi che questa volta non basterà Ponore di 
saperci battere, ma bisognerà vincere, vincere a qua- 
lunque costo. 

I francesi, per darsi ragione contro di noi, han vo- 
luto costituire la convinzione, nel loro paese e nel nostro, 
che io voglio fare la guerra. I miei avversari in Italia 
si prestano a cotesta indegna ed antipatriottica manovra. 

Nessun uomo di Stato può volere la guerra. Ed io non 
posso volerla e perchè non siamo forti abbastanza e 
perchè, se fossimo forti, non oserei affrontare i risultati 
di un conflitto, il cui esito non è mai sicuro. 

Vogliate, caro Bertolè, riflettere a tutto ciò e fate 
per la parte vostra che il Ee e la patria nostra non ab- 
biano a dolersi di noi. 

Vostro aff.n^'O 

F. Oeispi. 

In luglio, rirritazione della Francia, cresciuta sino al parossismo, 
cagionò un grande allarme. Da varie parfci, Orispi era informato 
che quel governo cercava un pretesto per rompere con l'Italia, 
e aveva notizie sicure di pressioni francesi sul Vaticano, intese 
a indurre Leone XIII a partire da Roma. L'ambasciatore di 
Francia presso il Papa, Lefòvre de Behaine, si era recato a Pa- 
rigi alla fine di giugno ed era tornato al suo posto, autorizzato 
a promettere formalmente al vecchio Pontefice — irritato per la 
recente inaugurazione di un monumento a Giordano Bruno in 
Campo di Fiori — che la Francia assumeva su di sè la solu- 
zione della " questione romana „ , se glie ne avesse dato occasione 
abbandonando la sua sede. 

Il 12 luglio i timori di Orispi furono corroborati da informa- 
zioni precise di autorevole persona avente larghe relazioni in 
Francia. Gli era impossibile non tenerne conto, conscio com'era 
delle responsabilità sue dinanzi al paese. 

11 Diario dice: 

12 luglio, — Viene.... e mi racconta notizie avute 
da S. 

La sera chiamo Eattazzi [ministro della Casa Eeale], 
che arriva verso le 11. Chiedo udienza al Ee. Alle 11 V2 
mi scrive che il Ee mi riceverebbe la domani alle 10 ant. 



In vista di una possibile aggressione francese 



325 



13 luglio, — Alle ore 10 dal Ee. Informo delle pos- 
sibili aggressioni. Necessità di difesa. Vedere il Mini- 
stro della Guerra Bertolè, e riunire un Consiglio spe- 
ciale, cioè, Bertolè, Brin [ministro della Marina], Cosenz 
[capo dello Stato Maggiore], io ed il Re. 

Alle 11 viene Pelloux [S. Segretario di Stato alla 
Guerra] e mi dà conto di diserzioni nel corpo degli Al- 
pini a S. Dalmazzo. 

Scrivo a Brin. Viene alle 3 V2. Lo informo. Si discu- 
tono le precauzioni da prendere. 

Alle 11 torna Eattazzi. Il Re chiamò il Bertolè ed 
ebbe con lui un lungo colloquio. Bertolè è pronto a 
fare quanto desidero. Non vorrebbe spargere allarmi, 
ma far tutto con prudenza. 

14 luglio, — Alle 9 V2 ant. dal Re. 

Alle 2 V2 viene Bertolè alla Consulta. D'accordo su 
tutto. Mobilitazione — Armi — Stato Maggiore — Co- 
mando superiore — Comandanti dei Corpi d'armata. 
S'intenderà con Cosenz e con Brin per prendere d'ac- 
cordo disposizioni atte a impedire ogni sorpresa, sia per 
terra che per mare. 

14 luglio, — Mando il deputato Francesco Cucchi ^) 
in Germania a conferire col j)rincij)e di Bismarck, e gli 
dò la seguente lettera di presentazione: 

«Altesse! Vous recevrez cette lettre par M. le de- 
putò Cucchi, que vous connaissez depuis 1870. Il vous 
donnera de vive voix des renseignements bien graves, 
que je ne puis pas confìer à la piume. 

Monsieur Cucchi a ma pleine confìance». 

15 luglio, — Il ministro Brin viene alle 11 V2 a pa- 
lazzo Braschi con l'ammiraglio Racchia. Si parla della 
flotta, dei preparativi. — Brin si lagna che a noi man- 
chino informazioni dai porti francesi, mentre la Francia 
è a giorno di tutto ciò che avviene da noi. Racchia 

1) L'on. Francesco Cucchi era conosciuto dal principe di Bismarck sin 
dall'agosto 1870. Egli fu allora inviato al Quartier Generale germanico dal Co- 
mitato della Sinistra parlamentare, del quale era anima Crispi, per assicurarsi 
del riconoscimento da parte di Bismarck dell'occupazione italiana di Roma. 

(N. d. C.) 



326 



1889 



[S. Segretario di Stato alla Marina] mi dà informazioni 
confortanti. 

16 luglio. — Alle 12 V2 giunge Catalani, chiamato da 
Londra. Dopo colazione lo conduco nel mio gabinetto. 
Narro che in Francia sono pronti alla guerra e che 
sembra vogliano attaccarci per mare. Il progetto sarebbe 
ardito e parrebbe una follìa, ma essendomi stato riferito 
da persona degna di fede, e conoscendo che i francesi 
sono calcaci anche di una follìa, è necessario ritenere 
la cosa come vera, e prepararci alla difesa. Ho bisogno 
di sapere quali sarebbero, in tal caso, le intenzioni di 
lord Salisbury, e se egli intenderebbe prevenire un'ag- 
gressione o, al contrario, attenderebbe che ci attaccas- 
sero. Se noi fossimo sconfìtti, l'Inghilterra perderebbe 
una sicura alleata sul mare. 

Il Catalani ritiene che lord Salisbury non attenderà 
che siamo attaccati, e che allo scopo di evitare la guerra 
manderà una potente flotta nel Mediterraneo. Partirà 
stasera, e venerdì mi telegraferà da Londra. 

— Direte a lord Salisbury che io non provocherò 
punto la Francia, che nulla farò per promuovere la 
guerra; se questa verrà, vi sarò trascinato. 

Il Catalani mi domandò se avessi nulla fatto pel 
ristabilimento delia giurisdizione consolare in Tunisi. 
Eisposi che la questione dorme; soggiunsi che non ho 
spinto neanco la soluzione del fatto di Gabes. ^) 

— Nulla farò, non darò pretesto alcuno. Bisogna che 
il paese sappia che noi non vogliamo la guerra, e che 
la faremo soltanto se obbligati a difenderci da un'in- 
giusta aggressione. 

Invito il ministro Bertolè a sollecitare le misure da 
prendere affinchè il Ee possa partire da Roma. Alle 2 V2 
viene alla Consulta e mi dice che già ha avuto parecchie 
conferenze con Cosenz. Mobilitazione — Comandanti 
dei Corpi d'Armata — Gran comando. Osservo che il 
Bertolè è esitante e incerto nel suo linguaggio. 

1) Il 4 giugno 1889 a Gabes (Tunisia) due l^arche italiane da pesca furono 
visitate, senza intervento del Console italiano, da Agenti del monopolio fran- 
cese i quali maltrattarono i pescatori e insultarono la bandiera italiana. 

(N. d. C.J 



Un colloquio col generale Cosenz 



327 



17 luglio, — Alle ore 11 ant. Eattazzi; lo incarico di 
pregare il Ee a voler partire. 

Torna alle 2 V2. Gli dò un dispaccio giunto al Vati- 
cano ed un altro da Sofia perchè li comunichi al Ee. 
Alle 3, Brin. Sollecitazioni. 
Alle 3 V2 Bertolè. 

18 luglio. — Udienza reale. Discorsi sulla situazione. 
Il Ee parte alle 11 pom. per Pisa. Nella sala di aspetto 
^li riferisco le ultime notizie del Vaticano, delle quali 
il sovrano resta sorpreso. Uscendo dalla stazione vedo 
il Cosenz. Gli domando se si era messo d'accordo con 
il Bertolè. 

Il Cosenz mi risponde che il Ministro gii parla delle 
cose di guerra solamente quando havvi pericolo. Lo 
prego di visitarmi. 

20 luglio, — Alle 3 è venuto a trovarmi il generale 
Cosenz. Anch'egli è d'avviso che i francesi ci attacche- 
ranno. — Le fortificazioni di Messina, della Spezia e di 
Genova sono terminate. — Taranto. — I 14 corpi di 
esercito. — I quattro grandi comandi : — Duca d'Aosta, 
Pianell, Bariola, Eicotti. — Il concorso delle navi da 
guerra. — Compagnie dei battaglioni assottigliate per 
ragioni di economia. — Milizia territoriale. Ì<ojì pos- 
sibile ricorrere ad un corpo di volontarii come al 1866 ; 
mancano il capo e i quadri. 

Biglietto di Nigra [ambasciatore a Vienna]: 

« Caro signor presidente, eccomi giunto e attendo i 
suoi ordini all'Albergo Eoma, al Corso. » 

Telegramma da Londra: 

« Benché Salisbury non divida nostre apprensioni, 
manderà un potente rinforzo alla Squadra del Mediter- 
raneo in agosto, dopo la rivista navale per l'Imperatore 
di Germania. Maggiori particolari col Corriere. — Ca- 
talaot:. » 

Alle 10 V2 il conte Nigra viene al palazzo Braschi. — 
Gli espongo le notizie che abbiamo dalla Francia e quello 
<3he ci è noto del Vaticano. Osservo che le pressioni del 
signor di Mombel sono serie e che se non sono riuscite 
ciò devesi all'esitazione del Papa. Vienna è mal servita 



328 



1889 



presso il Vaticano e perciò vede tutto in bene. Il Nigra 
risponde che a Kàlnoky non potrebbe esser nascosta la 
partenza del Papa. 

— Comunque sia, ci occorre sapere quello che farebbe 
l'Austria nel caso che noi fossimo attaccati dalla Francia. 
Essa avrebbe l'obbligo di difenderci. È necessario venire 
alla stipulazione d'una Convenzione militare, tanto per 
l'azione comune sul mare, quanto per l'azione comune 
in terra. Per la convenzione marittima abbiamo avuto 
con Bismarck delle intelligenze che si debbono coltivare. 
L'azione comune delle tre flotte imporrebbe alla Francia^ 
e se a noi si unisse anche l'Inghilterra, com'è probabile,, 
la vittoria sarebbe sicura. 

— Per la convenzione navale, osservò il Mgra, bi- 
sognerebbe far prendere l'iniziativa da Berlino; da li- 
scrivendosi a Vienna tutto sarebbe fatto. La conven- 
zione militare è un affare a due. 

— Potrebbe esser negoziata qui o a Vienna. Per me 
vale lo stesso. 

Parlo al Nigra delle vessazioni agl'italiani in Trieste 
e della necessità di porvi termine. L'Austria ha paura 
delle ombre. Le dimostrazioni non hanno nessuna im~ 
portanza, e quando si è forti non vi è motivo di temerlc 
Però si è forti se le legittime aspirazioni dei popoli 
vengono soddisfatte. A che inveire sull'Ullman e dargli 
un'aureola di patriottismo? Egli è bavaro di origine e 
italiano soltanto per decreto ottenuto sotto Cantelli: è 
uno di quegli uomini che mutano nazionalità per con- 
venienze personali. 

Il processo contro Piccoli è assurdo; lo lascino tran- 
quillo. 

Il Mgra conviene che la condotta degli austrìaci è 
inabile, e che gioverebbe a loro non continuare nelle ves- 
sazioni poliziesche. Trasloco del console Durando, dan- 
dogli però una buona residenza. 

A proposito di Trento e Trieste il Conte affermò che 
fu colpa di Lamarmora se noi non abbiamo il Trentino^ 
L'Austria ce l'avrebbe dato. 

Avendogli manifestato le mie idee su Trieste, con- 
venne meco che non ci giovi averla. Approvò la mia 
dichiarazione sulla necessità dell'esistenza dell'impero 
Austriaco. È necessario però che l'Austria muti con- 
tegno nel suo governo. Non può vivere suscitando le 



Un colloquio col conte Nigra 



32^ 



rivalità dei popoli, le quali tosto o tardi produrranno 
la guerra civile. Il rispetto delle nazionalità, l'uguaglianza 
dei diritti di ciascuna, devono esser base all'esistenza 
pacifica dell'impero. 

Parlando con Kàlnoky della partenza del Papa da 
Eoma, il Nigra ha detto che l'Italia prenderebbe x)os- 
sesso del Vaticano e vi pianterebbe la sua bandiera. È 
quello che avrei fatto al 1878 se il Conclave si fosse 
tenuto fuori d'Italia. 

Il Mgra mi assicura che a Vienna fidano su noi e 
che De Bruck manda dei rapporti ottimisti. 

Eiassumiamo. Tre incarichi: chiedere una ijolitica 
liberale a Trieste — convenzione navale — convenzione 
militare. 

Prego l'Ambasciatore di assicurare il Kàlnoky che 
non darò alla Erancia occasione alcuna che possa ser- 
virle di pretesto a rompere la pace. Nessun dubbio che 
havvi aumento di truppe alle nostre frontiere e che la 
Francia spia il momento opportuno per attaccarci. Al 
Vaticano si fanno pressioni i)erchè il Papa parta; non 
sono riusciti per l'esitazione di Leone XIII e per l'op- 
posizione del Sacro Collegio. Ma non ne hanno perduta 
la speranza. 

21 luglio. — Il cardinal Hohenlohe, dietro mio invito, 
è venuto a trovarmi all'I V2 pom. alla mia casa in 
via Gregoriana. 

Gli ho detto: 

— Altre volte è stata V. E. che è venuta a trovarmi,, 
oggi son io che l'ho pregata a venire da me. 

Io dovrò jjarlarle di un aff*are gravissimo, e dovrò 
incaricarla di un delicatissimo mandato. 

Si parla della partenza del Papa, e vi ha chi lo spinge 
ad abbandonare il Vaticano. Io non ho consigli da dare. 
Se il Papa resterà, continuerà ad essere rispettato, e 
sarà garentito come prima, anche se scoppiasse la guerra, 
che io farò tutto il possibile per allontanare. Se il Papa 
vorrà jjartire non ci opporremo; anche nella sua par- 
tenza, e finché è sul territorio italiano, sarà sotto la tu- 
tela delle leggi italiane, godrà di tutti i suoi diritti, di 
tutta la sua libertà. 

Fo intanto osservare, e prego V. E. di dirlo bene al 
Papa, che guardi di non essere lui la causa di una guerra^. 



330 



1889 



e ricordi quanto costò a Pio IX Paver ricorso alle baio- 
nette straniere. Non solo ne perderebbe la religione; 
ma ne perderebbe Fuomo, che ne è principe sovrano. 

Il cardinale ascoltava, e spesso col capo o con in- 
terruzioni, dava segni di aijprovazione. E rispose: 

— Io non vado sempre al Vaticano ; ma vi andrò, e 
adempirò il di lei incarico. 

Il Papa non se ne andrà ; ma non si è sempre sicuri 
di lui. Egli vuol lasciar parlare di sè; e talora ha delle 
eccitazioni nervose, che lo spingono a proponimenti non 
sempre prudenti. 

— Non è per me, ch'io parlo, nè pel governo. Io 
sono un individuo, che da un momento all'altro può 
sparire dal mondo; ed il governo è assai forte per non 
temere la guerra. L'Italia ha mezzi sufficienti per di- 
fendersi. Ha poi due i)otenti alleati. 

Io parlo pel Papa e pel cattolicesimo. Leone XIII 
gettandosi nelle braccia della Francia, ha fatto la for- 
tuna della Chiesa d'Oriente. Il culto ortodosso ogni 
giorno progredisce a danno del cattolico; e non può es- 
sere altrimenti. La Francia si è disinteressata delle cose 
d'Oriente a favore della Eussia, la cui influenza aumenta 
sempre. Il Papa queste cose non le sa, e facilmente gliele 
nascondono, perchè hanno interesse a nasconderle. 

Comunque sia, e ritornando all'argomento pel quale 
chiesi di parlarle, conchiudo per dirle di far sapere al 
Papa queste cose: 

Se resta in Italia, sarà rispettato, anche se scop- 
piasse la guerra. 

Se parte, sarà rispettato, e l'accompagneremo con 
tutti gli onori. Pensi però al partito da prendere. Ci va 
del suo nome, del suo avvenire, dell'avvenire del cat- 
tolicesimo. — 

Ci siamo congedati alle 3 meno un quarto. Il car- 
dinale prese la sua via; io ritornai alla Consulta. 

Roma, 23 luglio '89. 

Ecc:^^ Sig. Presidente, 

Confidenzialmente accludo questa lettera. Siccome sol- 
tanto con il padrone quelle cose si potrebbero dire, con- 
viene ch'io sospenda l'esecuzione de' suoi desiderii. Pare 
che si abbia paura di me, non so i)erchè ! I 




^ iTc^éLc^^ ^^^^ 




Missione del cardinale di Hohenlohe 



331 



Del resto Ella disponga di me, e mi faccia sapere 
quel che crede necessario. 

E con la maggiore stima ed amicizia mi confermo 
di Vostra Eccellenza 

Aft.mo 

G. CaKD. d'HOHENLOHE. 



(Lettera in originale acclusa nella precedente). 

N. 82253 
Roma, 22 luglio 1889. 

^cc.^^'^ e E:""^ Sig. Mio Oss.'''^^ 

Secondando il desiderio espressomi da Vostra Emi- 
nenza nel suo biglietto in data di ieri me ne sono reso 
interprete presso il Santo Padre. 

Essendo peraltro la Santità Sua trattenuta da molte 
occupazioni e dagli attuali calori dalPaccordare straor- 
dinarie udienze, si è degnata di autorizzarmi a conferire 
con Lei, qualora Le piaccia di far giungere jjer mio 
mezzo alla sovrana sua cognizione ciò ch'Ella intende 
di esporle. 

Ponendomi pertanto a libera di Lei disposizione, mi 
onoro rinnovarle i sensi della mia profonda venerazione, 
<5on la quale Le bacio umilissimamente le mani. 

Di Vostra Eminenza 

U.mo dev.mo servitor vero 

M. Oaed. Rampolla 

Sig-. card. d'Hohenlohe. 

Roma, 24 luglio '89. 

EccJ'^^ Signor Presidente, 

Dopo la mia di ieri sera ho notato alcune cose da 
scriversi a S. S. ; e desidererei sapere se V. E. approva, e 
se vuole aggiungervi o togliere qualche cosa, faccia pure. 
La lettera andrà sicura nelle mani di S. S. 

Mi mandi l'acclusa bozza con quelle correzioni che 
crede, e subito sarà copiata. E con sincero rispetto mi 
confermo di V. Eccellenza 

Devot.mo servo 

G. Oaed. Hohenlohe. 



332 



1889 



(Minuta di una lettera del cardinale Gustavo di Hohenlohe — 24-7-Sg) 

« Nell'ultima udienza dissi alla S. V. di aver invitata 
il ministro Boselli il quale aveva concesso di far fare 
lo scalone di San Gregorio e ci lia promesso anche altri 
favori. Mi parve che la Santità Vostra fosse contenta. 
Tanto maggiore fu la mia sorpresa nel ricevere quella 
lettera (sgarbata) ^) del cardinale Rampolla. Oggi non 
possiamo più (segregarci dai personaggi del governo ita- 
liano con un sistema cinese). -) Iddio ha disposto le cose 
in modo che la Chiesa non può più riprendere il do- 
minio temporale. La salute delle anime esige che noi ci 
rassegniamo, che restiamo tranquillamente nelle sfere 
ecclesiastiche e facciamo la carità con le nostre sostanze 
e con i nostri insegnamenti ai fedeli. 

Si parla di partenza. (S. E. Orispi stesso mi disse 
Paltro giorno di dire a Vostra Santità) ^) che se Lei vuole 
partire egli non vi si opporrà e La farà accompagnare 
con tutti gli onori, ma che Vostra Santità non tornerà 
più a Roma. E che se la Sua partenza suscitasse una 
guerra per es. per parte della Francia, la religione per- 
derebbe immensamente. Ohe l'Italia non farà la guerra 
se la Francia non l'attacca; che in caso di guerra il 
governo italiano garentisce la sicurezza del Papa a 
Roma. Ma che il Papa non si faccia illusioni: partito 
che sarà, non tornerà a Roma e la Santa Sede soffrirà 
una terribile scossa. 

(Più; la Francia fa tutte le facilitazioni alla Russia 
in Oriente per far trionfare lo scisma, purché abbia 
l'alleanza della Russia. Sembrerebbe dunque che poco 
da quella parte vi sia da sperare). ^) 

]N'oi Cardinali abbiamo il dovere strettissimo di dire 
la verità al Papa, perciò eccola. 

Del tempo di Pio VI si perdettero i cinque milioni 
di scudi depositati da Sisto V. a Castello, e con tutto 
ciò fino al 1839 ogni nuovo Cardinale giurava dà conser- 
vare questi cinque milioni che non vi erano più. Non 

1) Cancellata la parola. 

2) Mutato poi di pugno del Cardinale in «sequestrarci dalla vita moderna». 

3) ]>Jutato in « Persona intima di S. E. Crispi mi assicurò che il pensiero 
del Ministro a questo proposito, è il seguente ». 

4) Periodo cancellato. 



Il cardinale di Hohenlohe e Leone XIII 



333 



fu che i] cardinale Acton che protestò contro quel giu- 
ramento nel 1839 e papa Gregorio trovava giuste le os- 
servazioni delPActon. Così oggi pure si fa giurare ai 
Cardinali cose che non si possono mantenere. Perciò 
conviene rimediare. ^) 



//gelazione di Pisani-Dossi a Crispi). 

«4/8/89. 

11 Papa ebbe la lettera di Hohenlohe sabato 27 lu- 
glio per mezzo del suo cameriere Centra. La lettera, 
oltre le modificazioni fatte in presenza di Pisani-Dossi, 
aveva subite queste altre : 1.*^ — al principio — « Mando a 
V. S. le fotografìe promesse, ecc. (Credo fossero le fotogra- 
fìe del viaggio del Ee a Berlino donate dal Pisani-Dossi 
ad Hohenlohe); 2.^ — Si chiedeva un'udienza al Papa 
e se ne accennava lo scopo — e qui la lettera com'era 
stata combinata ; 3.^ — in fìne — « Ecco quanto doveva 
dire a V. S. » 

11 3 agosto il Papa mandò monsignor Salina, piemon- 
tese, commissario del Santo Ufììzio e vicario di Santa 
Maria Maggiore da Hohenlohe a dirgli che S. S. era 
molto afiOlitta per la lettera da lui scritta e non poter 
accordargli la chiesta udienza. Eispose Hohenlohe che 
avrebbe dovuto piuttosto lui lamentarsi della condotta 
del Papa verso lui e che il Papa doveva ringraziare 
Hohenlohe di avergli fatto conoscere la verità sulla si- 
tuazione attuale, soggiungendo che anche gli altri go- 
verni erano dell'opinione del governo italiano. Quel 
negare l'udienza, chiesta da Hohenlohe, era da questi 
considerata come una provocazione; che tuttavia egli 
non avrebbe data loro la soddisfazione di fare dei passi 
inconsiderati. Eingraziassero Iddio se egli si conduceva 
con tanta moderazione, e il Papa poi in particolare rin- 
graziasse Hohenlohe se era divenuto cardinale, perchè 
Pio IX nel 1852 non voleva nemmeno ricevere monsi- 
gnor Pecci, e fu Hohenlohe che attutì lo sdegno del 

5) La lettera doveva essere consegnata al cameriere fidato del Papa da 
monsignor Azzocchi, affinchè non venisse intercettata. Il cardinale di Hohen- 
lohe scriveva in data 27 luglio a Pisani-Dossi « questa mattina sarà consegnata 
la nota carta ». 

(Note di Pisani-Dossi, Capo di gabinetto alla Consulta). 



334 



1889 



Papa contro Pecci. Concluse che era ora di finirla con 
siffatte bugie e finzioni. 

Monsignor Salina si fece iDallido e si mise a piangere, 
e scusava il pontefice perchè vecchio. 

Hohenlohe ripigliò a dire che Leone XIII era in balìa 
di pochi intriganti e di agenti del cardinal Monaco 
«villano, di scarpe grosse e di cervello fino», il quale 
spaventava il Papa colle pene dell'inferno. 

Nel corso della conversazione tanto Hohenlohe quanto 
Salina riconobbero che la storia della partenza del Pon- 
tefice era una scenata che aveva disgustato molta parte 
del clero contro il Papa. 

Hohenlohe il quale disse, quasi dettando, quanto sopra 
a Pisani-Dossi, crede di avere colla sua lettera cagionato 
una buona scossa al Papa e di aver reso un servizio al 
ministro Orispi. » 

Berlino 21 luglio 1889. 

Carissimo amico, 

Sono arrivato da quattro giorni. Prima visita ad 
Holstein. Seppi che il Principe stava jjoco bene a Var- 
zin. Il figlio Erbert era tornato dal suo congedo a Berlino, 
il giorno precedente. Holstein mi osservò che riguardo 
alle gravi notizie ch'io portavo in tuo nome, il Principe 
non poteva conoscere che quanto essi stessi gli fanno sa- 
pere da Berlino. Eiguardo ai provvedimenti da prendere 
bisognava certamente sentire lui. Gli si telegrafò la mia 
venuta e lo scopo. Rispose ad Erbert e Holstein che mi 
dassero qui tutte le informazioni possibili, e che mi at- 
tendeva ospite a Yarzin domani sera, lunedì. Martedì vi 
sarà anche Erbert. È un viaggio noiosissimo di 11 ore. 
Yarzin giace a poca distanza da Eugenwalder, sulla costa 
del Baltico. 

Da Holstein fui intanto presentato ad Erbert, al mi- 
nistro della Guerra generale Yerdy de Yernoy (appar- 
tenente a famiglia francese protestante, cacciata dalla 
Francia due secoli or sono) ed al Consigliere di legazione 
Kaschdau, che accompagnò l'Imperatore in Italia e che 
con Holstein è depositario alla Cancelleria delle cose più 
segrete. 

Qui sono assolutamente increduli riguardo alle notizie 
che ho portato, cioè, alla possibilità di un improvviso 



Missione Cucchi 



335 



attacco alle nostre frontiere, a un tentativo di sbarco 
sulle nostre coste dell'Italia meridionale con due divi- 
sioni provenienti da Tolone, ed una da Algeri, etc. Al- 
meno fino ad ora tutte le informazioni che hanno qui 
dai confini italo-francesi e da Parigi, escludono la pos- 
sibilità del fatto. Però si telegrafò a Parigi al barone 
De Huene, maggiore di Stato Maggiore e capo dell'ufficio 
militare addetto all'ambasciata. È persona intelligentis- 
sima e che ha avuto una rara abilità nelPorganizzare in 
tutta la Francia un i)erfetto servizio di informazioni. 

La risposta di De Huene, arrivata stamane, dice che 
non vi è alcun agglomeramento straordinario di truppe 
al confine italiano, né movimento eccezionale nell'arse- 
nale di Tolone. Ripete quanto aveva già detto in un 
recente rapporto, cioè, che nelle alte sfere militari fran- 
cesi si è malcontenti del sistema di fortificazioni verso 
il confine italiano, e che per rimediarvi si intraprende- 
ranno tosto lavori importanti. Ciò accennerebbe a idee 
di difesa, non di offesa. Le comunicazioni strategiche 
ferroviarie sono purtroppo ottime, il che darebbe la pos- 
sibilità di ottenere in brevissimo tempo quelP agglome- 
ramento di truppe che ora non esisterebbe. Le ultime 
manovre navali allo scopo di studiare la difesa delle 
coste sul Mediterraneo, lasciarono molto a desiderare. In 
alcuni punti dove la ferrovia è troppo litoranea si lavora 
attivamente per deviazioni interne. A Lione, ove ha sede 
il Comando dell'esercito che dovrebbe operare contro 
l'Italia, nulla si rimarca di movimento straordinario. Il 
generale in capo sarebbe Billot. Fu abile ministro della 
Guerra, ma venne presto allontanato per i suoi principi 
ritenuti monarchici. Ad ogni modo, a riguardo dell'Italia, 
sono tutti uguali in Francia, e monarchici, e repubbli- 
cani, e boulangisti, e anarchici. A questo |)roposito per- 
mettimi di aprire una parentesi. 

Prima di partire da Milano trovai il dep. Mazzoleni, 
anima candida, tipo da nazzareno, che, in questi tempi, 
prende sul serio la missione di predicare la pace fra gli 
uomini. Era reduce da Parigi, ove fu al Congresso della 
pace e dell'arbitrato internazionale. Messo un po' alle 
strette, mi confessò, nella sua lealtà, di essere rimasto 
impressionatissimo dell'avversione all'Italia che trovò in 
ogni ceto di persone. Andò, con Pandolfi, Boneschi, e 
non ricordo quali altri deputati, alla Camera per strin- 



336 



1889 



gere la mano a quei deputati francesi che erano venuti 
in Italia e che fecero a Milano tante dichiarazioni di 
amicizia e fratellanza. Ebbene, questi signori che si erano 
ben guardati dal recarsi alla stazione per ricevere i no- 
stri connazionali, anche alla Camera se ne fuggirono per 
non lasciarsi trovare. Nell'imminenza delle elezioni, farsi 
vedere a stringer la mano ad alcuni deputati italiani, 
per quanto radicali, voleva dire compromettersi cogli 
elettori, rovinare la propria elezione. 

Chiudo la parentesi. — Ebbi l'avvertenza di far ben 
capire ai nostri amici di qui che se tu eri allarmato per 
quanto avevi saputo in via speciale e positiva, però, tu 
stesso ritenevi che un attacco poteva verificarsi solo 
verso ottobre o novembre. In proposito, Erbert e Hol- 
stein convengono che quello che non ritengono possibile 
ora, possa benissimo divenirlo allora. Credono ferma- 
mente che gli uomini ora al potere in Francia non vo- 
gliono in questo momento la guerra, perchè occupati 
esclusivamente a ijreparare le elezioni, questione per loro 
di vita o di morte. Solamente l'esito delle elezioni darà 
l'idea di cosa possa attendersi più o meno prossimamente 
dalla Francia. Eitengono molto in ribasso il boulangismo, 
e che le notizie allarmanti che tu hai avuto provengano 
dalla parte monarchica del partito boulangista che in- 
triga al Vaticano. Ad ogni modo, se chi avrà in mano 
i destini della Francia dopo le elezioni volesse fare un 
colpo di testa, qui assicurano che saranno preparati. 
Anche in questo frattempo, se qualche fatto rimarche- 
vole ed inquietante per noi si verificasse ai nostri con- 
fini verso la Francia od altrove, mi disse Erbert che, 
come all'epoca della questione delle scuole a Tunisi, 
incaricherebbero l'Ambasciatore di far sapere al governo 
francese che, come nostri alleati, si interessano altamente 
di un possibile nostro pericolo, e di fronte a questo sono 
pronti a sostenerci. Ma di ciò parlerò più. positivamente 
con il Principe a Yarzin. 

È fatto molto gradito e rassicurante in ogni evento, 
il pregio e l'importanza che qui si attribuisce alla nostra 
alleanza. Eitengono e dichiarano indispensabile di fronte 
alla Eussia l'alleanza austriaca, ma dicono che non amano 
l'Austria, mentre amano l'Italia. 

Vidi Erbert ieri alle 3 V2 e mi disse che pochi mo- 
menti prima era stato a vederlo il conte De Launay con 



Bismarck e la Francia 



337 



un tuo dispaccio che riguardava la possibile partenza 
del Papa, per eccitamento specialmente del cardinale 
Eampolla. Erbert ritiene che questo cardinale, come tuo 
isolano, deve odiarti più d'ogni altro. Mi disse di avere 
risposto a De Launay che se si levasse all'Italia questo 
verme roditore, non lo crederebbe un male. Cosa ne dirà 
il Principe? Sentirò anche questo, e vedrò se il parere 
del padre è identico a quello del figlio. 

S'intende che ti scriverò non appena da Varzin sarò 
reduce a Berlino, ma solo di passaggio, perchè non avrei 
più ragione di fermarmi. Invece, il ministro della Guerra, 
che s'interessa assai dei nostri approvvigionamenti verso 
il confine francese, cosa alla quale io potei inesattamente 
rispondere, desidera che, ritornando in Italia, mi fermi 
a Francoforte. Di là mi farà accompagnare da un uflì- 
ciale a farmi l'idea del come essi sono preparati. Ore- 
detti non rifiutare l'ofterta trattandosi di 24, o 48 ore 
di ritardo. 

I più cordiali saluti. 

Tuo Ghecco. 



Berlino, 24 luglio 1889. 

Carissimo amico, 

Son reduce stamane da Varzin, ove ebbi una magni- 
fica accoglienza dal Principe e dalla Principessa, dal 
conte e contessa Rantzau e da Erbert, che mi precedette. 
Tutti mi parlarono di te con afi'etto ed entusiasmo e mi 
incaricarono delle cose più cordiali. 

Eiassumo i discorsi che ebbi col Principe. 

Non crede assolutamente alla possibilità di un attacco 
contro l'Italia, quale sarebbe indicato dalle tue informa- 
zioni ch'io ho riferito. Dice che tale fatto ecciterebbe 
l'indignazione del mondo civile. La responsabilità di 
avere provocata la guerra in Europa, con un fatto da 
briganti (testuale), costerebbe immensamente cara alla 
Francia. Sarebbe il caso del finis Gallice (testuale), e ci 
vorrebbe ben altro che i cinque miliardi del 1871. Ag- 
giunge che dal punto di vista puramente utilitario e 
materiale sarebbe quasi da desiderarsi questa pazza ag- 
gressione. Ideile alte sfere militari in Germania si pre- 
ferirebbe la guerra subito, od alla prossima primavera, 
piuttosto che fra due anni, epoca nella quale la Francia 



Ceispi, Politica estera. 



22 



338 



1889 



avrà al completo i suoi quadri, gii armamenti e le for- 
tificazioni. Ad ogni modo il Principe dice che la Ger- 
mania sta cogli occhi aperti e colle polveri asciutte. Di 
fronte a qualunque pericolo, minaccia od improvvisa ag- 
gressione, essa da lungo tempo è preparata. In dieci giorni 
possono invadere il territorio francese 1.200.000 uomini. 
Gli approvvigionamenti da guerra e da bocca, necessari 
per un mese a questa immensa armata, sono già prepa- 
rati nelle città e fortezze lungo il Eeno, nella Lorena 
ed in Alsazia. Tutto ciò dopo essersi premuniti in modo 
da non temere qualunque attacco dal lato della Eussia; 
colla quale spera ancora il Principe che non si venga 
ad una rottura, od almeno che possa entrare nella lotta 
solamente dopo una prima sconfitta della Francia. In 
questo caso, essendo tutto preparato perchè la prima 
grande battaglia sia assolatamente decisiva, resterebbe 
di molto diminuito il ijeso che la Eussia getterebbe sulla 
bilancia. 

Eiguardo alle qualità delParmata francese, qui cre- 
dono che manchi di compattezza e di disciplina. Senza 
di ciò il grande numero non basta, anzi in date circo- 
stanze potrebbe nuocere. Non si dubita però che, almeno 
sul principio, l'armata francese sarà meglio condotta che 
nel 1870-1871. Si ha molta stima del Capo di Stato Mag- 
giore generale Miribel. I tedeschi si ritengono superiori 
nelPartiglieria, massime come mezzi di assedio. Sanno 
che il fucile francese Lebel è ottimo, ma per la prossima 
primavera tutta l'armata tedesca di prima linea avrà un 
nuovo fucile, che è il perfezionamento di quanto si è 
fatto finora. A questo si lavora febbrilmente, ma senza 
rumore, negli arsenali, fabbricandone 4000 al giorno. 

Il Principe ha fiducia non solo sulla benevolenza del- 
l'Inghilterra, ma sul suo concorso, qualora la Francia 
rompesse prima in guerra. È lieto di vedere come tu 
coltivi abilmente l'amicizia inglese, senza badare se sia 
al potere Salisbury, piuttosto che Gladstone. ì^el caso 
probabile di avere il concorso attivo dell'Inghilterra, 
l'azione delle tre flotte combinate paralizzerebbe comple- 
tamente quella della flotta francese, obbligandola a ri- 
fugiarsi nei suoi arsenali, od accettare di combattere 
con forze sproporzionate. Ciò, dice il Principe, facilite- 
rebbe assai le operazioni contro la Francia degli eserciti 
di terra. Le tre flotte sarebbero: l'inglese, la tedesca e 



Giudizi di Bismarck 



339 



l'italiana. Io gli osservai perchè non metteva nel numero 
anche l'austriaca. Mi rispose di questa ritenere buono il 
personale, ma cattivo il materiale. In complesso ho ri- 
marcato nel Principe una certa freddezza verso l'Austria. 
Parlando della prossima visita dell'imperatore France- 
sco Giuseppe a Berlino, mi disse: «Meno male che per 
il lutto che porta, ha voluto che non si facessero feste». 
Invece è marcatissimo l'aggradimento che accompagnò 
la visita di re Umberto. A proposito di lutto, egli ritiene 
la morte dell'arciduca Eodolfo, avvenuta per assassinio. 

Molte idee del Principe sulla politica dell'Inghilterra, 
della Russia, dell'Austria e della Turchia, e sul contegno 
di queste Potenze nel caso di un primo attacco della 
Francia contro la Germania e l'Italia, oppure della Rus- 
sia contro l'Austria e la Turchia, sarebbe troppo lungo 
esporle per iscritto. Ti riferirò a voce. 

Egualmente farò riguardo alle idee del Principe e 
del suo contorno, sul modo con cui è condotta la no- 
stra politica estera. Ho ijizzicato un po' da tutti, in modo 
che credo essermi fatto un concetto esatto del loro in- 
timo pensiero su di te e su quelli che ti circondano alla 
Consulta, come sopra alcuni nostri rappresentanti al- 
l'estero. È tutto a tuo vantaggio il loro modo di vedere 
sulla nostra politica estera, ma dicono che dovendo for- 
zatamente occuparti anche della politica interna, ti am- 
mazzi per troppo lavoro. 

A proposito della politica interna, il Principe teme 
solamente il caso che tu possa cadere per cause parla- 
mentari, cosa che, egli dice, sarebbe fatale. Io lo rassi- 
curai dicendogli, che, sebbene in Italia non si possa pi- 
gliare il Parlamento nello stesso modo con cui egli lo 
pigliò per molti anni in Germania, tu hai nella Camera 
attuale una larga maggioranza. Aggiunsi che non discu- 
tevo le qualità di questa Camera, ma sta il fatto che 
questa larga maggioranza esiste. In ogni caso dissi es- 
ser certo che il Re, occorrendo, ti accorderebbe lo scio- 
glimento, e nuove elezioni. 

A proposito di elezioni, il Principe non crede possi- 
bile l'avvenimento al potere di Boulanger, e finché resta 
Carnot, confida nella pace. Carnot sa benissimo che se 
si decidesse per la guerra, sarebbe di fatto soppiantato 
nel potere dai Generali. 

Il Principe non crede affatto alla partenza di Leone XIII 



340 



1889 



da Roma. Per lui il prestigio del Papa proviene dalla sto- 
ria e dalle tradizioni di Eoma, dai tesori e dalle pompe 
di San Pietro e del Vaticano. Fuori di Roma il Papa non 
gli sembrerebbe più il rappresentante di una grande, 
potente, antica istituzione, come il cattolicismo, ma uno 
Schah di Persia qualunque in viaggio attraverso PEu- 
roi)a a spese altrui. Per le Potenze cattoliche, e per la 
stessa Erancia, sarebbe un grave imbarazzo avere ospite 
il Papa. Mi disse che l'Ambasciatore tedesco in Ispagna 
aveva giorni sono telegrafato la notizia che il Papa era 
quanto prima atteso a Madrid. Il Principe rispose all'am- 
basciatore che gli proibiva di telegrafare simili bestia- 
lità (sic). Egli è informato che anche da Vienna si con- 
sigli il Papa a non muoversi da Roma, a meno che gli 
si usassero violenze dalla piazza, il che, egli ne è con- 
vintissimo, tu non permetteresti. 

Scusa la confusione di queste informazioni. A Roma 
o Nai^oli ti darò moltissimi dettagli. Domattina andrò a 
Colonia e Magonza per le visite che ti dissi nell'altra 
mia. Sabato o domenica sarò a Milano, lunedì o martedì 
a Roma. 

Tante cose. 

aff."^^ Ohecco. 

Fortunatamente la pace non fu turbata, sia che il governo 
francese^ di certo al corrente dei preparativi militari e dell'azione 
diplomatica delFItalia, soprassedesse ai suoi disegni, sia ohe non 
trovasse un pretesto per assalire. Al conte di Launay il principe 
di Bismarck espresse l'opinione che i francesi non osassero far la 
guerra senza alleati, ma cercassero soltanto, con tutti i mezzi pos- 
sibili, a far nascere e tener vive in Italia continue diffidenze ed 
inquietudini, nella speranza di nuocere così al nostro credito ed 
alla nostra economia pubblica. 

Ma nell'interesse del domani, l'on. Crispi non cessò di vigilare. 
E l'allarme recò qualche beneficio, poiché dette occasione a con- 
statare le attive simpatie per l'Italia delle Potenze centrali e del- 
l'Inghilterra : 

Berlino, 14 agosto 1889. 

(Riservato), — Dissi oggi al segretario di Stato che 
il Governo del Re, che si era associato con viva soddi- 
sfazione alle dimostrazioni in occasione della visita re- 



operai italiani in Francia 



341 



cente delP imperatore Guglielmo in Inghilterra, si as- 
socia con lo stesso sentimento alle manifestazioni scam- 
biate ora per la presenza in Berlino dell'imperatore 
Francesco Giuseppe. Il conte di Bismarck mi rispose 
che infatti P Italia aveva ogni motivo di rallegrarsi, essa 
era ed è considerata come i^resente in spirito a quei 
convegni. L'Inghilterra « quantunque non parte con- 
traente della triplice alleanza, la costeggia ». Il Governo 
inglese è animato delle migliori disposizioni anche verso 
P Italia, in caso di provocazioni da parte della Francia. 
L'imperatore d'Austria dichiarò quanto era soddisfatto 
che il nostro augusto Sovrano abbia un primo Ministro 
di tanta vaglia. S. M. Imperiale è convinta di tutta 
l'importanza dei vincoli con P Italia pure pel manteni- 
mento della pace. Il conte Kàlnoky farà tutto il possi- 
bile riguardo al contegno da osservarsi verso gli italiani 
delP Impero. Nè Salisbury, nè Kàlnoky credono a pros- 
sima guerra e meno ancora che la Francia commetta 
l'errore di dichiararla all'Italia. 

Latjnay. 

La politica doll'on. Crispi di fronte alla Francia, era com- 
battuta in Italia dai partiti estremi, e il turpiloquio dei giornali 
francesi contro il [patriotta italiano era, purtroppo, imitato da 
qualche giornale nostro. È noto quale influenza eserciti certa 
stampa sugli animi deboli e impulsivi; un tal Caporali, il 13 set- 
tembre aggredì e feri non leggermente l'on. Crispi. 

La propaganda francofila produsse un altro effetto deplore- 
vole; taluni italiani ebbero la cattiva idea di organizzare un co- 
siddetto pellegrinaggio di operai italiani, i quali si recarono in 
Francia a protestare contro il Governo del loro paese. Intorno 
a cotesto viaggio, PIncaricato di Affari a Parigi, signor Ressman, 
scriveva privatamente a Crispi in data 14 settembre: 

Checché se ne dica, la verità vera sullo scandaloso 
pellegrinaggio dei nostri operai repubblicani in Francia 
si è ch'essi non ebbero luogo di troppo entusiasmarsi 
per Paccoglienza qui ricevuta. Potevamo temere dimo- 
strazioni ben altrimenti chiassose: la massa della po- 
polazione parigina invece rimase assolutamente indiffe- 
rente ed inerte, ignorando quasi la presenza d'italiani. 



342 



1889 



Testimoni oculari mi affermarono che fu freddo anche 
il ricevimento all'Hotel de Ville. Quattro bislacchi di- 
scorsi e le amplificazioni solite d'alcuni giornalacci 
rimpiazzarono ciò che i promotori forse speravano da 
uno spontaneo movimento popolare. I inù savi dei fran- 
cesi non s'illusero sull'effìcacia pratica della dimostra- 
zione, ed in molti, sopra ogni calcolo politico, doveva 
vincerla il disprezzo per così sfrontati promettitori di 
alto tradimento. Tale disprezzo invase irresistibile per- 
fino l'animo di un corrisx)ondente del Sddtlo^ il noto 
Paronelli, astigiano, prima corrispondente a Berlino, il 
quale venne da me a dare sfogo al suo sdegno ed a 
dichiararmi che in x>resenza di tanta malafede egli vo- 
leva x)ubblicamente romperla con Sonzogno, la questione 
ponendosi oramai sul terreno della fedeltà alla bandiera 
nazionale.... 

Alfieri, Visconti-Venosta, Imbriani, Xicotera sono, 
tra i tanti nostri uomini politici qui venuti, quelli che 
attirarono l'attenzione, e se non parlassi che del primo 
e del terzo direi quelli che più si studiarono d'attirarla. 
Visconti-V. si tenne quanto più potò e col massimo 
tatto nell'ombra. Mcotera, spaventato della non provo- 
cata réclame di capo d'opposizione colla quale il Figaro 
salutò il suo arrivo, si affrettò a scolparsi dell'im- 
portuno complimento con un telegramma alla Tribuna 
che venne a leggermi ieri protestando (affinchè glielo 
ripetessi) che malgrado la sua situazione parlamentare 
egli si latterebbe per Crisjn, se lo si volesse sospettare 
d'essere venuto a combattere su questo terreno la sua 
politica estera, mentre in fatto non era venuto per altro 
che per contemplare la Torre Eiffel. Gli dissi che non 
avrei osato dubitare dell' identità del suo col mio proprio 
sentimento verso uomini capaci di venir nelle presenti 
condizioni a cercar dai francesi un xjuntello a' loro scopi 
politici in Italia. 

P.S. Il sig. Jules Ferry manda a chiedermi l'indirizzo 
del barone Mcotera. Non fo commenti. » 

li 4 ottobre Ton. Crispi compi settantanni e il prìncipe di Bis- 
marck colse Toccasione di quell'anniversario per rinnovare al 
suo amico e collega Tespressione dei suoi sentimenti: 



Auguri di Bismarck a Crif^pi 



343 



Aujourd'hui, clier ami et collègue, vous célébrez 
Panniversaire qiie j'ai fété il y a cinq ans et qui me 
donne l'occasion de joindre les voeux chaleureux que 
je torme j)our votre bonheur et votre avenir politique 
à ceux que vos compatriotes vous adresseront au jour 
de votre féte. J'éspère que votre sauté sera prompte- 
ment rétablie et vous permettra de continuer pendant 
de longues années votre précieux concours à la tàche 
pacifique que nous unit dans Tintéret de nos deux 
nations. 

VON BiSMAKCK. 



Je vous remercie cordialement des va3ux chaleureux 
que vous m'exprimez. Je suis profondement touché de 
ce témoignage d'amitié ainsi que du prix que Votre 
Altesse veut bien attaclier au concours devoué que je 
lui prete dans la grande oeuvre de i)aix qui unit nos 
deux nations. 

Crispi. 

Non mancò mai in Crispi il buon volere per ristabilire mi- 
gliori relazioni con la Francia. Il 10 ottobre egli riceve Ya dal 
Ressman le seguenti informazioni: 

Non ebbi dal signor Spuller una sola udienza in cui 
egli ad uno o ad altro proposito, non abbia protestato 
delle sue fermamente amichevoli intenzioni verso FI- 
talia e verso il Eegio Governo, ripetendo in frasi quasi 
stereotij)e che mai per opera sua un dissidio sorgerà fra 
le due nazioni, che mai egli lascerà degenerare in con- 
flitto alcuna contestazione fra noi, che sempre si stu- 
dierà a darci ogni piìi efficace prova di buon volere e 
di animo conciliante. Anche nel colloquio che ebbi ieri 
con lui, questo signor Ministro degli Affari esteri, an- 
nunziandomi il prossimo arrivo in congedo del signor 
Mariani, che passerà qui due o tre settimane, mi disse 
che gli ripeterà verbalmente le più categoriche istru- 
zioni affinchè dopo il suo ritorno in Italia raddoppii 
d'animo per convincere il Eegio Governo delle cordiali 
disposizioni del Governo della Eepubblica e si adoperi 
« con ardore, con serenità, con allegro umore » (sono le 



344 



1839 



sue parole) a dissipare ogni i)ossibile malinteso ed a 
ravvicinare di più in più i due i^aesi. 

L'occasione era buona per far sentire al sig-nor Spul- 
ler che da atti, meglio che da ogni parola, FÉ. V. ed 
il Governo di Sua Maestà potrebbero essere indotti a 
vincere i dubbi sulla sincerità di quelle intenzioni che 
troj)po sovente risorgevano, ora perchè nessuno in Italia 
poteva capacitarsi che il Governo francese fosse inte- 
ramente estraneo al linguaggio troppo spesso amaro, 
calunnioso, aggressivo della stampa parigina, non meno 
di quella dei dipartimenti verso il Eegno vicino; ora 
perchè pareva diffìcile di non ammettere una certa 
connivenza del medesimo nella guerra così accanita che 
qui una formidabile lega di ribassisti muoveva al cre- 
dito italiano ; ora perchè in più di una questione insorta 
fra' due Governi, come per esempio in quella di Gabes, 
le tergiversazioni e gli indugii a venirne ad una solu- 
zione non tradivano invero sentimenti conformi alle 
reiterate dichiarazioni di amicizia. IsTon nascosi al signor 
Spuli er, che queste osservazioni non mi erano suggerite 
da un solo apprezzamento mio personale, ma che più 
volte mi venivano fatte dall'Eccellenza Vostra e che a 
me stava a cuore di poterle rispondere altrimenti che 
con giudizii miei propri dettati da desiderio di conci- 
liazione. 

M' inspirai nel mio discorso dal telegramma che l' Ec- 
cellenza Vostra mi aveva indirizzato in data del 3 
corrente. 

Il signor Spuller nel rispondermi cominciò dall' in- 
veire in termini violentissimi contro il giornalismo ed 
i giornalisti. Riconobbe, esprimendone vivo rammarico, 
che il Governo era impotente contro la stampa, non 
solo per effetto della legge, ma principalmente pel ca- 
rattere e per la qualità dei giornalisti coi quali aveva 
da fare. « Io che ogni mattina mi vedo condannato a 
riceverne qui molti, vi posso dire che nulla uguaglia la 
loro ignoranza profonda, le loro insensate prevenzioni, 
la loro passione. E la passione è retaggio dell' ignoranza, 
avvegnacchè chi è istruito, chi sa, chi ragiona non deve 
ciecamente appassionarsi. Oggi i giornalisti si reclutano 
fra tutto ciò che vi è di più basso, di più infimo fra 
gli uomini capaci di tenere una penna. Fatelo sentire 
al vostro Governo, affinchè non renda noi responsabili 



Giudizi di Sjniller sulla stampa francese 34.> 



di eccessi che deploriamo e contro i quali lottiamo noi 
per i primi ». 

Obiettai al mio interlocutore che sapevamo certa- 
mente distinguere fra una ed un'altra classe di giornali 
e di giornalisti, che il mio voto di un diverso indirizzo 
della stampa francese riferivasi specialmente alla stampa 
ufficiosa, della quale il Governo della Eepubblica pure 
non poteva continuare ad affermarsi irresponsabile. A 
ciò il signor Spuller rispose citando quello che fu già 
il giornale di Gambetta ed il suo, La BépuUique Fran- 
gaise, di cui non gli pareva dovessimo dolerci. Alla mia 
volta gli nominai Le Temps, che giornalmente riceve 
comunicazioni del Ministero degli Affari esteri ed ac- 
colse pure in non lontano tempo apprezzamenti assai 
poco benevoli circa gli uomini e le cose d'Italia. Il 
signor Spuller parve non esser meco d'accordo su questo 
punto. 

Alla guerra che qui si fa ai valori italiani il Mi- 
nistro pretese interamente ed assolutamente estranea 
l'azione del Governo, nè trovò risposta quando gli dissi 
che erano per lo meno scusabili i sospetti che doveva 
far nascere la quasi unanimità dei bollettini finanziarli 
di tutti i giornali di Parigi nel dare quotidiani e feroci 
assalti al credito Italiano. » 

Furono probabilmento queste dichiarazioni dello Spuller, suo 
antico amico personale, che suggerirono all'on. Crispi di prean- 
nunziare nel suo discorso di Palermo del 14 ottobre l'abolizione 
delle tariffe differenziali applicate alle merci importate in Italia 
dalla Francia. 

L'on. Crispi non pose condizioni, ma pel fatto stesso della 
sua iniziativa obbligò il governo francese a manifestare Tani- 
mo suo. 

In un colloquio del 23 ottobre con Menabrea il mi- 
nistro Spuller mi espresse calorosamente — telegrafava 
l'Ambasciatore — il suo desiderio di corrispondere alla 
iniziativa di V. E., non dissimulando però le difficoltà par- 
lamentari. Affine di ottenere dichiarazioni più esplicite 
dal signor Spuller, senza oltre impegnare Y. E., gli dissi 
sotto la mia personale responsabilità, che sarei felice di 
dar termine alla mia carriera, anzitutto con il contri- 



346 



1889 



buire a ristabilire pacifiche relazioni commerciali tra 
Francia ed Italia, al che Spuller rispose che si stime- 
rebbe pure fortunato di esordire nella sua carriera di- 
plomatica con il raggiungere l'ottimo intento, al quale 
egli è disposto a mettere il massimo impegno. Mi invitò 
a conferire in proposito con il signor Tirard. » 

Quale atteggiamento assumesse il presidente del Consiglio, 
signor Tirard, risulta da quest'altro telegramma del Menabrea, 
del 25 ottobre: 

In seguito alla conversazione che, mercoledì ultimo, 
io ebbi col signor Spuller e della quale io resi conto al- 
l'È. V. col mio telegramma di ieri, mi recai presso il 
signor Tirard, che aveva avuto tempo di leggere e me- 
ditare il discorso di V. E. 

Egli dimostrò di apprezzarlo grandemente e ne rico- 
nobbe il senso ijacifìco e conciliativo; tuttavia egli non 
ammette intieramente che il contegno stesso della Fran- 
cia abbia causato, per parte nostra, la denunzia del 
trattato di commercio, che fu ed è tuttora pretesto di 
tante recriminazioni contro di noi. 

Nell'annunzio fatto da V. E. di avere la intenzione 
di proporre al Parlamento l'abolizione dei diritti diffe- 
renziali rispetto alla Francia, senza chiedere la reciprocità 
per parte di essa, il signor Tirard si compiacque di ri- 
conoscere un atto conciliativo tale da calmare le asprezze 
tuttora esistenti nei rapporti commerciali dei nostri due 
paesi. Ma quando io gli chiesi se egli avrebbe seguito 
nella via conciliativa apertagli dall'E. V., egli mi rispose 
che, prima di addivenire all'abolizione, per parte della 
Francia, delle tariffe differenziali, sarebbe necessario di 
riformare alcuni articoli della nostra tariffa generale, 
che sono effettivamente i3roibitivi per il commercio fran- 
cese ; al che gli feci osservare che la questione jjosta in 
quel modo era affatto diversa dall'altra, ijoichè egli ci 
suggeriva infatti per le nostre tariffe delle modificazioni 
che giustificherebbero soltanto la stipulazione di un 
nuovo trattato di commercio, al quale la Francia stessa 
in questo momento rij)ugnava, mentre la dichiarazione 
di V. E., relativa all'abolizione dei diritti differenziali, 
era un atto di conciliante cortesia, che non potrebbe es- 



L'abolizione delle tariffe differenziali 



347 



sere ricambiato clie con un atto consimile per ben dimo- 
strare che i nostri due paesi, conservando tuttora la 
loro libertà commerciale, non intendono continuare più 
oltre una guerra di tariffe che non giova a nessuno. Il 
signor Tirard, tuttoché si mostrasse desideroso di rista- 
bilire più facili rapporti commerciali colPItalia, non na- 
scose che temeva d'incontrare nella nuova Camera un 
ostacolo quasi insuperabile. Poiché le ultime elezioni fu- 
rono fatte sotto l'influenza del protezionismo più asso- 
luto, per cui è dubbio che, colla miglior volontà, egli 
possa compiere il desiderio espressomi con vivacità dal 
suo collega, il signor Spuller, quello cioè di ristabilire la 
pace commerciale. 

Tuttavia l'ostilità contro l'Italia va scemando ; il di- 
scorso di V. E. iDrodusse molto effetto sugli uomini più 
oculati. Benché la stampa che, in generale, agisce sotto 
l'influenza della speculazione, tenti di mantenere un'ir- 
ritazione che serve di argomento alle sue polemiche, non 
X)ertanto le idee pacifiche tendono a prendere il soprav- 
vento. 

Il presidente della Eepubblica, cui feci questa mat- 
tina la mia visita di dovere, mi parlò in quel senso, ed 
espresse il pensiero che le Potenze europee, anziché pro- 
fondere tesori per divorarsi tra loro, dovrebbero unirsi 
per resistere all'avversario che dalla sponda occidentale 
dell'Atlantico sembra voler minacciare il commercio e 
l'industria europea. 

Ma Tostilità francese era irreducibile, e l'iniziativa pacifica 
dell'on. Crispi non fu corrisposta. 

Crispi non nutrì tuttavia risentimento verso i ministri della 
Repubblica. Una piccola prova della serenità del .suo spirito è 
data dalla sagnente lettera: 

Sombernon (Còte d'or) le i3 mai 1890. 

Monsieur le Président du Conseil, 

J'ai l'honneur de vous offrir la sincère et respectueuse 
expression de mes sentiments de reconnaissance pour 
l'insigne faveur qui m'a été accordée sur la proposition 
de Votre Excellence, par sa Majesté le roi d'Italie, quand 
elle a daigne me conferer la grand-croix de son ordre 



348 



1889 



royal des Saints Maurice et Lazare dont son digne mi- 
nistre à Paris, M. Resmann, m'a remis les insignes et 
le diplóme le six mai courant. 

Il m'a étó particulièrement agréable de recevoir par 
Pintermédiaire de Yotre Excellence cette marque de la 
haute estime de Sa Majeste, et je sera! heureux si Votre 
Excellence voulait bien se charter d'étre auprès du E.oi 
l'organe et Pinterprète de ma profonde gratitude. 

Je saisis cette occasion, monsieur le Président du 
Oonseil, de vous assurer de la très haute considération 
avec laquelle j'ai l'honneur d^étre 

de Votre Excellence 
le très humble et très obéissant serviteur 

E. Spuller 



Député au Parlement fran^ais 
ancien ministre des affaires étrangères de la République. 



Capitolo Duodecimo. 

1890 - Tunisi e Tripoli. 

Il licenziamento del principe di Bismarck: i rescritti imperiali per la protezione 
degli operai; spiegazioni dell'imperatore Guglielmo; Crispi e Bismarck. - La 
progettata annessione alla Francia della Tunisia; l'opposizione di Crispi; l'ap- 
poggio delle grandi Potenze; corrispondenza Crispi-Salisbur>\ - Tripoli per 
Tunisi. - Le fortificazioni di Biserta. - In previsione dell'occupazione italiana 
della Tripolitania. 

La sera del 20 marzo il supplemento dello Staats-Anzeiger 
pubblicava due ordinanze del Gabinetto imperiale secondo le 
quali il principe di Bismarck era, a sua domanda, esonerato 
dalle funzioni di Cancelliere dell'Impero germanico, di Presidente 
del Ministero prussiano e di ministro degli Affari esteri ; e il ge- 
nerale di Caprivi, comandante il X Corpo d'Armata, era nomi- 
nato Cancelliere e Presidente del Ministero ; al conte Erberto di 
Bismarck si affidava provvisoriamente l'incarico della direzione 
degli Affari esteri. 

Il conte di Launay scriveva privatamente a Crispi che il ri- 
tiro dell'uomo di Stato eminente che aveva potuto rendere al 
suo paese servigi inestimabili, era il risultato fatale dell'antago- 
nismo tra due potenze : una alla sua aurora, l'altra al tramonto ; 
questa abituata a non tollerare ostacoli e a spezzare ogni resi- 
stanza, — quella giovine e risoluta a occupare il posto che le 
apparteneva di diritto, a rappresentare una parte preponderante 
e ad agire secondo la propria volontà. " Il suo regno — scriveva il 
di Launay — si disegna sempre più nettamente^ ed è rappresentato 



350 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



da un Principe ohe ha un'anima elevata e virile, che dimostra un 
sentimento vivissimo della responsabilità, uno zelo ardente nel 
disimpegno dei suoi doveri, e intenzioni rette. Egli merita cer- 
tamente che il successo risponda ai suoi nobili sforzi. „ 

Intorno alle circostanze determinanti deiravvenimento che 
suscitò dovunque una grande sorpresa, Fon. Crispi ricevette le 
seguenti informazioni: 

Il punto di partenza del dissenso tra l'Imperatore 
e il principe di Bismarck è stato il rescritto imperiale 
del 4 febbraio per la protezione degli operai. Dopo di 
allora sopravvennero vari incidenti, i quali hanno con- 
dotto avanti ieri (10 marzo) ad una spiegazione tra Sua 
Maestà e il Principe. Questi aveva ricevuto la visita del 
signor Windthorst, capo della frazione del Centro. Tra 
i membri di questa frazione ve ne sono certamente pa- 
recchi che cercano di conciliare gli interessi della reli- 
gione cattolica con quelli dell'Impero; ma non è meno 
vero che in cotesta categoria non si i)otrebbe annove- 
rare il signor Windthorst, il quale, sotto il mantello 
della religione, tende a scalzare le fondamenta dell'Im- 
pero. Il giornale officioso, la Norddeutsche AUgemeine Zeir 
tung, nello scopo di ottenere una maggioranza governa- 
tiva al Eeichstag, manovrava di già nel senso di ravvi- 
cinare al Centro il partito dei conservatori, sulla base 
del principio di autorità che entrambi rappresentano» 
D'altronde, l'alleanza tra i due partiti era insinuata 
chiaramente in un articolo dello stesso giornale, il quale 
dimostrava che, riuniti, i conservatori e gli ultramontani 
disi3orrebbero realmente della maggioranza, e che una 
intesa tra essi è possibile su un certo numero di que- 
stioni. 

L'Imperatore rimproverava al Cancelliere di non aver 
rifiutato la visita del signor Windthorst. 

Sua Maestà ha inoltre chiesto al Principe di ritirare 
un'ordinanza, in forza della quale i Ministri e i Segre- 
tari di Stato non possono presentarsi all'udienza dell'Im- 
V peratore senza il permesso del Cancelliere. Il Principe 
ha rifiutato il suo consenso. 

Il Sovrano desiderava poi, contro il parere di Sua Al- 
tezza, di ridurre allo stretto necessario i nuovi crediti 
militari da chiedere al Parlamento, i quali dovranno 



Il dissenso ira Bismarck e l'Imperatore 



351 



servire ad aumentare l'artiglieria di 74 batterie. Il Reichs- 
tag attuale respingerebbe la legge progettata, e ne sor- 
gerebbe un conflitto che Sua Maestà vuole evitare. I 
Capi dei Corpi d'armata sono convocati a Berlino per 
pronunziarsi sull'estremo limite della riduzione. 

Infine, Sua Maestà si lagnava che lo si informasse 
incompletamente intorno agli afì'ari esteri. 

Il principe di Bismarck tradì con dei gesti l'impetuo- 
sità del suo carattere, e dopo cotesto sfogo di cattivo 
umore, i suoi occhi s'inumidirono. L'Imperatore conservò 
la i)iù grande calma durante il penoso colloquio, e sepa- 
randosi dal suo primo ministro gli disse che aspettava 
di conoscere il risultato delle sue riflessioni. 

Ieri però il generale de Hancke, capo dell'ufiìcio mi- 
litare, si recava dal Cancelliere per annunziargli che era 
atteso al Castello per regolare con Sua Maestà i parti- 
colari relativi al suo ritiro. Il princix)e di Bismarck ha 
rifiutato di arrendersi a cotesta chiamata ed ha mandato 
oggi all'Imperatore una Memoria giustificativa. 

Il Segretario di Stato chiederà di essere anch'egli di- 
spensato dal servizio quando la notizia delle dimissioni 
di suo padre sarà data ufficialmente. Il conte di Bismarck 
agisce sotto l'impulso di un nobile sentimento, poiché 
non esiste tra Sua Maestà e lui nessun motivo di dis- 
senso circa la direzione della politica estera. 

In fondo, la ragione vera della discordia fra l'Impe- 
ratore e il Principe sta nell'incompatibilità dei loro ca- 
ratteri. Il Principe è autoritario, non sofi're la minima 
contraddizione, non sa piegarsi alle transazioni. L'Impe- 
ratore, sebbene renda piena giustizia al Principe per gli- 
eminenti servizi resi durante piìi di un quarto di secolo 
alla monarchia, alla Prussia e alla Germania, è risoluto 
a prendere sotto la sua alta direzione la politica interna, 
come la politica estera, mentre il Cancelliere voleva te- 
nere nelle sue mani le redini del Governo, come le aveva 
tenute negli ultimi anni del regno dell'imperatore Gu- 
glielmo I. 

Non si sa ancora nulla circa il successore. Persone 
bene informate assicurano che l'Imperatore da un mese 
avrebbe fatta la sua scelta. Comunque sia, niente sarà 
cambiato nella politica estera. L'Imperatore resta fedele 
alla triplice alleanza. 

Le notizie che precedono mi sono state fornite con 



352 



1890 - TUKISI E TRIPOLI 



raccomandazione di comunicarle personalmente a V. E. 
Le parole così graziose all'indirizzo di V. E., che sono 
oggi state dette dal Cancelliere al senatore Boccardo, 
possono essere considerate come un addio a ehi, come 
Lei, ha saputo meritare l'amicizia e la stima di Sua Al- 
tezza. » 

I rescritti imperiali del 4 febbraio sul miglioramento delle 
condizioni degli operai, non erano stati accolti dal principe di 
Bismarck senza obiezioni. Pur apprezzando il sentimento uma- 
nitario del suo Sovrano, il Gran Cancelliere si preoccupaya del- 
rinsuccesso cui questi si esponeva, delle speranze difficilmente 
realizzabili che faceva nascere e della ripercussione che l'inizia- 
tiva imperiale avrebbe avuto sulla situazione dei partiti. Egli 
temeva altresì che nelle elezioni allora prossime per il Reiohstag, 
molti elettori fossero indotti a votare per candidati, i quali sotto 
la bandiera delle aspirazioni bandite dall'alto dissimulassero 1 
loro principii socialisti e anarchici. Il Principe credeva che si 
fosse fatto abbastanza pel momento, nel senso di un " socialismo 
di Stato , con lo leggi relative agli accidenti sul lavoro, alle 
casse di risparmio, all'invalidità degli operai, e che lo Stato do- 
vesse limitarsi a proteggere la libertà del lavoro, senza inter- 
venire nelle contese tra i padroni e i lavoratori, reprimendo ri- 
gorosamente i disordini. 

Dopo l'annunzio della crisi, il conte de Launay scriveva con- 
fidenzialmente, in data 23 marzo, all'on. Crispi: 

Sono informato che sin dal 19 corrente le amba- 
sciate della Germania a Eoma, Vienna, Londra e i rap- 
presentanti della Prussia a Dresda e a Monaco, sono 
stati avvertiti che i mutamenti che stavano per effet- 
tuarsi a Berlino non alteravano in nulla i rapporti in- 
ternazionali dell'Impero. 

Oggi, alla festa degli Ordini, mi son trovato a fianco 
del nuovo Cancelliere, il quale mi ha parlato nello stesso 
senso. Egli ha sin da principio accolto a malincuore 
l'offerta del suo Sovrano. La sua ambizione era di con- 
tinuare a servire attivamente nell'esercito e di morire, 
occorrendo, su di un campo di battaglia, anziché consu- 
mare le sue forze su di un terreno nel quale ha lo svan- 
taggio di succedere all'uomo di genio che per tanti anni 



Guglielmo II spiega le cause del ritiro di Bismarck 



353 



ha rappresentato una parte immensa in Europa. Egli si 
è rassegnato quando l'Imperatore ha fatto appello alla 
sua devozione : come militare, il coraggio e Fobbedienza 
sono per lui virtù professionali. Ma mi ha assicurato che 
nelle relazioni estere seguirà le orme del suo predeces- 
sore. Gli ho detto che speravo mantenere con lui rapporti 
(li mutua confidenza nell'interesse dei nostri due paesi 
e che avrei fatto tutto il possibile per riuscirvi. Il ge- 
nerale di Oaprivi mi ha risposto che il principe di Bis- 
marck, passando in rivista il corpo diplomatico, aveva 
indicato l'ambasciatore d'Italia nel numero dei diploma- 
tici ai quali poteva accordare piena confidenza. Ho fatto 
allusione a qualche racconto della stampa tedesca che 
attribuisce alla sua famiglia origine italiana ; onde i no- 
stri giornali avevano rilevato questo fatto come un au- 
gurio di più per la continuazione degli eccellenti rapporti 
fra l'Italia e la Germania. Il generale ha contestato il 
fatto, i suoi antenati avendo emigrato dal Friuli austriaco 
in Germania; la parentela con i Montecuccoli non era 
provata. « Ciò non impedisce, ha soggiunto, che io ami 
gli italiani, e che vi proponga di bere con me alla loro 
salute ». Dal mio canto ho brindato alla salute dei te- 
deschi. 

Dopo il pranzo, l'Imperatore mi ha preso in disparte. 
Egli teneva che io dessi a S. M. il Re e a Vostra Ec- 
cellenza qualche dettaglio sulla crisi avvenuta qui. Dopo 
il suo ritorno da Friedrichsruh, il principe di Bismarck 
era irriconoscibile ; si notava in lui una grande sovrecci- 
tazione. Secondo l'opinione dei medico, se cotesto stato 
si fosse prolungato, avrebbe dato luogo ad un attacco 
nervoso. Era un uomo finito per indebolimento di forze. 
« Il mio cuore, ha detto l'Imperatore, ha solfe rto profon- 
damente per la necessità di porre alla riserva un antico 
e illustre servitore della Corona ». Sua Maestà esprimeva 
la speranza che in avvenire i consigli, l'energia, la fe- 
deltà del Principe non sarebbero, occorrendo, mancati 
all'Impero. All'estero si ricorderà la politica di pace così 
saviamente seguita dal i)rincipe di Bismarck « e che io 
stesso sono risoluto a continuare con tutte le forze della 
mia volontà. Io resto fedele alla triplice alleanza ». Senza 
essa, l'Europa avrebbe già sofferto per sanguinosi con- 
flitti. « Ho notizie rassicuranti da Pietroburgo. L'impera- 
tore Alessandro è animato dalle Biigliori disposizioni, e 



Crispi, Politica estera. 



23 



354 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



per ottenere che egli non se ne allontani, gli farò visita 
entro Panno, nelPepoca delle grandi manovre a Tsarkoe- 
Zelo ». 

Ho detto a Sua Maestà che nella mia corrispondenza 
avevo già avvertito che nessuna modificazione sarebbe 
stata apportata al programma pacifico del Gabinetto di 
Berlino e che questo si manteneva incrollabile per il 
mantenimento della triplice alleanza, la quale è una so- 
lida base della pace. Ho soggiunto che mi sarei affret- 
tato a trasmettere a Roma le nuove dichiarazioni prove- 
nienti da chi tiene con mano ferma le redini dello 
Stato. 

L' Imperatore ha soggiunto : « Voi sapete che Famba- 
sciatore d'Italia è persona gratissima e che gode della 
nostra intiera confidenza ». 

Ho detto ancora a Sua Maestà che io avevo avuto 
cura di negare qualunque speranza di riuscita agli in- 
transigenti ultramontani che credono si avvicini il mo- 
mento di ritornare ai loro sogni di restaurazione del 
potere temporale. Sua Maestà non ha esitato a dichia- 
rare che certamente tali sogni non saranno da essa fa- 
voriti. « Io son troppo buon protestante per prestarmi a 
tali vedute. D'altronde, sento un sincero attaccamento 
per il vostro Ee e per l'Italia ». 

Mi risulta che l'Imperatore ha detto anche al mio 
collega di Austria che nulla sarebbe stato mutato nel 
suo programma di politica estera. 

Sua Maestà si è pure mostrata soddisfatta dei lavori 
della Conferenza per la i3rotezione degli operai. Essa spera 
che dalle deliberazioni della medesima verrà qualche 
buon risultato, non fosse altro una base per Conferenze 
ulteriori. 

Il conte Erberto di Bismarck, malgrado tutti gli sforzi 
del Sovrano per conservarlo nelle sue attuali funzioni, 
persiste a volersi ritirare. In ogni caso prenderà un 
lungo congedo. Avrà Vinterim degli Afi'ari esteri il conte 
di Hatzfeldt, ambasciatore a Londra. 

Dopo pochi giorni le dimissioni del conte di Bismarck furono 
accettate, e al suo posto fu nominato il barone di Marsohall, mini- 
stro del Granducato di Baden presso la Corte imperiale e mem- 
bro del Consiglio federale. 



L'on. Crispi e il ritiro di Bismarck 



355 



L'on. Crispi fu sinceramente afflitto pel ritiro del principe di 
Bismarck dalla direzione della politica germanica, sia per Tami- 
cizia che a lui lo legava, sia per l'appoggio illimitato e decisivo 
che ne aveva avuto in ogni circostanza. Il 21 marzo appena ap- 
prese la pubblicazione ufficiale dello Staats-Anzeiger, inviò il suo 
saluto al Principe, che rispose immediatamente. Ecco i due te- 
legrammi : 

Rome, 21/3/1890. 

San Allesse le Prince de Bismarcìi, 

Berlin. 

Bien que Yotre Altesse, en se retirant des hautes fon- 
ctions où la confìance de trois Empereurs Favait placée 
et conservée, laisse à l'AIlemagiie le précieux hóritage 
de la politique de paix à laquelle vous vous étiez si 
complètement dédié, je n'en éprouve pas moins les plus 
profonds regrets de votre détermination, regrets qui me 
sont inspirés autant par Pamitié qui m'unit à Votre Al- 
tesse, que par la confìance sans bornes que j'avais en 
Elle. Cette amitié et cette confìance, ne sauraient dimi- 
nuer. Yotre Altesse doit en étre convaincue. Elle pourra 
toujours compter sur mon dévouement le plus sincère 
et le plus cordial. 

Okispi. 

Berlin, 22 mars 5890. 

Je remercie Votre Excellence de tout mon co^ur des 
paroles alfectueuses qu'Elle vient de m'adresser. EUes 
sont un nouveau témoignage des sentiments de confìance 
et d'affection dont je m'honore et que je vous rends dn 
fond de mon àme. J'ai óté heureux de me trouver place 
en présence d^m homme d'Etat comme Votre Excellence 
lorsqu'il s'est agi de traiter les affaires des nos deux 
pays, et je vous prie de continuer avec mon successeur 
les relations de confìance qu'ont si bien servi les inté- 
réts des deux pays. Je garderai toujours le souvenir de 
nos relations politiques et je vous prie de me conserver 
Pamitié personnelle qui resterà inaltérable résultat de 
notre travail au service de la patrie. 

De Bismarck. 



356 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



Ricorrendo il 1.^ aprile il genetliaco del Principe, Ton. Orispi, 
che negli anni precadenti gli aveva mandato i suoi augurii, non 
mancò di rinnovarglieli. E il suo telegramma fu ricambiato da 
una lettera la quale è un'altra prova della cordialità dei senti- 
menti che legavano il Bisraarck al suo ex-collega. 

1 avril 1890. 

A S, A, le Princd de Bìsmarck, 

Veuillez agréer, mon Prince, les voeux très sincères 
et très chaleiireux que je forme pour V. A. en ce jour 
anniversaire de sa naissance. Vous avez emporté avec 
vous, dans les calmes solitudes qui vous sont chères, la 
conscience d'une grande tàche glorieusement remplie, 
d'une vie laborieuse, consacrée tonte entière au service 
d'une grande dynastie et d'un grand peui)le. O'est un 
beau sort que le v{jtre. Que Dieu vous accorde d'en 
jouir pour de longues années en vous conservant à votre 
souverain et a votre pays, qui peuvent toujours compter 
sur les conseils de votre génie et de votre expérience, 
à l'amour de votre famille, à Faflection immuable de 
ceux qui vous sont dévoués. 

Oeispi. 

Friedràchsmh, le 21 avril 1890. 

Mon cìier Ministre^ 

Les bons voeux que Vous m'avez adressés pour Fanni- 
versaire de ma naissance ni'ont vivement touché et je 
vous prie d'agréer l'expression de ma sincère reconnais- 
sance. 

L'endroit dont je date ces iignes ne m'est cher pas 
seulement par le calme de ses foréts, mais surtout par 
le souvenir si agréable des visites, dont Vous avez bien 
voulu m'y honorer. A mon regret nos excellentes rela- 
tions offici elles ont óté interrompues, mais je suis sur 
que Votre Excellence me conserverà toujours l'amitió 
personnelle qui nous Ile et je serai iieureux de Vous 
serrer la main où que ce soit. 

Veuillez croire, cìier ami, à mes sentiments de très- 
sincère dévouement ; ma femme et mon fi Is se rappellent 
à Votre souvenir atfectneux. 

VON BiSMAECK. 




^& 'Zela i c^/rr '/'/àj c^u^f//^' i/^/^r^*^:^^ 



(ff( ntj/m/r/i /{^^ifrm ^/^^^^^.^ 



La politica britannica e V Italia 



357 



Durante il suo governo, Fon. Crispi non trascurò la difesa 
di alcun interesse italiano all'estero : rappresentanze diplomatiche 
e consolari, scuole, missioni, agenzie commerciali, stazioni navali, 
— ogni organo d'influenza, insomma, fu da lui attentamente cu- 
rato o istituito. E le colonie nostre, anche le più remote, si sen- 
tirono vicine alla madre-patria, e sotto la vigile sua scorta cu- 
stodirono con orgoglio i vincoli nazionali. 

Ma furono gl'interessi dell'Italia nel Mediterraneo quelli che 
ebbero le maggiori diligenze di Crispi, una predilezione fiera, 
gelosa, appassionata. Certo, egli non pensò che gli avvenimenti 
potessero retrocedere : dall'Egitto eravamo esclusi definitivamente, 
e la Tunisia era perduta in gran parte. Vide, tuttavia, che una 
politica accorta e ferma avrebbe potuto impedire che la situa- 
zione dell'Italia nel suo mare peggiorasse, e forse trovare qualche 
compenso ai danni subiti. 

La Francia, imponendo il suo protettorato al Bey di Tunisi, 
si era impegnata a rispettare le Capitolazioni e i diritti acqui- 
siti dagli altri Stati, e a non fare in Tunisia fortificazioni che 
potessero costituire una base militare. Era naturale ohe col 
tempo quegli impegni divenissero una servitù gravosa, e che, 
modificandosi a poco a poco lo stato d'animo col quale i francesi 
si erano avventurati nell'impresa tunisina, essi cercassero di ren- 
dere assoluto e definitivo il loro dominio. Due Stati avevano inte- 
resse a contrastare questo proponimento, l'Inghilterra e l'Italia. 

La politica italiana tenne sempre in gran pregio l'amicizia 
britannica perchè essa rappresentava per l'Italia una garenzia 
dello statu-quo nel Mediterraneo. Ma in verità, gli sforzi da noi 
fatti per conservarla e per renderla intima, sono spesso stati inani 
per la divergenza degl interessi anglo-italiani. In teoria, l'Inghil- 
terra doveva preferire che l'Italia, pacifica e sincera sua amica, 
avesse il predominio o almeno una torto posizione nel Mediter- 
raneo ; in pratica, l'Inghilterra avendo interessi molteplici nel 
vasto mondo e dovendo qua e là fare i conti con la potenza 
francese, ha dovuto transigere talvolta e dare alla Francia 1 
compensi che questa esigeva, nel Mediterraneo appunto. 

Nella questione di Tunisi abbiamo veduto^) come l'Inghilterra 
si fosse compromessa nel 1878, e si spiega perfettamente la suc- 



i) Cfr. Capitolo Secondo. 



353 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



cessiva sua politica ambigua, tra la Francia elio in Tunisia aveva 
ragione di non attendersi contrarietà inglesi e lltalia che suppo- 
neva una solidarietà d'interessi inesistente. 

Data questa situazione, le difficoltà dinanzi alle quali si trovò 
Crispi erano insormontabili. Ma il conoscere com'egli cercasse di 
superarle, e come riuscisse a paralizzare l'azione del governo 
francese, ha senza dubbio una grande importanza. ^> 

In giugno 1890 Crispi ha notizia da Parigi ohe sono in corso 
conversazioni tra lord Salisbury e l'ambasciatore francese a 
Londra, Waddington, nelle quali si tratta di concessioni da parte 
inglese a Tunisi, in corrispettivo dell'acquiescenza della Francia 
al protettorato dell'Inghilterra sullo Stato libero dello Zanzibar. 
E dà facoltà al conte Tornielli, ambasciatore italiano,^) di dichia- 
rare al ministro Salisbury, essere opinione del governo del Re 
che i lavori iniziati dalla Francia a Biserta minacciavano un tur- 
bamento dell'equilibrio delle forze nel Mediterraneo, e che il ga- 
binetto della Regina farebbe delle osservazioni a Parigi per impe- 
dire il progresso di quei lavori, ; contemporaneamente telegrafa 
a Berlino che il governo del Re in varie occasioni crede di essersi 
accorto di una tendenza del Governo britannico a fare alla Francia 
delle concessioni a Tunisi, a scapito d'interessi italiani sui quali 
l'Italia non avrebbe potuto transigere. 

Lord Salisbury, il 25 giugno, dichiara al Tornielli di avere 
interpellato sui lavori di Biserta l'ambasciatore francese, e che 
questi gli aveva risposto non avere quei lavori carattere militare; 
e all'ambasciatore germanico, conte Hatzfeldt, dice che di Tunisi 
non si era fatta parola tra Londra e Parigi. Quanto allo Zanzibar, 
il Salisbury enuncia la massima da lui adottata " che uno Stato 
non cessa di essere indipendente se, usando di tale indipendenza, 
si metta spontaneamente sotto il protettorato di un altro „ , e 
avverte di aver fatto sapere al governo francese che se questo 
non fosse il suo modo di vedere, egli avrebbe preso in esame le 
obiezioni che gli fossero presentate. 

Pareva, dunque, che trattative non fossero in corso, sebbene 

i) 11 conte Tornielli era stato nominato ambasciatore presso la Regina 
d'Inghilterra dopo la morte del conte di Robilant, avvenuta a Londra il 17 ot- 
tobre 1888. L'on. Crispi aveva richiamato in sei-vizio il Robilant, pochi mesi 
ir nanzì, nell'aprile, dopo un anno dacché quell'eminente diplomatico aveva ab- 
b:mdonato il Governo nelle circostanze ben note. 



Francia e Inghilterra a Tunisi 



359 



restasse nella situazione che la Francia potesse avanzare pretese 
di compensi in Tunisia. 

Il 7 luglio Fon. Crispi telegrafa al conte Tornielli: 

(Confldenzialissimo. Personale). — Casualmente sono ve- 
nuto a conoscere da un amico intimo di Freycinet e 
di Eibot che la Francia negozia con Plnghilterra un 
trattato di commercio per la Tunisia. Le pratiche sareb- 
bero state iniziate in vista della condizione speciale in 
cui si trova l'Inghilterra di aver colà un trattato, la cui 
durata è indeterminata. La persona medesima mi ha dato 
ad intendere che la Francia vorrebbe fare altrettanto 
con noi, e che sarebbe pronta a concederci le stesse con- 
dizioni che farebbe alla Gran Brettagna. 

Ohe la Francia prepari qualche cosa in Tunisia è 
oramai certo. Se indugia si è perchè non vuole sconten- 
tare nè Plnghilterra, nè noi. Ciò essendo, ho risposto al- 
l'amico ufìScioso col massimo riserbo e senza menoma- 
mente impegnarmi, che la questione nella Tunisia non si 
l)uò toccare in Italia senza incorrere l'avversione pub- 
blica ; che l'argomento offrirebbe materia a lunghi studii ; 
e che se conoscessi le basi dell'accordo sarei dispostissimo 
a prenderle nel dovuto esame. Gioverebbe intanto che 
io conoscessi le intenzioni di lord Salisbury, poiché nulla 
vorrei fare che non sia in perfetto accordo con lui. La 
j)rego perciò di volere con la jyìh grande prudenza scan- 
dagliare quanto vi sia di vero nelle cose dettemi. 

Una comunicazione analoga vien fatta a Berlino. Tornielli e 
Hatzfeldt conferiscono con Salisbury il quale non nega queste 
trattative, ma dichiara esplicitamente che, ^^in ogni caso, l'In- 
ghilterra farebbe qualche concessione alla Francia in Tunisia sol- 
tanto sul terreno commerciale, non mai di carattere politico, come 
sarebbe la rinuncia alle Capitolazioni,,. 

Il 14 luglio Fon. Crispi riceve dal Console d'Italia a Tunisi, 
Machiavelli, un allarme: 

Sono informato da buona fonte che, per accordo 
seguito mercoledì, 9 corrente, tra Bey regnante e suoi 
due successori immediati, da un lato, e Eesidenza fran- 
cese dall'altro, famiglia beylicale cesserebbe di regnare 



360 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



alla morte del primo, garantendo Francia lista civile dei 
Principi, fissata indefìnitivamente a due milioni lire, per 
quello cui spetterebbe trono. Console inglese fa eguale 
comunicazione al Foreign Office, 

Questa notizia fece suiron. Orispi una profonda impressione. 
Chiamò a Roma per dare loro istruzioni verbali grinoaricati 
d'Affari a Londra e a Parigi, Catalani e Ressman, e mise sotto- 
sopra le Cancellerie delle Grandi Potenze. Valgano i documenti 
a far comprendere con quale fervore e con quali intenti Crispi 
trattasse la questione: 

Roma, i5 luglio 1890. 

Regia Ambasciata italiana. 

Bei-lino. 

Il 9 corrente fu firmata a Tunisi una convenzione 
con la quale fu pattuita la cessazione della sovranità 
beylicale a favore della Francia alla morte del Principe 
attualmente regnante. La Francia in comj)enso darà al 
Principe successore una rendita annuale di due milioni 
di franchi. Questo atto completa il trattato del Bardo 
ed assicura alla vicina Repubblica l'impero di un vastis- 
simo territorio, dalle frontiere del Marocco a quelle della 
Tripolitania. 

I pregiudizi, che da ciò verranno all'Italia, sono in- 
calcolabili. L'errore commesso al 1881 dal Gabinetto di 
Berlino nel permettere l'occupazione della Tunisia, pro- 
durrà i suoi efì*etti. Se la Germania lascerà eseguire il 
suddetto trattato del 9 luglio, a noi non solamente sarà 
tolta nel Mediterraneo la libertà alla quale abbiamo di- 
ritto, ma il nostro territorio sarà sotto una continua 
minaccia. 

Se le Potenze amiche non vorranno o non sa- 
pranno opporsi a cotesto nuovo atto di spoliazione, 
dovranno per lo meno cooperarsi perchè l' Italia ottenga 
sicure garenzie contro pericoli inevitabili alla difesa del 
suo territorio. 

Voglia parlarne subito col conte Oaprivi e chiedere 
da S. E. una pronta risposta per nostra norma. 



L'annessione della Tunisia alla Francia? 



361 



Roma, 16 luglio 1890. 

Regia Anibasciata Italiana, 

Berlino. 

Eo seguire altre considerazioni al mio telegramma di 
stanotte con incarico di s abito comunicarle al Cancel- 
liere dell'Impero. 

L'atto del 9 corrente, mercè il quale la Francia suc- 
cede nella sovranità della Tunisia, ove non fosse impe- 
dito metterebbe V Italia nella posizione d' invocare l'ap- 
poggio della Germania. 

La Tunisia venendo sotto la piena sovranità della 
Francia, in caso di guerra assumerebbe contro di noi 
una grande importanza militare. 

Biserta, al cui porto da qualche tempo si lavora, di- 
verrebbe una formidabile piazza di guerra. Essa è a 
tre ore distante dalla Sicilia, contro la quale sarebbe 
una continua minaccia. L' Italia allora sarebbe costretta 
a tenere un forte esercito in Sicilia e non potrebbe, 
senza pericolo, allontanare da quelle acque la sua flotta. 

Per evitare mali maggiori noi ci crediamo in dovere 
di prevenire il governo alleato, il quale non mancherà 
di associarsi a noi nelle pratiche necessarie a Londra 
e quando ne verrà il momento, anche a Parigi. 

S'Ella non ha i documenti necessari, li chieda al 
conte di Launay. 



Roma, 18 luglio 1890. 

Eitorno sulla questione tunisina. 

L'occupazione francese di Tunisi al 1881 produsse la 
caduta del Ministero. Il paese se ne addolorò, ma al- 
lora l'Italia era isolata. 

Oggi esiste la triplice alleanza, ed il mutamento della 
sovranità in Tunisi produrrebbe in Italia due conse- 
guenze : il ritiro del Ministero attuale, e la persuasione 
nel popolo nostro, che a nulla giovi la triplice alleanza. 

Questa seconda conseguenza sarebbe fatale, e bisogna 
che il gabinetto di Berlino ci pensi. 

Io son convinto che se la Germania farà comprendere 
a Parigi che l'esecuzione del trattato del 9 corrente 



362 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



potrebbe produrre la guerra, il governo della Eepubblica 
cederà ad un accomodamento con l'Italia. 

Oomunicbi queste mie considerazioni al Cancelliere 
dell' Impero. 

Tunisi, 16 luglio. 

Signor Ministro^ In conferma ed aggiunta del tele- 
gramma in cifra da me diretto ieri l'altro all'È. V. ho 
l'onore di riferirle cbe la notizia in esso contenuta mi 
venne data in forma confidenziale dal Console inglese 
che l'aveva, così mi disse, ricevuta da un personaggio 
della Corte tunisina, famigliare del Bey. 

Trovatisi riuniti presso S. A. mercoledì 9 corrente i 
principi Taib e Hussein, il signor Eegnauld, ff. di Eesi- 
dente, il procuratore della Eepubblica, signor Fabry, ed 
il comandante Catroux per le funzioni di interprete, si 
sarebbe convenuto che la famiglia beylicale cesserebbe 
di regnare dopo la morte del Bey attuale, e che la Fran- 
cia garentirebbe la lista civile dei principi, fissandola a 
perpetuità a due milioni di franchi per quello di essi a 
cui, nell'ordine di successione, sarebbe spettato il trono 
senza la rinunzia fatta da Ali-Bey e dai due più pros- 
simi eredi in nome della dinastia. 

Il Console inglese ha soggiunto che la qualità del 
X)ersonaggio, il modo in cui fece le sue confidenze e 
qualche parola sfuggita ad un funzionario della Eesi- 
denza, davano alla notizia tale un colore di verità che 
ei credevasi in obbligo di comunicarla sollecitamente al 
Foreign Office, anche in vista delle trattative pendenti 
sulle cose d'Africa, alle quali la questione tunisina non 
è forse estranea. 

Dal modo con cui mi ha parlato il signor Drummond 
mi è nato qualche sospetto che la notizia venga dal 
Bey stesso o da altro principe tunisino, sapendo che 
se non hanno il coraggio di resistere apertamente, ve- 
drebbero però con giubilo le Potenze europee interve- 
nire per mettere argine all'azione semi)re più invadente 
della Francia in Tunisia. 

È stato notato che al colloquio tra il Bey e il signor 
Massicault, subito dopo il ritorno di quest'ultimo, non 
è intervenuto il solito interprete generale Valensi, seb- 
bene persona devota alla Eesidenza sino alla servilità, 



TJn accordo segreto a Tunisi 



363 



ma ha fatto da traduttore lo stesso figlio secondogenito 
di Sua Altezza, e se ne arguisce che siansi trattati ar- 
gomenti molto importanti e delicati. 

G. B. Machiavelli. 



Tunisi, 18 luglio. 

Signor Ministro, A parziale rettifica del mio rapporto 
in data IG corrente devo informare FÉ. V. che invece 
del i3rincipe Hussein, trattenuto a letto da una febbre 
tifoidea, è intervenuto al convegno della Marsa un altro 
Principe della famiglia beylicale. 

Il signor Drummond-Hag mi ha lasciato oggi com- 
prendere che gli sono giunte dal Foreign Office comuni- 
cazioni le quali escludono che V Inghilterra sìa disposta 
a rinunciare ai suoi diritti nella Reggenza ed a colle- 
gare la questione tunisina con quella dello Zanzibar, 
come le ne erano state fatte vivissime istanze dalla 
Francia; ha poi soggiunto, e credo di dovere ad ogni 
buon fine ripetere, che a parer suo, il governo della 
Eegina non farà a quello della Repubblica concessioni 
a Tunisi senza ottenere un compenso in Egitto, quando 
sia giunto il momento opportuno. 

G. B. Machiavelli. 

L'Incaricato d'Affari a Berlino telegrafava il 18 luglio di aver 
comunicato al cancelliere Caprivi i telegrammi inviatigli dal- 
Fon. Crispi e di avergli fatto considerare la viva emozione che 
la notizia della nuova convenzione tunisina avrebbe destato in 
Italia quando fosse conosciuta. 

Il Cancelliere — diceva il Beccaria — mi parve 
compreso della gravità dell'argomento ; dissemi però che 
appunto per questo non i^oteva pronunziarsi senza ma- 
turo e profondo esame. La mole degli affari che lo 
hanno assorbito dal giorno della sua venuta al potere 
non gli lasciò temx)0 di approfondire la questione tuni- 
sina, che non si aspettava di veder sorgere così presto, 
e che lo coglie quindi alla sprovvista. Egli ne farà su- 



364 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



bito oggetto di un attento esame.... Stando ai ragguagli 
recentemente inviati dal conte Hatzfeldt, lord Salisbury 
non avrebbe conoscenza del fatto. 

Berlino, 23 luglio. 

Esco da un colloquio col Cancelliere. S. E. crede 
utile per la riuscita della campagna diplomatica da con- 
dursi per l'affare tunisino, il concorso delPAustri a- Un- 
gheria e di somma importanza quello dell'Inghilterra.... 
Subito dopo le mie prime comunicazioni, il gabinetto 
di Berlino intavolò attive pratiche a Londra e a Vienna. 
Benché queste non abbiano ancora approdato, il Can- 
celliere spera di poter arrivare a presentare rimostranze 
collettive a Parigi.... Intanto egli mi pregava istante- 
mente di assicurare V. E che questo governo è, come 
per lo passato, animato dalle migliori disposizioni e dal 
maggiore desiderio di rendere servizio all'Italia, e che 
egli poi, generale Caprivi, sarà personalmente ben lieto 
d'avere occasione di testimoniare a V. E. il suo buon 
volere e l'alto conto in cui tiene le di Lei vedute ed 
apprezzamenti, sapendo con qual uomo di Stato, espe- 
rimentato ed illuminato, egli ha da fare.... Da certi 
accenni fattimi dal Cancelliere e da ragguagli venutimi 
da altra sorgente, ho potuto indurre che, tastato il ter- 
reno a Londra, il Gabinetto di Berlino, pur non dubi- 
tando della possibilità di ottenere l'appoggio degli In- 
glesi, si è convinto della necessità di procedere verso 
essi con grande cautela, sopratutto in questo momento 
in cui lord Salisbury è impegnato con la Francia in 
negoziati difficili per gli affari di Zanzibar e di Ter- 
ranovii. 

Beccaeia. 



Roma, 24 luglio. 

Regìa Amhasciata Italiana^ 

Berlino. 

Ieri sera è venuto il conte di Solms e mi ha a un 
dipresso detto ciò che è contenuto nel di Lei tele- 
gramma. Dissi all'ambasciatore di Germania quali siano 
i pericoli per la libertà del Mediterraneo e la pace 



lo statu-quo a Tunisi o Tripoli alVItalia 



365 



Europea, se la Francia diverrà sovrana assoluta della 
Tunisia. Soggiunsi che ove ciò avvenisse senza alcuna 
opposizione da parte delle Potenze alleate, sarebbe indu- 
bitata la occupazione anche della Tripolitania. Bisogna 
quindi o trovar modo d'impedire la dominazione asso- 
luta francese in Tunisia, o premunirsi perchè la Tripo- 
litania sia data a noi, come sola possibile garanzia di 
fronte alPaumentarsi della potenza militare e marittima 
della Francia.... Koi vogliamo procedere d'accordo coi 
gabinetti amici, ma siamo risoluti ad usare tutti i mezzi 
perchè l'Italia non venga colpita da un fatto che sa- 
rebbe un disastro. 



Berlino, 25 iuglio. 

Esco dal barone Holstein, il quale mi disse che i 
gabinetti di Berlino e di Londra sono venuti nella de- 
cisione di interpellare in forma cortese il governo fran- 
cese circa affare tunisino. 

Mentre conversavo col barone, giunse un telegramma 
dell'ambasciatore di Germania a Parigi così concepito: 
« Appena misi conversazione sulla Tunisia, il signor Eibot 
dichiarò assolutamente falsa la voce sparsa dall'Italia 
che un accordo sia stato concluso dalla Francia col Bey 
indennizzando i di lui eredi mediante due milioni di 
franchi. Il Ministro degli Affari esteri mi pregò di co- 
municare questo al Cancelliere imperiale onde evitare 
malinteso ». 

Beccaria. 



Roma, 27 luglio. 

Regia AmMsciata Italiana, 

Berlino, 

La smentita data da Eibot sulla esistenza dei trat- 
tato col quale era ceduta alla Francia la piena sovranità 
della Tunisia, ha una imi)ortanza relativa e non ci ras- 
sicura pensando alla condotta precedente del Governo 
della Eepubblica. 

Il 12 maggio 1881 fu occupata la Tunisia e fu fìr- 



366 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



mato il trattato per il i)rotettorato, mentre il 6 aj)rile 
dell'anno stesso, cioè pochi giorni innanzi, Barthélemy 
Saint-Hilaire aveva dichiarato a Cialdini che la Reggenza 
non sarebbe stata occupata. 

Orispi. 



Berlino, 28 luglio. 

Y. E. sarà già informata da Londra, che lord Sàlis- 
bury interpellò quell'ambasciatore di Francia circa l'e- 
sistenza della convenzione assicurante alla Eepubblica 
francese la piena sovranità sulla Tunisia. Il signor Wad- 
dington, dopo riferito a] suo governo, avrebbe fatto al 
ministro degli Affari esteri inglese una dichiarazione 
analoga a quella del signor Eibot al conte Mlinster. 
Quest'ultimo, dopo il telegramma di cui diedi contezza 
il 25 corrente, scrisse che le affermazioni del ministro 
degli Affari esteri francese erano state delle più. for- 
mali, cosicché devesi credere o che la convenzione real- 
mente non esista, o che la Francia non si senta abba- 
stanza forte per dar seguito alle sue mire di fronte alla 
resistenza intravveduta. 

Becoaeia. 

Contemporaneamente Orispi agiva a Londra. Lord Salisbury 
cominciò con esprimere incredulità circa l'esistenza della con- 
venzione. 

« Egli non vedeva — così riferiva il Tornielli — come 
si potrebbe conoscere la verità intorno all'esistenza della 
convenzione del 9 luglio, poiché la Francia certamente 
non la notificherebbe e il Bey neppure. » 

Dopo qualche giorno, il Salisbury avvertiva di non aver po- 
tuto raccogliere le prove del preteso trattato di cessione della 
Tunisia alla Francia, però qualche indizio faceva credere che un 
atto fosse stato firmato fra il Bey regnante e il Governo francese 
per assicurare alla morte del Bey, la successione; e conveniva 

«che se le notizie giunte a Roma fossero sufficiente- 
mente appoggiate da prove, il fatto sarebbe certamente 



Crispi chiede a lord Salishury la Tripolitania 367 



di tale gravità da richiedere che i gabinetti amici del- 
l'Italia s'intendessero per vedere quali pratiche dovessero 
farsi. » 

Ma Crispi non contentandosi delle risposte date alFAmba- 
sciatore, scrisse a lord Salisbury la seguente lettera: 

Rome, le 23 juillet 1890. 

Moti clier lord Salishurij, 

Yotre Excellence recevra cette lettre des mains dii 
commandeur Catalani, qui vous ouvrira tonte ma pensée 
au sujet de la question tunisienne, question dont la 
solution est d'un si grand intérét pour l'Italie et pour 
la Grande Bretagne. 

La Trance est depuis neuf ans en Tunisie. Il serait 
impossible de l'en déloger efc sa ferme intention est ma- 
nifestement d'y rester maitresse et en tonte sécurité. 

Sans donner suite aux nouvelles contradictoires regues 
de Tunis et voulant méme préter fois au démenti de 
M. Eibot, j'ai la conviction que, tòt ou tard, la France 
saura acquérir la plénitude de la souveraineté de ce pays. 

En attendant il ne faut pas oublier, que jusqu'au 
6 avril 1881, c'est-à-dire un mois environ avant le traitó 
du Bardo, M. Barthélemy Saint-Hilaire déclarait au 
Général Gialdini que le gouvernement fran^ais ne pen- 
sait aucunement à une occupation militaire permanente 
et moins encore à l'annexion de la Tunisie. 

Si ce changement de domination en Tunisie venait 
d'avoir lieu sans opposition et à notre insù, la Tripo- 
litaine ne tarderait pas à avoir son tour. Le Gouverne- 
ment de la République tend à occuper cette région, 
comme le prouvent surabondamment ses empiétements 
continuels sur la frontière. 

Il arriverait alors que du Maroc à l'Egypte une seule 
j)uissance dominerait l'Afrique du nord, et que de cette 
j)uissance dependrait la liberté de la Mediterranée. L'I- 
talie, pour ce qui la concerne, serait sous la menace 
incessante de la France; Malte et l'Egypte ne seraient 
pour la Grande Bretagne une garantie suffisante. 

En présence de tels dangers, il faut se preparer et 
prévenir l'exécution des desseins de la France. 



o68 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



La Tunisie ne pouvant étre rendue à elle méme, et 
puisque on ne peut empéclier le Protectorat de devenir 
un joiir ou l'autre une souveraineté, il serait nécessaire 
de se premunir contre une occupation possible de la 
Tripolitaine de la part de la France en V occupant 
avant elle. 

Si nous avions la Tripolitaine, Biserta ne serait plus 
une menace pour l'Italie, ni pour la Grande Bretagne. 

JS^ous sommes vos alliós nécessaires; et notre union 
vous garantirait la domination de Malte et de PEgypte. 
Grace à elle, l'Italie n'aurait plus à craindre qu'une 
doublé expédition militaire put simultanément étre di- 
rigée contre elle de Biserta et de Toulon. 

J e prie Votre Excellence de peser ces considérations 
et d'agir de concert avec le Gouvernement que j'ai l'hon- 
neur de présider. Il s'agit de notre salut et de votre 
grandeur dans la Mediterranée. 

Je saisis cette occasion pour offrir à Votre Excellence 
les assurances de ma très haute considération. 

E. Orispi. 

Da Londra il 31 luglio^ rincaricato d'affari, Catalani^ infor- 
mava Ton. Crispi: 

La lettera di V. E. lia prodotto profonda impres- 
sione su Salisbury. — Sua Signoria risponderà per iscritto 
fra breve. — Per il momento mi ba incaricato di tele- 
grafare a V. E. « che egli è convinto che il giorno in 
cui lo statu-quo nel Mediterraneo sarà menomamente alterato 
è indispensaMle che la Trijmlitania sia occupata dall'Italia. 
Rammentò spontaneamente avermi manifestato altra 
volta tale opinione, punto iiìiportante della sua politica. 
Soggiunse : L'occiiiìasione italiana di Trii)oli dovrà effettuarsi 
indipendentemente dagli avvenimenti An Egitto, cioè a dire, 
sia che VJEgitto resti in mani 'britanniche o del Sultano. Tale 
occupazione è richiesta dalVinteresse Europeo per impedire 
che il Mediterraneo diventi 'mi lago francese. La sola que- 
stione da esaminare è ^opportunità del momento presente al- 
Vlmpresa. Su questo punto Salisbury differisce da V, E. 
Egli crede che il momento deiroccupazione non è ancora 
giunto. Quindi la preghiera che Sua Signoria rivolge a 



Tripoli alV Italia nell'interesse europeo 



369 



V. E. per mezzo mio, si contiene in una sola parola: 
aspettare. Tale parola sarebbe già stata o sarà mandata 
a Roma da Berlino. Tutto porta a credere, secondo Sa- 
lisbury, che nonostante la poca fede da darsi alle smen- 
tite francesi, il Governo francese fu sincero nell'affer- 
mare non aver concluso nuovi accordi col Bey. All'os- 
servazione che l'accordo potrebbe essere stato concluso 
da un precedente Gabinetto, Salisbury rispose che non 
si era potuto ottenere alcuna prova. « L'ostacolo i^rin- 
cipale ad una occupazione immediata di Tripoli, si tro- 
verebbe nella resistenza del Sultano, che dichiarerà guerra 
all'Italia. Le condizioni della Turchia sono diverse da 
quelle all'epoca della cessione di Cipro. La Turchia da 
sè sola non è da temersi, ma sarà appoggiata dalla 
Eussia, che coglierà l'occasione di rendersi vassallo il 
Sultano, difendendone il territorio. Una mossa italiana 
contro Tripoli sarebbe il segnale dello smembramento 
della Turchia, sorte alla quale essa non può sfuggire, 
ma alla quale in questo momento nè le Potenze, nè 
l'opinione pubblica inglese, sono preparate. L'Italia non 
perderà nulla coll'aspettare, se si terrà pronta ad agire 
al momento in cui la Francia desse segno di attivare i 
suoi disegni. » 

Da parte sua, SalisHury avvertirà energicamente la 
Francia di astenersi dal fare qualsiasi mutazione po- 
litica in Tunisia. Sulla mia domanda di dichiarare ri- 
solutamente al Governo francese che la flotta inglese si 
unirà alla italiana per mantenere lo statii-quo nella Tu- 
nisia, Salisbury rispose che una tale dichiarazione avrebbe 
per effetto di suscitare un incidente parlamentare poiché 
Waddington ne informerebbe Salisbury con- 
chiuse: «Il Governo italiano avrà la Tripolitania, ma il 
cacciatore per tirare sul cervo, deve aspettare che passi 
a portata del suo fucile affinchè, anche ferito, non gli 
sfugga ». 

Le mie impressioni sono le seguenti: 

1.) Le relazioni fra l'Inghilterra e la Francia sono 
assai più tese dell'anno passato ; 2.) Salisbury è più de- 
ciso dell'anno passato a non lasciarsi sfuggire l'Egitto, 
ed una mossa italiana contro Tripoli sarebbe seguita 
dal protettorato inglese al Cairo. 

La chiave di Tripoli è in questo momento a Berlino. 



Crispi, Politica estera. 



24 



370 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



Una parola risoluta da Berlino infonderebbe a Salisbury 
l'ardire che gli manca. Sua Signoria desidera tre o quattro 
giorni per farmi pervenire risposta alla lettera di Y. E. 
Eitengo elle Tindugio fu chiesto per mettersi in comu- 
nicazione con Berlino. » 

Seguì il 5 agosto quest'altro telegramma del Catalani: 

Ho ricevuto lettera di Salisbury diretta a V. E.y 
che consegnerò domani dentro un piego al regio Amba- 
sciatore, affinchè sia spedito con il corriere di Gabinetto. 

Prego V. E. di dar ordine a Tornielli di far ripartire 
immediatamente il corriere di Gabinetto per Eoma. 

Se, come devo credere, la comunicazione scritta di 
Salisbury è conforme alle dichiarazioni verbali fatte a 
me, lo scambio delle lettere autografe fra i primi ministri 
Italia ed Inghilterra costituisce accordo completo nella 
questione di Tripoli. È probabile che Imperatore di Ger- 
mania abbia avuto contezza della corrispondenza. 



La risposta di lord Salisbury fu la seguente : 

Londres, 4 aoùt 1890. 

Mon clier Signor Crispi, 

J'ai l'honneur d'accuser reception de la lettre dont 
Votre Excellence a bien voulu m'honorer. Je Fai lue avec 
le plus grand intérét. 

Je suis d'accord avec Votre Excellence sur Pavenir 
probable de la Tunisie. Elle deviendra fatalement Fran- 
gaise un jour ou l'autre: mais je crois cette issue assez 
loin. Aussi,je me trouve en parfaite harmonie a^ec vos 
idées sur le danger d'une avance ultérieure de la part 
de la Trance. Les intéréts politiques de la Grande Bre- 
tagne aussi bien que ceux de PItalie ne comportent pas 
que la Tripolitaine ait une destinée semblable à la Tu- 
nisie. Il faut absolument parer à une telle éventualité, 
quand elle nous menacera. Mais je ne la crois pas proche. 
La France a beaucoup de chemin à faire avant de se 
trouver à ce point là. 

Or, dans une telle afi*aire, les précautions prématurées 
sont pleines de danger. 



tU^ U. 'f^-r^ ^ 



<li-t < t< 





(jy^^ dc^s ^-<^e. '^X^x^ a^^^^Ji^ ^ ^ 



Pazientare ,, 



371 



Si ntalie venait à occuper Tripoli en temps de paix 
sans que la France ait pris aucune mesiire aggressive, 
elle s'exposerait aii reproche d'avoir réveillée la questiòn 
d'Orient dans des conditions fort désavantageuses. Le 
Sultan ne supporterà pas la perte d'une autre province 
sans pousser des liauts cris. Pour garder son territoire 
il fera sacrifìce de son indépendance, et il acceptera le 
protectorat et le soutien de la Russie. 

Ainsi, si j'osais offrir une conseil à Votre Excellence, 
je la prierais vivement d'agir avec beaucoup de circon- 
spection et de patience dans cette affaire ; et, tant que 
les desseins de la France n'ont pas pris corps, d'éviter 
tonte action qui x3ourrait nous compromettre irrevoca- 
blement avec le Sultan. 

Je prie Votre Excellence de croire toujours à la sym- 
]3athie vive que le peuple et le gouvernement Anglais 
ressentent pour l'Italie: et d'agréer l'assurance de ma 
considération et mon respect. 

Salisbuey. 

La replica dell'on. Crispi a questa lettera non poteva man- 
care, ed egli l'affidò ad uno de' suoi segretarii, Edmondo Mayor 
des Planches; il quale della missione affidatagli rese conto con 
questo rapporto : 

La Bomboule, 26 agosto 1890. 

JEccellentissimo Signor Mwistro, 

Ho rimesso oggi a lord Salisbury la lettera clie Vo- 
stra Eccellenza mi aveva affidato per lui. 

Ho trovato Sua Signoria in un modesto alloggio, al 
primo piano di una maison meublée chiamata la Villa Me- 
dicis. È la prima volta che il nobile Lord fa la cura di 
queste acque arsenicali; precedentemente andava a Royat, 
località, poco distante, di questa stessa regione d'Al- 
vernia. 

Lord Salisbury, cui aveva domandato udienza con 
un biglietto, subito dopo il mio arrivo, mi aveva risposto 
con un cortesissimo invito. Mi ricevette in un piccolo 
studio, stamane, alle dieci e mezzo. 

Appena seduti, gli rimisi la lettera. Questa essendo 
un po' sgualcita, dissi, pregandolo di scusarmi: 



372 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



— Je ne sais si je fais un bon diplomate, mais je 
suis, à coup sur, un mauvais courrier de Cabinet. 

Sua Signoria si mise a ridere e fece per aprire, di- 
nanzi a me, la lettera; ma si fermò. 

— Dois-je la lire maintenant? 
Risposi : 

— Je crois que Votre Excellence en peut prende con- 
naissance à son aise. O'est une réponse à la lettre du 4. 

— Ah, bien!... — E la mise in disparte. 

— Et vous étes venu expressément ? ! Je regrette 
d'avoir été pour vous cause da tante de trouble. Au 
moins voyes-vous un beau pays. Yous le connaissiez ? 

— Nullement. 

Vantò le bellezze dell' Alvernia. Poi : 

— Vous avez quitte M. Grispi depuis peu? 

— Depuis cinq jours. 

— Oomment se i)ortait-il? 

— Il était en parfaite sante. 

— Et politiquement aussi, disse ridendo, il se porte 
très bien. 

— Je crois qu'il se sent très fort sous tous les rapports. 

— O'est un homme bien étonnant. Il nous veut tou- 
jours du bien, n'est-ce-pas ? 

— Il a pour l'Angleterre comme nation Fadmiration la 
plus vive, et de Yotre Excellence une très haute estime. 

— Il est bien indulgent pour moi. Quel àge a-t-il? 

— Soixante et onze ans. 

— Et il soutient le poids de trois porte-feuilles ? ! 

— De trois, en effet, car la Présidence du Conseil 
en est un et qui implique de très graves responsabilités. 

— Vous ne manquerez i3as de le saluer clialeureu- 
sement de ma part et de lui dire combien je désire 
que nous restions toujours bons amis. Vous retournerez 
directement à Eomel 

— Directement.... par Paris. 

Rise ancora^ e poiché non soggiungeva altro, mi alzai 
per prendere commiato. 

— Je vous souhaite bon voyage et meilleur temps 
qu'ici. 

— Je souhaite à Votre Excellence une heureuse cure. 

Queste ultime parole furono dette in piedi. Sua Si- 
gnoria mi strinse la mano e mi accompagnò alla porta 
che aperse e richiuse. 



Crispi prende atto delVaccordo 



373 



Lord Salisbury è alto, di forte complessione, un po' 
obeso. Si tiene alquanto curvo. È un po' ansante, di 
soffio affannoso e corto. Prima che entrasse nella ca- 
mera avevo sentito il suo respiro j^enoso. Apj)artiene 
alla specie degli inglesi timidi. Ascolta attentamente, 
con la testa china in avanti verso Finterlocutore, che 
guarda ogni tanto con occhio fìsso e penetrante. Eide 
facilmente e brevemente in modo sempre uniforme. 

Ciò è quanto ritenni da un colloquio che potè du- 
rare dieci o dodici minuti. 

Sono, di Vostra Eccellenza, etc. 

La lettera consegnata dal Mayor era questa: 

Rome, le 16 aoùt 1890. 

Mon GÌier lord Salisòiiry, 

Votre Excellence me permettra de répliquer briève- 
ment à Sa lettre du 4 courant qui m'est arrivée i3ar le 
dernier courrier. 

En vous écrivant, le 23 juillet, j^avais pour but de 
dénoncer à Votre Excellence les dangers qui nous 
menacent en Tunisie, et de vous signaler la necessitò 
d'un accord entre l'Italie et la Grande Bretagne pour 
les éventualités que je prevoyais. Ce but ayant eté 
atteint gràce à Féchange de nos deux lettres et aux 
colloques qui ont eu lieu entre Votre Excellence et le 
commandeur Catalani, il ne me reste à ce sujet rien à 
demander, ni à désirer. 

Je suis en plein accord d'idées avec Votre Excel- 
lence sur ce point qu' il ne convient pas de précipiter 
une action qui pourrait jeter le Sultan dans le bras de 
la Eussie. Du reste il manquerait actuellement à l'Italie 
une raison pour agir. 

Il appartient cependant à la prudence d'un homme 
d'Etat de ne pas se laisser surprendre; et, dans le cas 
spécial qui nous occupe, il importe de faire savoir à 
Paris que nous ne pourrions, en aucun cas, permettre 
qu'en Tunisie le protectorat se change en pleine sou- 
veraineté. 

Il y a lieu, en outre, d'avertir les gouvernements amis, 
que le fait, s'il ne se vérifìe aujourd'hui, est cependant 
inévitable, et cela pour que nous ne nous trouvions 



374 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



pas surpris et non préparés le jour où il sera néces- 
saire d'agir. Bien des injustices internationales ont pu 
s'accomplir par suite de l' imprévoyance, ou de la né- 
gligence de ceux dont P intervention, à un moment 
donne, eùt i>u les prevenir. 

La Turquie n'a pas les forces suffisantes à sauve- 
garder la iiberté de la Méditerranée. Elle est impuis- 
sante à arréter les empiétements qui se vérifìent depuis 
neuf ans sur le territoire tripolitain du coté de la Tu- 
nisie. Il est donc plus que probable qu'elle ne saura et 
ne pourra s'opposer à l'occupation de ce territoire. La 
Turquie, à cause de sa position tonte speciale, n'a que 
la force des faibles; elle ne peut guère que jeter la di vi- 
sion parmi les forts, obligés à se montrer tolérants par 
crainte de ce qui ijeut survenir. Mais ce privilège dont 
jouit le Sultan, ne doit pas constituer un danger per- 
manent pour les autres Ltats, qui cohabitent dans la 
Méditerranée et qui ont le devoir de garantir leur 
propre existence, et de veiller au maintien de leur pro- 
pres droits. 

Cela dit, je renouvelle à Votre Excellence Fexpres- 
sion des sentiments de ma plus haute considération. 

F. Orispi. 

Sou Excellence 
Le Marquis de Salisbury. 

Mentre questa corrispondenza si svolgeva, Fon. Crispi stimò 
opportuno d'impegnare il gabinetto britannico con questa Nota : 

Roma, 5 agosto. 

Signor Amdasciatore, 

Mentre Y. E., conformemente alle mie istruzioni, 
aveva iniziato col principale Segretario di Stato per 
gli Affari esteri di S. M. britannica uno scambio d' idee 
tendenti a prevenire le conseguenze dell'accordo che si 
afferma essersi stabilito fra il governo francese ed il 
regnante Bey di Tunisi per introdurre, alla morte di 
quel Principe, un mutamento sostanziale nelle condizioni 
della sovranità della Eeggenza, e mentre si aspettavano 
i particolari della prima notizia in proposito ricevuta. 
Sua Eccellenza il marchese Salisbury mi fece cortese- 



Una Nota impegnativa 



375 



mente comunicare, per mezzo dell'Ambasciatore d' In- 
ghilterra a Roma, la smentita formale data alle notizie 
stesse dal Ministro degli Affari esteri della Repubblica. 
Ai ringraziamenti che S. E. lord Dufferin fu da me 
incaricato di porgere al suo governo per tale amiche- 
vole ed importante comunicazione, io desidero che Ella 
aggiunga le espressioni della soddisfazione in me pro- 
dotta dalle dichiarazioni a Lei fatte da lord Salisbury, 
le quali mi danno la certezza che se la esplicita smen- 
tita del Gabinetto di Parigi non avesse reso, per ora, 
superflua la continuazione dell'iniziato scambio d'idee e 
se altre considerazioni di opportunità non avessero con- 
sigliato di soprassedere, per non recare incagli a trat- 
tative più urgenti, in corso fra Londra e Parigi, i go- 
verni di S. M. il Re nostro augusto Sovrano e di S. M. la 
Regina d'Inghilterra si sarebbero subito trovati d'ac- 
cordo per indicare tutti gli Stati interessati alla con- 
servazione dell'equilibrio delle forze nel Mediterraneo ed 
intendersi circa ciò che le previsioni del mutamento di 
sovranità nella Reggenza di Tunisi avrebbe reso neces- 
sario. È opinione del Governo di S. M. il Re, la quale 
io spero sia divisa da quello di S. M. la Regina, che 
mentre le presenti circostanze hanno permesso di sospen- 
dere l'esame di eventualità che non sembrano prossime, 
qualora dovessero so]3raggi ungere nelle circostanze stesse 
variazioni che suggerissero di ripigliare in considera- 
zione gl'interessi comuni, impegnati nella conservazione 
di quell'equilibrio, le fiduciose dichiarazioni scambiate 
recentemente fra Y. E. e S. E. il marchese di Salisbury 
offriranno la base di un pronto accordo, bastevole cer- 
tamente per prevenire qualunque serio pericolo che so- 
vrastasse agli interessi medesimi. Per questo motivo mi 
riuscirono preziosissime le assicurazioni che nel senso 
sovra espresso Ella fu in grado di comunicarmi in se- 
guito all'abboccamento da Lei avuto col principale Se- 
gretario di Stato di S. M. britannica il giorno 21 dello 
scorso mese ed è mio desiderio che Sua Signoria conosca 
tutto il valore che il Governo di Sua Maestà il Re vi 
annette. Voglia perciò dare di questo dispaccio lettura 
a Sua Eccellenza il marchese di Salisbury e lasciargliene 
<3opia se egli lo desidera. 

Ceispi. 



376 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



L'azione spiegata a Vienna raggiunse il doppio scopo di far 
muovere in nostro favore, a Londra e a Parigi, la Cancelleria 
imperiale, e di provocare dichiarazioni conformi ai nostri inte- 
ressi. Ciò che realmente si trattava tra Londra e Parigi si seppe 
per mezzo di Kàlnoky il quale informava l'ambasciatore Nigra 
ohe Salisbury, interrogato per di lui ordine da Deym, Ambascia- 
tore austriaco, disse che i negoziati con la Francia riguardavano : 
1. La conversione egiziana ; 3. un territorio africano di proprietà 
contestata ; 3. la revisione del trattato commerciale con Tunisi, la 
quale concerneva soltanto le tariffe e non toccava la questione 
delle Capitolazioni. "Secondo il trattato vigente, il governo di 
Tunisi ha diritto fin dal 1882 di chiedere questa revisione. Non 
è questione di vantaggi politici da accordarsi alla Francia in 
Tunisia. „ 

La revisione del trattato di commercio anglo-tunisino — av- 
verti successivamente il Kàlnoky — non ebbe lo scioglimento 
desiderato dalla Francia, poiché lord Salisbury non consentì a 
fissare un termine al trattato. E quanto ai propositi attribuiti 
alla Francia di alterare lo statu-quo a Tunisi, lo stesso Cancel- 
liere incaricò il Nigra di assicurare Crispi " che la questione tu- 
nisina, sebbene non tocchi in modo speciale F Austria-Ungheria, 
è qui sorvegliata con grande interesse, e che per sua parte il 
governo imperiale e reale è disposto a partecipare a qualunque 
azione che sia stimata utile, d'accordo con l'Inghilterra e con noi, 
per evitare che essa sia modificata a danno dell'interesse generale 

Le notizie giunte in quei giorni a Roma di combattimenti 
alla frontiera tripolitana provocati da tunisini, sembravano dare 
ragione ai sospetti che la Francia avesse delle mire sulla Tri- 
politania. Kàlnoky non credeva che la Francia volesse tentare 
qualche cosa su Tripoli, però dichiarava al Nigra che il governo 
austro-ungarico " non aveva difficoltà che V Italia , se V occa- 
sione si presenti, abbia un compenso sulle coste apncane, ma ci 
avverte amichevolmente che è della più alta importanza per le 
Potenze alleate di non gettare la Turchia in braccio alla Russia 
e alla Francia: ci avverte inoltre che esso non potrebbe prendere 
alcun impegno per dare all'Italia un concorso materiale. „ 

Di queste dichiarazioni l'on. Crispi prendeva atto con soddi- 
sfazione, dichiarando alla sua volta che non pretendeva dall'im- 
pero d'Austria-Ungheria un concorso materiale. 



Ferry e l'occupazione italiana di Tripoli 



377 



Di fronte alla Francia, Fon. Crispi, dopo avere provocato la^ 
dimostrazione diplomatica, di cui nei documenti che precedono, 
e persuaso quindi il governo francese che senza il consenso del- 
ritalia non avrebbe potuto consolidare il suo dominio nella Tu- 
nisia, pensò di trarre dalla situazione i vantaggi possibili. Quale 
fosse il suo obiettivo risulta da quanto segue: 

Parigi 1/8/90 - ore 4.40 p. 

Ieri sul tardi mi recai al convegno fissatomi da Frey- 
cinet cui dissi che avendo per mandato di mantenere 
buone relazioni fra i nostri paesi, io, di mia iniziativa, mi 
rivolgeva amichevolmente a lui, come capo del governo, 
per richiamare la sua attenzione sullo stato della Tunisia 
rispetto all'Italia e sugli incitamenti fatti per la annes- 
sione alla Francia della Reggenza. Notai che l'Italia 
non poteva rimanere indifferente a tali atti e che se 
non provvedevamo in tempo per stabilire a questo ri- 
guardo un accordo atto a dare soddisfazione all'Italia, 
potrebbe da Tunisi scoppiare l' incendio che darebbe 
luogo ad una conflagrazione generale, che, per quanto 
da noi dipende, vogliamo evitare, perchè sarebbe per 
tutti funesta. Feci osservare che l'occupazione francese 
della Tunisia fu considerata dall'Italia come grande of- 
fesa e danno, poiché tendeva a privare l'Italia di un 
estuario necessario alle sue popolazioni laboriose, che 
da tempo immemorabile praticavano quelle regioni pros- 
sime alla Sicilia. Se quell'annessione, ambita dalla Fran- 
cia, avvenisse, l'Italia dovrebbe avere un compenso ter- 
ritoriale, ed inoltre serie garanzie per i suoi nazionali 
che non potrebbero cessare di frequentare la Tunisia, 
dove, d'altronde, il concorso del loro lavoro è necessario 
alla prosperità del paese. Ricordai che una tale necessità 
era stata riconosciuta da parecchi ministri francesi, fra 
gli altri da Ferry, che mi prometteva il concorso del 
governo francese stesso perchè occupassimo Tripoli, in 
cambio della Tunisia, che rimarrebbe incontestata alla 
Francia. Tale divi samento non ebbe seguito per forza 
di mutamenti ministeriali avvenuti tanto in Italia, quanto 
in Francia. Ciò posto, dissi a Freycinet che stava a lui 
di escogitare un modo di dare soddisfazione all'Italia 
per ristabilire un sincero accordo, ugualmente deside- 



378 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



revole e necessario per entrambi. Freycinet, prendendo 
la j)arola, dichiarava riconoscere la gravità della que- 
stione tunisina e avere sempre raccomandato ai suoi 
colleghi del Ministero degli Affari esteri di evitare tutto 
ciò che potesse urtare gli italiani in Tunisia, moderando 
lo zelo intempestivo dei funzionari. Egli, al par di me, 
riconosceva l'importanza di reciproche buone relazioni 
fra i nostri paesi e non nascondeva paventare grande- 
mente la guerra, le cui conseguenze potrebbero essere 
disastrose per tutti. Freycinet disse spontaneamente che 
i supposti accordi per l'annessione della Tunisia non 
esistevano affatto e me lo ripetè più volte, poscia mi 
promise che avrebbe conferito con Eibot e studiato il 
modo di sciogliere l'arduo problema. 

Aspetto dunque la risposta di Freycinet che mi mo- 
strò la massima benevolenza. 

Menabrea. 

L'accenno fatto qui sopra dal Menabrea ad una promessa del 
Perry circa la Tripolitania, trova conferma in un telegramma 
deiril maggio 1884 dello stesso Ambasciatore, che giova qui ri- 
ferire. SemlDra che il DepretiS; allora presidente del Ministero, 
e il Mancini, ministro degli Affari esteri, non profittassero del- 
l'offerta per timore di complicazioni: 

« .... Infine il signor Ferry conchiuse la sua conver- 
sazione dicendo che la Francia ne aveva a sufficienza 
di annessioni e di protettorati nel Mediterraneo, che non 
aspirava che allo statu-qiw al Marocco, come a Tripoli ; 
e che se VItalìa aspirava a occupare quesfuUima Reggenza^ 
egli non vi si sarebbe opposto. Quest'ultima dichiarazione 
mi è stata fatta in maniera del tutto confidenziale ». 

Menabeea. 

Al telegramma del 1.^ agosto, Crispi rispose il giorno seguente : 

Siccome dopo il colloquio del 31 luglio Ella dovrà 
rivedere Freycinet e forse anche abboccarsi con Ribot, 
credo bene determinare i concetti sostanziali di ulteriore 
discorso. 

Primamente bisognerà persuadere cotesti signori che 
noi non potremo permettere alcun mutamento politico 



^'Non ci basta il solo consenso della Francia,^ 



379 



nella Tunisia, e che qualora il governo della Eepubblica 
assumesse la piena autorità nella Eeggenza, avremmo 
con noi i nostri alleati. Il Protettorato fu tollerato perchè 
l'Italia era isolata, ma oggi non siamo i^iù al 1881. 

La Tripolitania appartiene all'Impero ottomano, e noi 
13er averla non vorremo i)rovocare una guerra europea. 
La Francia, qualora si mostrasse disposta a facilitarcene 
il pacifico acquisto come comx)enso della Tunisia, do- 
vrebbe adoperarsi con tutti i suoi mezzi a Costantinopoli 
ed a Pietroburgo, donde naturalmente verranno le op- 
posizioni. È bene che questo sia posto in chiaro, perchè 
a noi non basta il solo consenso della Francia i)er oc- 
cupare il suddetto territorio. 

Parigi 9 agosto. 

Freycinet oggi mi ha detto avere riferito la mia pre- 
cedente conversazione con lui al signor Eibot, insistendo 
sulla necessità di porre fine alla esistente irritazione 
fra i due paesi, procurando all'Italia alcuna soddisfa- 
zione nei suoi interessi materiali e al suo amor proprio. 

Kibot rispose accettare perfettamente quell'ordine 
d'idee, che vi aveva già j)ensato e che sperava che mer- 
coledì prossimo, al suo ritorno da una breve assenza, 
egli sarebbe in grado d'iniziare qualche apertura in pro- 
posito. Aspettare intanto ritorno di Eibot. 

Mekabrea. 



Parigi, 13/8/90 - 7.20 s. 

Oggi vidi Eibot con cui ripresi la conversazione ini- 
ziata con Freycinet circa la necessità pei due paesi di far 
cessare le cause d'irritazione tuttora esistenti, che ebbero 
per origine l'occupazione della Tunisia per parte della 
Francia. Notai che questa, anziché tentare di calmare, 
sembra volere aumentarle col mantenere ingiustamente 
i dazi differenziali e coll'opi3orre ostacoli allo sviluppo 
di alcune essenziali industrie nostre, come la navigazione 
e la pesca. Fra l'altro, feci osservare al signor Eibot 
che la occupazione della Tunisia aveva singolarmente 
scemata la nostra posizione nel Mediterraneo, minac- 
ciando renderla pericolosa, ove la Francia tentasse di 



380 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



farne una stazione navale militare importante, e che 
aveva tolto alPItalia un estuario necessario ad una parte 
delle sue popolazioni. 

Eibot rispose che al pari di me deplorava tale situa- 
zione e desiderava migliorarla, ma che aspettava pro- 
poste esplicite dall'Italia. 

A ciò replicai non avere missione alcuna di fare pro- 
poste, ma che avevo presa iniziativa di portare la sua 
attenzione sul presente stato di cose, e che il male es- 
sendo venuto dalla Francia, spettava ad essa di proporre 
il rimedio. 

Ribot disse che sarebbe disposto a provocare van- 
taggi speciali per noi in Tunisia, ma che, a sua volta, 
ci domanderebbe di rinunciare alle Capitolazioni, e poi 
accennò alla triplice alleanza. 

A tali suggerimenti risposi che le Capitolazioni erano 
armi nelle nostre mani per far risi)ettare i pochi diritti 
che abbiamo conservati in Tunisia e che, in quanto alla 
triplice alleanza, questa doveva mantenersi fin che non 
avessimo ottenuto soddisfazione per i nostri interessi e 
per la nostra dignità e fin che non fosse più necessaria 
per assicurare la pace. 

Mi astenni dal fare a Eibot alcuna proposta perchè 
non ne avevo missione, ma lasciai a lui di escogitarne 
una che si potesse sottomettere a Y. E. e con ciò la 
lasciai prendendo commiato nei migliori termini. 

Menabeea. 



21 agosto 1890. 

Signor Presidente, 

Ebbi ieri nel pomeriggio il mio primo colloquio, dopo 
la partenza del generale Menabrea, col signor Eibot. Mi 
era proposto di non tornare per il -primo con questa 
signor Ministro degli Affari esteri sul terreno tentata 
col signor di Freycinet e con lui dall'Ambasciatore. Ma 
come io lo prevedeva, fu egli che dopo le prime frasi 
tra noi scambiate subito vi scese mettendosi a discorrere 
delle entrature fatte dal Generale e dicendo che nò Frey- 
cinet nè egli stesso avevano potuto capire che cosa in 
fondo volesse. Quindi una lunga e molto incisiva conver- 
sazione s'impegnò tra noi, dopo ch'io aveva però pre- 



Che cosa si chiedeva alla Francia 



38J 



messo che su tale argomento le mie parole non potevano 
avere che il carattere ed il valore di parole di un amico 
e che per discorrerne dovevamo entrambi considerarci 
come in colloquio non ufficiale, ma confidenziale e pri- 
vato. Consentì con premura ed esplicitamente. 

Dissi in sostanza che se veramente il governo fran- 
cese capiva il prezzo di quei più cordiali rapporti tra 
noi, che per parte nostra desideravamo, e se voleva ad- 
divenirvi, doveva anzitutto studiarsi a rimuovere defi- 
nitivamente le cause dalle quali era nato lo screzio che 
ci divide ; che in passato a Eoma e poi a Tunisi ci furono 
fatte le più profonde ferite ; che il tempo, la nostra saviezza 
e l'interesse presente del Governo repubblicano vanno 
sanando la prima, ma che la seconda rimane viva; che 
nulla la Francia fece nè fa per guarirla, che anzi per 
le tendenze che ogni tratto qui sì manifestano di dila- 
tare il protettorato i)otrebbe da un'ora alPaltra inasprirsi 
e trascinare alle più gravi conseguenze. « Ogni passo 
che in Tunisia voi tentereste oltre i limiti delle con- 
dizioni esistenti ed oltre quelli del nostro stretto diritto, 
diss'io, ci troverebbe tutti in piedi per contrastarvelo, 
e sappiate che non saremo soli. Eliminare i)er sempre 
questa i:)erdurante causa di attrito e di sospetti tra noi 
mi pare dunque il primo mezzo per rimetterci in con 
dizioni di confidente e franca amicizia. Il rimedio vuole 
però essere proporzionato alla gravità del male fattoci, 
nè lieve dovrebb'essere il valore del servizio col quale 
la Francia volesse chiudere la piaga tunisina. Cercare 
un compenso per PItalia in sole concessioni più o meno 
passeggiere d'ordine commerciale e finanziario sarebbe 
un assunto vano ». 

Dal suo lato il signor Eibot, in progresso del col- 
loquio, tornava di continuo sul quidf; finché, quasi ri- 
spondendo a sè stesso: «Chiesi, disse, al generale Me- 
nabrea se mirasse a Tripoli, ma egli troncò protestando 
che l'Italia non voleva mettersi male col Sultano ». 

A questo punto ricordai anch'io, come le ricordò Me- 
nabrea a Freycinet, le offerte di cooperazione che, x)rima 
a me stesso e poi allo Ambasciatore, erano state altra 
volta fatte dal signor Giulio Ferry e allora non accolte 
da Mancini, e aggiunsi che se proposte di cooperazione 
per qualche negoziazione simile oggi si producessero, v'era 
a Eoma tale Ministro col quale certo si potrebbe di- 



382 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



scorrerne, attesocchè, malgrado tutte le calunnie, sapevo 
quanto gli stava a cuore, se poteva giovare al proprio 
paese riconciliandolo ad un tempo colla Francia, di farlo. 

Usai le maggiori precauzioni di linguaggio e devo 
dire ad onore del sig. Eibot che se io mi tenni in tutta 
la conversazione sulla punta d'uno spillo, egli più volte 
battè sul pomo. Messosi a i^arlare il i)rimo senza ritegno 
di Tripoli, disse avere saputo che a Costantinopoli ma- 
nifestavansi inquietudini e che vi si subodorava qual- 
che cosa di progetti italiani, che d'altronde la que- 
stione d'una cessione, ardua in sè, urterebbe contro un 
non possiimiis assoluto del Sultano. « E poi, l'opinione 
pubblica in Francia non seguirebbe il Governo, se egli 
in una simile imx)resa prestasse la mano all'Italia senza 
che questa rinunziasse con ciò alla triplice alleanza». 

Disfare la triplice alleanza: ecco la preoccupazione 
ardente, incessante degli uomini di Stato francesi. « Fin- 
ché il trattato della triplice alleanza, sì offensivo per 
lo Czar, più ancora che per la Repubblica francese, non 
sarà stato denunziato, l'intimità non sarà possibile fra 
la Eussia e la Germania più che fra gl'italiani e noi. 
Si potrà non trattarsi da nemici, ma considerarsi come 
amici, mai ». 

Queste parole che ritrovo nel Matin d'oggi sono l'e- 
spressione pura e semplice del sentimento di Eibot e 
di tutti i suoi colleghi, anzi di tutti i francesi. È perciò 
naturale che tutta la politica francese verso di noi, sia 
quella di Eibot o d'altri, se negli atti ostili non ecce- 
derà mai quel limite ove sorgerebbe un pericolo serio 
per la pace, commisurerà sempre qualunque maggiore 
ed efficace concessione alla probabilità di raggiungere 
con essa quello scopo. 

Il sig. Eibot mi parlò poi della situazione in Tunisia, 
rendendo omaggio a Vostra Eccellenza che s'era mo- 
strata conciliante nei i)iccoli incidenti. (Protestò a questo 
proposito che non divideva le ingiuste prevenzioni di 
molti suoi connazionali contro di Lei e che le aveva 
sempre biasimate). Affermò di voler mantenere scrupo- 
losamente lo statii-quo a Tunisi, mostrandosi propenso a 
intendersi con noi per migliorare la sorte de' nostri pe- 
scatori, poiché il generale Menabrea se n'era querelato. 
Accennando alla scadenza che avverrà fra sei anni del 
nostro trattato di commercio col Bey, egli domandò se 



La preoccupazione francese della Triplice 



383 



non saremmo disposti a negoziare fino da ora, com'egli 
ammetterebbe, pel suo rinnovamento, verso l'abbandono 
d'alcuni nostri privilegi nella Eeggenza. 

In conclusione dunque, il signor Eibot non rinunzia 
alla speranza ed al desiderio di un qualclie accordo con 
noi. Per i)rocedere, io devo aspettare da Vostra Eccel- 
lenza quelle nuove istruzioni cbe Ella stimerà oppor- 
tuno di darmi, perocché ignoro il risultato degli scandagli 
da Lei fatti altrove dopo la mia partenza da Eoma e 
le sue presenti intenzioni. Non posso in poche righe ri-/* 
peterle tutto ciò che in un colloquio durato più d'un'ora 
mi studiai di far comprendere al mio interlocutore: 
avrei fede che il seme non sia perduto se lo credessi 
uomo più risoluto e più ardito. Ma so che ad ogni modo 
Ella non può dubitare che a seconda de' suoi concetti 
ogni possibile sarebbe sempre da me tentato a fondo. 

Mi augurerei che il comm. Mayor potesse ritornare 
qui, come annunziava, per udire da lui le sue attuali 
idee e come meglio si possa servirle. Nel x)rossimo set- 
tembre, il signor di Freycinet sarà ad Aix-les-Bains, 
vicino al Generale, che potrà pure rivederlo in un più 
tranquillo ambiente e più propizio ad espansioni che 
una camera d'udienze ministeriali. 

Voglia gradire, signor Presidente, gli attestati della 
mia più profonda osservanza e della mia più cordiale 
devozione. 

Di V. E. l'aif.mo servo 

0. Eessman. 

P.S, Quanto del nostro trattato d'alleanza questi si- 
gnori si preoccupino, lo provi anche il quesito che in- 
cidentalmente nella conversazione il sig. Eibot mi ri- 
volse, se cioè occorresse, per farlo cessare, di denunziarlo 
espressamente e se vi fosse la clausola della tacita ri- 
conduzione. Eisposi lo ignoravo. 

Commendatore Eessman — E. AmMsciata Italiana, 

Parigi. 
Roma li 2/9, 1890. 

(Personale). — La insistenza del signor Eibot per cono- 
scere le nostre intenzioni circa la rinnovazione della 
Triplice alleanza non è degna di un uomo di Stato. Ad 



384 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



un anno e mezzo di distanza nulla si può ijrevedere in 
politica. Giova però ricordare le ragioni che obbligarono 
il cavalier Mancini a chiedere la alleanza delP Austria e 
della Germania. 

L'Italia dal 1879 al 1881 fu continuamente maltrat- 
tata dal Governo della Eepubblica, minacciata dagli 
austriaci, disistimata a Berlino. Al 1880 un esercito di 
quaranta mila uomini era pronto ad entrare nel Eegno, 
il Governo di Eoma tollerando l'agitazione irredentista. 
La stampa francese ci derideva, ed il Governo francese 
occupava Tunisi. Sono celebri le i^arole pronunziate da 
Bismarck al 1879, che l'Italia non era una potenza mi- 
litare temibile e che pochi reggimenti austro-ungarici 
sarebbero bastati per metterci alla ragione. 

Il cavalier Mancini pregò, scongiurò a Vienna ed a 
Berlino, e dopo molti sforzi ottenne che l'Italia fosse 
accolta nella alleanza dei due imperi. 

Oggi tutto è mutato in nostro vantaggio ed io non 
permetterò che l'Italia ritorni in quello stato di umi- 
liazione nel quale pel suo isolamento fu sino al 1881. 

Ribot, prima di chiedere quali siano le nostre inten- 
zioni sulla rinnovazione della triplice, dovrebbe mettersi 
in condizione di non averne bisogno, ed assicurarsi che, 
sciolti i nostri impegni coi due imperi, la Francia non 
ripeterebbe in altri territorii le imprese tunisine, che 
non ci insidierebbe più nella penisola per mezzo del Va- 
ticano, che garantirebbe la nostra indiiDcndenza. Or fi- 
nora nulla fu fatto per persuaderci che il Governo ed 
il popolo di Francia vogliano divenirci amici ed amici 
sinceri e leali. 

Oeispi. 

Gli sforzi deli'on. Crispi per togliere di mozzo i dissensi tra 
l'Italia e la Francia e stabilire su basi sic are la pace tra le due 
nazioni, furono vani. Cosicché egli dovette rimanere in vedetta 
per sorvegliare ogni atto della Francia che potesse recarci nuovi 
danni. 

Assicuratosi ohe l'annessione della Tunisia non sarebbe av- 
venuta senza il nostro consenso, cioè senza compensi per noi, 
continuò a far buona guardia su Biserta ohe il Governo fran- 
cese cercava di fortificare. Già da gran tempo egli faceva tener 



Le fortificazioni di Biserta 



38 



dietro da persone fidate al progresso e alla natura dei lavori che 
si venivano compiendo in quel porto, denunziandoli alle Potenze 
amiche ed alleate e interessando il Governo inglese ad associarsi 
al Governo italiano in una azione diretta ad impedire il prose- 
guimento di quei lavori, che si rilevavano contrarii agllmpegni 
presi dalla Francia al 1881 e che minacciavano di turbare ancor 
più Tequilibrio delle forze nel Mediterraneo. Il Gabinetto bri- 
tannico aveva già riconosciuto che Biserta era la maggiore po- 
sizione strategica nel Mediterraneo^ e insieme alla OanceDeria ger- 
manica aveva fatte vive rimostranze a Parigi. E il signor Goblet 
nel 1889 assicurava Londra e Roma " non esservi alcuna inten- 
zione nè di ampliare, nè di fortificare il porto di Biserta e trat- 
tarsi solo di scavi necessarii e periodici,,; e il signor Ribot in 
ottobre 1890 negava "che si compiano studi per Terezione di 
fortilizi o di opere militari in Biserta. „ 

Ma i ministri francesi erano, naturalmente, reticenti ; i lavori 
che si compievano a Biserta erano senza dubbio di carattere 
militare, e Crispi lo dimostrò in un memorandum. La Germania 
riconobbe ohe la questione era divenuta grave e appoggiò i no- 
stri passi per un'azione decisiva. Il 20 gennaio 1891 Crispi fece 
interpellare l'Inghilterra se non fosse il caso di una comune 
azione immediata; ma la questione cadde col ritiro di Crispi 
dal potere (31 gennaio 1891) e con l'Italia si disinteressò di Bi- 
serta anche l'Inghilterra. 

Quanto alla Tripolitania, Crispi ebbe per un momento, nel 
luglio del 1890, la speranza che potesse divenire italiana, senza 
contrasto da parte delle grandi Potenze, le quali, tutte, in epoche 
diverse, avevano riconosciuto la prevalenza dei nostri diritti su 
quella regione. Non avrebbe voluto, per motivi di politica ge- 
nerale, rompere con la Turchia, ma prevedendo ogni ipotesi, 
pensò anche ad un'occupazione militare contrastata dai turchi 
e alla maniera di renderla più facile. Si accinse quindi a preparare 
il terreno col guadagnare all'Italia la simpatia e l'appoggio degli 
elementi indigeni della Tripolitania. Il cav. Grande, Console 
d'Italia a Tripoli, lavorò sagacemente per secondare le vedute 
del suo Ministro. Il seguente telegramma, relativo alle trattative 
con Sid Hassuna Caramanli, capo allora della famiglia ohe aveva 
signoreggiato il vilayet sino al 1835, indica che il lavoro di ac- 
caparramento degli arabi era bene avviato: 



Crispi, Politica estera. 



25 



386 



1890 - TUNISI E TRIPOLI 



Tripoli, 7 agosto 1890. 

. (Decifri Y. E. stessa. Segretissimo). — Profittando 
che Sid Hassuna Karamanli trovasi qui, chiamatovi dal 
Governatore generale per gli ultimi avvenimenti della 
frontiera, gli feci parlare da un mio e di lui amico inti- 
missimo e confidente. Il colloquio ebbe luogo ieri sera. 
Eaccomandai alPamico che l'apertura delie trattative 
avesse carattere privato, come provenienza da una par- 
ticolare iniziativa, esplorandone per ora animo e in- 
tenzioni. 

Sid Hassuna Karamanli mostrossi disposto coadiuvare 
occupazione italiana, convinto che, se non noi, sareb- 
bero altri ad occupare la Tripolitania ; disse disporre di 
tutte le forze delle popolazioni della montagna, goden- 
done le simpatie. Per preparare terreno chiede tempo e 
denaro, non per lui, ma per gli sceiTcs. Accetterebbe una 
forma di governo simile a quella della Tunisia. Ciò, dice, 
eviterebbe la resistenza degli arabi e pacificherebbe il 
paese. ISTon dissimula la resistenza della Turchia, la quale 
però, non secondata dall'elemento arabo, cederebbe di 
fronte alla forza italiana. Eaccomanda la massima pru- 
denza, essendo sorvegliato dal Governatore generale. Di- 
chiara il paese stanco della occupazione della Turchia» 

Karamanli mostrò di conoscere la situazione politica 
dell'Africa e di cogliere l'occasione favorevole. Egli ri- 
torna al Gibel Gharian questa sera. Ha assicurato sarà 
di ritorno. 

Grande. 

Sicuro dell'adesione di massima da parte dell'Inghilterra, della 
Germania e dell'Austria-Ungheria all'occupazione italiana della 
Tripolitania, Fon. Crispi avrebbe facilmente guadagnato anche il 
consenso della Francia, tenendosi fermo sul terreno della difesa 
dei nostri diritti nella Tunisia sino alla conclusione di un ac- 
cordo. E dipoi, con la risolutezza ch'era nel suo carattere, non 
avrebbe atteso molto a piantare il vessillo d'Italia sull'altra sponda 
del Mediterraneo. Quanto alla Turchia, gli accomodamenti con 
l'antico regime non erano difficili; il Sultano ch'era un fine po- 
litico e aveva il senso della sua responsabilità e della precaria 



Le conseguenze del voto del SI gennaio 1891 



387 



situazione dell'Impero, si sarebbe adattato all'inevitabile, confor- 
tandosi con gli opportuni compensi. 

Ma col ritiro di Francesco Crispi dal potere in seguito al voto 
della Camera del 31 gennaio 1891, la pietra angolare dell'edifizio 
cedette. L'opposizione contro le fortificazioni di Biserta ohe alla 
fine di gennaio era divenuta perentoria, fu abbandonata dal suo 
successore. E la Francia, lasciata libera di consolidare il suo do- 
minio in Tunisia, non ebbe più bisogno di venire a patti con 
l'Italia e di farle concessioni. 

Quando la questione della Tripolitania fu ripresa, il governo 
Italiano dovette fare alla Francia sacrificio di altri interessi. 



INDICE ALFABETICO 
delle persoìie citate nel volume. 



Adam (madama), 84. 
Alberto (arciduca), 81. 
Alessandro di Battemberg, 140, 176, 
177. 

Alessandro III di Russia, 174, 211, 

278-279. 
Alfieri di Sostegno, 342. 
Alula (ras), 252. 
Amedeo di Savoia, 207. 
Andràssy Giulio, 2-4, 23, 25, 27, 46, 

49, 52, 54, 59, 60-61, 63, 65-68, 

76, 98. 

Arabi-pascià, 101, 104, 112, 116. 
Arnold Arturo, 92. 

Baccarini Alfredo, 138. 

Bargoni Angelo, 7. 

Barthélemy di Saint-Hilaire, 86-88. 

Bavier (ministro), 217, 2i7. 

Beaconsfield (Disraeli), 50, 54, 77. 

Bennigsen (di) Rodolfo, 20, 42-43, 

71, 182. 
Berio (console Generale), 294. 
Bertani Agostino, 73. 
Berthelot, 303. 

Bertolè-Viale (ministro), 321-324. 

Biancheri Giuseppe, 136. 

Bibesco (principe), 227. 

Bismarck (di) Erberto, 26, 173, 241, 
261, 265, 278, 349, 354. 

Bismarck (di) Ottone, 2, 9, 14, 20-21, 
32-35, 44-52, 54, 65, 72-73, 76-77, 
81, 85, 95, 107, 110, 126-131, 138, 
153, 170-173, 182, 185, 207-208, 
210-211, 214, 216-217, 225, 230, 
236, 239, 244, 257, 263, 270, 276- 
277, 307-308, 325, 334, 343, 349- 
356. 



Bismarck (principessa), 180. 
Bittó Istvàn, 65. 
Bixio Nino, 8. 

Blanc Alberto, 148, 214, 218, 224, 
Bonaparte, Giro'arao 162. 
Bonghi Ruggero, 138, 208. 
Boselli Paolo, 196-203. 
Boulanger (gen.), 133, 159, 300, 339. 
Branca Ascanio, 203. 
Brin Benedetto (ministro), 325. 
Bruck-Pellegrini (de), 207, 209, 212, 
299. 

Biilow (di), 20, 32-33, 50, 55. 

Cairoli Benedetto, 73-74, 79, 81-82, 

84, 87-89. 
Calice (barone di), 182, 224. 
Cambon (ambasciatore), 256. 
Canovas del Castillo, 207. 
Caprivi (Cancelliere germanico), 349, 

364. 

Caspar Mugnoz, 208. 

Catalani Tommaso (Incaricato d'af- 
fari), 153, 255, 326. 

Catargi Lascar, 315. 

Cavaignac (generale), 168. 

Cavallotti Felice, 81. 

Cavour Camillo, 118, 185. 

Ceccbi Antonio, 256. 

Cialdini Enrico, 51, 53, 77-78, 82, 
85-88. 

Chakir-pascià, 153-154. 
Charmes Francis, 262. 
Codronchi Giovanni, 138. 
Constant d'Estournelle, 90. 
Corti Luigi, 74-76, 91-92, 114. 
Csernàtory, 65. 

Cucchi Francesco, 179, 325, 334. 



Ckispi, Folitica estera. 



25' 



390 



INDICE ALFABETICO 



De Broglie, 5. 

Decazes, 5, 10, 12, 15, 17-18, 85. 
Depretis Agostino, 9, 13, 16, 30-31, 

b7, 50, 56, 59-61, 68, 72, 74, 95, 

136 138 139-144. 
Derby (lord), 50, 52-56, 58, 73-75. 
Dernburg Federico. 30, 36, 42. 
Dilke Charles, 92-93. 
Di Pietro (Nunzio), 257. 
Dunker (borgomastro), 44. 

Eber, 65. 

Ehrenroth (generale), 150, 153, 209. 
Ellena Vittorio, 197, 203-204. 

Fabrizj Nicola, 115, 120. 
Falk, 65 

Farini Domenico, 73. 

Federico Guglielmo (poi Federico III), 

126-127, 236-237, 242, 245, 264. 
Ferdinando di Bulgaria, 140, 143-152, 

155, 176, 209, 214. 
Ferry Giulio, 86, 133, 159, 342, 378, 

381. 

Floquet, 234, 300. 

Flourens, 187, 204, 209-210, 228-231. 

Fortou, 5. 

Francesco Giuseppe, 3, 126-127. 
Freycinet (ministro), 84-85, 88, 101, 

109-110, 115, 119-120, 133, 159, 

216, 300, 377. 

Galimberti (mons.), 229. 
Galvagno (ministro), 93. 
Gambetta Leone, 5, 13-14, 16-17, 28, 
77, 82-84, 87, 101, 109, 120, 212. 
Garibaldi Giuseppe, 122, 163. 
Garnier Pagès, 16. 
Gene (generale), 136. 
Gérard, 206-207, 209, 245, 254. 
Ghyczy, 65. 

Giers (de), 153, 231, 262, 298. 
Gioii tti Giovanni, 138, 183. 
Giorgio (re di Grecia), 155. 
Girardin (de) Emilio, 16-17. 
Gladstone Guglielmo, 56-58, 113, 116, 

122-123. 
Glaser 59 63. 

Goblet! 159, 253-254, 281-296, 385. 
Goedel (Incaricato d'aifari), 269, 271. 
Goldberg Federico, 38-41. 
Goltz (conte di. Incaricato d'affari), 

270 271. 
Gorosc, 65. 



Grande (console), 386. 

Granville (conte di), 89, 93, 102, 105- 

106, 108-119. 
Gràvenitz, 42. 
Greppi (conte), 216. 
Grévy Giulio, 83, 159, 209-210. 
Guibert (cardinale), 12. 
Guglielmo I, 50, 55, 72, 126, 236. 
Guglielmo II, 242, 258, 276-277, 353. 

Halim, 108. 

Hassuna-pascià, 386. 

Hatzfeldt (conte di), 107-108, 270. 

Haymerle (barone di, ambasciatore), 

4, 60, 95-98. 
Haymerle (colonnello), 80. 
Hélfy Ignàez, 65. 
Herbette (ambasciatore), 241, 287. 
Hitrovo (ministro), 227. 
Hohenlobe (di) Clovis, 28. 
Hohenlobe Gustavo (cardinale), o20, 

334. 

Holstein (di), 20, 32, 35, 41, 55, 107, 

179, 210, 290. 
Huene (bar. di, attaché militare), 335. 

Kàllay, P8. 
Kàllay Beni, 65. 

Kàlnoky, 153, 170, 177, 206, 216, 
219, 239, 255, 262, 265, 267, 269- 
271, 292, 299, 316, 318, 329. 

Kaulbars (generale), 209. 

Keudell, 95-96, 126, 130. 

Kiamil-pascià, 213, 231. 

Imbriani Matteo, 81, 342. 
Isabella di Baviera, 126. 
Ismail-pascià (ex-Kedivé), 227. 

Lacaita Giacomo, 108-111. 
Lacava Pietro, 138. 
La Gala, 164. 

Lamarmora Alfonso, 212, 328. 

Launay (conte di, ambasciatore), 20, 
30, 32, 37, 41, 47, 52, 54, 59, 72, 
78-79, 94, 129, 143, 170-171, 181, 
240, 258-259, 341. 

Lawson (deputato). 116. 

Lefèvre de Béhaine, 324. 

Leone XIII, 72, 180, 329-334. 

Leonhardt (ministro), 20, 41. 

Loewe Ludovico (deputato), 30, 42. 

Luigi (re di Portogallo), 258-261. 

Luzzatti Luigi, 197, 203. 



INDICE ALFABETICO 



391 



Lyons (ambasciatore), 89. 
Lytton (ambasciatore), 230. 

Macciò, 83, 86-87. 
Machiavelli (console generale), 359. 
Mac-Mabon, 5, 14, 18-19, 46, 56. 
Maffei, 95. 

Malet E. (sir), 131-132. 

Mancini Pasquale St., 6, 51, 98, 101- 
104, 106-107, 111-115, 118-120, 
122-123, 126, 128, 135, 262. 

Mariani (ambasciatore), 298. 

Marie, 204. 

Maroccbetti (ambasciatore), 223. 
Marscball (di), 354. 
Martin Enrico, 16. 
Massicault (ministro-residente), 284- 
286. 

Major des Plancbes, 173, 371. 

Mazzini Giuseppe, 1. 

Mazzoleni (deputato), 335. 

Melegari L. A (ministro), 7, 52, 62. 

Menabrea L. F, (ambasciatore), 50, 
54-55, 74, 89, 92, 105-106, 119, 
204, 229, 235, 254, 289, 320. 

Mercinier, 252. 

Meyendorf (Incaricato d'alfari), 262. 
Mezzacapo Luigi (generale), 51, 53. 
Mingbetti Marco, 2. 
Miribel (generale), 338. 
Mohrenheim (ambasciatore), 234. 
Moltke (maresciallo), 206. 
Montebello (conte di, ambasciatore), 
241. 

Moret (ministro), 206, 210, 217, 227, 

231, 238. 
Mouy (de) Carlo (ambasciatore), 203, 

212, 216-218, 220, 229, 245-246, 

282. 

Mìinster (ambasciatore), 287, 289. 

Napoleone III, 1, 85, 160, 168, 181. 
Nelidoff (ambasciatore), 4. 
Nicopoulo, 209. 
Nicotera Giovanni, 138, 342. 
Nigra Costantino (ambasciatore), 142, 

145, 182, 239, 255, 259, 260-261, 

327. 

Norfolk (duca di), 208. 

Onou, 149. 
Orózy, 59, 62. 

Paget Augusto, 74-75, 103. 



Palamenghi-Crispi Tommaso, 173. 
Pasi (generale), 173. 
Pelloux Luigi, 325. 
Phothiadès-pascià , 218, 220, 230, 

241-242. 
Pianell (generale), 54. 
Pio IX, 46, 72. 

Pisani-Dossi Alberto, 173, 238. 
Portai Gérald, 224. 
Pulszky, 65. 
Pyat Felice, 273-276. 

Racchia Alberto (ammiraglio), 325. 
Radowitz, 79, 208, 219, 241, 266. 
Raindre (Incaricato d' affari), 261. 
Rampolla Mariano (cardinale), 257, 

331. 
Rantzau, 263. 

Rascon (conte, ambasciatore), 210, 
213, 217-218, 220, 223, 230, 238, 
240, 245. 

Rati-Opizzoni, 29. 

Rattazzi Urbano (junior), 139, 173, 
324. 

Ressman Costantino (Incaricato d'af- 
fari), 16, 229, 320, 380. 

Reuss (principe di), 155. 

Ribot (ministro), 296, 366, 379-385. 

Ricasoli Bettino, 6. 

Robilant (di) Carlo, 3, 59, 61-63, 68, 
81, 126, 128-130, 136-137, 140, 
195. 

Rodolfo di Asburgo, 309, 314. 
Rosebery, 77-78. 
Roustan, 83, 87. 

Rouvier Maurizio (ministro) 159, 

196-203. 
Roux Luigi, 183. 
Rudinì (di) Antonio, 138-139. 
Ruiz Armando, 13. 
Russel Odo (ambasciatore), 79. 

Sadi-Carnot (presidente della Repub- 
blica francese), 300, 339. 

Said-pascià (Gran Visir), 2 1 8-220, 224. 

Saletta (generale), 207, 241. 

Salisbury (lord) 76-77, 89, 91-92, 94, 
121-122, 147, 153-155, 207, 209, 
230, 238, 254, 262, 264-265, 281, 
292, 326, 358-376. 

Saracco Giuseppe, 136-137. 

Savini Medoro, 10. 

Say Leone, 205. 

Schouvalow (ambasciatore), 230. 



392 



INDICE ALFABETICO 



Schiilze-Delitzsch, 44. 
Schweininger (dottore), 173. 
Simon Giulio, 5. 

Solms (conte di). 206, 208-211, 213- 
214, 219, 223-224, 227-228, 231, 
238, 240-241, 245,256-257, 298-299. 

Sennino Sidney, 236. 

Soumagne (vice-console), 251. 

Spaventa Silvio, 138-139. 

SpuUer E. (ministro), 343-348. 

Stansfeld James, 50. 

Stourdza (ministro), 224. 

Szapàry, 65. 

Szlàvy Jorsef, 65. 

Taaffe (ministro), 128, 280. 

Tajani Diego, 136. 

Teckenberg, 96-98. 

Teisserenc de Bort (senatore), 204. 

Tewfick (Kedive), 108, 116. 

Thiers Adolfo, 14-16, 19, 162, 263. 

Tirard (ministro), J59, 229. 

Tisza Stefano, 64, 128, 279. 

Tomaso di Savoja, 126. 

Tornielli Giuseppe (ambasciatore), 77, 

238, 256-257, 358. 
Tosti Luigi (abate), 180. 

Ullmann, 279. 



Umberto T, 72, 136-137, 13P, 147, 
171, 173, 182, 237, 242-243, 263, 
267, 277. 

Uxkull (conte di, ambasciatore), 216, 
228, 231. 

Valeri Giovanni, 30. 

Vega (de la) de Armilo (ministro), 
257. 

Vidulicb, 63. 

Villa Tommaso, 212. 

Visconti-Venosta Emilio, 2, 342. 

Vittoria (principessa imp. di Ger- 
mania), 30. 37, 47, 55. 

Vittorio Emanuele II, 2, 7, 30-31, 47, 
56, 58, 65, 67-68, 72, 164. 

Vitztbum (conte), 165. 

Waddington (ministro e ambascia- 
tore), 76-79, 82, 84, 88, 91, 120. 
Wabérmann Mor, 65. 
Wetsera Maria, 309-314. 
White W. (sir) (ambasciatore), 151.. 
Wimpffen, 3. 

Windtborst (deputato), 350. 

Zanardelli Giuseppe, 51, 60, 69, 138. 

139. 
Zsedénzi, 65. 



INDICE DEL VOLUME. 



Avvertenza Pag« v 

Capitolo Primo. 

Una missione segreta. 

(Pag. 1 a 69). 

La Grande Italia. - Il nuovo Regno. - La politica estera della Destra. - An- 
dràssy e Bismarck nel 1873 chiedono invano una enterite ìntime ai ministri 
della Destra. - L'irredentismo e le relazioni italo-austriache. - La guerra russo- 
turca. - Le istituzioni repubblicane francesi in pericolo. - Necessità per l'Italia 
di uscire dall'inerzia. - La missione da Vittorio Emanuele e da Depretis affi- 
data a Crispi alla fine di agosto 1877. - Memorie originali di Crispi e carteggi 
con Vittorio Emanuele e Depretis, resoconti di colloqui con Decazes, Thiers, 
Gambetta, Bismarck, Derby, Gladstone, Andràssy, ecc. - Crispi conviene col 
principe di Bismarck il negoziato per un trattato d'alleanza italo-germanica. 



Capitolo Secondo. 

La politica estera dell'Italia dal 1878 
alla Triplice Alleanza. 

(Pag. 71 a 99). 

Il conte Corti respinge la proposta di accordi segreti con l'Inghilterra alla vi- 
gilia del Congresso di Berlino. - Come la Francia ottiene carte bianche per 
Tunisi. - La politica dell'isolamento. - Causa l'irredentismo, l'Austria minaccia 
di passare la frontiera. - La francofilia di Benedetto Cairoli non evita l'occu- 
pazione francese della Tunisia. - Storia documentata dell'impresa tunisina e 
del disinteressamento dell'Inghilterra. - L'Italia avrebbe allora potuto occupare 
la Tripolitania. - Disillusi della Francia, ci rivolgiamo alla Germania. - Prodromi 
della Triplice Alleanza. - Il conte Maffei. - Il trattato del 20 maggio 1882. 



394 



INDICE DEL VOLUME 



Capitolo Terzo. 

La questione Egiziana nei 1882. 

(Pag. 101 a 123). 

L'Italia, invitata a intervenire in Egitto con l'Inghilterra, rifiuta. - Viaggio di 
Crispi a Berlino e a Londra. - Colloquii col conte Hatzfeldt e con lord Granville. - 
Nove lettere di Crispi sulla convenienza per l'Italia di accettare la proposta inglese. 

Capitolo Quarto. 

Dal primo al secondo trattato della Triplice Alleanza. 

(Pag. 125 a 133). 

L'errore d'origine: l'Imperatore d'Austria non viene a Roma. I Reali d'Italia, 
per ciò, non possono andare a Berlino. - Colloquio tra il principe di Bismarck 
e il duca di Genova : il pericolo di guerra è rappresentato dalla Francia e dalla 
Russia. - Il prìncipe Federico Guglielmo a Roma. -> Il gabinetto italiano scon- 
tento degli alleati. - Il generale Robilant ministro degli AfiFari esteri. - Un altro 
giudizio del principe di Bismarck sulla situazione in ottobre i885. - I negoziati 
per la rinnovazione della Triplice Alleanza. - Con quali argomenti il principe 
di Bismarck indusse l'Inghilterra ad un accordo con l'Italia per il Mediterraneo. - 
Il nuovo trattato del 20 febbraio 1887. 

Capitolo Quinto. 

Crispi e la pestione Bulgara. 

(Pag. 135 a 157). 

La crisi ministeriale del febbraio 1887: il contegno dell'on. Crispi, suoi colloqui 
col Re, sua nomina a Ministro dell'Interno. - La questione bulgara e la con- 
dotta del Governo italiano prima che Crispi assumesse la direzione della po- 
litica estera, e dopo. - Carteggi e documenti. - L'Italia propone e fa accettare 
dalle Potenze il non-intervento in Bulgaria. - La triplice per l'Oriente. 

Capitolo Sesto. ' 

Il primo viaggio a Friedriclisruli. 

(Pag. 159 a 194). 

Crispi e la Francia - Giudizii di Crispi su l'Impero e su la Repubblica. - 
L'Esposizione di Parigi del 1889 e l'Europa monarchica. - Primo viaggio di 
Crispi a Friedrichsruh per visitarvi il principe di Bismarck: loro colloquii. - 
Il discorso di Torino. 



INDICE DEL VOLUME 



395 



Capitolo Settimo. 

La rottura delle relazioni commerciali con la Francia. 

(Pag. 195 a 221). 

Negoziati per la rinnovazione del trattato di commercio italo-francese. Una 
missione officiosa dell'on. Boselli a Parigi : sue lettere a Crispi. Ragioni poli- 
tiche ed economiche che condussero alla guerra di tariffe. - Dal Diario di 
Crispi, ottobre-dicembre 1887: questioni internazionali - colloquio tra lo Czar 
e il principe di Bismarck - documenti falsi - l'incidente consolare di Firenze. 

Capitolo Ottavo. 

Dal ''Diario,, di Crispi: Ricevimenti diplomatici 
dal gennaio a tutto giugno 1888. 

(Pag. 223 a 245). 

Germania e Russia in un colloquio del principe di Bismarck. - La pubblicazione 
del trattato austro-germanico del 1879. - Italia e Russia in un colloquio tra Crispi 
e l'ambasciatore UxkuU. - Flourens vuole evitare l'alleanza franco-russa. - In- 
formazioni sulla situazione interna della Francia. - Preparativi militari in Fran- 
cia. - Il principe imperiale di Germania in Liguria. - Morte di Guglielmo I. - 
Le squadre italiana e austriaca a Barcellona. - Cordialità tra Crispi e Bismarck. 

- Un aspro colloquio tra il conte Bismarck e l'ambasciatore Herbette. - Morte 

di Federico III. - Re Umberto esprime il desiderio di recarsi a Berlino. 

Capitolo Nono. 

Un altro incidente franco-italiano. 

(Pag. 247 a 272). 

La questione con la Francia per le tasse di Massaua : tre Note diplomatiche 
di Crispi sui diritti dell'Italia e sulle vessazioni francesi. - Le Potenze danno 
causa vinta all'Italia. - Dal Diario di Crispi : Spagna e Vaticano. - Un al- 
larme del re Luigi di Portogallo pel viaggio dei Sovrani italiani in Romagna. 

- Seconda visita di Crispi al principe di Bismarck. - Il Gran Cancelliere au- 

striaco incontra Crispi a Eger. 

Capitolo Decimo. 

Il terzo incidente con la Francia. 

(Pag. 273 a 305). 

Una lettera apocrifa di Felice Pyat. - Guglielmo II a Roma. - Colloqui di 
Crispi col conte Erberto di Bismarck. - Storia documentata dell'incidente per 
le scuole italiane in Tunisia. - Dal Diario di Crispi. - La situazione in Fran- 
cia alla fine del 1888. 



396 



INDICE DEL VOLUME 



Capitolo Undecimo. 

1889. 

(Pag. 307 a 348). 

Il suicidio dell'arciduca Rodolfo di Asburgo. - La Federazione balcanica e una 
iniziativa di Crispi. - L'inaugurazione dell'Esposizione di Parigi. - Il pericolo 
di guerra con la Francia: missione del cardinale Hohenlohe presso Leone XIII; 
missione del deputato Cucchi presso il principe di Bismarck. - Italiani a Pa- 
rigi. - L'abolizione delle tariffe differenziali e l'ostilità della Francia. - Giu- 
dizii di Spuller sulla stampa francese. 

Capitolo Duodecimo. 

1890. - Tunisi e Tripoli. 

(Pag. 349 a 387). 

Il licenziamento del principe di Bismarck : i rescritti imperiali per la protezione 
degli operai ; spiegazioni dell'imperatore Guglielmo ; Crispi e Bismarck. - La 
progettata annessione alla Francia della Tunisia ; l'opposizione di Crispi ; l'ap- 



poggio delle grandi Potenze ; corrispondenza Crispi-Salisbury. - Tripoli per 
Tunisi. - Le fortificazioni di Biserta. - In previsione dell'occupazione italiana 
della Tripolitanìa. 

INDICE ALFABETICO delle persone citate nel volume Pag. 389 

AUTOGBAFI: 

Lettera 2 ottobre 1877 di W. Gladstone Pag. i3 

Lettera 21 ottobre 1877 di Leone Gambetta » 64 

Lettera 24 luglio 1889 del cardinale Hohenlohe » «337 

Autografo dell'imperatore Federico III » -33i 

Lettera 21 aprile 1890 del prìncipe di Bismarck » 356 

Lettera 4 agosto 1890 di lord Salisbury » 370 



RITRATTO di^Francesco Crispi nel 1888 



col frontispizio 



Raffaello Ricci 



.Memorie 

DELLA 

Baronessa Olimpia Savio 




MILANO 
Fratelli Treves, Editori 
191 1 

Dne volumi di complessive 700 pagine con 20 incisioni fuori testo 

Lire 'T'jSO 



Memorie di una gentildonna torinese.' 



Voce di donna. 

Vecchi salotti, belle signore da tempo morte 
e dimenticate, uomini celebri, poeti, politici, 
soldati ; ragguagli storici e informazioni cu- 
riose e minute, brani di lettere e appunti di 
taccuino ; ecco quello che ci offrono, ecco 
quello che fanno vedere le recenti Memorie 
della Baronessa OliinJ:>ia Savio. Lettura 
amena e curiosa, a tratti commossa, in certi 
punti dolorosa sino allo strazio ; pagine che, 
se non tutte fanno pensare, là dove sono piìi 
vive danno a chi legge un piacere schietto, 
come di una conoscenza onestamente rinno- 
vata di animi e di cose, di avvenimenti e di 
fatterelli di un'età che non è più la nostra. 
Si segue la lettura con un consentimento 
quasi domestico, raccolto e silenzioso, come 
quando si ascolta un sopravissuto che parla 
per intimo bisogno di raccontare. 

In questo caso la voce e l'animo sono fem- 
minili. Che se Olimpia Savio passò ai suoi 
tempi — e non sono molto remoti — per una 



1 Questo bellissimo articolo comparve parte nella Stampa 
di Torino, parte nella Coltura contemperanea di Roma, e 
fu gentilmente rifuso dall'autore. 



— 4 — 



gentildonna coltissima, e persino favorita dalle 
muse, in queste pagine postume non è la sua 
coltura che splende, nè la sua musa che ci 
sorride, ma la sua semplice e naturale anima 
di donna, sposa, madre, amica, con affetti in 
lei tanto piià forti e soavi, quanto più trava- 
gliate e crudeli furono le occorrenze. E se 
questa donna meglio che la storia scrive la 
cronaca dell'età sua, con una grande legge- 
rezza di tocchi e di ricordi, questo in lei non 
ci offende, anzi ci piace. Di un tale bagno 
fluente di fatterelli e di parole, la nostra cul- 
tura del passato si giova, e pare che ci si 
rinfreschi. 

Invero, se la pubblicazione ha un interesse 
di curiosità per il pubblico anche piii refrat- 
tario alla cultura storica, sì che renderne 
conto su due colonne di giornale è quasi un 
dovere di pubblicista ; ha anche una reale 
importanza per conoscere sempre meglio se 
non proprio i grandi fatti, almeno certi av- 
venimenti più minuti e certi personaggi di 
secondaria importanza, e certo recondito moto 
di sentimenti e di idee, di passioni e di pre- 
giudizi, di interessi e di volontà di quel pe- 
riodo del secolo XIX che noi andiamo par- 
ticolarmente studiando, e a cui alludiamo con 
la parola Risorgimento. 

Due storie. 

Vero è, come dissi altra volta, che noi do- 
vremmo cominciare a distinguere chiaramente 
nel nostro spirito quella che è la generale 
storia del secolo passato, da quello che è in- 
vece il movimento italiano verso la unità e 
la libertà. Sono queste due storie che non si 
possono identificare : o, almeno, la prima non 
si identifica con la seconda, ma essendo molto 
più vasta di questa, l'abbraccia e in sè la 
comprende. Il Risorgimento è un gran fatto 



nella vita italiana del secolo scorso ; ma non 
è tutta la vita italiana. E una tendenza, un 
movimento ; ma non rappresenta tutte le ten- 
denze e tutti i movimenti. 

Ora, le memorie della Savio sono tanto più 
interessanti quanto piìi sono ricche di docu- 
menti e osservazioni così sulla vita generale 
dì quel secolo, come sulle particolari vicende, 
e sulle proprie forme e sugli svolgimenti che 
prese in essa la tendenza rivoluzionaria e 
unitaria. Diciamo che esse riguardano quasi 
esclusivamente il Piemonte ; e solo alcuni fili 
di luce proiettano su questa o quella delle ri- 
manenti parti della penisola : la baronessa 
Savio essendo torinese, e a Torino avendo 
vissuto quasi tutto il tempo della vita. 

Educazione piemontese. 

Ci nacque nel 1816, ci morì nel 1889. 

« Fu, — dice il Ricci, — una delle signore più 
colte e note del suo tempo in Torino, e vi tenne, 
sino al trasporto della capitale in Firenze, uno dei 
salotti più in voga e affollati ». 

« Nacque per parte di madre, — scrisse il barone 
G. B. Neigabaur, — da una famiglia devota alla 
Monarchia Sabauda, fedeli e affezionati alla quale 
erano i svioi vecchi, sì da seguirne, come altre, il 
lungo esilio in Sardegna, quando per le lotte com- 
battute a Torino fra Austriaci e Francesi, l'augusta 
Famiglia regnante fu costretta a lasciare la Reggia, 
ove i proiettili erano particolarmente diretti ». 

Interessanti per ;la storia della cultura in 
Piemonte questi ricordi dell'Olimpia Savio: 

« L'educazione venne fatta fino al '48 dalle monache 
del Sacré-Coeur, che, quasi tutte francesi, poco in- 
segnavano d'italiano. In quanto a istruire, si cono- 
scevano soltanto disegno e musica, i classici d'Ol- 
tr'Alpe, la storia Sacra e la storia di Francia. La 
borghesia ricca imitava il sistema dell'aristocrazia: 
quella meno agiata ricorreva a scuole di maestre. 



10 stessa, a sedici anni, essendo unica figlia, e per 
ciò educata sempre a fianco di mia madre, sapeva 
tanta bella roba a memoria, ma tutta francese: 
Racine, Corneille, Marmontel, Bouilly, Berquin, 
Bossuet, Fénelon, Madame di Maintenon e di Se- 
vigné, Massillon. Nulla d'italiano : nè storia, nè poeti, 
nè filosofi, nè prosatori ». 

C'erano sì allora i giovinotti che leggevano 
e declamavano Alfieri, ma c'erano anche le 
mamme e le nonne che trovavano da dire 
non poco su questo signore, che invece di 
fare il mestiere del nobile aveva scelto quello 
di letterato. 

« 11 letterato faccia i libri, il sarto faccia gli abiti, 

11 pittore i quadri, e il signore la faccia da signore, 
— diceva mia nonna, — non come Vittorio Alfieri, 
apostata, un marchese che fa pubblicamente il me- 
stiere di poeta, bauland (abbaiando) countra ì re, 
e countra i preìve. Senza dì, ca Va tira fora 
dt prinsip>i e d' teorie.... e cose da pere....y> 

Il Piemonte fu lungo tempo un paese di 
povera cultura, e di scarsissima italianità. 

« Pur troppo, — scrisse il Sauli nelle sue J^emi- 
niscenze (I, p. 212), — la storia non fu mai colti- 
vata in Piemonte colla nobile schiettezza che la 
rende maestra e guida sicura delle operazioni di 
coloro che si travagliano nel maneggio di pubblici 
affari. Fu scritta a un dipresso sempre come la de- 
scrisse il padre delle antiche memorie, il Guiche- 
ron.... un sentimento di piacenteria cortigianesca 
guidò mai sempre la penna degli scrittori : e, se 
qualche lampo di sincerità per caso si apriva il 
varco, veniva offuscato e soppresso da inesorabile 
censura ». 

Parrucche e straccioni, 
teatri e processioni. 

Ecco, nel ricordo della Savio, gli anni più 
lontani, quelli prima del '48, prima ancora 
dell'avvento al trono di Carlo Alberto, quando 
il suo predecessore Carlo F'elice — pasta mol- 



Uccia di uomo e stoffa ruvida di sovrano, 
cervello angusto e corto in cui le idee, posto 
che vi nascessero, erano soffocate dalle cappe 
di piombo dei pregiudizi — compariva la sera 
al teatro Regio, e in palco, allo scoperto, fa- 
ceva il suo petit soiiper di grissini impastati 
con polpa di trote : Carlo Felice, re dei tea- 
tri, come lo chiamavano, quando non si ser- 
vivano dell'appellativo di feroce prestatogli 
per le durezze della repressione dei moti 
del '21. Con lui la regina Maria Cristina, ad- 
dobbata come un monumento di un enorme 
turbante di velo bianco ; e tutto intorno, di- 
stribuita nei quattro ordini gerarchici dei 
palchi assegnati dalla Corte, la diplomazia e 
la nobiltà, che faceva anch'essa il suo petit 
souper di chiacchiere più o meno impastate 
di malizie e di succulenti malignità. 

Inutile ricordare che il teatro era allora il 
gran luogo di divertimento di tutta la società, 
in Piemonte e altrove ; il pubblico luogo di 
ricevimento e di ritrovo delle classi borghesi 
e privilegiate. Il popolino si divertiva a parte, 
come i bambini, alle lanterne magiche, che 
erano i cinematografi d'allora, e nelle barac- 
che dei burattini, con Gianduja e col diavolo 
vestito talvolta, in barba alla Polizia, di panni 
tedeschi. 

Piti frequenti di oggi le cerimonie, più fa- 
stose e più lunghe e più riposate, poiché 
quella gente non aveva la nostra fretta di 
vivere, nè il nostro bisogno di lavorare. La 
processione del Corpus Domini, il maggiore 
spettacolo del popolino urbano e campagnolo, 
nella quale sfilavano tutti i Corpi scientifici, 
e i magistrati in toga, insieme col vescovo, 
i magnati e i cavalieri dell'Annunziata, si 
svolgeva lenta e solenne così da impiegare 
quattro ore nel breve tratto dalla Consolata 
al Duomo. E tutto il moto della vita era ugual- 



mente ordinato e regolato. La domenica e le 
altre feste, quanto c'era di meglio in città, 
usciva dalla messa di mezzogiorno e si riu- 
niva a passeggio sotto i portici di Po. 

« Ivi, — narra la Savio, — tutte le spose dell'an- 
nata, tutte le merveìUeuses della moda, ivi tutte 
le aristocrazie, fin quella della scienza, e il popolo 
endìmanché si toccavano col gomito, unico punto 
di contatto ammesso allora tra una casta e l'altra ». 

Ma nel pomeriggio, chi non aveva carrozza, 
preferiva starsene in casa, non essendo 

« . . . . buon genere per la gente ammodo cammi- 
nare con le proprie gambe in quel giorno in cui 
preponderava la plebe ». 

L'enorme distacco morale fra classe e classe 
aveva la sua sanzione e la sua riprova in un 
uguale distacco materiale. 

Nell'alte classi specialmente era diffuso un 
misoneismo pedante e intemperante, che re- 
cava la soffocazione agli ingegni migliori. 
Erano i tempi nei quali, — come narra la 
Savio, — la regina madre , xMaria Teresa 
d'Austria, non nominava Cesare Balbo se non 
con l'epiteto d' coni strasson (quello strac- 
cione) perchè aveva dei pensieri e delle idee 
e s'immischiava tra gli scrittori di libri. Ma 
guardiamoci bene dal considerar come ridi- 
cole queste e altre simili avversioni regali. 
Erano profonde, serie, invincibili diversità, 
anzi opposizioni di vita, di pensiero, di co- 
stume, di sentimento. Era il vecchio contro 
il nuovo. Era l'assolutismo contro il libera- 
lismo incipiente; era la tradizione paesana 
contro l'influsso straniero, era l'abitudine con- 
tro la novità, era il prete contro il laico, ecc. 
Prima del '48, quasi in tutta Italia, Chiesa e 
Stato procedevano concordemente uniti. Non 
solo nel campo della legislazione, ma in quello 
del costume, nelle usanze della vita più so- 



lenni e più comuni. In Piemonte, il giovedì 
santo, il re, la regina, tutti i dignitari di corte, 
in gran lutto, portavano il Signore nel Se- 
polcro. Il baldacchino era sostenuto dal re, 
dal vescovo e dai principi dei sangue. Oggi 
basterebbe un fatto simile per mettere in pe- 
ricolo la monarchia. Una novità, introdotta 
da Carlo Alberto, fu di visitare le sette chiese 
a piedi, invece che in carrozza, come si era 
sempre fatto prima. Le differenze che erano 
nell'ordine delle idee, dei costumi, e quelli 
che noi oggi chiamiamo pregiudizi di casta, 
e che erano allora sentimenti naturali, istin- 
tivi, avevano riscontro nella vita pratica, nel 
modo di trattarsi gli uni gii altri, di salu- 
tarsi, di comandare o di farsi servire. La 
servitù era molto più prona che non oggi. 
I grandi signori e anche gli altri si facevano 
quasi sempre vestire e spogliare dal loro ser- 
vo. Si facevano spesso lavare da lui. Lo stesso 
Gonfalonieri, che pure era uomo illuminato 
e liberale, fu sorpreso dalla polizia nel punto 
di farsi vestire dal servitore. 

Tuttavia l'aristocrazia, unita da molte simi- 
glianze di costumi e dalle convenienze, rive- 
lava già fino da quei tempi le grandi crepe 
che accennavano alla sua non lontana rovina. 
Per Maria Teresa d'Austria, la regina madre 
d'allora, Carlo Alberto era una «testa brusà». 
Nel fondo di quella aristocrazia cortigiana, a 
mano a mano che i nuovi tempi avanzavano, 
si andava afforzando nelle supreme difese del 
passato tutta una falange di retrogradi, già 
poco malleabili di carattere e sempre più 
duri, più scontrosi e più acidi, con il soprav- 
venire dei primi tepori di quella primavera 
nella quale dovevano scoppiare i germogli 
dell'avvenire. 



— 10 — - 



Entusiasmi del '48. 

Col '48 molte di queste cose mutarono 
d'aspetto. Il '48 fu un anno di grande entu- 
siasmo per l'Italia. L'Italia, volere o no, nel 
fondo era cattolica, non era certo troppo re- 
ligiosa, ma al Papa credeva ancora, e a ve- 
derlo muovere si mosse. Era la rivoluzione, 
ma una rivoluzione come, parve, voleva la 
Chiesa. Anche le donne potevano parteciparvi 
senza perderci l'anima. 

Era la rivolta, ma contro i Tedeschi, e però 
guerra santa. 

« Torino, nel '48 — ricorda la Savio — presentò 
vino spettacolo unico nel secolo, l'esaltamento pa- 
triottico fu d'indole diffusiva, così che dalle teste 
bionde alle bianche era una vertigine stessa. I 
pranzi, le poesie, le luminarie, le ovazioni, le di- 
mostrazioni di ogni fatta si succedevano senza 
tregua ». 

S'instaurava proprio un nuovo ordine di 
vita. Ma appunto per questo sarebbe puerile 
credere che la cosa, passati certi momenti di 
comune entusiasmo, piacesse a tutti e non 
offendesse nessuno. 

C'erano quelli ai quali le mutazioni piace- 
vano, c'erano gli altri che ne avrebbero fatto 
volontieri a meno. Repugnavano ad esse per 
natura, per istinto, per educazione, per un 
cumulo e un intrigo di interessi che non vo- 
levano o non potevano confessare. Ma la piìi 
forte ragione era proprio questa : che senti- 
vano disfarsi rapidamente il vecchio Piemonte, 
e vedevano la monarchia secolare mutarsi di 
spirito e di forma; sentivano e paventavano 
l'avanzarsi del ceto borghese all'avanguardia 
della democrazia. La democrazia, ecco il ne- 
mico. Nemico ugualmente dell'altare e del 
trono. Contro Carlo Alberto, come poi contro 



— n — 



Vittorio Emanuele ne dicevano questi realisti, 
al solito più realisti del re, di ogni colore. 
Anch'essi rubavano agli altri il mestiere. Si 
mettevano a fare il don Chisciotte. 

Segni di crisi. 

La grande festa popolare del '48 coprì coi 
suoi festoni una crisi di animi e di interessi 
profondi. Il liberalismo trionfava ; i retrogradi 
calcati e pesti da ogni parte, invelenivano. 
Carlo Alberto partiva per la guerra scortato 
lungo via Po da una folla di giovani entu- 
siasti che insieme col popolo affollato grida- 
vano sul suo passaggio: Viva il Re! Viva 
r Italia! E fuori i tedeschi! Ma la faccia sua, 
terrea per l'usato, appariva, al lume delle 
torcie a vento, addirittura verde, per una sce- 
nata terribile che egli aveva avuto a palazzo 
con la moglie, « la quale lo amava molto, ma 
di politica non sapeva che quanto gliene di- 
cevano i suoi cortigiani, avversi tutti al pro- 
gramma sinceramente liberale del re ». Ave- 
vano fatto credere alla povera donna che una 
congiura di italianissimi, canaglia traditrice, 
aveva deciso di pugnalare il re appena fuori 
di palazzo, o in quella notte, ed ella aveva 
cercato di impedirgli di partire. 

Il grande sentimento liberale piemontese 
s'era in pochi anni animato di ardenti spiriti 
di italianità, e se questa era una evoluzione 
per alcuni, per troppi altri era una rivolu- 
zione, che metteva sossopra ogni cosa. Il '48, 
segnando l'inizio della nuova politica italiana 
del Piemonte e il trionfo del nuovo governo 
costituzionale, stroncava tutto un passato. Ai 
primi sussulti del terreno le crepe diventa- 
rono ruine. Di teste bruciate e di straccioni 
s'empì da ogni parte la scena, e già di tra le 
quinte appariva, in un sorriso che sembrava 



ad alcuni di diabolica soddisfazione, il volto 
di Camillo Cavour, col suo liberalismo rivo- 
luzionario e radicale. 

Rivoluzionari emi- 
g/'ati, piemontesi. 

Bisogna leggere le pagine della Savio in- 
torno a questi tempi e ai seguenti, giià giù 
verso il '59 fino al '64, e più avanti ancora, 
per capire contro quali forze, contro quanti 
ostacoli dovesse urtare la rivoluzione in Pie- 
monte, e che lotta, che guerra interna so- 
stennero gli uomini suoi contro le estreme 
falangi degli altri. Mentre la democrazia ita- 
liana sollevava Garibaldi e Mazzini agli onori 
dell'altare, qui in Piemonte di repubblica e 
di repubblicani non si voleva nemmeno sen- 
tir parlare, e per molti uomini della tempera 
di quel generale Muletti, che la Savio ricorda, 
l'eroe della difesa di Roma, altro non fu mai 
che « un avventuriero camuffato da patriota », 
e Mazzini con la sua letteratura sonante e 
assillante un eterno noioso se non un pazzo 
da catena. Dico che non solo nei '59, ma nel 
'60, nel '61 e poi, ci fu una gran quantità di 
brava gente in Piemonte che, vedendo il Re 
e Cavour farsela così bene con Garibaldi e 
coi suoi, e con tutti quegli altri venuti dal 
di fuori a scompigliar le faccende di casa 
loro, anche di Vittorio Emanuele dicevano 
che era uno straccione, e che la Corte s'era 
mutata in un cortile, anzi in una stalla. 

In opposizione ai sentimenti di timore, di 
paura, di odio, di disprezzo, ingigantivano 
gli altri. Il Piemonte si apriva da tutte le 
parti alla emigrazione. Le sue barriere si 
spalancavano agli ingegni, e lasciavano pas- 
sar dentro tutta quella forza, quella novità, 
quell'ardore di vita, di commovimento e di 



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rivoluzione. Sotto i portici di Po passava 
mezzo il fiore d' Italia. Diverse lingue, orri- 
bili favelle. I buoni piemontesi si domanda- 
vano non senza terrore dove si sarebbe an- 
dati a finire di quel passo. Essi sentivano 
poco o nulla, nel complesso, la italianità. Si- 
gnificativa a questo proposito è una lettera 
della Savio, al figlio Emilio, del 16 maggio '59 : 

« Qui (cioè a Torino) l'attitudine morale della 
popolazione è ottima, la gente minuta certo ci ca- 
pisce poco a quelle stupende visioni ftiture, che 
sono la grandezza, l'unità, l'indipendenza d'Italia. 
L'idea dell'uguaglianza di tutte le regioni fino alla 
Sicilia, essa la intende poco e se la spiega a modo 
suo. Quello però, che Dio volente, sanno tvitti bene, 
si è che bisogna levarsi i tedeschi di sul collo, e 
questa per ora è la nozione essenziale : il resto verrà 
a poco a poco, ma verrà ». 

In verità, il Piemonte rovinava, aveva fine 
quella sua storia non vasta, ma così lunga, 
e si tramutava a nuove forme tutta la vita 
sociale. 

«Abbiamo fatto un bel guadagno dal '48 in qua 
— si diceva. — Torino divenuto un centro di pro- 
vincia, i portici pieni di gente che non si sa chi 
sia, il Caffè Fiorio centro non più che a qualche 
invalido.... Che Italia !... J'italian ca stago a ca 
sua, car V noster bel pcìt Piemonti Nói, chi sta- 
sio così ben sensa futi coi fratelli d'un autr Iety>. 

Siamo giusti ; non diciamo che costoro aves- 
sero tutti i torti. Avevano anzi qualche ra- 
gione, poiché nella vita tanto ha diritto a 
mutare cui piacciono i mutamenti, quanto ha 
diritto a non voler che le cose si mutino, cui 
piaccia vivere senza mutamenti e senza mu- 
tamenti morire. E non si scrive la storia 
senza questo senso di rispetto e senza questa 
intelligenza di tanti uomini e di tante co- 
scienze. 



La fine del Piemonte. 

Non poteva essere diversamente. Il feno- 
meno della italianità del Piemonte, cioè, per 
così dire, dello sfigurarsi e spersonarsi di una 
vecchia nazione e il suo mutarsi e confondersi 
in un'altra, che in gran parte era ancora allo 
stato ideale, non poteva non dar luogo ad una 
crisi interna. Dol3biamo pensare che ciò che 
spinse innanzi più fortemente quel movimento 
fu la letteratura e la cultura che fiorirono qui 
per opera di Gioberti, di Balbo, di d'Azeglio. 
Ma non tutti erano e potevano essere persone 
colte, e in grado di ricevere il moto da quel- 
l'impulso. Buona parte dell'aristocrazia pie- 
montese era educata in collegi di suore fran- 
cesi, più assai alla francese che all'italiana. 
Lo stesso Cesare Balbo, autore di una prosa 
classicamente esemplata, non parlava quasi 
mai italiano, e non lo sapeva pronunciare. 
Cavour, divenuto deputato, dovè fare esercizi 
di lingua. C'è tutto un lato comico in questo 
italianizzarsi di una delle meno italiane re- 
gioni d'Italia, e il libro della Savio lo illumina 
con aneddoti gustosi. Il moto piemontese fu 
inoltre un moto di sviluppo dinastico; ma 
poiché la Monarchia non potè far da sola, e 
dovè appoggiarsi e unirsi alla repubblica, alla 
democrazia, al giacobinismo, questo suo mo- 
vimento a tutti non convenne e non piacque. 
Per una tal via dove si sarebbe andati a 
finire? Ma chi era Garibaldi? donde veniva 
per dovere il Re scendere a patti con lui, e 
con quella sua turba di gente pazzamente 
incamiciata di rosso ? il vecchio glorioso eser- 
cito piemontese si voleva dunque posporre a 
quella nuova masnada raccogliticcia? Ci fu 
così chi per il suo Re diede la vita, il sangue 
e gli averi, ma non sempre senza soffrire 
nell'intimo di questa necessità delle cose. Me- 



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glio che come italiani costoro combatterono 
e morirono come soldati, e i loro occhi si 
spensero tristamente sull'oscuro tramonto del 
loro piccolo paese. E lasciamo il gran turba- 
mento religioso delle coscienze per tutta la 
legislazione liberale e radicale, per quel lungo 
processo di separazione delle potestà secolari 
dalle chiesastiche e di lotta tra loro per la 
laicizzazione dello Stato. 

Crisi religiosa. 

Ci fu, coinvolta nel Risorgimento, una grande 
crisi religiosa, che finora gli storici quasi tutti 
così poco profondi di quel periodo hanno poco 
studiata. Ma i costumi, le abitudini, il modo di 
vivere, di pensare, di giudicare tutto, dal '48 in 
poi, non fece che mutare e mutare. E quell'ari- 
stocrazia per la quale nei primi anni del se- 
colo, il d'Azeglio era uno « sporcacin » (un 
imbianchino), perchè usava i pennelli invece 
di vivere da gran signore e da nobile, senza 
far nulla, come era il suo dovere, si può im- 
maginare in parte, ma non intendere a pieno 
quanto dovette soffrire nell'assistere allo sfa- 
sciamento completo del proprio edifìzio e al 
livellamento generale di tutto e di tutti, se- 
condo gli istrumenti e le misure dei nuovi 
ingegneri e dei nuovi manuali. 

Ci fu chi, più intelligente e più generoso, 
disse: «sia fatta la volontà di Dio e sia fatta 
presto». E per far presto, presero su armi e 
bagagli, e andarono a farsi ammazzare qui o 
là. L'ultima loro parola fu : Viva l' Italia! Se 
non tutta la loro vita passata, certo la loro 
morte deve farci pensare che nulla più di 
quel loro saluto fosse sacro e sincero. Ma la 
loro storia fu una crisi. 

Se il ricordo che noi possiamo risuscitare 
di questa gente non è sempre inebriante, tut- 



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tavia è infinitamente istruttivo. E senza una 
tale conoscenza nemmeno si può intendere 
per intero la grandezza, la nobiltà di propo- 
siti e di sagrifìci di cui si mostrò capace la 
parte veramente attiva, progressiva del po- 
polo piemontese, dei grandi così come di tutti 
gli altri. Quanto anche costoro dovettero sof- 
frire di questi profondi dissensi intestini ! 
Quante volte dovettero essere straziati nelle 
più delicate fibre al sentire i conoscenti e gli 
amici di un giorno pronunciar la condanna 
di quanto essi facevano con tanto disinte- 
resse, con tanto entusiasmo e con la coscienza 
di operare per il bene di tutti. Anche di que- 
sti dolori il libro della Savio rende una eco 
fedele. 

E se mai anima di donna dovè esserne tor- 
turata fu proprio la sua ; che due figli ella 
mandò a combattere, non solamente per il Re, 
ma per l'Italia, e l'uno e l'altro, a pochi mesi 
di tempo, le rimasero orribilmente morti sul 
campo. 

Luigi Ambrosini.